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Storie di polvere e di luce: Racconti dal cuore dell’Afghanistan

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Consegna prevista Novembre 2026
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Racconti di Jasmine Bompani e poesie di Rohullah Taqavi

Dodici racconti che esplorano il cuore dell’Afghanistan, tra polvere, luce e memorie sospese. Storie di bambini e adulti, animali e oggetti che custodiscono ricordi, desideri e segreti. Ci sono bambini che dormono sugli alberi, amori che non hanno nome, ponti che collegano mondi lontani e mercati sospesi nel tempo. Tra scuole invisibili, biblioteche sotto le stelle e orologi fermi, i racconti rivelano piccoli miracoli quotidiani e momenti straordinari, come le 72 ore in cui l’Afghanistan rimase senza internet. L’ultima storia, intensa e delicata, racconta l’incontro e l’innamoramento con il marito dell’autrice, chiudendo il libro con una nota di luce, speranza e umanità che resiste anche nei luoghi più difficili e remoti. Alla fine di ogni racconto é presente una poesia scritta dal marito dell’autrice che ne riprende l’argomento.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare voce all’Afghanistan che porto nel cuore, intrecciando memorie, incontri e culture diverse. Sposata con un marito afghano, ho voluto raccontare vite spesso invisibili, storie di persone comuni, i piccoli gesti e desideri che illuminano la quotidianità. Senza parlare di guerra, attraverso queste pagine emergono umanità, speranza, resistenza e la bellezza che si nasconde anche nei luoghi più lontani e nei momenti più ordinari della vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

In Afghanistan anche l’amore deve imparare a nascondersi, ma continua a battere lo stesso. Non si mostra. Non alza la voce. Non chiede di essere visto. Vive nei gesti che non si compiono, negli sguardi che durano un secondo di troppo, nelle strade percorse ogni giorno con la speranza di incrociare una presenza e la paura di farlo davvero.

Qui l’amore non nasce nei baci, ma nell’abitudine. Nel riconoscersi senza chiamarsi.
Nel sapere che qualcuno esiste nello stesso punto del mondo, alla stessa ora, anche quando non è concesso fermarsi. Cresce piano, come la polvere che si deposita sulle case di fango, come il silenzio che entra nelle ossa.
Non ha un nome, perché dargli un nome sarebbe già una colpa.
Non ha promesse, perché il futuro appartiene sempre a qualcun altro.

Eppure resiste. Si fa spazio tra le regole, tra i muri, tra le decisioni prese lontano dai cuori. Resiste negli anni che passano, nelle vite che vengono deviate, nelle strade che non si incontrano più.

Questo è il racconto di un amore che non ha mai chiesto di essere vissuto. Solo riconosciuto. E proprio per questo, non ha mai smesso di esistere.

Qala-e Safid non compariva sulle mappe grandi. Era un villaggio dell’Afghanistan centrale, nella provincia di Ghazni, appoggiato alla terra come se chiedesse il permesso di restare. Una quarantina di case di fango, tutte basse, tutte uguali, raccolte attorno a una strada polverosa che non portava davvero da nessuna parte.

La polvere era ovunque: sulle porte, nei polmoni, nei giorni che si assomigliavano. Anche i silenzi avevano il colore della terra.

Laila aveva sei anni, minuta e silenziosa, con occhi che sembravano registrare ogni dettaglio del mondo senza mai giudicarlo. Viveva in una piccola casa di fango insieme alla madre stanca e silenziosa, al padre spesso assente e a due fratellini più piccoli che richiedevano cure continue. La loro famiglia non era poverissima come altre nel villaggio, ma viveva con fatica, stringendo ogni risorsa e imparando a fare affidamento soprattutto su sé stessi. Amava osservare le nuvole e raccogliere piccoli fiori secchi, come se fossero tesori invisibili. Parlava poco, ma sentiva molto, percependo le emozioni altrui prima ancora che venissero espresse. Sotto la sua delicatezza si nascondeva una forza segreta: aveva imparato presto a nascondere i propri desideri, per non creare problemi, e a essere presente per chi ne aveva bisogno.

Yusuf aveva otto anni, con lo sguardo serio e attento di chi sente il peso delle responsabilità fin da piccolo. Viveva in una casa simile, ma con più fratelli maggiori che spesso lo prendevano in giro, un padre severo e una madre calma ma sottomessa, sempre intenta a proteggere i figli. La sua famiglia era povera e la vita richiedeva disciplina e attenzione a ogni passo: ogni giorno era fatto di piccoli compiti e doveri e Yusuf aveva imparato presto a farne carico. Era riflessivo e protettivo, capace di gesti di cura senza parole. Amava osservare il cielo al tramonto e immaginare cosa ci fosse oltre le montagne, e curava i suoi vestiti e le poche cose della sua famiglia come fossero preziose.

Laila e Yusuf vivevano a poche porte di distanza. Non giocavano insieme. Non si cercavano. Eppure si incontravano ogni giorno. Al pozzo.

Laila arrivava trascinando il secchio, troppo pesante per le sue braccia sottili. Yusuf era spesso già lì, serio, con le mani sporche e lo sguardo concentrato. Non si salutavano. Non c’era nulla da dire. Si stavano accanto senza toccarsi, come se lo spazio tra loro fosse già una regola imparata.

Un giorno, mentre Laila camminava verso il pozzo, notò un piccolo fiore giallo spuntare tra le crepe della polvere. Era fragile, piegato dal vento e dalla polvere del villaggio, ma lei lo raccolse con cura. Lo avvolse nel fazzoletto che portava sempre con sé, come se stesse custodendo un segreto prezioso.

Mentre Laila riempiva il secchio al pozzo, inciampò su una pietra nascosta nella polvere. Il secchio cadde, rotolando, e l’acqua si sparse sul terreno arido.

Yusuf fu lì in un attimo. Non disse una parola. Con delicatezza, spinse il secchio verso di lei e si assicurò che non si rompesse. Laila lo guardò, sorpresa, ma non disse nulla.
Sentì solo qualcosa scaldarsi dentro, un battito che non aveva nome. E capì, senza comprendere, che lui c’era sempre quando serviva.

Per un istante dimenticò il fiore nel fazzoletto, ma poi lo sentì premuto tra le mani. Era come se il piccolo gesto silenzioso di Yusuf avesse accarezzato anche quel fiore, proteggendolo come lui aveva protetto lei.

Per Laila, il fiore divenne più di un semplice fiore: era un simbolo di attenzione, di cura, di presenza silenziosa. Il piccolo dono nascosto tra le dita del fazzoletto custodiva già tutta la delicatezza di quell’amore che ancora non sapeva di essere.

Sulla strada del ritorno camminavano alla stessa distanza, lo stesso passo. Laila non si voltava, ma sapeva. Yusuf non accelerava, ma aspettava.

Non era ancora qualcosa che facesse male. Non era nemmeno qualcosa che facesse bene. Era solo presenza. L’amore, allora, non aveva forma. Non aveva voce. Non sapeva ancora di essere nato.

Laila aveva dieci anni quando cominciò a sentire il peso dei confini. Le strade polverose di Qala-e Safid non cambiavano, ma lei sì. Ogni passo sembrava più sorvegliato, ogni gesto più osservato. La libertà che aveva conosciuto da bambina si restringeva giorno dopo giorno.

Yusuf, dodicenne ormai, non era più solo il vicino di casa serio e protettivo. Il suo sguardo, che un tempo era semplice curiosità, ora portava con sé un’intensità nuova, un rispetto misto a timore: sapeva che bastava uno sguardo troppo lungo per creare problemi.

Ogni incontro tra loro divenne una scelta. Si cercavano con gli occhi, ma mai troppo a lungo. Si sfioravano solo nella distanza dei passi, senza mai parlare dei sentimenti che già provavano. Non c’erano promesse, non c’erano parole; c’era solo riconoscimento.

Il pozzo rimaneva il loro punto sicuro. Lì, tra il rumore dell’acqua e il vento che portava polvere tra le case, si scambiavano gesti piccoli: uno sguardo, un sorriso trattenuto, la mano che sfiorava il bordo di un secchio, un piccolo dono nascosto tra le dita. Era amore, ma invisibile, come un segreto custodito tra le mura del villaggio. Non poteva urlarlo al mondo. Non poteva trasformarlo in parola. Eppure esisteva, solido e silenzioso, pronto a resistere a tutto, anche a ciò che stava per cambiare le loro vite.

Il villaggio non era cambiato. Le case di fango continuavano a piegarsi sotto il sole, le strade polverose erano sempre le stesse, e il pozzo restava immobile, testimone silenzioso dei loro giochi d’infanzia.
Ma per Laila e Yusuf, nulla era più come prima.

Laila aveva quattordici anni. La sua voce era più chiara, i passi più decisi, e i suoi occhi conservavano la memoria di tutti i gesti di Yusuf, ogni volta che l’aveva aiutata senza parole, ogni volta che l’aveva fatta sentire vista. Ma ora quei ricordi erano come spine nel cuore: ogni giorno la realtà diventava più opprimente.

Yusuf aveva sedici anni, e la sua statura era aumentata, così come la serietà nel suo sguardo. Anche lui ricordava tutto: il secchio caduto al pozzo, il fiore secco che Laila aveva nascosto nel fazzoletto, ogni passo lungo la strada che avevano fatto insieme senza parlare. Ora, tuttavia, quegli sguardi innocenti erano diventati pericolosi. Bastava un attimo per far scatenare dicerie, sguardi degli adulti, decisioni che non potevano essere fermate.

Fu in primavera, quando l’aria era già calda e polverosa, che le decisioni furono prese. Non dai ragazzi, non dai loro cuori, ma dagli adulti, dalle famiglie che decidevano per loro, ignorando i silenzi e le presenze che avevano cresciuto insieme.

Yusuf sarebbe stato promesso a un’altra. Una ragazza di un villaggio vicino, scelta per rafforzare legami familiari, per sicurezza, per convenzione. Non c’era posto per il desiderio, né per la voce del cuore. Lui lo accettò con lo stesso silenzio con cui aveva sempre osservato il mondo: fisso, serio, impotente.

Laila invece fu data in sposa lontano. La casa che aveva conosciuto, le strade, il pozzo, le risate dei bambini che conosceva, tutto rimaneva alle spalle. Avrebbe viaggiato per ore, attraversando colline e valli, fino a un villaggio che non conosceva, tra persone che non parlavano la sua lingua come la sua anima.

Il giorno in cui le separazioni dovevano compiersi, il villaggio sembrava trattenere il respiro. Nessuno parlava del dolore dei ragazzi. Nessuno li guardava negli occhi. Tutto era rituale, necessario, freddo.

Yusuf la vide camminare verso la carriola che la portava fuori dal villaggio. Ogni passo era un addio senza parole. Le mani non si sfiorarono; era troppo pericoloso. Le bocche rimasero chiuse, mentre i loro cuori urlavano l’unico saluto che avrebbero potuto dare: lo sguardo.

Laila sentiva il battito accelerato, la gola secca, il petto stretto. Non riusciva a parlare, non riusciva a chiedere di restare, e Yusuf non avrebbe potuto fermarla nemmeno volendo. Le lacrime scorrevano silenziose, e il vento portava via anche quei segreti.

Per la strada polverosa, nessuna parola, nessun addio. Solo occhi che si riconoscevano ancora, pieni di ricordi e promesse non dette. Eppure, anche così, anche senza tocco né voce, l’amore resisteva.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Jasmine Stelia Bompani
Affascinata dalle lingue e dalle culture del mondo, Jasmine Stelia Bompani, 42 anni, ha studiato Lingue e Civiltà Orientali presso l'Università Ca’ Foscari di Venezia e ha conseguito un master in International Cooperation, Finance and Development presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma. Parla italiano, inglese, francese, cinese e persiano, e ha vissuto due anni in Cina tra studio e lavoro. Attualmente lavora come impiegata commerciale in provincia di Cremona. Sposata con un marito afghano e mamma di due bambini, ama viaggiare e scoprire culture lontane, traendo ispirazione dalle storie che uniscono mondi diversi e arricchiscono la vita.
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