Una Coppa, un sogno, un incubo, un desiderio. Una ossessione.
La storia della Juventus raccontata attraverso la sua eterna caccia al Sacro Graal della Coppa dei Campioni.
Un inseguimento lungo oltre novant’anni. Una storia che parte con le prime esperienze nella progenitrice del mitico trofeo dalle “grandi orecchie”, la vecchia Mitropa Cup, prosegue con la Coppa dei Campioni europea nel 1958 per poi giungere alla sua veste più moderna, la Uefa Champions League.
Imprese, campioni, avversari, battaglie, gioie, delusioni, un racconto tra l’epico e il drammatico, intrecciatosi diverse volte con la grande Storia, quella con la S maiuscola.
Le grandi vittorie, i record, i traguardi, gli scudetti, restano questa volta sullo sfondo lasciando il palcoscenico ad un viaggio decisamente più agrodolce, sicuramente non banale. Un viaggio in bilico tra gioie e dolori che ricorda come il calcio sia realmente una straordinaria metafora della vita.
Perché ho scritto questo libro?
La passione per la scrittura che ho avuto e coltivato fin da piccolo, la fascinazione per la storia, per il calcio e per la storia del calcio, il desiderio di raccontare qualcosa. Sono queste le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, unite al fatto di voler sfidare me stesso e provare a realizzare un’opera incentrata sulla Juventus che, sinceramente, finora non sono riuscito a trovare in libreria.
ANTEPRIMA NON EDITATA
TRA SOGNO E OSSESSIONE
“La Juventus rappresenta uno dei pochi, veri miti dello sport moderno.”
Puntuale e diretta, come una delle sue mirabili conclusioni verso la porta, questa frase di Michel Platini spiega più di ogni trattato di storia calcistica cosa sia la Juve: icona, simbolo, emblema. Non una semplice squadra, molto più di un semplice club, quasi impossibile da definire appieno.
“La Juventus è più di una semplice squadra, non so esattamente cosa sia. Ma sono felice di farne parte”. Forse in queste parole di Gaetano Scirea si può abbracciare, in parte, la reale dimensione juventina, una dimensione a metà strada con l’etereo, quasi come un sogno. Un bellissimo sogno per chi la ama, un incubo per chi la odia.
Gianni Agnelli ebbe a definire l’inseparabile compagna della sua vita come una leggenda. Una leggenda sorta in un liceo di Torino (il Massimo D’Azeglio), e affermatasi in tutto il mondo con un marchio, una storia e dei colori riconosciuti ad ogni latitudine. Una leggenda sorta per mano di un gruppo di ragazzini che condensarono per bocca del più grande della truppa, Enrico Canfari, il manifesto dell’essenza bianconera: “L’anima juventina è un complesso modo di sentire, un impasto di sentimenti, di educazione, di bohémien, di allegria e di affetto, di fede alla nostra volontà di esistere e continuamente migliorare.”
La Juventus è uno dei sodalizi calcistici più antichi d’Europa, tra le big italiane è la più antica, seconda solo al Genoa. È la squadra più tifata in patria con oltre dieci milioni di tifosi e altri due milioni di simpatizzanti. È il club italiano più tifato all’estero nonché uno dei primi cinque più famosi del globo, non esiste continente dove non sorga uno Juventus club. Giusto per rendere l’idea, alcuni anni fa addirittura in uno sperduto avamposto civile nel deserto dell’Arizona, venne trovato un murales raffigurante un enorme vecchio stemma juventino.
La Juventus è un caso più unico che raro di “squadra-rappresentativa”, tifata, di fatto, come una nazionale vera e propria. All’estero non si registrano casi similari, non con queste dimensioni perlomeno. La squadra bianconera, infatti, pur essendo sorta nel capoluogo piemontese non si è mai unicamente identificata con il comune di nascita, sfuggendo, dunque, a quelle logiche di campanile che alimentano gli appassionati sparsi per la Penisola. Il nome stesso rimanda non ad un luogo fisico, come avviene per la stragrande maggioranza dei club italiani ed esteri, ma ad un ideale, ad un mito, quello dell’eterna giovinezza. Il mito dell’eterna giovinezza incarnato in una squadra di calcio. “Nella Juventus non si invecchia mai”, così dicevano i pionieri juventini mentre scendevano in campo in piena Belle Epòque con la loro prima casacca dal colore rosa (bianconera lo sarebbe diventata solo attorno al 1903). Il rosa, si sa, è il colore che tinge i sogni e le speranze della gioventù: un segno del destino. D’altronde anche uno degli autori latini più apprezzati dai ragazzi del D’Azeglio, Virgilio, nell’ottavo canto dell’Eneide scriveva: “Delecta iuventus flos veterum, virtusque virum” (diletta gioventù, fiore e forza degli antichi eroi).
Tra i tanti record che il club bianconero vanta, quello a renderlo pressoché unico nel panorama calcistico mondiale è il legame con la famiglia Agnelli. Da oltre cento anni i destini della Vecchia Signora sono legati a quelli della Dinastia più celebre e illustre d’Italia. In nessun’altra disciplina sportiva di squadra a livello globale si è mai registrato un legame così lungo tra una famiglia-gruppo imprenditoriale ed un club.
La Juve è per distacco la più vincente squadra del Paese, con 62 titoli nazionali vinti (inclusi i due scudetti di Calciopoli) e 11 titoli internazionali per un totale di 73 complessivi. A livello globale soltanto Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco tra i club dei “top cinque campionati” hanno vinto di più, rispettivamente con 105, 100 e 79 titoli totali (dati aggiornati al dicembre 2025).
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Nel 2000 una classifica stilata dalla FIFA ha posto Madama al settimo posto tra i club più vincenti del mondo (prima tra le italiane), mentre il prestigioso Istituto di storia e statistica del calcio ha collocato la Juventus nel 2009 al secondo posto tra le migliori squadre del ventesimo secolo, dietro soltanto al Real Madrid, prima tra le italiane.
La Fidanzata d’Italia (soprannome non casuale) vanta una batteria di record e primati semplicemente inimitabile: è stata la prima squadra ad essersi fregiata della stella d’oro del Coni (1958), riconoscimento che si assegna ogni dieci scudetti vinti, la prima ed unica ad averne conquistate una seconda ed una terza, oltre ad essere la primatista assoluta nelle altre due competizioni nazionali vale a dire la Coppa Italia e la Supercoppa italiana.
Tra le squadre del mondo è quella ad aver maggiormente contribuito ai successi della nazionale del Paese d’appartenenza con ben 152 calciatori prestati contro i 119 dell’Inter e i 111 del Milan (dati aggiornati al novembre 2024). Sulla maggior parte delle vittorie della nazionale italiana è impresso a fuoco il marchio bianconero, grazie al determinante contributo dei calciatori juventini, che ha portato in dote al nostro movimento calcistico ben tre titoli mondiali su quattro, oltre a due titoli europei. Sono 22 in totale i calciatori bianconeri campioni del mondo. 9 juventini su 11 titolari erano i componenti della più bella nazionale di sempre (a detta della critica), ovvero quella del mondiale del 1978, concluso con un brillante, quanto sfortunato, quarto posto. E nel mondiale americano del 1994, nonostante il ridotto numero di bianconeri presenti in quella edizione, senza il decisivo apporto dell’allora capitano della Juventus (nonché Pallone d’Oro in carica), Roberto Baggio, difficilmente la nazionale sarebbe riuscita a raggiungere la finale mondiale.
Sul fronte estero la Juventus, contrariamente a quanto sostiene la vulgata di chi non ha in simpatia (eufemismo) i colori bianconeri, vanta record e conquiste di livello assoluto. La Juve è stata la prima squadra europea e mondiale ad essersi fregiata di ogni titolo della confederazione d’appartenenza, nel nostro caso l’Uefa. Nel 1977 venne inaugurata la serie con la conquista della Coppa Uefa, nel 1984 ecco la Coppa delle Coppe e nel 1985 la Coppa dei Campioni, assieme alla Supercoppa europea. In sede è custodita gelosamente una preziosa targa consegnata nel 1988 dall’Uefa alla società per celebrare siffatto record. Un onore che nessun altro club può vantare. Con la conquista della Coppa Intercontinentale la Juventus divenne la prima squadra al mondo a fregiarsi di tutti i titoli internazionali conquistabili.
La conquista della piccola coppa Intertoto, nel 1999, ha reso la bacheca internazionale di Madama pressoché unica, poiché è la sola ad esibire ogni titolo possibile (escludendo la da poco nata Uefa Conference League). Un record questo insuperabile.
Con 11 titoli internazionali conquistati (12 contando anche la scomparsa Coppa delle Alpi) la Juventus è la seconda squadra italiana dietro al Milan (avanti con 18), ed una delle prime cinque del Continente, per numero di trofei extra nazionali vinti. La top 5 vede, infatti, al primo posto il Real con 33 titoli, il Barcellona al secondo con 22, il Milan al terzo con 18, Bayern e Liverpool appaiati al quarto con 14 titoli a testa e la Juventus quinta con 11 (dati aggiornati al settembre 2025).
La Zebra è, inoltre, il club italiano con il maggior numero di presenze nelle coppe europee, quello con il maggior numero di vittorie, miglior differenza reti, miglior percentuale di vittorie e maggior numero di punti conquistati (quarto miglior risultato continentale).
Sono 62 le stagioni disputate nelle competizioni europee dal club bianconero (record italiano). Di queste ben 28 sono state disputate consecutivamente (altro record nazionale). Per ben sette volte la Juventus ha occupato la prima posizione del ranking Uefa dalla sua istituzione nel 1979, detenendo il primato italiano, ed il secondo posto europeo, ex aequo con il Barcellona, dietro al solo Real Madrid.
Vincente, gloriosa, amata, odiata, mai banale, impossibile mostrarle indifferenza. Un vero e proprio mito.
Eppure anche i miti hanno le loro debolezze, i loro punti deboli. Perfino Achille, il più grande eroe della mitologia greca, il simbolo per eccellenza dell’invincibilità, aveva il suo tallone. Quel tallone per la Vecchia Signora si chiama Coppa dei Campioni, o Champions League che dir si voglia.
Una sorta di maledizione sembra aleggiare sulla più gloriosa squadra italiana ogni qual volta mette piede sul palcoscenico della principale manifestazione calcistica europea. Un sortilegio, praticamente, da sempre esistente.
Qualche sinistra avvisaglia si era già potuta registrare negli anni ’30 del novecento in Mitropa Cup, da molti considerata la progenitrice della Coppa dei Campioni, ma niente e nessuno avrebbe mai potuto immaginare l’infinita teoria di episodi, casualità, sfighe, beffe che si sarebbero scatenate (e che continuano a scatenarsi) in quasi ogni avventura di Madama nella “Coppa dalle grandi orecchie” (felice definizione coniata da Pavel Nedved e divenuta rapidamente di uso comune).
D’altronde basta guardarsi indietro per rendersene conto. Il credito che la Juventus vanta nei confronti della sorte in questa manifestazione è enorme. Tolti gli esordi, dove la “Goeba” (nomignolo affettuoso con il quale i vecchi tifosi piemontesi appellano la regina degli scudetti) non aveva colpevolmente compreso la reale portata della Coppa (contrariamente a quanto fatto dal Real all’estero e dalle milanesi in Italia), il restante pezzo di storia juventina è stato un continuo percorso irto di ostacoli posti dal Fato che, quasi sempre, si è divertito a frapporsi sul cammino verso l’alloro, trasformando la Coppa in una sorta di inarrivabile Sacro Graal.
Nove finali disputate, di queste ben sette perse e, delle due vinte, soltanto una ricordata con gioia e soddisfazione. La vittoria dell’Heysel, purtroppo, rimane racchiusa nella sua implacabile drammaticità.
Eppure, nonostante tutto, il fascino dell’avventura juventina nella Coppa dei Campioni continua a rimanere immutato in tutto il suo alone di mistero e magia. Una avvincente storia di sport, sovente intrecciatasi con la grande storia, quella con la s maiuscola, sempre in perenne oscillazione tra la gloria e la disfatta, molte volte in grado di sconfinare nel thriller, talvolta con veri e propri elementi vicini al paranormale. E malgrado la rabbia e la frustrazione siano state molte volte decisamente maggiori rispetto alle soddisfazioni, il tifoso juventino continua imperterrito ogni stagione a stare lì al suo posto, sia esso lo stadio o il divano davanti alla tv, a seguire le imprese della sua squadra nella manifestazione regina, pronto a farsi correre un brivido lungo la schiena ogni qual volta risuonano le note dell’inno di Tony Britten, forte della fede nel fatto che ogni sortilegio, presto o tardi, ha la sua fine.
Questo libro, dunque, non è per piangersi addosso. Scopo di questo libro è tentare di esorcizzare la maledizione, ripercorrendo le imprese che ci hanno fatto sognare, che ci hanno fatto sobbalzare dal divano, urlare a squarciagola lanciandoci in uno stato di grazia, ma anche di rievocare le pagine più tristi cercando di capire cosa non ha funzionato, perché le cose siano andate male quando il sogno era ormai lì, ad un passo.
Questo libro è per noi che, ancora oggi, ricordiamo con commozione 39 angeli volati in cielo senza un motivo e che volevano solo vedere i loro eroi sollevare quel trofeo così bello. Per noi, che ci esaltiamo nel vedere la carica di Vialli in quella mitica notte romana del 1996. Per noi, che restiamo ancora ammaliati nel vedere il tiro “alla Del Piero” illuminare i più importanti stadi d’Europa. Per noi che, proviamo orgoglio ripensando alle notti vissute al Bernabeu, al Camp Nou, all’Old Trafford o al Villa Park. Per noi che non vogliamo saperne di abbandonare la nostra magnifica ossessione. Per noi che contro tutto e tutti continuiamo e continueremo a crederci. Sempre. Fino alla fine.
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