Un adulto alle soglie dei cinquant’anni ripensa con malcelata nostalgia (ma anche tanta ironia) alla sua adolescenza, al primo anno di superiori, al primo amore, ma soprattutto alla storia (romantica ma ad un tempo sociale) dei suoi migliori amici: Elena e Matteo. Riflette su cosa significhi arrivare da una periferia della Torino di inizio anni ’90, si rende conto solo ora, da adulto, di essere passato attraverso una stagione di stigma sociale, ma rivive il tutto senza rancore, con una nostalgia ironica, proiettata verso un futuro nel quale vuole credere. Cosa significano, tra i 14 e i 15 anni, amore, amicizia, gioco, crescita, formazione, responsabilità e stigma?
Perché ho scritto questo libro?
Essere un nerd in periferia negli anni ’90 a Torino non è stato semplice, ma nemmeno impossibile. avevo questa storia dentro da anni, avevo bisogno di raccontarla.
ANTEPRIMA NON EDITATA
PROLOGO
Settembre è il mio mese preferito. Sulle colline della mia città le foglie decidono di accendersi, come in una sorta di foliage, anche se non siamo in Vermont, no. Le cose ricominciano. No, meglio: si risvegliano. Settembre è la primavera dei malinconici, una sorta di ver sacrum in cui però non viene fondata una città che un giorno dominerà il mondo, bensì un rituale in cui ci si illude di potersi rifondare, di poter uscire da quella che oggi chiamiamo comfort zone, e che mio nonno avrebbe liquidato con un più pratico: “non hai voglia di alzare il culo”. Ok, sto divagando. Ad ogni modo, è vero che ad ogni settembre mi sento addosso la voglia di ricominciare, di rinnovare l’amore per chi realmente conta come lei, di…
Se ci ripenso, tutto dev’essere cominciato in quel settembre. Settembre del 1991.
PARTE PRIMA
CAPITOLO 1
Nessun nuovo inizio poteva essere più iniziale di un primo settembre. Quello del 1991 fu il mio primo giorno di scuola superiore. So che oggi fa figo dire liceo ma, anche se io avrei voluto fare il Classico, il mio era un Istituto Tecnico Commerciale per Periti Aziendali e Corrispondenti in lingue estere. l’Istituto dove avrei frequentato, l’Aldo Moro di Torino, si trovava nello stesso quartiere dove abitavo, Barriera di Milano, periferia nord.
Girai l’angolo tra via Oxilia e via Rocco Scotellaro, walkman a tutto volume nelle orecchie, come sempre. La canzone che girava in quel momento parlava evidentemente di me
Sixteen, clumsy and shy
I went to London and I…
(Half a person – The Smiths)
A dirla tutta, io avevo quattordici anni e mezzo e non sedici ma il senso di quello che avrei voluto esprimere era quello. Dal momento che non mi era bastato essere un secchione, ero anche uno dei pochi alla mia età, tra quelli che conoscevo, ad ascoltare New Wave, Grunge e i prodromi di quello che sarebbe stato il Britpop. Avevo una vera fissazione per Londra e per la cultura Mod, nata da quando era morta mia madre e avevo iniziato a cercare un rifugio alternativo a quella periferia dov’ero nato e cresciuto.
L’edificio della mia nuova scuola si stagliava cupo e grigio come quel cielo già autunnale… Scusate, sto cedendo a velleità da scrittore. In realtà l’edificio era abbastanza nuovo per gli standard della scuola italiana e la giornata era ancora decisamente estiva. Riassumendo: una via di Barriera di Milano, periferia nord di Torino, una scuola superiore, un cortile piuttosto piccolo, folla di ragazzi e ragazze, odore di spiriti adolescenti.
Dopo un discorso, che a me parve noioso da morire, da parte della preside, fummo portati in una sorta di piccolo auditorium, dove fummo smistati con un interminabile appello.
Non ricordo perfettamente il rituale di questa divisione delle classi prime, né potrei ora riassumere tutte le sensazioni che si accavallavano nella mia testa. Non conoscevo nessuno, e questo mi intimidì ancora di più del solito. Finii nella sezione A. Ricordo ancora bene l’arrivo in aula, il banco scelto, io che mi guardo attorno. Io che sto davanti a me. Eh? Aspetta… Sì, sì… sono io… Occhiali, pettinatura pietosamente ordinaria, magro, abbastanza alto, maglietta di Dungeons & Dragons.
Ah, ok. Allora non sono io. No, io ho una maglietta grigia con una piccola testa di cavallo esattamente in centro.
Io e me ci guardiamo. Abbasso lo sguardo sulla sua maglietta, lo ri-guardo e sorrido, come a dire “sì, anch’io”.
Settembre è il mese dei risvegli, nel quale le cose ricominciano. No, il ragazzo con la maglietta di D&D non ero io. Ci presentammo e in pochi minuti diventammo amici, come solo a quell’età può succedere. Sentivo che Matteo, questo il nome di quell’inaspettato gemello, era speciale, anche se non sapevo quanto, né perché. E mentre la professoressa di italiano iniziava a presentarsi, accadde qualcosa. Qualcosa che mi spinge, 34 anni più tardi, a raccontarvi questa storia. Non è la mia storia. È una specie di Ver Sacrum, è la storia di Matteo e di ciò che stava per accadere.
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