Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Sospesi: L’eco dell’armatura

Sospesi: L'eco dell'armatura
0%
200 copie
all´obiettivo
97
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Ottobre 2026
Bozze disponibili

Dopo l’addio alla lentezza di Roma, Marco vola a New York per un incarico che mette alla prova la sua indipendenza. Tra grattacieli, rivalità e una città che non dorme mai, scopre che indossare un’armatura emotiva ha un prezzo più alto del previsto.
Iris, invece, raggiunge Firenze per un progetto di restauro che intreccia arte e memoria. Tra affreschi rinascimentali, vicoli silenziosi e nuove consapevolezze, impara a guardarsi dentro senza nascondersi. Separati dalla distanza ma uniti da un legame che resiste, Marco e Iris si muovono in due città lontane seguendo lo stesso ritmo di nostalgia e speranza: lettere, videochiamate, incontri mancati e confessioni notturne. Sospesi: L’eco dell’armatura è il racconto di un amore che cresce solo quando le difese si abbassano. Perché proteggersi può salvare, ma può anche imprigionare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Sospesi: L’eco dell’armatura perché alcune storie non finiscono: restano in ascolto, sospese, in attesa di essere riprese. Marco e Iris avevano ancora qualcosa da insegnarmi sull’amore, sulla distanza e sulla vulnerabilità. Questo romanzo nasce dal bisogno di esplorare ciò che resta quando le difese cadono, quando si smette di fuggire e si sceglie di restare. Perché l’amore vero non è un finale, ma un lavoro in corso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. New York

L’Inverno e L’assenza

Marco parte. Non è una decisione impulsiva, ma il risultato di una lenta erosione – quella frattura invisibile che si spalanca tra due persone quando il silenzio inizia a pesare più delle parole. Da Roma a New York: non è solo distanza geografica, ma la manifestazione fisica di un baratro emotivo che inghiotte promesse non mantenute e la paura che quel vuoto non possa più essere colmato. Iris rimane dietro, o forse è lui che l’ha già lasciata molto prima, quando ha smesso di combattere per loro.

Gennaio a New York.

Il cielo incombe come una cappa plumbea, grigio minaccioso pronto a schiacciare i grattacieli, a soffocare ogni anelito di speranza. L’aria è una lama gelida che sferza la pelle, penetra gli strati di vestiti, intorpidisce le dita fino al dolore. Un odore metallico di neve sporca e scarichi avvolge ogni cosa, impregnando l’atmosfera di una nota acre e pungente che si appiccica ai polmoni, rendendoli pesanti come piombo. New York non lo aspettava. New York non aspetta nessuno. È una città che inghiotte e risputa storie con indifferenza feroce, dove milioni di vite si sfiorano senza mai toccarsi davvero. Isole che si guardano senza vedersi. Ogni incontro un malinteso. Ogni abbraccio un compromesso necessario per sopravvivere. Marco cammina con le mani affondate nel cappotto grigio. Ha il passo esitante di chi non sa se andare avanti o tornare indietro. Le spalle alzate contro il vento tagliente, il fiato che si condensa in nuvole bianche davanti al viso. Intorno, la città tuona: sirene, taxi impazienti, il brusio incessante della folla, il clangore metallico delle grate che vibrano sotto i passi. Quei rumori si schiantano contro il muro del suo silenzio interno – denso, soffocante, che gli pesa sul petto come un macigno. Quattro giorni. Esattamente quattro giorni da quando aveva detto addio – o forse solo “arrivederci”, come fosse una semplice pausa – a Iris all’aeroporto di Fiumicino. Un addio che sapeva di resa, di battaglia persa prima di iniziare. Si era sentito incapace di trattenerla, come se le dita gli si fossero paralizzate nel momento cruciale, impedendogli di stringere la sua mano, di avvolgerla in un abbraccio protettivo che avrebbe potuto cambiar tutto. O forse la verità era ancora più dolorosa: non era riuscito a trattenere sé stesso, a frenare l’impulso irrefrenabile di scappare da una realtà che lo soffocava. All’aeroporto, l’addio era stato sussurrato, scambiato tra lacrime silenziose che nessuno voleva riconoscere. Nessun discorso elaborato, nessuna promessa solenne. Solo un abbraccio rigido, imbarazzato, e uno sguardo denso di significato – stanchezza, certo, ma anche bisogno disperato di conforto, affetto inconfessato che bruciava sotto la pelle. Uno sguardo che diceva tutto e niente contemporaneamente. «Torno presto»,aveva mormorato Marco – frase di circostanza, tentativo patetico di illudersi, come se il tempo potesse essere manipolato dalla speranza e dalla negazione. Suonava vuota, priva di significato, un guscio di cartone che non conteneva alcuna promessa reale, alcuna certezza su cui costruire un futuro. Nessuno dei due voleva crederci veramente. Il vero problema non era la distanza geografica, quelle migliaia di chilometri che separavano Roma da New York con la precisione di una mappa. Era quel vuoto incolmabile, quella frattura invisibile che si era insinuata tra loro anche quando erano fisicamente vicini, anche quando si stringevano l’uno all’altra nel letto durante le notti fredde di Roma. Un silenzio che aveva spento gradualmente le parole, i gesti, i desideri, trasformando il loro amore da fuoco travolgente in abitudine stanca, in qualcosa di così ordinario che sembrava quasi morte. Adesso Marco era lì, solo, circondato da milioni di sconosciuti che lo ignoravano completamente. New York lo aveva inghiottito senza nemmeno accorgersene. Un progetto lavorativo importante, certo. Soprattutto: una fuga disperata da un amore che si stava sgretolando tra le mani come sabbia, da un fallimento che lo tormentava ogni giorno. Aveva accettato quell’incarico come un naufrago afferra una scialuppa di salvataggio nel bel mezzo di una tempesta che minaccia di trascinarlo nel profondo. Aveva portato con sé l’essenziale: due valigie di vestiti ordinari; un taccuino dalla copertina sgualcita testimone fedele dei suoi pensieri più intimi e delle sue emozioni più nascoste; il microfono portatile, il suo strumento di lavoro e ancora di salvezza; il libro che Iris gli aveva regalato – Poesie che parlano piano – un volume di versi sussurrati, capaci di toccare le corde più profonde dell’anima, di lenire le ferite del cuore, di dare voce alle cose che non si riusciva a dire ad alta voce La sua voce. Una volta era stata la sua forza, il suo mezzo per connettersi con il mondo esterno. Ora era soffocata dalla paura, intrappolata in una gabbia di silenzio. L’appartamento era un monolocale angusto nel Lower East Side, cuore pulsante della città. Piccolo, pulito, impersonale, come se nessuno ci avesse mai davvero vissuto. Pareti bianche anonime, quasi sterili come quelle di una stanza d’ospedale, fredde, cliniche incapaci di accogliere calore umano. Una scrivania scarna e funzionale sotto una finestra che dava su un cortile interno grigio e desolato. Un letto singolo privo di testiera occupava un angolo, invitando al riposo e, al tempo stesso, all’isolamento, alla solitudine totale. La cucina ridotta all’essenziale: lavello in acciaio freddo, fornello elettrico a due piastre, piccolo frigorifero che ronzava incessantemente, come un insetto intrappolato. Niente televisore a distrarlo. Una vecchia radio impolverata sul comodino, oggetto anacronistico che stonava clamorosamente. Quella radio gli ricordava qualcosa di importante, un frammento di passato che aveva cercato disperatamente di dimenticare – un progetto abbandonato, un sogno infranto, una passione soffocata. Quella sera, Marco si versò un bicchiere d’acqua dal rubinetto. Fredda, quasi gelida, che scendeva difficile in gola. La bevve a piccoli sorsi, cercando di placare la sete e l’angoscia che gli attanagliavano lo stomaco. Si sedette sul bordo del letto, sentendo le molle cigolare sotto il suo peso. un suono metallico che gli ricordava le sbarre di una prigione, il suono della prigionia. Chiuse gli occhi, abbandonandosi alla stanchezza, al peso della solitudine. Aveva una voglia irrefrenabile di chiamarla, di sentire la sua voce, di colmare quel vuoto che lo divorava dall’interno. Voleva raccontarle la sua giornata, i suoi dettagli insignificanti, le sue paure più profonde. Voleva dirle che gli mancava tutto di lei: il rumore dei suoi passi leggeri, il suo modo di arrabbiarsi, il profumo dei suoi capelli al mattino, il modo in cui pronunciava il suo nome quando voleva che rimanesse. Non lo fece. Rimase lì, immobile, con il telefono stretto tra le mani, paralizzato dalla paura. Non sapeva più come si faceva a tornare indietro, come si faceva a riparare un amore squarciato. Prese il taccuino e aprì una pagina bianca. La penna scivolò sulla carta con incertezza tracciando parole frammentarie, incerte, brandelli di pensieri confusi:

“L’ho lasciata andare senza mai essere veramente partito. Sono fuggito da me stesso, pensando di poter trovare la felicità altrove. La verità è che mi sono portato dietro il mio dolore, la mia solitudine, il mio senso di colpa. Mi sono portato dietro tutto quello che cercavo di scappare”.

Si sdraiò sul letto, vestito, senza togliersi le scarpe bagnate di neve, come se fosse pronto a ripartire. Lasciò la luce accesa, incapace di affrontare l’oscurità. Il giorno dopo nevicò di nuovo. La città, avvolta da una coltre di neve immacolata, sembrò più gentile, più umana. più accogliente, come se la natura avesse deciso di coprire le cicatrici urbane. Era solo un’illusione. Un inganno dei sensi, un tentativo disperato di mascherare la vera natura della città. Sotto quella patina bianca si celava la stessa anima spietata e indifferente. Marco camminava senza meta, lasciandosi guidare dal caso. Le cuffie nelle orecchie, ma la musica spenta – voleva sentire solo il suono dei suoi pensieri, il rumore del suo respiro, il battito del suo cuore. Era abituato a camminare per dare ordine al caos che gli turbinava dentro, per trovare chiarezza. Perdersi tra la folla per sentirsi, paradossalmente, più vivo. Il pensiero tornava sempre lì, insistente come il freddo: a lei, a Iris. Il suo volto, il suo sorriso, la sua voce. Il modo in cui lo guardava quando taceva, come se fosse in grado di leggere nella sua anima, di penetrare i muri che aveva costruito intorno al suo cuore. È strano, pensò stringendosi nel cappotto, sentendo il freddo penetrare nelle ossa. Come ci si accorga del valore dell’amore solo quando si inizia a soffocare per la sua mancanza. Come siamo ciechi finché possiamo vedere. Trovò rifugio in un piccolo caffè sulla 2nd Avenue, un locale anonimo, senza pretese, uno dei tanti che affollavano la città. Ci era semplicemente finito, attratto da un’invisibile forza magnetica. Il locale era quasi deserto. Luci soffuse creavano un’atmosfera intima e ovattata. Musica jazz in sottofondo, suonata da un vecchio vinile che saltava leggermente, riempiva l’aria di note malinconiche, creando un’aria nostalgica, come se stesse suonando per un pubblico che non avrebbe mai potuto ascoltarla veramente.  Qualche studente chino sui libri, una coppia seduta in silenzio – Marco riconobbe sé stesso e Iris in quella coppia, e il riconoscimento lo ferì. Scelse un tavolo vicino alla vetrata. Da lì poteva osservare la strada, il viavai di persone, le luci intermittenti delle insegne, la frenesia della città che continuava indifferente. Milioni di persone che non lo conoscevano, che non gli importava nulla della sua sofferenza. Ordinò un espresso. Il caffè arrivò lungo, annacquato, troppo americano per i suoi gusti sofisticati, lontano dal sapore intenso e aromatico del caffè italiano. Non si lamentò. Non aveva voglia di polemizzare, di disturbare la quiete. Fu allora che lo notò. Un uomo, forse sulla sessantina, seduto a un tavolo in fondo, in un angolo appartato. Aveva il volto solcato da profonde rughe, testimonianza di un’esistenza intensa. I capelli grigi, lunghi e radi, legati in una coda improvvisata. Indossava una sciarpa di lana ruvida avvolta attorno al collo più per abitudine che per reale necessità, un accessorio che sembrava proteggerlo dal freddo del mondo tanto quanto dal freddo fisico. Stava disegnando su un grande quaderno, con una matita morbida, creando figure stilizzate, ritratti immaginari, paesaggi onirici. Ogni tanto alzava lo sguardo e fissava la strada, come se stesse aspettando qualcosa che nessuno, tranne lui, poteva vedere. L’uomo lo stava osservando. Quando i loro occhi si incrociarono, gli rivolse un sorriso. Un sorriso sdentato, malinconico, ma con una strana scintilla di familiarità, un’espressione di comprensione profonda, come se riconoscesse in Marco una versione precedente di sé stesso.

«È la tua prima volta qui?» chiese in italiano stentato, con un accento straniero indefinibile.

Marco esitò, sorpreso da quella domanda inaspettata, da quella voce che parlava la sua lingua in una città dove quasi nessuno lo faceva.

«Sì. Anche se non so se ci sono davvero. A volte mi sembra di essere un fantasma, di vagare senza meta in un mondo che non mi appartiene.»

L’uomo fece un gesto vago con la mano, come a dire: Capisco perfettamente. Comprendo il tuo stato d’animo. Poi indicò la sedia vuota di fronte a sé, invitandolo a sedersi. Marco si alzò, prese il suo caffè tiepido e si diresse verso il tavolo dell’uomo, attratto da una forza irresistibile. Era come se il destino lo stesse guidando verso questo incontro.

«Leon», disse l’uomo, porgendogli la mano. La sua stretta era forte, decisa, calda, piena di una vitalità che contrastava con il suo aspetto consumato.

«Marco.»

Silenzio denso, carico di sottintesi, interrotto solo dalla musica jazz e dal brusio sommesso dei clienti.

Leon disse, guardando fuori dalla finestra, fissando la neve che cadeva silenziosa sul caos di New York:

«Sai… molti vengono qui per iniziare qualcosa di nuovo, per reinventarsi, per lasciarsi il passato alle spalle. Tu, però, non sembri uno che sta iniziando. Sembri uno che sta finendo qualcosa. Sembri un reduce da una battaglia che non hai mai veramente vinto.»

Marco non rispose. Si limitò a fissare l’uomo, sentendosi improvvisamente smascherato, come se Leon avesse la capacità di leggere nella sua anima come in un libro aperto, di penetrare nel suo cuore, di svelare i suoi segreti più nascosti, quelli che lui stesso non aveva il coraggio di riconoscere.

Leon continuò: «Anch’io, un tempo, ero come te. Correvo da un posto all’altro, sempre alla ricerca di qualcosa che non riuscivo a trovare. Scappavo da un dolore che mi tormentava, da una paura che mi paralizzava. Finché ho capito che non ero in fuga. Ero in attesa.»

«In attesa di cosa?» chiese Marco.

«Di me stesso. Di ritrovare la mia anima, di riconquistare la mia identità, di capire chi fossi veramente.»

Silenzio di nuovo, più riflessivo, più intimo.

Marco, quasi sussurrando, disse: «Sto cercando di capire se quello che ho lasciato a Roma è ancora amore. Se quello che provo per Iris è ancora amore, o se è solo abitudine, rimpianto, paura della solitudine.»

Leon annuì lentamente, comprensivo. «Ti manca?»

«Ogni giorno. Ogni ora. Mi manca il suo sorriso, il suo profumo, il suo abbraccio. Mi manca tutto di lei. Non so se mi manca per ciò che era veramente, o se mi manca per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.»

Leon sorrise. Un sorriso triste, rassegnato, pieno di saggezza accumulata negli anni. Prese una matita dal tavolo e disegnò qualcosa in pochi tratti rapidi, essenziali, senza pensarci. Poi strappò il foglio dal quaderno e lo porse a Marco.

Era una figura stilizzata: un uomo racchiuso in un’armatura arrugginita, crepata in più punti. Da una delle crepe spuntava una piccola pianta verde, tenace, piena di vita e di speranza. Un simbolo potente di rinascita, di bellezza che nasce dalla rovina.

«A volte», disse Leon, con tono calmo e pacato, «bisogna rompersi, lasciarsi andare in pezzi, per permettere alla luce di entrare e far nascere qualcosa di nuovo. Bisogna accettare le proprie fragilità, le proprie debolezze, le proprie ferite, per trovare la forza di andare avanti.»

Marco fissò il disegno, cercando di intraprenderne il significato, il messaggio nascosto tra linee semplici ma eloquenti. In quel momento, illuminante, capì. Capì che New York non era il rifugio sicuro che aveva immaginato, il luogo dove nascondersi dal dolore. Era il campo di battaglia in cui doveva affrontare i suoi demoni. Capì che doveva smetterla di scappare, di fuggire. Doveva iniziare ad affrontare la realtà, a fare i conti con il suo passato, a trovare il coraggio di ricostruire il suo futuro. La sera calò in fretta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Sospesi: L’eco dell’armatura”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Matteo Conti
Matteo Conti è un architetto italiano con una profonda passione per la scrittura e l’introspezione emotiva. Nei suoi romanzi esplora le fragilità, i desideri e le contraddizioni delle relazioni contemporanee, dando voce a personaggi imperfetti e autentici.
Sospesi è il suo romanzo d’esordio, seguito da Sospesi 2 – L’eco dell’armatura, un secondo atto che approfondisce i temi della distanza, della crescita personale e del coraggio di abbassare le difese. Crede nella scrittura come spazio di connessione e nel racconto come luogo in cui fermare ciò che, nella vita quotidiana, spesso sfugge.
Matteo Conti on FacebookMatteo Conti on InstagramMatteo Conti on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors