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TRES – Tra meridiani di magia e paralleli di realtà –

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Consegna prevista Novembre 2026
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Adesso, o ovunque. In un presente contaminato e senza coordinate, un uomo si nasconde in un bunker di fortuna per sfuggire al mondo e a se stesso. Con una vecchia radio Telefunken del ’49, riadattata al wi-fi, intercetta tre storie proibite: racconti feroci e visionari che si insinuano nella sua mente come segnali clandestini. Tra diavoli vudù, sciamani corrotti, bambini assetati di vendetta, vampiri e trafficanti di morte, il confine tra realtà e allucinazione si dissolve. Ogni trasmissione lo trascina più a fondo, costringendolo ad affrontare complotti occulti, violenze rituali e i propri fantasmi interiori. Un viaggio narrativo disturbante e magnetico, che attraversa folklore oscuro e ferite globali, dove magia e orrore si intrecciano senza redenzione facile. Ascoltare significa esporsi. Spegnere potrebbe non bastare. Buona lettura. O forse, buon ascolto.

Perché abbiamo scritto questo libro?

Abbiamo scritto questo libro per esplorare le zone d’ombra della realtà e dell’immaginario, dove paura, desiderio e trasformazione si intrecciano. Attraverso storie captate come segnali radio, abbiamo cercato di dare forma narrativa al caos contemporaneo, usando il simbolo e la visione come strumenti di indagine. È un tentativo di raccontare ciò che resta invisibile, disturbante o rimosso, trasformando l’ascolto in un atto di consapevolezza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE

Tuonava là fuori. Come ogni maledettissimo giorno da un anno a questa parte. Ogni giorno poteva essere l’ultimo. Aveva perso tutto? Di sicuro si era lasciato per strada qualcosa e probabilmente aveva perso molto. Ma c’era ancora. Lui, il suo corpo, la sua volontà. No, non aveva ancora perso tutto. Non sarebbe crollato a costo di aspettare per sempre. Avrebbe continuato a cercare. Tuonava ancora con più violenza. I rumori dell’esterno erano un segnale di minaccia, da tanto, troppo tempo. Ma era dall’interno che provenivano i rumori più fragorosi e angoscianti, quelli che avrebbero spaventato chiunque non avesse avuto la forza e lo spirito di opporvisi e tenerli a freno. Niente doveva entrare, niente doveva uscire. Solamente nell’involucro di sé, si può sperare di sopravvivere. Aveva eretto barriere di difesa davvero inespugnabili e una parte di sé si compiaceva alquanto dell’opera. Era diventato la fortezza di sé stesso, ma sapeva di avere ancora lacune e margini di miglioramento. Solo il pensiero, solo il pensiero non ha confini, né nemici né apocalissi. Solo il pensiero è libero, oltre le minacce esterne, oltre le nubi, in alto per vedere ciò che si cela negli angoli più remoti e donare le risposte a colui che cerca. I rumori e i tuoni stavano arrivando. Vicino, addosso… Non re- stava che ripararsi sotto il cuscino di quell’impolverato sofà, sul quale si era assopito con cedimento involontario e nella stessa maniera si era ridestato. Il Manuale di Sopravvivenza era aperto sul suo viso e restituiva una confortevole penombra ai suoi occhi stanchi. Provò a ricordarsi il punto che stava studiando prima che la stanchezza lo potesse sopraffare. Ecco, sì, erano le righe che recitavano così: “…L’ irrazionale non deve e non può essere estirpato. Gli dei non possono e non devono morire. Guai agli uomini che vogliono disinfettare razionalmente il cielo, Dio stesso è penetrato in loro perché non hanno riconosciuto l’esistenza della sua funzione. (…)”. Il febbrile interesse si riaccese. Sottolineò subito il passaggio, annotando alcune parole chiave sul muro già zeppo di scritte, talune sbiadite. Tornò subito a leggere uno di quei passaggi che ultimamente era per lui diventato familiare e preferito, di come il carattere collettivo degli archetipi e degli inconsci riuscisse a vivere anche al di fuori dell’individuo, nello sconfinato ed eterno mondo psichico, oltre lo spazio e oltre il tempo: “Il carattere collettivo degli archetipi si manifesta anche in coincidenze conformi al senso, come se l’archetipo (o l’inconscio collettivo) vivesse non solo nell’individuo stesso, ma anche fuori, cioè nel suo ambiente, o come se si trovasse quale inviante e ricevente nello stesso spazio psichico, e rispettivamente nello stesso tempo (in casi di precognizione). Poiché nel mondo psichico non c’è alcun corpo che si muova come nello spazio, non esiste neppure il tempo. Il mondo archetipico è «eterno», cioè al di fuori del tempo, ed è dovunque, poiché nelle condizioni psichiche, cioè archetipiche, non esiste alcuno spazio. Ove si impone un archetipo, possiamo tener conto dei fenomeni sincronistici, cioè di corrispondenze a causali, di fatti ordinantisi parallelamente al tempo.”

Una bomba. O meglio, un suono di campanello, riecheggiò nella stanza. Le impolverate tazze in ceramica rococò vibrarono come sonagli. Il suo personale meccanismo di autodifesa si era autonomamente e immediatamente attivato. Posato il Manuale con meticolosa cura sul bracciolo del sofà, si infilò in tutta fretta un pantalone a ricoprire le generose mutande e imbarcate due pantofole quadrettate si precipitò allo spioncino di ottone. La curiosità e la paura danzavano a braccetto nel suo cuore, ma la consapevolezza che quella porta speciale e il rituale di pulizia eseguito a dovere, potessero tenere lontana ogni minaccia, lo resero un po’ più tranquillo e pronto a guardare all’esterno. Un viso raggrinzito e ingiallito come una vecchia diapositiva prese forma ed emise qualche suono che neanche il suo orecchio di fine radioamatore riuscì a cogliere con nitidezza. Non senza una certa ritrosia e non prima di aver vestito la nuova mascherina e i guanti in lattice sterili, prese a girare le chiavi nella serratura fino a quando uno scatto metallico rivelò sembianze protoumane dell’anziana vicina. Un gesticolare affannoso di quest’ultima, accompagnato da sbarramenti oculari, spinsero il radioamatore a decidere che era giunta l’ora. Ogni giorno infatti, da mesi a questa parte, aveva desiderato sigillare le prese d’aria del suo monoblocco per evitare che la nube certamente carica di biossido di azoto e di virus letali lo ricoprisse con la sua velenifera tossicità. Fuori tutto era nocivo: anche se pareva esserne l’unico consapevole, questa era una monolitica verità. Ora, ancora una volta, lo avrebbe fatto. Liquidò la vicina con pigra e malcelata seccatura senza nemmeno ascoltarla e subito richiuse la porta, eseguendo il rituale salvifico di chiusura filtri. Per un istante, lo sconforto e la stanchezza connessi a un’isterica routine d’isolamento lo colsero. Non sapeva bene neanche lui perché si ostinava a non dare retta a quella vegliarda della porta accanto, che cercava ostinatamente un contatto. Sarebbe forse stato molto più semplice esporsi e lasciare aperte le bocchette per inalare a pieni polmoni l’aria, ma lui sapeva che un cocktail inquinante con regolare assiduità pervadeva l’esterno. Cestinò i presidi sanitari che rappresentavano il suo più personale scudo di Perseo, facendo per voltarsi e tornare a sprofondare nel sofà che ormai era il suo mausoleo. Dlen dleeeen! Dlen Dleeen! Le sue natiche si bloccarono a un centimetro dalla polverosa morbidezza della poltrona, come paralizzate da una scossa. Il radioamatore pensò tra sé e sé che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Troppi stimoli per una sola giornata lo stavano facendo sentire sotto attacco. Forse però, quest’ultima azione di disturbo del mondo esterno se l’era immaginata. Stette per qualche istante con le orecchie tese nel silenzio, per cogliere qualche avvisaglia di movimento esterno, ma nulla. Probabilmente la paura di essere invaso e contaminato gli stava giocando brutti scherzi. Tentò quindi di ributtarsi a riposo, lasciandosi stancamente scivolare verso il basso, quando un nuovo, violento attacco cadde a pioggia sulla sua esistenza.

Dlen dlen, dlend dlen, dlen dlen, dlen dleeeen, dleeeeeeen dleeeeeeeen… Era reale, frastornante e vero. Il campanello non la smetteva di suonare. Quella vecchia vicina era davvero ostinata, troppo ostinata. Doveva allontanarla in qualsiasi modo, e per giunta non aveva nessun “filtro” a proteggerlo. Mascherine. Guanti. Filtri. Oddio dove sono? Il persistente fragore del campanello non gli permetteva di ragionare. Devo coprirmi. Il virus. I batteri…l’aria è nociva. Devo salvarmi. Devo resistere. Perché non la smette? Come d’impeto corse allo spioncino, disperatamente spinto dal desiderio di urlare parole a caso e allontanare la vegliarda. Ma ciò che scrutò fuori dalla porta lo mise, se possibile, ancor di più in guardia. Non vi era vecchia alcuna, nessun vicino, nessuna figura umana potenzialmente nemica. Di fronte alla sua soglia, torreggiava solo la forma cubica e traslucida di un pacco, monolito carico di incognite e interrogativi. Non aveva ordinato nulla, e la spesa a domicilio la faceva arriva re solo una volta al mese. Stava di sicuro impazzendo, e questa era una visione. Chiuse gli occhi e li riaprì. Il pacco era ancora lì. E sul lato recava un marchio troppo intrigante per passare inosservato: Telefunken Domino 61. Si staccò dalla porta come qualcuno che si allontana di scatto da qualcosa di ustionante. Non poteva, non doveva. L’ esterno gli stava tendendo un tranello, ma lui non ci sarebbe cascato. Non si sarebbe fatto sedurre da questo demonio e dal rischio delle sue contaminazioni. Doveva sopravvivere. Per un collezionista radioamatore come lui, la fantasia di avere tra le mani una Domino 61 era inimmaginabile e infervorante quasi quanto lo era quella di passare un’intera notte con Kim Basinger per ogni maschio eterosessuale nato nel ventesimo secolo. Probabilmente, dopo anni, stava avendo anche un’erezione. L’aveva sognato sin dall’adolescenza quello splendido macchinario, da quando aveva iniziato a titillare i primi transistors nella cantina della casa di sua madre, iniziando a scandagliare per gioco l’etere con tipi diversi di apparecchi radio sia trovati nei vari mercati, sia autocostruiti. Li possedeva ancora tutti, disposti come pezzi da museo lungo i ripiani della sua vetusta libreria. Gli unici, fidati compagni della sua solitudine. Tra di loro, mancava proprio solo una Domino 61. Si voltò a guardarli, come per interrogarli sul da farsi. E nel mentre il suo sguardo incrociò un’annotazione tracciata in rosso sul muro, una delle più antiche da lui annotate: “Non vi è destino che si realizzi senza rotture. Non vi è catarsi che si compia senza sfida. Non vi è ruota che giri senza spinta. Ogni vero lungo viaggio inizia con un passo”. La curiosità e la paura, che gli stavano pompando adrenalina in corpo fin quasi a rendere folli i suoi sensi, fecero il resto. Con due sole mosse, prese un panno e se lo legò sul viso, infilò due guanti da neve e, aprendo di scatto la porta, trattenne il fiato e con gli occhi socchiusi per non venire accecato, in un baleno si scagliò sul pacco, abbrancandolo in pochi secondi e ributtandosi dentro. Sbam. Porta chiusa, scorri i chiavistelli, serra i chiavistelli. Apri i filtri. Chiudi le bocchette. Diamo fuoco a questo panno e questi guanti. Silenzio. Lasciò il pacco al centro della sala, nella penombra, e iniziò a girarvici attorno come fa un lupo con la sua preda. O meglio, come fa un animale con l’uomo, con un misto di sospetto, paura e curiosità.

Prese prima una bomboletta di ddt, poi uno spruzzino di ammoniaca, infine un intero flacone di igienizzante. Con queste armi poteva avvicinarsi. Riversò quattro potenti soffi di ddt attorno allo scatolone, quindi dopo una finta a destra attaccò i germi con quindici spruzzate di ammoniaca e, dalla sinistra, con violenti fiotti di igienizzante. A più riprese, su più lati, li avrebbe sfiancati, li avrebbe finiti. I suoi nemici non lo avrebbero tenuto lontano dal suo obiettivo, a questo punto. Dopo il quarto, tremendo attacco sanificatorio, infilò con cura dei leggeri guanti in lattice e , come un bimbo a Natale, aprì lo scatolone in un baleno, strappando brandelli di cartone prontamente inceneriti nella stufa come si strappa la lingerie di una donna all’apice del desiderio. Ed eccola, alla fine. Era davvero lì, davanti ai suoi occhi. Riposta nel tipico cofanetto color petrolio, la Telefunken Domino 61 del 1949 sonnecchiava in attesa che il suo sposo la risvegliasse. C’erano anche una serie di cavi e connettori appositamente predisposti per riadattarne le funzioni a una connettività wireless moderna. Tutto incellofanato e perfettamente sigillato così da mantenerne puro il contenuto. Il radioamatore non poteva credere ai propri occhi. Tutto il suo corpo era in preda a spasmi e tremori mai provati sinora. Gocce di bava gli cadevano dalle labbra, e non riusciva a fare nulla, in preda a un’estasi inimmaginabile. Lentamente tese una mano fino ad accarezzare il cofanetto, come prova della sua fisicità. Ed ecco, gli parve come se una scossa elettrica gli attraversasse braccio, corpo, cuore, spirito. La radio era pronta a comunicare con lui. Quindi, dopo un lungo istante di contemplazione, aprì il cofanetto color petrolio sul tavolino, sincerandosi che ogni collegamento wireless fosse attivo, e sorrise compiaciuto. Listening Time. Ritornò a sedersi, stavolta sulla ingiallita poltrona di velluto per evitare un qualsivoglia rischio di assopimento e si accomodò arrotolandosi i lunghi baffetti e stirandosi gli sparuticapelli ai lati della nuca, ancora più  elettrizzati del solito. Si mise così in ascolto della vecchia radio Telefunken Domino 61 del 1949, cercando di captare qualche segnale di vita materna che fu. Ma quello che usciva erano solo stralci di programmi d’epoca come: “Grrzzzhzgfaga…Benvenuti cari radioascoltatori al programma di intrattenimen…Bzz… Bzzzzzzz…” oppure, “Spzzz… Spppzzzz… L’abbiamo agganciato…” Commenti entusiastici tratti da lontane missioni di astronauti che condividevano uno spazio esiguo nello sconfinato spazio astrale. A un certo punto però intercettò una voce narrante, diversa da tutte quelle sentite sino a quel momento. La lingua del radioamatore si mosse rapidamente da una sponda all’altra della bocca, cercando invano di trattenere un principio di umida bavetta sgocciolante dal labbro inferiore. Che fosse la volta buona? Magari un messaggio criptato che potesse aiutarlo nella sua disperata ricerca? “Ffffffffhhhh… Bzzzz…Una storia di violenza e redenzione…Panamericana… Ffffffhhhh…”. Silenzio. La vecchia radio sembrava essersi ammutolita, proprio ora che sentiva di avere trovato qualcosa degno di essere ascoltato. Fruscio. Poi una calda voce narrante ruppe il silenzio e introdusse così: “Club de los dogos, ovvero una polverosa storia panamericana…” Le parole che fluivano, una in fila all’altra, andarono ad annodarsi in un inaspettato quanto misterioso racconto.

 

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Collettivo Bauman
Il Collettivo Bauman nasce la notte di Halloween del 2015 dall’incontro di tre percorsi differenti, maturati negli spazi meno visibili dell’Università Bicocca di Milano. Sociologi, creativi, scrittori per passione e amici prima di tutto, condividono l’interesse per l’osservazione delle dinamiche collettive e dei processi di trasformazione interiore. Dall’intreccio tra sociologia, pedagogia, psicologia sociale e suggestioni alchemiche prende forma un progetto narrativo che trasforma l’analisi sociale in storie, visioni e trame autonome. L’obiettivo non è descrivere la società, ma esplorarne le zone d’ombra attraverso uno sguardo socio-antropologico che utilizza miti, maschere e archetipi culturali per portare alla luce ciò che resta invisibile sotto la superficie. Il collettivo opera con uno sguardo critico attraversato da suggestioni di realismo magico.
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