Il romanzo racconta il percorso artistico di Alessandra, una giovane donna con disabilità che attraversa il mondo dello spettacolo alla ricerca di una forma espressiva capace di contenerla interamente. A guidare il lettore è una voce narrante insolita: lucida, ironica, a tratti spietata, profondamente diversa dalla protagonista, che osserva da una distanza minima e racconta senza indulgenze. La prima parte attraversa i giorni del bruco: gli anni del teatro, della parola e della disciplina, in un contesto che spesso tollera più di quanto accolga. Poi arriva la metamorfosi: nei giorni della farfalla il corpo diventa linguaggio e la danza prende il posto delle parole. Ciò che era limite si trasforma in materia artistica, mettendo in crisi equilibri e certezze, anche della narratrice. Tra ironia e poesia, In punta di ruote è un romanzo di metamorfosi e resistenza creativa che conduce a una domanda inevitabile: chi sostiene davvero chi?
Perché ho scritto questo libro?
Questo libro nasce dall’urgenza di raccontare un’esperienza che mi ha trasformata come persona, come donna, come artista e come persona con disabilità. Il mio non è stato un percorso lineare: la priorità era vivere e trovare un posto in un mondo che spesso tollera più di quanto accolga. La storia non è in prima persona, ma affidata a una narratrice diversa da me. Qui la disabilità diventa marginale e ciò che emerge è l’arte, perché sulla carta venga prima la persona, e solo dopo tutto il resto.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Toc toc… È permesso…? Si può? Mi hanno detto che qui avrei trovato un po’ di persone a cui raccontare la mia storia. Si, mi sa che sono nel posto giusto allora, se volete posso cominciare a parlare. Mi presento: sono C 46. Sì, sì lo so a cosa state pensando, ma che nome strano! C come cosa? E perché 46? Un attimo curiosoni, fatemi sedere che ho fatto una corsa come al solito e ho il fiatone… e poi sono un po’ emozionata. Adesso vi dico tutto.
Certe cose che ci capitano sono troppo belle ed importanti che non possiamo lasciare che la vita scorrendo se le porti via, rischiando che ci passino inosservate e non abbiano la giusta importanza che meritano.
Vivo con una ragazza, una donna, beh insomma una tipa un po’ particolare che passa le giornate a sognare, fantasticare, cantare e scrivere lasciando fogli sparsi per casa come pensieri volanti. Un giorno mi sono stufata, ho detto basta, ho deciso e ho preso tutti quei pensieri sotto forma di diari poetici, come lei è solita scrivere, li ho ordinati e li ho tradotti….no, non perché non siano scritti in italiano ma perché serve una didascalia, una parafrasi per comprendere ciò che sta dietro a quelle lettere che lei faceva volare. Dettaglio poi da non trascurare è che in questi schizzi di sogni ci sono anch’io. Sì avete capito bene, ci sono anch’io perché noi viviamo molto vicine e stiamo spesso insieme durante il giorno. Lei a volte non ha molta voglia di stare con me, io lo so, la capisco ed anche se mi dispiace un po’ la lascio stare e aspetto che torni da me. Abbiamo bisogno l’una dell’altra, nessuna delle due ad esempio può uscire da sola…va beh non voglio tediarvi, oh mio Dio sentite come parlo: “tediarvi”. Mamma mia che parole che uso, anni fa prima di conoscere Alessandra io certe parole non avrei nemmeno immaginato di usarle, nemmeno nei sogni, è lei che mi ha trasformata. Io ero più frivola e poco profonda, pensavo solo a vivere alla giornata sognando paillettes e lustrini ma non potevo immaginare cosa mi sarebbe successo andando a vivere con Ale. Sì, noi amici la chiamiamo così, a lei il nome intero non piace perché, afferma, lo usano gli estranei e sua madre quando non doveva dirle niente di bello.
Ecco mi sono persa e ho divagato. Tutta colpa di Ale e della sua maledetta profondità che mi ha insegnato molte cose, fra cui i sinonimi. Dicevo che ho raccolto queste parole per non dimenticare, per non dimenticarmene. A lei non ho detto nulla perché poi si vergogna, è meglio che le faccia una sorpresa, quando le sue pagine diventeranno un libro… e allora sì che sarà felice, ne sono sicura.
… Eh già, devo ammettere che aveva proprio ragione. È vero, fare un corso di teatro è davvero tanta roba ma io questo lo avrei capito dopo, a me assolutamente non interessava. Frequentando un laboratorio teatrale, non impari solo delle cose anzi, imparare arriva solo alla fine: per fare devi essere, per essere devi conoscerti e per farlo devi fare un viaggio dentro di te. Un viaggio non è solo bello, emozionante e romantico ma è anche e soprattutto imprevisto, scoperta, riscoperta e a livello interiore significa entrare nella propria anima, prenderne contatto, conviverci con tutto quello che dentro lei possiede… ferite e dolori, incompiuti, mancanze, gioie, speranze… Non è facile però è un’esperienza magica e meravigliosa che ti fa diventare molto più di quello che tu credi di essere. Certo non tutti hanno voglia di mettersi in discussione così tanto … Devo ammetterlo, io per prima, ero un’anima diciamo semplice, vivevo la giornata. Per me l’importante era essere bella, in ordine, non mostrarmi per quella che realmente sono. Non volevo approfondire o fare della dietrologia, io volevo solo essere, essere e farmi vedere in tutto il mio splendore; insomma io sono stata creata per fare un favore agli altri. Ci sono persone che hanno bisogno di me, che senza di me non possono fare nulla. Io sono indispensabile, quando le accompagno per strada pensano di essere guardate e di suscitare interesse… in realtà la gente guarda me, guarda me perché sono speciale. Ecco, questo è quello che credevo io fino a quando ho incontrato Alessandra – ops, scusate, Ale – e soprattutto quando ha deciso che voleva fare teatro e io avrei dovuto andare con lei.
Mi piace essere guardata, ma essere toccata non tanto, perché il tocco prevede contatto, il contatto vicinanza e la vicinanza è pericolosa perché se stiamo a distanza di sicurezza dagli altri non può succederci nulla, invece quando il nostro spazio personale viene minato può accaderci qualsiasi cosa: ci guardano da vicino, ci toccano, ci parlano e magari vogliono qualcosa da noi e questo ci terrorizza. Io stavo così bene sul mio piedistallo ma sono stata costretta a scendere e purtroppo non ho potuto rifiutarmi…credetemi che se avessi potuto, ne avrei fatto volentieri a meno ma la mia amica aveva bisogno di me e io sono lì per questo, per fare e purtroppo anche essere tutto ciò di cui lei aveva bisogno: una compagna di viaggio. Avrei preferito rimanere l’amica fedele, quella che la porta a fare la spesa, attenderla mentre fa sport, e poi magari si va al bar, si chiacchiera e soprattutto ci si fa guardare.
Lei invece ha avuto la brillante idea di andare alla presentazione dei laboratori del teatro che ha conosciuto grazie a una certa Franca Tragni, un’attrice molto famosa nella nostra città. Ok, ok vi racconto tutto dall’inizio altrimenti facciamo solo confusione e non capite niente…
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