Ritemprata, al mio rientro il maggiordomo Marcel Karlovitch era puntuale al portone per aiutarmi a sfilare cappotto e colbacco, e annunciarmi che tutti mi attendevano nel salone azzurro.
La riunione quotidiana di famiglia obbediva alla regolarità di un rito ancestrale. Davanti al fumante samovar1 si radunavano attorno a me i miei undici figli, i sopravvissuti dei diciotto nati in venticinque anni di matrimonio con Karl. Disposi il programma della giornata di ognuno con bambinaie, istitutrici e precettori, e come ogni mattina sottolineai ai miei ragazzi il privilegio della nostra vita agiata.
Oltre alla sontuosa residenza moscovita di sessanta stanze, a San Pietroburgo avevamo un pied-à-terre2, ossia un palazzo sull’isola Vasil’evskij in cui ci stabilivamo all’apertura della stagione lirica e dei balli imperiali. Possedevamo anche tenute di campagna: la mia preferita era la dimora di Brailov in Ucraina, una villa palladiana immersa in un vasto parco, dove ogni anno trascorrevo almeno un paio di mesi.
Come tanti russi benestanti, per sfuggire ai rigidi inverni soggiornavamo all’altro capo dell’Europa, affittando ville sul lago di Como, alle isole Borromee, sulla Costa Azzurra, nei Paesi Baschi, in Svizzera, a Firenze, a Roma, a Napoli. Viaggiavamo nel nostro lichnyy vagon3 – blasonato von Meck – che veniva agganciato ai treni internazionali: durante le stagioni concertistiche ci portava a Parigi, Weimar, Berlino, Ginevra, Vienna o alle terme di Vichy e di Wiesbaden.
Ma non era sempre stato così.
Per volere del mio lyubimyy papa4, mi ero sposata a 17 anni con il barone Karl Otto Georg von Meck. I suoi antenati erano stati un tempo signori del feudo di Sunzel, nelle vicinanze di Riga, ma lui non aveva ereditato alcun bene e occupava un modesto impiego come ingegnere statale delle comunicazioni. Poiché diversi figli si erano aggiunti in fretta alle nostre responsabilità, Karl era riluttante a lasciare quel posto fisso.
Io però vedevo le cose in maniera diversa. Per me ricoprire i ruoli, sebbene insoliti per una nobildonna, di cuoca, governante, maestra, sarta e infermiera non era nulla se paragonato all’umiliazione di vedere mio marito sfruttato come un ingranaggio governativo.
Convinsi Karl a intraprendere una nuova carriera. Quando lasciò quel lavoro ci ritrovammo in gravi ristrettezze ma, pungolato dalla mia volontà prepotente, arrivò a compiere imprese straordinarie.
Era l’epoca in cui la Russia costruiva strade e vie ferrate in quantità: io sentivo che quello era il suo futuro. Esercitai continue pressioni affinché trovasse un finanziatore e nel 1863 Karl von Meck divenne appaltatore di ferrovie. Con il capitale iniziale di sua cognata, assieme al fratello costruì la linea Mosca-Rjazan’ e negli anni successivi legò il suo nome ad altre linee di grande importanza, oltre ad avviare un’attività metallurgica negli Urali, uno zuccherificio in Ucraina e a gestire grandi foreste per il legname da costruzione. Realizzò così un patrimonio multimilionario.
Non essendo tagliato per gli affari, Karl lasciava che mi occupassi io della parte commerciale delle sue imprese. Mentre lui lavorava ai suoi progetti, io amministravo le nostre aziende, gestivo le proprietà e svolgevo il ruolo di barinya5 a capo di un esercito di cinquanta dipendenti tra domestici, balie, professori, artigiani, pittori e musicisti.
Organizzazione e disciplina erano le parole d’ordine delle mie giornate. Presiedevo la mia famiglia e governavo la vita dei miei figli in ogni dettaglio. Conclusa la riunione mattutina, coccolavo i più piccoli e dispensavo consigli alla nyanya6, dopodiché assistevo a qualche lezione dei maestri, ponendo domande di letteratura, storia o filosofia in francese, inglese o tedesco.
Più tardi mi dedicavo alle visite periodiche di ispezione della casa: dalla cantina al tetto, da un’ala all’altra e da cima a fondo esaminavo tutte le sessanta stanze, in modo da tenere i domestici sempre sull’attenti. Non si sa mai.
Andavo quindi nel mio studio dove, seduta allo scrittoio Luigi XV, sbrigavo la corrispondenza, sia di lavoro che personale: adoravo scrivere, ero una grafomane incallita.
E dopocena incontravo i miei musicisti, ospitati in casa von Meck sia per l’insegnamento ai miei figli che per suonare con me. Ero una capace pianista con una buona conoscenza del repertorio classico e spesso, dopo un Duetto o un Trio, m’intrattenevo fino a tarda notte in appassionate disquisizioni musicali.
In casa potevano farmi visita rarissime persone. Una di queste era il pianista e compositore Nikolaj Grigor’evič Rubinštejn, fratello del prodigioso Anton, direttore del Conservatorio di Mosca e della Società Musicale Russa, che da alcuni anni finanziavo.
Quella sera mi aveva invitata alla prima di una fantasia sinfonica tratta dalla commedia di Shakespeare La Tempesta, ultima opera di un certo Pëtr Il’ič Čajkovskij. La sua notorietà stava crescendo tanto da essere stimato come il successore di Michail Ivanovič Glinka, padre della musica russa: parole di Rubinštejn in persona, che quella sera avrebbe diretto l’esecuzione.
Io amavo Shakespeare, ma quella pièce non era tra le mie preferite: così dispersiva e bizzarra, come poteva aver ispirato un compositore di talento? Per sincerarmene mi immersi nella pace della mia biblioteca e la rilessi con attenzione.
Il re e mago Prospero, spodestato dal fratello, vive su un’isola incantata con sua figlia Miranda, lo spirito dell’aria Ariel e lo schiavo Calibano. Un giorno la nave del fratello naviga presso l’isola. Prospero chiede ad Ariel di provocare una tempesta, la nave affonda e, tra i relitti, giunge Ferdinando, il figlio dell’usurpatore. Questi s’innamora all’istante di Miranda e la coppia si unisce felicemente. Prospero si spoglia del suo magico potere, lascia l’isola e recupera il suo regno.
Una favola per bambini! Alquanto perplessa, ma confidando nel parere di Rubinštejn, quella sera mi recai alla sala da concerto del Conservatorio di Mosca.
Adoravo quella sala. Era un capolavoro di architettura neoclassica, con colonne di marmo venate d’oro, pareti adornate di stucchi floreali e affreschi di compositori illustri. La calda luce dei lampadari di cristallo brillava sul legno di quercia del palcoscenico e dei palchi. Seduta in quello centrale a me riservato, vedevo la platea in basso brulicare tra il bianco laccato delle sedie. Nell’aria aleggiava il profumo degli addobbi di rose invernali, il sentore di sigari che giungeva dal foyer e il richiamo dolciastro dei gusinyye lapki7 che avrebbero servito a fine esibizione.
Le luci ambrate pulsarono una, due, tre volte: il concerto stava per iniziare. Il brusio tra il pubblico si acquietò. I musicisti presero posto sul palco: sistemarono i leggii, accordarono gli strumenti, si posero in attesa concentrati. Io sospirai, preparandomi a una probabile delusione.
Accolto da un applauso, apparve Rubinštejn, ritto ed elegante. Salì sul podio, fece un inchino alla platea e si voltò. Il silenzio calò come una coperta. La sua bacchetta si levò in aria e le prime note risuonarono pure e chiare, spandendosi in quella sala dall’acustica perfetta.
Capii subito di essermi sbagliata. Quello che sentii non furono i sortilegi di Prospero, le svenevolezze di Miranda, la giocondità di Ariel o le spiritosaggini di Calibano.
Quello che sentii fu il mare. Un mare placido all’inizio, ma terrificante e vasto. Brevi increspature annunciano l’arrivo della tempesta, che nasce sommessa, in un crescendo graduale, come in una progressiva messa a fuoco. Presto la burrasca s’infiamma con rapidi passaggi fra tonalità squillanti e zone ritmiche più dense, trionfali, su su fino a una stretta vigorosa. Tutto esplode e la tempesta infuria con temibile violenza: le onde s’infrangono, i venti ululano, i fulmini squarciano il cielo.
Chiudo gli occhi, travolta da quel tumulto sonoro. Il mare scatenato ruggisce e minaccia il mondo fatato dell’isola, pervasa da una melodia dolcissima che è l’amore tra Miranda e Ferdinando; segue un episodio dai toni animati che alterna la voce di Ariel, tema brioso dei legni, e di Calibano, rozza melodia di violoncelli e contrabbassi; poi i due motivi si accavallano in un travolgente crescendo.
Ritorna il tema dell’amore. La frase di Miranda, fanciulla che mai prima d’ora ha visto un uomo diverso da suo padre, è tenera e inquieta, mentre ampia e virile è la dichiarazione di Ferdinando. Con squisita raffinatezza fioriscono intesa e devozione, mentre la tempesta si placa e tutto si ammorbidisce con un passaggio a una zona minore, velata, in cui echeggiano solenni i corni. E con un effetto acustico di allontanamento, quasi una dissolvenza, tutto diviene nient’altro che un fremito nell’aria, un sospiro dell’anima.
Quando l’ultima nota si spense, un silenzio reverenziale riempì la sala.
Un attimo dopo, si scatenarono gli applausi.
Ero pietrificata. Preda dei riverberi di quell’incanto sonoro, sentivo dei brividi risalirmi lungo la schiena, come scosse elettriche di un’energia risvegliata. Il mio cuore era in subbuglio: mi avvertiva di un qualcosa che non poteva più essere represso. La Tempesta di Čajkovskij mi aveva parlato, smuovendo in me un’urgenza. Quelle onde selvagge avevano sbaragliato tutto il mio ordine, richiamandomi a un qualcosa che andasse oltre le mie giornate marziali, oltre il mio ruolo di madre, moglie e donna d’affari. Qualcosa di totalmente diverso. Quel mare in burrasca aveva rianimato in me un ardore dimenticato, un impulso vitale che mi palpitava dentro. Quel mare era un appello a ritornare a me stessa, a sgretolare la mia maschera.
Le mie mani erano calde e turgide. Avvertivo un’insolita tensione nei muscoli, una sorta di ansia mista a eccitazione, come se tutto il mio corpo fosse pronto all’azione. Il respiro si fece più profondo e ritmico, sentii un’espansione del torace e una vibrante leggerezza s’impadronì di me. Uscii dalla sala fluttuando, come se i miei piedi si fossero staccati da terra e io galleggiassi.
Una volta fuori, inspirai l’aria frizzante della notte. Contemplai il cielo trapunto di stelle: ogni astro brillava come un potenziale da esplorare. Mi resi conto che, per troppi anni, avevo vissuto solo per il benessere della mia famiglia. Ora era giunto il momento di ascoltarmi, di accogliere ciò che il mio animo bramava tanto da farmi male. Una nuova chiarezza permeava ogni fibra del mio essere.
Il legame viscerale che avevo sempre nutrito per l’arte dei suoni ora mi stava chiamando a qualcos’altro, qualcosa di grande, anche se ancora non sapevo cosa. Ma mi sentivo elettrizzata e serena, perché la musica che avevo appena ascoltato era più forte di qualsiasi paura.
1. Antico bollitore usato in Russia per scaldare l’acqua per il tè.
2. Abitazione, di solito ubicata in una grande città, distante dalla propria residenza principale.
3. Vagone privato.
4. Papà adorato.
5. Signora della casa, padrona.
6. Bambinaia.
7. Zampe di papera: biscotti russi alla ricotta a forma di ventaglio.
Silvia Davanzo
Grazie di cuore a tutti coloro che mi stanno sostenendo!
MATTEO NARDI (proprietario verificato)
Grande Silvia, i miei sinceri complimenti per il tuo traguardo!