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Amore, lascia le scarpe sullo zerbino

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Consegna prevista Novembre 2026

Il ricordo, che può dare gioia come profondo dolore sarà l’incipit che spingerà i due protagonisti della storia a rivivere, attraverso la scrittura, tutte le fasi della loro sofferenza dando vita a un racconto proiettato in un drammatico futuro distopico. Un cuoco, del quale non viene mai detto il nome, e un regista, Gabriele, ridotto da un ictus al silenzio su una sedia a rotelle. Il cuoco inizia a frequentare il piccolo attico dell’artista dove sua moglie Carlotta gli apre il mondo dei ricordi che Gabriele aveva riportato in una serie di appunti e pagine diaristiche. Qui la storia sterza di colpo. L’Italia è sconvolta da sanguinosi attentati e mentre il cuoco si trova nel suo ristorante, di cui prepara la cessione, viene bloccato da un giovane siriano, Abdel, che lo costringerà a nasconderlo. Qui i piani narrativi si mescolano dando vita a un vero e proprio giallo che oscilla fra l’amore tra Abdel e il cuoco, e la triste realtà dei tanti personaggi che popolano l’attico dell’artista.

Perché ho scritto questo libro?

Alla soglia dei sessanta anni, in seguito alla cocente sensazione della perdita, ho trovato nella gabbia dorata della scrittura un mondo riflessivo che non avevo ancora esplorato. Scrivere è disciplina, impegno quotidiano ma, quello che più amo è la sua solidità, che mi spinge a continuare a raccontare il mio privato che mi auguro mi sopravviva e possa essere condiviso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

QUINTO EPISODIO

Seduto al bancone ruotavo, in modo maniacale e compulsivo, la seduta girevole dello sgabello. Un destra-sinistra che ritmava il battito del mio cuore impazzito dal dolore e, allo stesso tempo, da un incomprensibile senso di liberazione. Mi sentivo cinico, come potevo concentrarmi sui miei problemi dopo aver attraversato la mia città lacerata e ancora fumante. Ma non potevo farne a meno. Lui aveva chiesto il mio aiuto e io correvo, ogni altro problema svaniva davanti alle sue richieste.

Il canto di Adele, in sottofondo, accompagnava il mio sguardo che, come in una ripresa cinematografica, carrellava da sinistra a destra soffermandosi su quei particolari che, in quel momento, mi sembravano così lontani, sconosciuti all’uomo che stavo per diventare. Ma ero calmo. Quella stessa calma che avevo avuto nell’ascoltarlo, quando al telefono mi aveva sussurrato, con tono intimorito ma fermo, che, dopo tutto quello che era successo non riusciva più a sentirsi sicuro nel nostro Paese e che per lui si avvicinava il momento di scegliere: o l’Italia o la Francia. Aveva scelto: la Francia.

Sapevo che, non avendo ancora trovato un acquirente per La Mala Salute e liquidando la sua parte della nostra attività, mi sarei indebitato ulteriormente. Ma liberarlo significava liberare me stesso. Decisi, allora, di mentire. Lo avevo fatto per tanti anni nascondendo quello che realmente provavo, dunque, potevo farlo anche per un’ultima volta. Dopotutto, è una pratica così comune quando si sceglie di essere adulti, pensavo tentando di giustificarmi, mentre sorseggiavo un caffè americano. Mentire, mi ripetevo, giorno dopo giorno, indurisce la nostra corazza, ci rende estranei anche a noi stessi, ma ci aiuta a superare il dolore, a continuare a sorridere al mondo, mentre in realtà, vorremmo solo sparire; annodare il nostro stomaco e restare in un angolo, soli, in silenzio, avvolti nell’unico indumento rubato da una delle valigie fatte in fretta e furia, intriso del suo profumo, dell’odore della sua giovane pelle.

Tenendo stretta fra le mani la grande tazza fumante, ridevo di me stesso, di quanto l’amore possa renderci vittime di un logoro ingranaggio che, per quanto oliamo con le nostre illusioni, non fa altro che incepparsi e non funzionare. Proprio come si era incagliata l’esistenza dei miei amici di via Olanda. Quanti fra loro erano consapevoli della recita che da mesi stavano allestendo, quanti fra loro il dolore aveva reso ciechi e, piuttosto che annegare nella sofferenza, nel vuoto dell’assenza, avevano scelto di rifugiarsi nella menzogna.

“A volte, mentire, è l’unica strada praticabile!” mi disse quella piccola donna, fasciata nei suoi abiti neri, con la quale avevo scambiato in quella terrazza solo qualche frase ma molti sguardi, “Mentire, a volte, ci aiuta a stare meglio,” continuò senza rivolgermi mai lo sguardo. Poi, con le mani larghe poggiate sulla balaustra della terrazza, concluse: “Forse non avrei dovuto dire a Gabriele che noi eravamo stati fortunati, che noi almeno avevamo conosciuto l’amore della nostra vita”. 

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E così, quella donna inscurita dal dolore, quasi claudicante sia per la sua evidente scoliosi sia per il peso dei suoi rimorsi, tornando a fissare il mare mentre il sole era ormai quasi sparito dietro la linea dell’orizzonte, pronunciò, ricordando anche a sé stessa, quelle parole svuotate che l’avevano aiutata a sentirsi sicura nella gabbia che, pur aperta, l’aveva imprigionata:

“Fai come me: coccolati il suo ricordo. In fondo, tu sei più fortunato. Tu puoi lavorare su te stesso e, un giorno, combattere per riconquistarlo, io no. Non ho potuto dirgli neppure addio.” Poi serrando le sue lunghissime ciglia nere e aggrottando la fronte, con un filo di voce, disse: “Come ho fatto a dirgli una simile crudeltà.” E concluse guardandomi negli occhi con tutta la durezza che poteva esprimere: “Se quella sera avessi mentito. Oggi, forse, starei un po’ meglio. Ma in fondo questa è la vita.” Fece un profondo respiro, mi prese sottobraccio e appoggiandosi mi accompagnò, con amore, verso la pedana, verso il cugino che, cullato dalla sua musica, fissava il vuoto dei suoi rimpianti in quel posto orrendo dove tutto poteva accadere e dove tutto, poi, accadde.

     “Ciao… Ciao!” ripeteva una voce in lontananza, rimbombando nei miei pensieri che galleggiavano nel ricordo delle parole di quella donna. Tentare di codificarle era come leggere un romanzo giallo che ci tiene continuamente in tensione e solo quando crediamo di avere in mano la soluzione, ecco che cambia direzione riportandoci al punto di partenza. Cosa mi sfuggiva nel suo racconto? Fu allora che una mano si poggiò sulla mia spalla, bloccando il mio nevrotico destra-sinistra e voltandomi verso di sé, fissò, per un imbarazzato istante, i suoi occhi nei miei e con un bellissimo sorriso mi disse:

“Tutto bene?”

Scesi dallo sgabello e lo strinsi a me. Con grande meraviglia quella che pensavo sarebbe stata una piacevole sensazione si tramutò, poi, in fastidio, estraneità.  Le lacrime calde che si erano preparate a uscire per percorrere le mie profonde rughe, rimasero indifferenti. Ci stavo riuscendo. Mi allontanai, nascondendo la mia rigidità, e mentre mi dirigevo dietro il bancone, da buon padrone di casa gli domandai se voleva una bevanda o anche lui un americano. Lo amavo ancora, forse, e avrei voluto, certamente, rimanere avviluppato in quell’abbraccio, rinchiudermi in quel sottile piacere masochistico che mi dava ancora tanta tranquillità, ma dovevo fare un ulteriore passo avanti, chiudere quel luogo ed emanciparmi definitivamente da lui e come un cane che picchiato dal padrone, sentendosi messo all’angolo con tutto il suo amore mostra i denti così io, cercai il migliore dei miei sorrisi e mi accinsi ad ascoltarlo.

“No, grazie. Sono nervosissimo e molto scosso,” mi rispose in evidente imbarazzo. “Non riesco ancora ad accettare, a credere a tutto quello che è successo. Ho impiegato un’eternità a raggiungere il centro. Posti di blocco ovunque! L’esercito ha riempito le strade con i mezzi blindati.” Poi fece una pausa e voltando lo sguardo iniziò a passeggiare all’interno del nostro ristorante. Mi sembrò come se volesse fissare per l’ultima volta tutto quello che rappresentava la sintesi della nostra vita. Ero come ipnotizzato da quel macabro gioco, ogni cosa che il mio sguardo incontrava inseguendo il suo non mi sembrava più mia. Non appartenevo più a quella vita, in un modo a me incomprensibile, ne ero già estraneo e questo mi rendeva orgoglioso. “Mentre camminavo per arrivare qui,” riprendendo il filo del suo discorso come se quello che stava per dirmi non mi riguardasse, “mi ha telefonato Hugo e mi ha raccontato come i mass media francesi non parlino solo della ferocia degli attacchi dell’ISIS, ma anche del presunto colpo di Stato a opera delle destre rese scaltre dalla furia degli attentati. Le leggi speciali, il coprifuoco, mi fanno sentire soffocare, la gente è impaurita, ognuno guarda l’altro con sospetto. Qualunque uomo o donna di origine araba o semplicemente di carnagione più scura è costretto a subire gli insulti e la diffidenza di tutti.” Poi, guardandomi finalmente dritto negli occhi, aggiunse: “E non è solo razzismo, credimi. La paura, il senso di impotenza ha invaso tutti anche persone come me. Tu sei stato fortunato a esserti trasferito a Torvaianica, non hai vissuto la macelleria umana, la follia di quei giorni. Sono passate tre settimane ma non si riesce a tornare alla normalità e, forse, non ci si tornerà più.” Togliendo i suoi occhi dai miei, consapevole della menzogna che stava per rifilarmi, prese in mano un vaso di antiquariato sull’acquisto del quale, all’epoca, avevamo tanto discusso, se lo rigirò fra le mani, osservandolo come se fosse la prima volta, e concluse: “Credo di amare Hugo. Voglio iniziare una nuova vita con lui. Tu sei stato il grande amore della mia vita ma non ha funzionato. Mi hai costretto, in buona fede, a entrare nelle tue ambizioni, nei tuoi progetti, nella magia, nella filosofia della tua cucina che raccontavi nella follia dei tuoi libri, abbiamo fatto viaggi incredibili, abbiamo avuto momenti di sesso indimenticabili ma io sono altro e lontano da te l’ho capito.”

Più parlava, più faceva allusioni nascoste fra le pieghe di comode menzogne più sentivo inutile controbattere alle sue provocazioni. Il gioco era cambiato e, bleffando, scelsi il complice e rilassante silenzio. Bisogna essere un abile giocatore per comprendere le parole del silenzio e lui probabilmente non lo era.

Senza lasciare trapelare nessuna emozione mi abbassai, presi il portafoglio che avevo appoggiato sotto il bancone, estrassi il libretto degli assegni e, mentre parlava, iniziai a compilare quei tre foglietti che mi avrebbero restituito la dignità. Non mi ero mai sentito così forte nel vederlo innervosirsi tentando di penetrare il mio inconsueto comportamento poi, non so perché, con un filo di voce gli sussurrai le parole di quella piccola donna vestita di scuro:

“Gli uomini mentono! Questa è la sola verità.” Ovviamente comprese subito che non avevo voglia di continuare quel discorso infiocchettato come un pacco natalizio contenente un dono riciclato e, dopo aver gettato le carte sul tavolo, mi guardò sottoscrivere, non solo l’importo della sua liquidazione ma anche la certezza che la sua passione, se mai ci fosse stata, era finita da tempo e, per motivi che non mi interessava conoscere, me lo aveva tenuto nascosto.

Elena mi aveva fatto vincere la partita: non volevo spiegazioni e non ritenevo necessario dargliele. E infatti non lo facemmo. Poggiai i tre assegni sul bancone lo guardai con un filo di disprezzo mentre allungava una mano per afferrare la sua libertà. Per alleggerire la sua coscienza mi chiese la cosa più ovvia che avrebbe potuto domandarmi: se il liquidare la sua parte avrebbe potuto crearmi problemi.

“Ma certo che no!” gli risposi. “Ora però mi devi scusare, ho un altro appuntamento. Devo incontrare il nuovo proprietario per metterlo al corrente che non ho intenzione di cucinare per lui e, soprattutto, che ho riflettuto sulla sua richiesta di cambiare il nome del ristorante.”

“Vuole cambiare il nostro nome?”

“Sì. E trovo che sia giusto così. Perdonami. Ma devo fare un elenco degli oggetti che vorrei non fossero compresi nella vendita e, come puoi immaginare, non è un compito facile.”

E in quel momento mi sorprese come, in undici anni, già aveva fatto tante volte nei nostri momenti bui.

“Posso chiederti un favore? Anzi un regalo?” Rimasi in silenzio e con un gesto del capo accettai. “Vorrei questo vaso… l’ho sempre detestato ma ora vorrei portarlo con me. Sarà un tenero ricordo, una presa di coscienza di come, nella nostra storia, tante volte mi sono sbagliato, di come, stupidamente, ho combattuto per cose totalmente inutili solo per il gusto di avere anch’io qualcosa da dire.”

Non risposi. Andai a cercare una scatola e avvolgendolo con dei tovaglioli, con estrema cura, introdussi quell’urna contenente le ceneri del nostro rapporto, in quell’involucro reso sacro da quel suo unico momento di verità. Poi senza neppure sfiorarlo lo accompagnai finalmente all’uscita. Lo vidi allontanarsi e, in quel momento, compresi come l’amore sia solo frutto della letteratura o uno stato apparente della nostra condizione umana, nulla è reale.

Mentre me ne stavo soddisfatto davanti la porta a vetri fui travolto da una violenta spinta che mi spostò letteralmente verso l’interno del ristorante, talmente forte che quasi caddi a terra. Un giovane uomo puntandomi una pistola mi chiedeva urlando in un italiano confuso di stare zitto, di rimanere fermo dove mi trovavo e di lanciargli le chiavi per poterci chiudere dentro. Ero pietrificato dalla paura, mi sentivo una preda, mentre lui, avvicinandosi ulteriormente, mi ripeté deciso, facendomi sentire l’odore acre del ferro dell’arma, di fare quello che mi aveva ordinato e di mostrargli come chiudere la serranda del locale dall’interno. Le parole non uscivano, allora feci solo un timido cenno con il capo, mostrandogli con la mano l’interruttore che manovrava la chiusura elettrica, poi, estrassi le chiavi dalla tasca e gliele porsi. Le afferrò con determinazione, intimandomi di sedere a un tavolo con le mani bene in vista e di non muovermi. Puntandomi sempre l’arma contro si diresse prima alla porta, e infine ai comandi elettrici, facendo scendere quella barriera di ferro che come una ghigliottina si abbassava sulla mia vita. Pensavo a una rapina, ma non avendo contante con me temevo di come si sarebbe potuta concludere questa ulteriore follia che mi trovavo ad affrontare.

Era un giovane uomo, sui trentacinque anni, di carnagione olivastra, i suoi lineamenti erano caucasici e, dal berretto di lana calato fino al limite delle folte sopracciglia nere, usciva una cascata di ricci che si poggiavano sulle ampie spalle. I suoi occhi erano neri, resi lucidi dalla violenza, dalla paura. La mano che teneva stretta l’arma puntata verso di me tremava, lasciandomi ancor più basito nell’assurdo incubo che stavo vivendo. Malgrado tutto ciò c’era un che di nobile nel suo portamento, nella tensione del suo snello e definito corpo, un che di incredibilmente eccitante. E mentre questa stupida osservazione mi lambiva la mente, chiedendomi se si può essere più stupidi di un finocchio eccitato e in pericolo, gli domandai con un filo di voce che cosa volesse da me.

“Voglio che tu fai quello che ti chiedo! Se non lo fai. Io prima ti sparo in bocca e poi sparo me in mia! Capito!”

Sentii un brivido correre lungo la mia schiena. E capii: ecco, cosa c’è di peggiore di un finocchio eccitato e in pericolo, un maschio alfa impaurito, armato e pronto a tutto. Mentre preso dal terrore stavo pensando a cosa potessi dire o fare per calmarlo, dissi la cosa più stupida:

“Come ti chiami?”

“Che cazzo ti frega, come mi chiamo io?” mi disse urlando mentre avvicinava ancora di più la canna della pistola alla mia bocca. Io abbassai lo sguardo cercando di non provocare in lui nessuna reazione e dopo una pausa, che a me sembrò infinita, mi rispose: “Abdel Rhaman, è il mio nome e voglio che mi nascondi.”

Intervista

Per saperne di più sul mio libro, trovate qui un intervista! https://povpointofview.it/2026/02/04/esordio-narrativo-per-giovanni-nardoni/

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Giovanni Nardoni
Nasco a Roma il 9 febbraio 1964 sotto il segno dell’acquario. La mia formazione classico-letteraria sarà una ricerca che impegnerà tutta la mia vita, sostenendo la mia vera passione che, con grande fortuna e impegno, diverrà il mio lavoro. Debutto come attore nel 1979 e negli anni novanta il maestro Vittorio Gassman mi spingerà a provarmi nella regia. Alla soglia del nuovo millennio ho rappresentato con le mie regie, insieme al mio amico scrittore Lino Belleggia, una delle voci più seguite e controverse della cultura omosessuale. Alla soglia dei quarantacinque anni di carriera ritornerò nel magnifico teatro greco di Siracusa interpretando una delle più belle e attuali tragedie greche: “I Persiani” di Eschilo per la regia di un visionario regista di fama internazionale Alex Hollè.
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