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Inevitabilmente vita

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Consegna prevista Novembre 2026
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Inevitabilmente vita è una storia che parla di sentimenti, amore, perdita, mancanza e scoperta. I due protagonisti, Dante e Nina, sono il cuore pulsante della storia, due anime che si incontrano, si ritrovano, uniti da un filo rosso che non può essere spezzato, nonostante tutto: la vita, il tempo e lo spazio. Ci troviamo a Roma, due vite che si intrecciano, un mondo che resta sospeso, al centro Dante e Nina, che si riconoscono, si percepiscono uniti da un grande interrogativo. Nonostante tutto quello che può accadere, è sempre: inevitabilmente vita.

Perché ho scritto questo libro?

La necessità e l’urgenza di scrivere questa storia mi è nata da dentro le viscere. questa storia parla di mancanza, d’amore, di sospensione, di tempo e di spazio, che non sempre collimano con la realtà. Volevo raccontare una storia che parlasse di questo, partendo dal mio vissuto e traslarlo in qualcosa di più, e così sono nati: Dante e Nina, i due protagonisti di Inevitabilmente vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Esco dalla sala del cinema e l’aria fresca mi colpisce il viso. La città sembra avvolta da un silenzio strano, come se tutti fossero ancora dentro, in attesa di un altro film che non arriverà mai. Il buio che mi lascia la sala si dissolve piano, ma non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che mi portavo dentro, come un peso dal quale non riesco a liberarmi. Quella malinconia che mi ha tenuto compagnia per tutto il film, quella che ho lasciato crescere dentro, è ancora lì. Mi si aggrappa addosso come un vestito troppo pesante.

E non so nemmeno perché mi ritrovo a camminare senza meta. È come se il mio corpo stesse cercando una risposta che la mia testa non vuole darmi. Poi, quasi per caso, mi trovo a passare davanti alla sua casa. Non riesco a fare a meno di fermarmi, di guardarla.

È passato tanto, troppo, eppure mi sembra ieri. Quasi meccanicamente prendo il telefono dalla tasca del cappotto. Scatto una foto, la mia mano tremante non fa in tempo a fermarsi. Faccio una foto alla casa, alla finestra che non vedo da tanto, troppo tempo. “Indovina dove sono?” scrivo, come se lui fosse lì, dall’altra parte dello schermo.

Metto il telefono nella tasca e continuo a camminare. Ma subito il rumore di una notifica mi fa sobbalzare. Il cuore mi batte forte nel petto, troppo forte. Guardo lo schermo, leggo, non riesco a credere a quello che vedo.

“Sali.”

Non è possibile. La mia mente non riesce a mettere insieme le parole, a farle avere un senso. Il respiro mi si blocca. Mi siedo sui primi gradini che trovo, cercando di riprendere fiato. Non so nemmeno cosa sto cercando. Il telefono vibra di nuovo. Riapro gli occhi e lo guardo, quasi con paura.

“Però ho solo un’ora. Ricordati, il citofono è B4. Sali, ti aspetto.”

Non ci posso credere. È come se il mondo stesse crollando, eppure io non posso fare a meno di essere attratta da quel messaggio. Come un’esca che mi chiama, mi spinge verso qualcosa che non so. Ma lo faccio. Perché è troppo forte.

Mi alzo, lentamente, quasi in trance. Il mio corpo si muove da solo, come se avesse preso il controllo della situazione.

Il semaforo davanti a me va ad intermittenza. Ma non scatta mai il verde. Lampeggia, come un segnale che mi avverte di fermarmi, di non andare oltre. Ma io vado lo stesso. Ogni passo mi sembra più leggero del precedente, come se stessi fluttuando in una bolla.

Non mi sento più ancorata alla terra.

Non mi sento più un corpo, ma un’idea. Un pensiero. Un ricordo.

Arrivo davanti al suo portone. Il mio cuore batte sempre più veloce.

Alzo lo sguardo a cercare la sua finestra. La guardo. È aperta. A lungo l’ho vista chiusa. E invece ora è aperta, come se lui aspettasse qualcuno. E quel qualcuno sono io.

Suono il citofono. Il portone si apre. È come se non fosse mai successo nulla. Non sento il peso del passato. C’è solo il suono del mio respiro, il battito del mio cuore che accelera.

Salgo sull’ascensore. Premo il tasto per il quarto piano. Sento le porte scorrere e il mio riflesso nello specchio. Un’altra Nina.

Non è la Nina che conoscevo.

Arrivo al quarto piano. Le porte dell’ascensore si aprono. E lo vedo. Lui. Dante. Non posso credere ai miei occhi. Sorrido, ma il sorriso mi muore in gola. È lui. È davvero lui.

Indossa una camicia blu, i jeans, i piedi scalzi. È proprio come lo ricordavo. I capelli un po’ disordinati, come se si fosse appena svegliato, come se non fosse mai successo nulla. Un sorriso che mi sconvolge, un sorriso che mi fa sentire di nuovo al sicuro, come se il tempo non fosse mai passato. Come se niente fosse cambiato.

“Avanti” – dice, come se fosse tutto normale. Come se il tempo fosse solo un dettaglio senza importanza. Un contorno, una cornice senza quadro.

Non so come rispondere. Non so cosa dire. Sono sconvolta. Cammino dietro di lui, come se fossi guidata da una forza sconosciuta. Mi sento piccola, perduta. Eppure, c’è qualcosa di incredibilmente familiare in lui, come se niente fosse mai cambiato.

Mi fa sedere sul divano. “Un bicchiere di vino?” dice, come se stessimo facendo una chiacchierata qualsiasi. Non ci sono domande. Non ci sono spiegazioni. È come se tutto fosse rimasto sospeso nel tempo, come se il mondo avesse deciso di aspettare.

“Ti va un po’ di bianco, me lo hanno regalato un po’ di tempo fa. Non ho idea di come sia,” aggiunge, scomparendo in cucina. Non posso fare altro che guardare il vuoto davanti a me, incredula, cercando di trovare un senso a tutto questo.

Quando torna, aggiunge, come se alla frase precedente mancasse un pezzo “Però, sembra buono” e mi passa il bicchiere. “Allora, che hai combinato in questi giorni?” dice, con un sorriso che mi fa dimenticare tutto, per un attimo.

“Giorni?” balbetto. “Ma sai quanto è passato?”

“Quanto?” risponde, versando il vino nel suo bicchiere per assaggiarlo. Io non riesco a dire nulla. Me ne rimango lì, con il bicchiere vuoto stretto tra le mani.

Lui scuote la testa, come a scacciare qualcosa, forse un pensiero, poi subito sorride, “Dai, quanto sarà passato? È già successo che non ci vedessimo per un po’. No?”

E versa il vino nel mio bicchiere, come se niente fosse. Come se fosse solo una pausa nella nostra storia. E io, come sempre, bevo con lui. Non mi resta altro da fare.

Vorrei continuare a chiedere, ma le parole mi si bloccano in gola. Non è passato qualche mese, sono passati due anni. Non so cosa pensare, non so come rispondere. Quell’aria leggera, quasi spensierata, che Dante ha quando è con me, mi fa dimenticare la gravità di quello che sta succedendo. L’ho cercato nei miei sogni, l’ho immaginato nelle notti in cui mi svegliavo nel buio, ma adesso, qui con lui, è come se il tempo si fosse fermato.

Sorseggio il vino, cercando di non sembrare troppo persa. Mi sento stranamente al sicuro, protetta dal suo sorriso, dal modo in cui si muove nella stanza. Lui non sembra affatto cambiato. È sempre lo stesso.

È sempre lui. Le sue mani, veloci e sicure mentre versa, il modo in cui scruta gli oggetti in casa come se fossero tutti al loro posto. Non c’è confusione, non c’è nessun peso che lo affatichi. Eppure… io so.

Io so cosa è accaduto.

Lo so che qualcosa non torna.

“Che c’è, Nina?” dice, accorgendosi che la mia mente sta viaggiando altrove.

Alzo lo sguardo, cercando di nascondere il turbinio che mi ha preso. “Non… non capisco…”

“Che cosa è che non capisci?”

Appoggio il bicchiere sul tavolino che ci separa, e cerco una sigaretta.

Lui, alzandosi, prende un pacchetto sul tavolo accanto all’entrata e me lo porge. Sfilo una sigaretta. E lo guardo.

I suoi occhi sono identici a quelli in cui, in una serata come questa, mi ci specchiavo sentendomi nell’unico posto del mondo in cui dovessi essere, non esisteva nessun altro posto come questo.

“Come… come sei qui?” La domanda mi scivola via senza che io possa fermarla. La voce è sottile, quasi tremante, ma il bisogno di sapere è troppo forte.

Lui sorride. La solita espressione rassicurante, e tirando fuori dalla tasca dei suoi jeans l’accendino, si avvicina a me, le mani a cucchiaio, e finalmente io torno a respirare. Inspiro, il fumo mi penetra nei polmoni, ed espiro. Butto fuori tutto insieme al grigiore del fumo.

“Non capisco. Cosa vuoi dire?” risponde come se stessimo parlando di una cosa insignificante.

Un vuoto mi cresce dentro, ma cerco di non farlo vedere. Non posso continuare a chiedermi come possa essere possibile. Cosa sto cercando di scoprire, dopo tutto? Non ci sono spiegazioni per questo. Il suo viso è la risposta. Il suo modo di stare lì, di sorridere come se non fosse successo nulla, di trattarmi come se fossimo ancora quelli di prima, rende tutto irreale, come se fossi intrappolata in un sogno. Eppure, sono sveglia. Eppure, tutto è così reale. Palpabile. Io sono qui.

Sono ancora qui. Sono in questa casa. Sono di nuovo in questa casa.

Si accende una sigaretta, come a non volermi lasciare fumare da sola, “Mi mancava la tua compagnia.” Dice, alzando il bicchiere. Non c’è malizia nelle sue parole. Non c’è nostalgia. C’è solo una verità che non riesco a decifrare.

“Manca anche a me” rispondo, ma il suono della mia voce sembra stranamente lontano, come se non fossi io a dirlo. Il mio cuore batte forte, sempre più forte. C’è qualcosa che non va, ma non riesco a fare altro che continuare a stare lì, ad ascoltarlo, a guardarlo come se niente fosse successo.

Lui si alza senza fretta, prende la bottiglia di vino e riempie entrambi i calici. Passandomi il bicchiere decide di sedermi accanto, quasi troppo vicino. Non so se è il vino che mi fa perdere la lucidità, ma la sua presenza mi schiaccia, mi fa sentire come se tutto fosse più grande di me. Sento le sue gambe sfiorarmi senza volerlo, il suo respiro più vicino, il suo profumo che non mi era mai sembrato così intenso.

“Allora, non mi dici cosa hai fatto in questi giorni?” chiede, il tono morbido, curioso. Non mi sembra che ci sia nulla di strano in quella domanda, eppure mi sento come se mi stesse scrutando dall’interno. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto in questi giorni? La domanda è più complessa di quanto sembri.

“Ho pensato a te,” sussurro, sentendo l’amarezza salirmi in gola. Non so nemmeno se dirlo a lui è giusto, ma le parole sono già scivolate fuori, troppo in fretta per poterle fermare.

Lui non reagisce subito. Mi guarda, ma non c’è nessuna sorpresa nei suoi occhi. Mi studia, come se stesse cercando qualcosa in me che ancora non ha trovato. “Mi pensavi?” dice, e sorride come se fosse qualcosa di ovvio. “Anche a me è capitato.”

In un altro momento, in un altro tempo, quella frase avrebbe avuto un altro significato. Avrebbe avuto un senso che nessuno di noi avrebbe mai potuto mettere in discussione. Ma ora, con la consapevolezza che non ci siamo mai veramente detti addio, che non c’è stata una fine vera e propria, quella frase mi fa sentire come se fossimo sospesi, intrappolati in un limbo.

C’è una leggera risata tra noi, ma è solo per non affrontare il silenzio che ci ha preso. Beviamo il vino, ci guardiamo, e il tempo sembra non voler scorrere. Ma io lo so, e lui lo sa. Siamo entrambi consapevoli che l’ora a disposizione sta finendo.

Una mano mi scivola addosso.

Prende ad accarezzarmi con l’indice la spalla, scivolando lungo il braccio e cadendomi nella mano.

Ci guardiamo come se non fossero mai state inventate le parole.

Avvolgo le mie dite tra le sue. “Dante…” lo chiamo, ma il suo nome mi esce quasi come un sussurro.

“Dante, cosa sta succedendo?”

Lui mi guarda e sorride, ma questa volta c’è qualcosa di diverso, come se il suo sorriso fosse una risposta che non voglio sentire. “Hai sempre la solita fretta eh?” Mi dice, non con disprezzo, ma con un tono che mi fa sentire piccola. “Dai, Nina, va tutto bene. Non sei felice?” Sorride di nuovo, ma non è un sorriso che mi conforta, al contrario mi fa sentire sempre più distante.

La stanza si riempie di un silenzio che è più pesante di qualsiasi parola. Mi guardo intorno. Sento solo il respiro di lui che mi avvolge, e un altro silenzio che non riesco a rompere.

Mi alzo, prendo il mio cappotto che avevo abbandonato sulla sedia all’ingresso e mi avvicino alla porta. Il mio corpo si sta preparando a uscire, ma la mente non vuole fare un passo. Non se ne vuole andare. Vuole rimanere lì. C’è una domanda che non ha risposta. C’è una domanda che so non dovrei fare, ma la faccio lo stesso.

“Ma dove sei stato, Dante? Dove sei stato per tutto questo tempo?”

Lui non risponde subito. Poi, con un sospiro che sembra troppo stanco per essere vero, mi guarda. “Nina… non è più importante. Andiamo, ti riaccompagno all’ascensore.”

E con quelle parole, mi prende la mano, come se tutto fosse già scritto, come se io non avessi il diritto di fare domande. Mi limito a seguirlo, come se non avessi scelta.

Ci salutiamo lì. Io dentro l’ascensore e lui, in piedi sul pianerottolo. Mi guarda. Lo guardo. La porta si chiude e la sua immagine scompare. L’ascensore scende lentamente. Il mio cuore si ferma al piano terra. Cammino lungo il corridoio ed apro il portone. Fuori vengo accolta dalla stessa aria fresca che mi accarezza il viso.

Mi incammino in direzione della metropolitana, il semaforo lampeggia a intermittenze. Il verde ancora non scatta. Ma io, passo lo stesso.

Chiave nella serratura, giro, accendo le luci e lascio cadere la borsa per terra, insieme al cappotto. Mi dirigo come un lobotomizzato in bagno. Lascio scorrere l’acqua dal rubinetto, la testa sotto. Come a voler affogare in un bicchiere d’acqua. Non so quanto la mia testa rimane sotto il getto. Un tempo indefinito. Un tempo inafferrabile. Un tempo che non esiste. Il suono del telefono mi riporta alla realtà. Ma quale realtà? La mia? Quella che sto vivendo? Non può essere la realtà quella in cui sono capitata è un sogno o uno scherzo dell’universo che si diverte a prendersi gioco di me?

Elena. Mi chiede sé questa sera ci vediamo. “Un bicchiere di vino?” Chiede se mi va. Mi va?

Non lo so. Voglio solo sprofondare sul cuscino e dormire per cent’anni. Ma se poi, al mio risveglio tutto scomparisse? Che fine farei io?

Mi dirigo in cucina. Dalla credenza prendo un bicchiere e lo riempio d’acqua, e lo finisco in un sorso e poi tuffandomi sul divano chiudo gli occhi e con loro il mondo intorno a me.

Ma solo per un po’.

“Che hai fatto oggi?” – mi chiede mentre sorseggia il suo vino.

Che ho fatto Elena? “Sono andata al cinema. Te lo avevo detto.” – rispondo continuando a puntare il telefono lì disteso sul tavolo. “Sì. Ma dopo? Che hai fatto?” – riprende Elena.

Il telefono se ne sta lì. Fermo immobile. Nessun segno di vita. Faccio tap tap sullo schermo, e niente. Solo le dieci e trentanove di venerdì sera.

“Nina?” – Elena con una gomitata. “Che c’è?” – grugnisco, continuando a fare tap tap sul vetro del mio telefono che pare morto. “Oh! Nina!” prendendo il mio telefono in mano con foga, quasi una certa arroganza. “Ehi, ma che hai?” – mi esce con gli occhi fuori dalle orbite e la mia mano che cerca di riafferrare il cellulare. “Io? Che hai tu, piuttosto!” – lasciando finalmente la presa. “È tutta la sera che non mi ascolti e continui a guardare come una pazza questo coso”, indicando il morto che mi ritrovo tra le mani. Scrollo le spalle, respiro e cerco di calmarmi. Mi rendo conto che questa sera non sono in me. Come potrei esserlo, dopotutto? E poi che cosa spero che succeda? Che il telefono riprenda a mandarmi messaggi? No, non succederà. Devo tornare alla realtà. A questa realtà. All’unica realtà. “Hai ragione. Scusami.” – dico con tono sommesso, e afferrando il mio calice di vino bianco. “Dai, facciamo un brindisi!” – esclamo, con la chiara intenzione di riappacificare gli animi. Diciamo che un litigio con la mia migliore amica adesso proprio non riuscirei a sopportarlo. “Tu però, amica mia, non stai bene con la testa”, – alzando il suo calice, e scontrandolo col mio aggiunge, “sappilo!” quasi minacciosa. Ridiamo e ci mettiamo a bere. La giornata è stata già così surreale che un po’ di normalità non guasta.

“Ma quindi, oggi, non mi hai detto che hai fatto.” – ricomincia Elena.

Eh, che ho fatto. Non lo so nemmeno io.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristina Leone Rossi
è nata nel 1998 a Venezia, da qualche anno vive a Roma. Si è diplomata al liceo delle science umane e oggi è iscritta al DAMS, Università di cinema di Roma Tre. Ha frequentato un’accademia di recitazione per un anno per inseguire la carriera di attrice, ma poi ha capito che più che interpretare la vita preferisce raccontarla. Essere una scrittrice, l’artefice di storie come Non trovo più parole, suo romanzo d’esordio, è per lei un privilegio e farà tutto il necessario per continuare a farlo.
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