Vrael alzò gli occhi al cielo, soffocando uno sbuffo. L’annuale commemorazione della fondazione del regno di Alviost significava solo una cosa: La Grande Tavola sarebbe stata piena di festeggiamenti per tutta la notte, con birra e vino, trasformandosi in una bolgia rumorosa.
C’era un lato positivo però. Spesso giungevano viaggiatori da tutta Alviost e da terre lontane, portando con sé storie incredibili.
Vrael aspettava il momento in cui un viaggiatore avrebbe sbattuto sul tavolo una scaglia grande come un piatto o un dente mostruoso, giurando che fosse tutto vero. Per quella vista, valeva la pena sopportare la notte insonne.
«Allora, Vrael. Vai al villaggio e prendi tutta questa roba, poi torna alla taverna, così iniziamo a preparare tutto» ordinò il padre. «E non dimenticare di prendere Daisy».
Vrael si diresse verso la stalla, una struttura di legno massiccio e tegole scure che si ergeva solida contro le intemperie della valle.
Varcata la soglia, l’odore caldo del fieno e degli animali lo avvolse. Daisy, la mula dal manto grigio, sbucò da dietro un palo, le orecchie dritte nel riconoscerlo. «Buongiorno, Daisy» disse Vrael sorridendo, grattandole dietro l’orecchio.
Recuperata una vecchia corda sfilacciata da un gancio, Vrael la passò delicatamente attorno al collo dell’animale con gesti esperti.
Vrael e la mula si diressero verso un carretto in legno poco distante, costruito in robusto legno d’abete con ruote rivestite in ferro, dove ad attenderli c’era il padre, intento a sistemare i legacci per la mula.
«Ah, ecco fatto» disse il padre serrando l’ultima stringa, poi si mise una mano nella tasca dei pantaloni, tirando fuori un borsello colmo di monete, che tintinnò sonora quando la porse al figlio. «Queste dovrebbero bastare per prendere tutto quanto. Stasera ci attende una serata impegnativa. Con tutta quella birra e il vino, chissà quante persone dovremmo aiutare a ritrovare la strada di casa».
Vrael sorrise con leggerezza, rammentando un episodio giocoso dei festeggiamenti dell’anno passato. «Speriamo solo che il vecchio Ector non distrugga un altro tavolo».
Suo padre scoppiò in una risata roca, scuotendo la testa. «Se ci riprova, lo userò come panca».
I due si scambiarono una risata complice mentre si rivivevano la scena nei loro ricordi.
«Allora ci vediamo dopo, Vrael. Vieni direttamente alla taverna non appena hai finito di prendere tutto» disse infine il padre, ricomponendosi ma ancora con le labbra inarcate.
«Certamente padre, ci vediamo dopo» rispose il giovane con un sorriso, avviandosi sul sentiero con la mula al suo seguito.
I due si avviarono verso il villaggio natale di Vrael, Vervells. Le case e i negozi, circondati da foreste di abeti e dalle vicine pareti rocciose, erano costruiti con legno e pietra locale, con tetti spioventi da cui spuntavano canne fumarie che esalavano il fumo dei camini.
Le strade di ghiaia si diramavano dalla piazza centrale verso i campi arati, e Vervells, abitato da contadini, agricoltori e falegnami, con poche decine di famiglie, era un luogo in cui tutti si conoscevano e si scambiavano favori, comprando beni e servizi in un frenetico e vivace ritmo di vita.
Vrael osservava il fumo uscire dai comignoli mentre camminava al fianco della mula sulla strada per il villaggio, con una sottile brezza che gli solleticava il volto e un velo di nebbia che si insinuava tra gli abeti e gli edifici, mentre in lontananza, vedeva le persone indaffarate nelle loro attività quotidiane, trasportando cassette o spingendo carriole ricolme di terriccio.
Entrato nelle vie di Vervells, la gente lo salutava di buon grado, e lui ricambiava con un lieve sorriso o un gesto della mano.
Infine, si fermò davanti a un piccolo negozio, dove un uomo pasciuto dietro il bancone affettava un grosso pezzo di carne con una mannaia insanguinata.
«Buongiorno, Bill» esordì Vrael, fermandosi davanti al bancone.
L’uomo si girò, richiamato da quella voce, mostrando un volto coperto da una folta barba rossastra, e un sorriso gli illuminò il volto chiaro, non appena vide il ragazzo, facendo risuonare una voce sottile che contrastava il suo aspetto un po’ trasandato. «Ehi, Vrael, come va?»
«Tutto bene, grazie. E tu come te la passi?» chiese Vrael.
«Molto indaffarato, come vedi» rispose con un sogghigno, pulendosi le mani sul grembiule macchiato di sangue secco.. «Con la festa alle porte, la gente si è riversata qui e mi hanno fatto tagliare più carne oggi che nel resto dell’anno. Cosa posso fare per te?».
Vrael estrasse la lista che suo padre gli aveva dato spiegando a Bill cosa gli serviva.
«Certamente, le preparo subito» commentò il macellaio. «Stasera vi aspetta un bel da fare».
«Già. Tu verrai alla taverna stasera?» chiese Vrael, curioso.
«Oh sì, certo. Non potrei mancare,» rispose Bill con un sorriso che gli arricciò la barba, e Vrael ricambiò, sentendo una fitta di calore familiare. Bill era la cosa più vicina a uno zio che avesse mai avuto.
Il suo sguardo cadde oltre la spalla del macellaio, su una mensola alta, lontana dagli schizzi di sangue. Lì, tra vari barattoli di spezie, troneggiava ancora la statuetta di legno: una caricatura di Bill in posa eroica, scolpita con l’imprecisione di un bambino ma lucidata con cura.
Vrael ricordò l’odore di segatura del retrobottega e le mani enormi di Bill che guidavano le sue, insegnandogli che il legno, come la carne, aveva una venatura da rispettare.
«Vedo che la tieni ancora lì» commentò Vrael, indicando la statuetta con un cenno del capo.
Bill seguì il suo sguardo e ridacchiò. «Ci puoi scommettere, ragazzo. Ora, vediamo questa lista.»
Vrael porse la lista al macellaio, che la osservò con attenzione, facendo una leggera smorfia.«Ci metterò un po’ a prepararti tutto».
«Non c’è problema. Torno più tardi. Nel frattempo, vado a prendere il resto della lista» rispose Vrael rinfoderando il foglietto. «Ci vediamo dopo».
«Perfetto. A dopo allora» rispose il macellaio, salutando il ragazzo e la mula con una leggera carezza, sparendo nel retrobottega per cominciare a preparare l’ordine.
Lasciò Bill al suo lavoro e rimise in marcia Daisy lungo i vicoli tortuosi, la lista delle provviste ancora stretta in mano. Il carretto aveva appena ricominciato a sobbalzare sul ciottolato quando la quiete fu spezzata.
Le risate esplosero prima ancora che i bambini svoltassero l’angolo. Tre piccole pesti tagliarono la strada al carro, urlando a squarciagola. Daisy scartò di lato con un raglio nervoso, e Vrael dovette strattonare le redini per evitare di finire contro uno steccato.
Mentre calmava la mula con una carezza sul collo, vide spuntare una donna dallo stesso angolo dove erano apparsi i bambini.
La donna emerse dal vicolo arrancando, il volto olivastro rigato di sudore. Si lasciò andare contro la parete di legno più vicina, una mano premuta sul fianco e l’altra a sostenere il pancione, il respiro rotto dalla corsa.
«Venite qui» gridò mentre cercava di riprendere fiato. «Non fatevi…rincorrere».
Vrael si girò verso la donna, riconoscendo la sua lunga treccia bronzea. «Buongiorno, Margaret».
«Oh, ciao Vrael» rispose la donna non appena riconobbe il suono della sua voce. «Non ti avevo visto. Ero concentrata a rincorrere quelle terribili pesti, ma è tutto inutile. Non appena mi sono distratta un attimo, sono partiti a tutta velocità sghignazzando a squarcia gola».
«E tra non molto saranno quattro» disse Vrael ironicamente, notando che la donna era in dolce attesa.
«Non farmici pensare» rispose Margaret in tono ilare. «Non sappiamo ancora se è un maschio o una femmina, ma spero vivamente che sia una femmina e che sia tranquilla. Non come gli altri due, che hanno trasformato la sorella in una piccola bestia, più pestifera dei fratelli. Comunque…sai dirmi dove sono andati?».
Vrael le fece un piccolo cenno con la testa, indicandole la direzione dove li aveva visti sparire correndo divertiti.
«Ti ringrazio, ragazzo mio» concluse infine la donna, facendo un lungo respiro per poi avviarsi a passo svelto nella direzione che le aveva indicato il giovane.
Divertito dalla scena, Vrael riprese a camminare fino a raggiungere la bottega del vecchio Ector, lo stesso che distrusse un tavolo durante i festeggiamenti dell’anno scorso.
La bottega di Ector era un antro saturo dell’odore pungente di mosto e lievito. Il vecchio birraio accolse Vrael con una pacca sulla spalla che avrebbe potuto abbattere una mucca e, senza perdere tempo in chiacchiere, iniziò a far rotolare fuori i barili richiesti con una forza sorprendente per la sua età.
Caricarono il tutto sul carretto in silenzio, rotto solo dallo sforzo fisico, ma prima di lasciarlo andare, Ector aggiunse due barilotti in più in cima alla catasta con un occhiolino cospiratore.
Vrael saldò il conto con un sorriso, assicurò i legacci per evitare disastri e rimise in marcia Daisy verso l’ultima destinazione.
L’ultima tappa era poco distante. La casa di Olivia era immersa nel profumo dei suoi frutteti, e l’anziana era lì, sul portico, intenta a lavorare a maglia con il ritmo lento degli anni.
Al rumore del carretto sollevò la testa, socchiudendo gli occhi velati per mettere a fuoco.
«Oh ciao, giovanotto» esordì l’anziana con voce gentile, accogliendo il giovane con il calore che le era così caratteristico.
«Ciao, Olivia» rispose il giovane cordialmente.
«Cosa posso fare per te?» chiese poi, guardandolo con occhi socchiusi.
«Avrei bisogno di due ceste delle tue arance, per favore» rispose Vrael, rammentando la lista.
«Oh ma certamente» rispose lei, facendo leva sui braccioli della sedia per alzarsi, le sue gambe tremarono visibilmente sotto lo sforzo.
Vrael si avvicinò prontamente ad Olivia, posandole delicatamente una mano sulla spalla per fermarla. «Vuoi che vada a prenderle io? Tu sta pure qui seduta, dimmi solo dove sono».
«Sei molto gentile giovanotto» rispose grata. «Tengo le arance nella capannuccia sul retro. Fa pure con comodo».
Vrael non perse tempo e si diresse verso il piccolo magazzino indicatogli da Olivia. Una volta dentro, il profumo di frutta appena colta lo avvolse completamente.
Vrael non perse tempo a frugare: individuò le casse, ne caricò una massiccia in spalla come se fosse piuma e tornò alla luce del sole.
«Ecco fatto» disse, posando il carico sul carretto e lasciando le monete sul grembo dell’anziana. «Tieni il resto per la prossima volta».
«Grazie, caro» rispose con un sorriso gentile che le deformò le numerose rughe sul volto. «Salutami tuo padre».
«Lo farò,» promise Vrael, rimettendosi in marcia.
Mentre cancellava l’ultima voce dalla lista, il sorriso gli morì sulle labbra. Mancava solo la carne. E con essa, il ritorno da Bill.
Ripercorse la strada fino al bancone di Bill, dove il macellaio stava servendo un cliente.
Non era un abitante di Vervells. Il cappuccio grigio scuro calato sul volto e il mantello lungo fino a terra emanavano un’aria di segretezza che stonava con l’allegria del villaggio.
Quando l’uomo allungò la mano per prendere la carne, la manica scivolò indietro, mostrando un braccio ossuto, la pelle tirata come vecchia pergamena.
Lì, sull’avambraccio, c’era qualcosa di insolito, una specie di voglia scura.
Cercò di mettere a fuoco quella macchia, e in quei pochi attimi, capì che non si trattava di sporcizia o simili, bensì una sorta di stemma.
Un simbolo. Una serie di linee sconnesse che formavano una foglia lacerata, attraversata da tre tratti sottili. Un disegno mai visto prima, violento, che gli fece accapponare la pelle.
Come se avesse sentito quello sguardo addosso, lo straniero scattò col capo. Il cappuccio ondeggiò, rivelando un volto scavato e zigomi affilati.
Per un istante che parve eterno, due occhi vitrei si piantarono su di lui. Non c’era rabbia, né curiosità, solo un vuoto abissale, privo di luce, e un brivido freddo percorse la schiena di Vrael.
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