Esisteva.
Mutilato ed immortale.
Di ciò che era stato, percepiva ancora la mancanza: pezzi di sé scomparsi da millenni, un’assenza che non smetteva mai di morderlo, trascinandolo in ogni angolo dello spazio e del tempo.
Si era abbandonato all’attesa, un mostro che gli instillava speranza promettendo un conforto che non giungeva mai; a volte, però, l’essere costretto ad aspettare lo imbestialiva.
In quei momenti, usava ogni forza residua della propria coscienza per costringere ciò che restava di sé in una forma che non era la sua, e correva, calpestando il suolo, braccando prede, ululando la sua rabbia al cielo notturno.
Non l’aveva mai fatto, prima di spezzarsi; ora ne sentiva il bisogno sempre più di frequente.
Non era sufficiente. Non vedeva più significato in ciò che era; la luce della Vita si stava spegnendo, dispersa in miriadi di Frammenti morenti. Alcuni si aggrappavano ad essa con più convinzione; qualcuno riusciva addirittura a brillare, rinfocolando le sue aspettative.
Ma erano pochi. Il tempo si nutriva di loro, offuscandone il chiarore.
Bramava una scintilla che temeva non avrebbe mai più veduto, mentre quello che lo rendeva ciò che era si sgretolava inesorabilmente sotto il peso dei secoli.
La fiamma del suo spirito si sarebbe estinta, privandolo della possibilità di arginare il declino della Vita.
Pianse. Per anni, o decenni; non teneva il conto.
Poi la vide.
Tremula e fioca, in una delle lande delle nuove terre formatesi dopo il cataclisma. Era fragile, minuscola, quasi invisibile; eppure c’era.
Bastò per rinvigorire le braci morenti dentro di lui.
GIORNO 1
Benché non si abbiano prove certe dell’esistenza degli Echi, è ancora comune invocarli o bestemmiarli, in special modo per gli individui delle classi meno abbienti.
Brano tratto da Studi sugli Echi e sulle Leggende
ZEYRAH
Il cervo stava brucando un po’ d’erba conservatasi sotto la neve, sciolta per il tepore di quella giornata, insolito in quel periodo del Sonno. Non aveva ancora percepito la sua presenza, appostata immobile ad una ventina di metri dietro ad un cespuglio.
Non sarebbe riuscita a reggere l’arco ancora a lungo.
Non riusciva a lasciar andare la freccia. Il colpo sarebbe stato perfetto: dritto alla gola dell’enorme maschio. Poteva quasi vedere la traiettoria stendersi di fronte a lei.
Avrebbero mangiato carne per almeno una settimana, con quell’esemplare.
Le sue dita strinsero l’arma con più energia. Sentiva la mano destra solleticarle l’orecchio. Stava cominciando a sudare per lo sforzo di mantenere la posizione. Inspirò.
Qualcosa si mosse nel sottobosco. Con un guizzo degli occhi, colse l’immagine della folta coda di uno scoiattolo che scompariva dietro ad un tronco ed espirò bruscamente, colta di sorpresa. Il cervo, spaventato dal rumore, scattò via.
Dritto tra gli alberi, fuori dalla sua portata.
Zeyrah abbassò l’arco brontolando tra sé, torcendo collo e spalle per non rischiare una contrattura. Anche stavolta sarebbe dovuta andare al villaggio di Patroq a mercanteggiare della carne.
Rinfoderò la freccia inutilizzata nella faretra e appese nuovamente l’arco alla spalla, poi controllò la bisaccia che portava alla cintola: aveva ancora dei gingilli dell’ultima razzia alle Rovine d’Ombra. Sarebbero bastati per quel mese, poi avrebbe dovuto tornarci per trovarne altri.
Residui dei tempi antichi usati come merce di scambio.
Sbuffando, uscì da quell’anfratto irto di rovi e cominciò a camminare in direzione di Patroq. I suoi stivali avanzavano soffocati dal manto di neve e lei si perse nella passeggiata, godendo di quel silenzio rarefatto e osservando le decine di minuscole forme di vita all’opera nel sottobosco.
Nessuno nel villaggio era a conoscenza del fatto che non uccidesse alcun animale per procurare la carne necessaria a sopravvivere. Era la cacciatrice, la selvaggina arrivava regolarmente e nessuno si era mai chiesto da dove venisse.
Non aveva mai sentito il bisogno di specificare che in realtà ci provava senza successo. Anche se non aveva le stesse remore quando si trattava di essere umani.
Saltando un piccolo ruscello, rifletté sulla questione. Non aveva mai esitato quando si era trattato di conficcare una freccia o un coltello nella carne di un uomo. Naturalmente, non senza motivo.
Due erano stati predoni, purtroppo comuni nei dintorni, a causa della posizione intermedia del villaggio tra le Rovine e le Città Sepolte; gli altri, invece, uomini della comunità che avevano violentato la figlia tredicenne di uno dei pastori, poco dopo la morte di suo padre.
Come se aspettassero che il testimone passasse da Ruhyan a Zeyrah per poter fare quello che volevano.
In teoria si sarebbe dovuta limitare a castrarli, ma in un posto sperduto come Osgyv, non era il Codice a dettare le regole. Era lei.
Non aveva tentennato, tagliando loro la gola. Aveva solo accarezzato l’idea di fare di peggio.
Non si era mai sentita a suo agio con nessuno al villaggio. Neanche con gente di fuori, del resto. Solo con suo padre. Gli altri la lasciavano indifferente, il più delle volte la infastidivano.
Non perché fossero malvagi; c’era qualche mela marcia, ma erano quasi tutte brave persone, onesti lavoratori che facevano il proprio mestiere aiutandosi l’un l’altro a sopravvivere in un mondo difficile.
Semplicemente, a lei non piacevano molto; se Ruhyan non fosse morto improvvisamente e in modo del tutto assurdo, lei se ne sarebbe andata.
Non sapeva dove. Forse addirittura nelle Terre Spezzate.
Invece non li aveva abbandonati, ed ora si sentiva incatenata a loro.
Nessuno a Osgyv sapeva usare un’arma. Il Codice lo vietava per le persone comuni. Ogni comunità sotto ai cento abitanti poteva avere un Guardiano, che avrebbe provveduto anche alla caccia, ma nessun altro poteva possedere o utilizzare un’arma diversa da un coltello per cucinare.
Persino i martelli si contavano sulle dita di una mano, e non erano molto grossi. Bastavano a malapena per i chiodi.
Zeyrah non era convinta che questo metodo fosse il migliore, ma non sapeva nemmeno come andassero le cose prima dell’istituzione del Codice; pertanto, lo accettava, provava a seguirlo nel modo migliore possibile e a farlo rispettare cercando di non infrangerlo; così facevano tutti quelli che conosceva.
Arricciando il naso a quel pensiero, uscì dal limitare del bosco, arrivando al confine del territorio di sua competenza e iniziando a camminare in quello di Patroq.
ELANDIR
Aveva perso il coltello.
Frugò meglio nella sacca, nella bisaccia, cercò persino nel mantello e provò e scuotere il liuto, per quanto dubitasse che fosse finito nella sua cassa.
Aveva perso il maledetto coltello, e non riusciva nemmeno a ricordarsi dove.
Era spacciato.
Non che gli fosse stato poi così utile, nel corso dell’ultima settimana, ma averlo con sé lo faceva sentire meglio.
Se avesse incontrato un malintenzionato, avrebbe potuto per lo meno difendersi. Anche se non sapeva bene come usarlo, immaginava che una semplice minaccia potesse fare il suo effetto.
Ora invece non aveva niente.
Avrebbe potuto sempre usare il liuto, certo, ma avrebbe preferito evitarlo di romperlo del tutto in testa a qualcuno.
Si raggomitolò nuovamente nel mantello, cercando di coprirsi il più possibile. Non era ancora notte, ma l’aria era già divenuta più pungente. Il Sonno nelle Distese del Silenzio poteva essere mortale. “Per gli Echi, cos’ho fatto?”, mormorò, trattenendo le lacrime.
Per l’ennesima volta negli ultimi sette giorni, Elandir si pentì della sua scelta. E di nuovo si fece forza e si disse che invece era giusta. Meglio rischiare di morire in cerca di qualcosa di meglio, che vivere tutta la vita come un qyrtun.
L’emarginato.
Pensò di accendere un piccolo fuoco, per riscaldarsi non solo il corpo ma anche l’animo; tuttavia, le storie narrate dal suo popolo ammonivano riguardo alle attenzioni indesiderate che un viandante poteva incontrare di notte nelle Distese. Meglio evitare.
Un vago ricordo di Seyth che mangiava gli occhi dei viaggiatori incauti lo fece rabbrividire di paura.
Cercò di concentrarsi e di dormire un poco. Il suo stomaco brontolò. Aveva finito il cibo, e non aveva armi per catturare qualche preda. Non aveva nemmeno le capacità per farlo, del resto. Aveva solo se stesso, un po’ d’acqua e il suo liuto.
Una ben misera consolazione.
Si riscosse, stringendo i pugni raccolti al petto e ricacciando indietro le lacrime che ancora gli pizzicavano gli occhi. Avrebbe trovato qualcuno che avrebbe aggiustato quel dannato strumento e poi avrebbe imparato a suonarlo.
Chiuse gli occhi e provò a visualizzare la scena di lui che tornava dopo anni dalla sua famiglia, con vesti variopinte e il liuto, ora scheggiato e senza due corde, tirato a nuovo e funzionante.
Avrebbe cantato per loro delle canzoni. Canzoni scritte da lui, anche se non sapeva scrivere e non era certo di essere intonato a sufficienza.
Avrebbe imparato anche questo.
Se n’era andato apposta.
Gli venne in mente l’ultima conversazione con i suoi genitori. Sua madre era l’unica che gli era sembrata realmente dispiaciuta per la sua partenza; suo padre e le sue sorelle, invece, si erano limitati a guardarlo con rimpianto e una punta di disprezzo.
Quello sguardo era la ferita che non era sicuro si sarebbe mai rimarginata.
Di qualcosa era certo, però; e cioè che gli Echi lo avessero reso diverso per potersi distinguere dagli altri. In che modo, ancora non lo sapeva; era partito per scoprirlo.
Un dolore acuto alla schiena lo fece sobbalzare. Si mosse un poco nel bozzolo creato dal mantello e si accorse che una radice gli premeva proprio nel fianco. Quella vecchia tana di volpe non era il massimo come nascondiglio, ma era abbastanza riparata.
Il giorno dopo avrebbe dovuto cercare di fare più strada, in direzione delle Acque Ingannatrici. Non sapeva bene quanta fosse effettivamente, ma aveva visto una mappa di sfuggita, una volta, e sapeva di dover andare verso est. Lì avrebbe trovato anche dei posti abitati. Persone.
Elandir non aveva mai visto altra gente, a parte i Nomadi del Teschio. E i Nomadi dello Scudo. E quelli dell’Osso Lungo, ma non era sicurissimo; si somigliavano tutti.
Lui sarebbe stato il Nomade del Liuto Scheggiato. Gli sembrava un nome bello, misterioso. Si immaginò persone senza volto dirlo sospirando come si dice qualcosa che si desidera moltissimo.
Un po’ come lui avrebbe voluto del cibo in quel momento.
Sbuffò e cambiò nuovamente posizione. Non era abbastanza stanco per dormire, nonostante i passi fatti quel giorno. Era abituato a camminare – gli sembrava di non aver fatto altro nella vita – e aveva troppi pensieri che gli ronzavano in testa per appisolarsi.
Decise di continuare a pensare alle persone degli altri posti, quelle che non aveva mai visto.
Magari tra loro c’era qualcuno come lui.
Per un istante, gli parve stupendo pensare di vivere in un posto dove non si sarebbe mai potuto sentire diverso. Dove nessuno avrebbe guardato i suoi occhi e sibilato maledizioni in nome di Seyth perché ne aveva timore.
Poi si riscosse. No, in un luogo del genere lui non avrebbe potuto distinguersi. Nessun Eco lo avrebbe mai calcolato perché non sarebbe stato in grado di trovarlo.
ZEYRAH
Quel pezzo di terra pianeggiante era coltivato, anche se non aveva idea di cosa potesse crescerci durante il Sonno; sotto la neve non si vedeva nulla, e doveva stare attenta a seguire il sentiero per non calpestare un eventuale raccolto.
Era visibile come un pugno in un occhio, vestita di scuro in mezzo a tutto quel candore, e questo la metteva sempre a disagio, ogni volta che passava di là.
Era come se avvertisse su di sé degli occhi che la seguivano. Rabbrividendo, si guardò attorno durante tutto il tragitto, frugando tra le ombre per cogliere movimenti sospetti.
In una ventina di minuti, arrancando sul terreno scosceso, raggiunse le prime case, vicino ai campi. Il Guardiano di Patroq viveva poco oltre, lontano dal centro del villaggio.
Sfortunatamente i suoi vicini non sembravano pensare che spalare la neve in eccesso e liberare i viottoli fosse una buona idea, cosa che le rese l’arrivo all’abitazione di Shimyan piuttosto arduo, e la fece finire con gli stivali pieni di neve.
Grugnì sentendo che i piedi cominciavano a bagnarsi e a intirizzirsi, mentre bussava energicamente alla porta.
“Chi è?”, udì ringhiare dall’interno. Il Guardiano di questa comunità era socievole quasi quanto lei.
“Zeyrah.”
Dei passi pesanti la fecero indietreggiare lievemente, e poco dopo l’uscio si aprì con un cigolio. “Ancora tu?”, l’apostrofò a mo’ di saluto l’uomo, appesantito dagli anni e dal grugno scontroso, facendole cenno di entrare.
“Sei già venuta questo mese.” Una volta che fu dentro, richiuse la porta e la invitò a sedersi su uno sgabello di legno dall’aria traballante.
La casa di Shimyan somigliava a lui: piccola, disordinata e ben poco pulita. A Zeyrah non importava; quello che le interessava era che fosse un cacciatore abile e soprattutto che fosse disponibile a scambiare le sue prede con altro, diversamente dai Guardiani dei villaggi limitrofi.
Non sapeva cosa ci facesse con gli oggetti che gli dava in cambio della carne. Probabilmente lo rivendeva a qualche mercante; Patroq era molto più inserita nelle rotte commerciali rispetto a Osgyv. O forse li regalava davvero a una donna che non aveva mai visto, ma a che sentir lui gli aveva rubato il cuore.
“Cos’hai per me?”, gli chiese, ignorando il suo commento. Lui sedette sull’unica sedia imbottita della stanza, lasciandosi cadere scompostamente.
“Un quarto di cervo, una dozzina di conigli e qualche scoiattolo”, rispose. “Tu cos’hai per me invece?”
Zeyrah staccò la sua bisaccia dalla cintura e tirò fuori alcuni pezzi. Non sapeva bene cosa fossero, probabilmente qualche ornamento delle epoche antiche, ma luccicavano e avevano delle pietre trasparenti incastonate. Mise tutto sul tavolo, cercando di evitare le macchie umide che poteva vedere.
Shimyan allungò una mano e ne prese uno per osservarlo da vicino. Era tondo, una specie di anello non finito, con un ago ad una estremità. “Hai sempre cose interessanti. Dove le trovi?”
“Se te lo dicessi non sarebbero più così interessanti, no?”, ribatté. “Allora, ci stai?”
“Ci sto”, le rispose, poi ghignò. “Per fortuna continui ad aver paura di usare quel dannato arco. Grazie ai tuoi ninnoli prima o poi Pavla acconsentirà a sposarmi.”
Zeyrah sollevò un sopracciglio, dubbiosa. “Non credo che Pavla esista davvero. Forse è solo nella tua testa.”
L’uomo scoppiò in una fragorosa risata. “Che importa, ragazza. Tu continui ad avere la carne per la tua gente e io giocattoli con cui comprare il suo amore. Dai, muoviti.”
Zeyrah trattenne un sospiro di sollievo e gli lasciò intascare un paio di gioielli, poi lo seguì quando si alzò, diretto al capanno vicino alla casa.
Rabbrividì nel sentire di nuovo l’aria gelida insinuarsi sotto al mantello, e il pensiero di tornare a Osgyv con un quarto di cervo e tutto il resto appeso addosso le fece venire voglia di lasciar perdere e restare davanti al camino. Ma lo soffocò subito: aveva ancora almeno tre ore di luce e non poteva sprecarle.
Anche se aveva i piedi bagnati e sentiva i muscoli del collo che iniziavano ad irrigidirsi.
Shimyan le impacchettò la carne usando grossi fogli di una spessa carta marrone, in modo che potesse portare il pezzo più grosso in spalla e il resto diviso tra bisacce e cintola. Una volta che l’ebbe aiutata a sistemare tutto, la salutò e fece per tornare dentro, mentre lei cominciava a ripercorrere attentamente i passi che l’avevano portata fin lì per evitare di bagnarsi ancora di più gli stivali.
Si era già allontanata di qualche passo quando lo udì dire: “Hai sentito dei Rastrellatori?”
“Eh?”, fece, bloccandosi e voltandosi parzialmente per evitare di scivolare sul pantano di neve e fango.
“I Rastrellatori”, ripeté lui, in tono monocorde. Ma l’espressione inquieta sul suo volto lo smentiva. “Vengono da Thalyron e cercano gente da portare via. Per farne delle specie di schiavi. Ne hai sentito parlare?”
Aveva sentito delle voci, da alcuni dei personaggi che come lei cercavano tesori nascosti nelle Rovine d’Ombra, ma non aveva dato loro molto credito; in molti millantavano avventure incredibili, duelli o altro, per truffare gli altri o semplicemente per aver qualcosa da raccontare.
L’idea, comunque, le dava il voltastomaco. “Ho sentito qualcosa. Perché me ne parli?”
Shimyan si rabbuiò. “Sembra che stiano cominciando a prendere persone in zona. L’altro giorno un mercante di Avenyr mi ha detto che è passato in altri villaggi come i nostri e ha trovato un bel casino.”
Sistemandosi meglio il peso del cervo sulle spalle, Zeyrah domandò: “Pensi che possano spingersi fin qui?”
Lui si passò una mano sulla testa, spettinando i pochi capelli rimasti. “Non lo so. Però non mi piace l’idea di dover difendere Patroq da solo contro gente mandata dalla città. Non so nemmeno se dovremmo farlo.”
Parlava al plurale includendo lei nel gruppo dei Guardiani del territorio. “Beh, per gli Echi, Shimyan. Noi proteggiamo la gente.”
“Anche contro il Codice?”
Zeyrah rimase per un momento interdetta. “Che vuoi dire?”
“Hanno emanato una Legge a riguardo. Questi non sono sequestri, sono… possono farlo. Lo ha stabilito il Custode.”
Fece spallucce. Di nuovo lo stesso problema. “Non mi interessa.”
“Perché?”, ribatté lui, incuriosito.
“Perché è la cosa giusta da fare.”
Non la sua argomentazione più forte, sicuramente, ma a Shimyan parve bastare. Annuì col capo, e le fece un cenno di saluto. Poi rientrò, senza dire un’altra parola.
KHALETH
Era cominciato tutto con i Marchi.
Fino a quel momento le cose erano andate tutto sommato bene.
Non per quei poveracci che venivano invasi, i loro villaggi saccheggiati e loro bestie mangiate, requisite o uccise per uno sfoggio di potere.
Per i soldati come lui. Vitto e alloggio quasi sempre garantiti, lavoro regolare e niente di troppo oneroso. Gli piaceva anche. Prima, però. Quando combatteva.
Niente di grave, scaramucce di confine con altre città della Lega, e qualche battaglia navale. Quei giorni gli piacevano. Usava il suo addestramento e lo usava bene. I suoi superiori erano entusiasti di lui.
Il Colosso, lo chiamavano, non solo a Korveth, ma anche nelle altre Città. Era sempre stato il più alto di tutti; non aveva ancora conosciuto qualcuno che lo superasse.
Aveva sempre voluto essere un soldato. O almeno, da quando era piccolo. Forse sarebbe meglio dire da quando aveva memoria, e le sue prime memorie non erano un granché; faceva di tutto per non ricordarle. Eppure, quel giorno parevano cantare per lui, trascinandolo indietro nel tempo.
“Signore?”
Ignorò la voce che lo richiamava alla realtà e preferì rifugiarsi nel passato. Era amaro, ma era un dolore che conosceva.
Alcuni dei suoi commilitoni credevano che venisse da una famiglia di militari. Non li smentiva.
Suo padre era stato un fornaio, un uomo umile che avrebbe fatto di tutto per sua moglie e suo figlio. Un giorno però, ed era uno dei giorni che Khaleth ricordava meglio, la loro minuscola comunità al confine con Serathis era stata presa di mira, ed era giunta la guerra.
Per quelli che li avevano sbattuti fuori di casa non lo era davvero, come scoprì in seguito; non era neanche una battaglia. Per la sua famiglia, invece, era stata l’inizio della fine.
Strano come ricordasse perfettamente la porta d’ingresso sfondata da un calcio, le grida di sua madre, le percosse a suo padre, ma non riuscisse a rammentare il profumo del pane appena sfornato, né la fragranza delle croste delle pagnotte ormai tiepide a pranzo.
A Korveth, dov’erano stati costretti a nascondersi, c’erano già fornai, e suo padre era stato costretto ad abbandonare il suo lavoro e a provare una decina d’altri mestieri, senza successo. Caduto in depressione, aveva cominciato a bere. Era morto involontariamente cadendo ubriaco dalle scale e spezzandosi l’osso del collo, quasi sei anni dopo.
Un uomo ormai annientato. Poteva vederlo, morente, ai piedi delle scale, che rantolava; le labbra ancora sporche di vino.
Sua madre aveva cominciato a maledire gli Echi, ad accusarli di aver portato solo sfortuna a lei e ai suoi cari. Doveva ammettere che si era sforzata, almeno i primi tempi, di cercare un lavoro per dar da mangiare a suo figlio dodicenne, ancora troppo giovane per poter essere impiegato. Ma non era riuscita a trovarlo. Erano finiti entrambi a chiedere l’elemosina in strada per sopravvivere.
Khaleth pensava che la mente di sua madre avesse iniziato a distruggersi il giorno dell’invasione del loro villaggio e fosse collassata sotto il peso della morte del marito, per arrivare alla rottura finale.
La legge vigente all’epoca vietava il suicidio e vietava persino nominarlo. Nessuno sapeva il motivo. Ma lui sapeva che sua madre si era tolta la vita, lanciandosi da una scogliera.
Non era inciampata. Non era scivolata. Non era caduta. E sicuramente non era stata uccisa.
Si era buttata di proposito.
Poteva vedere anche lei, esanime, il cadavere ormai gonfio e putrefatto trascinato a riva dalle onde impietose. Gli avevano chiesto di riconoscerla. Si era rifiutato di farlo, non la vedeva in quel volto distorto e sbiadito.
“Signore, li abbiamo radunati tutti.”
Di nuovo la voce. Sapeva chi era, e perché richiedesse la sua attenzione.
Sospirò.
ZEYRAH
Riuscì ad arrivare ad Osgyv in tempo per la cena. Il villaggio contava una decina di famiglie, a parte lei, anche se piuttosto numerose, e i più ritenevano comodo che cucinassero a turno condividendo le risorse. Zeyrah non pensava che altrove fosse un’usanza comune, ma per loro funzionava, e questo la esonerava dal dover preparare del cibo – essere il Guardiano aveva i suoi piccoli vantaggi.
Raggiunse il fuoco centrale e, dopo aver consegnato la carne, sedette su una delle panche predisposte per la cena. Lozran, il suo vicino di posto, l’aveva osservata mentre si disfaceva della cacciagione.
“Hai trovato un quarto di cervo già macellato?”, le chiese, in tono ironico.
Zeyrah sbuffò; era sempre stato un ficcanaso e lo sarebbe stato fino alla morte, anche se quella sua curiosità gli aveva fatto rischiare spesso l’osso del collo, come quando aveva spiato sua sorella e Gozo che si appartavano in uno dei piccoli fienili vicino alla valle.
“No, Lozran. Il cervo l’ho comprato”, rispose. Aveva imparato che mischiare un po’ di verità alle bugie rendeva queste ultime molto più credibili. Almeno di solito.
“E dove? Nel mezzo del bosco?”
Sua moglie, Salora, seduta poco distante notò il cipiglio che iniziava a formarsi tra le sopracciglia di Zeyrah e reputò opportuno intervenire: “Tesoro, a te che importa? Abbiamo un bel quarto di cervo. Ci faremo uno stufato delizioso una delle prossime sere. Lasciala in pace.”
Le rivolse un cenno col capo di ringraziamento e l’altra sorrise facendole l’occhiolino. Era una delle poche donne di Osgyv che non la trattava come un pezzo di letame, e le era quasi affezionata.
“Sei stata a Patroq? Hai qualche novità?”, le domandò Jusur, il più anziano, considerato un po’ da tutti il capo e quello che si consultava con lei quando c’erano problemi. Era stato un buon amico di suo padre, e l’aveva aiutata molto quand’era rimasta sola. A volte poteva essere brusco, ma tutto sommato era un brav’uomo, che si sforzava di essere giusto e di trattare tutti con rispetto.
Zeyrah lo apprezzava per quello.
“Sì, ma non ho visto nessuno a parte Shimyan”, rispose, mentre aspettava che la sua compagna, Zelintha, le passasse la ciotola che aveva appena riempito. “Mi ha riferito delle voci sui Rastrellatori.”
Un coro di lamenti venne dal cerchio intorno al fuoco, ormai quasi del tutto completo. Mancavano soprattutto i ragazzini sotto i quindici anni, che si attardavano sempre rincorrendo qualche pecora o amoreggiando da qualche parte.
Per un attimo Zeyrah pensò a quando lei stessa si era comportata così. Si ricordava chiaramente di aver baciato il figlio di Pondry sotto ad una betulla che poi avevano abbattuto. Lanciò un’occhiata di sbieco al suo ex spasimante, reprimendo un conato.
“Questo non ti preoccupa?”
Non si rese conto subito che Liander stava parlando con lei, persa com’era nei ricordi disgustosi e umidicci del suo primo bacio. “Abbiamo sentito molte voci su questi tizi, ma non ne abbiamo mai visti e non ci sono prove che, nel caso esistano, si vogliano spingere fino a qui. Siamo a malapena in trenta, se hanno bisogno di gente da far lavorare avranno ben altre mete in mente.”
Qualcuno mugugnò. Jusur non sembrava convinto. “Non so, Zeyrah. Magari hai ragione tu, ed effettivamente Osgyv è un buco così piccolo da avere un nome perché lo abbiamo deciso noi. Ma se fosse vero? Se venissero?”
Gente con il doppio dei suoi anni la guardava come se fosse una dei dannati Echi, come se avesse ogni risposta. Uno dei lati negativi di essere un Guardiano.
Trangugiò un po’ di zuppa, per avere tempo di pensare. Era parecchio speziata, ma calda. Il suo stomaco brontolò soddisfatto. “Mi sembra ovvio che l’idea che prendano qualcuno di noi non mi piace. Proprio per niente.”
“E cosa potresti fare? Opporti?”, chiese proprio il beneficiario del suo primo bacio, Qoriq, con aria derisoria mentre strizzava il ginocchio di sua moglie Ebi.
Si trattenne dal fargli un gestaccio. “Nessuno di noi conosce il Codice in modo tale da potersi comportare in altro modo.”
“Che vorrebbe dire?”, insistette lui. Ebi gli sorrise incoraggiante, come se quel grosso mulo idiota ne avesse bisogno. Sosteneva, e non era l’unico, che un Guardiano donna era inutile e che avrebbero dovuto deporla e nominare uno di loro.
“Che l’unico modo è combattere”, spiegò, con calma.
Vide qualcuno sbiancare e Jusur scuotere la testa. Erano persone pacifiche. Un po’ lente, su certe cose, poco istruite, però tendenzialmente oneste e non violente. A parte quei buoi ignoranti di Qoriq e dei suoi amichetti, che però tendevano ad andare all’unica taverna di Patroq a sfogare certi istinti con qualche bevuta e un paio di scazzottate.
“Sai che combatteresti da sola”, rimarcò Jusur. “Non mi sembra una buona idea.”
“E allora cosa? Dovrei starmene lì a guardarli mentre vi portano via?”, lo rimbrottò immediatamente, dando sfogo alla rabbia.
L’anziano chinò il capo. Non aveva risposte. Sapeva solo che nessuno di loro si sarebbe opposto. Perché non lo avevano mai fatto e perché non sapevano farlo.
“Scusa. Non avrei dovuto parlarti così”, aggiunse. Si sentiva in colpa per quello scatto. “Mi pare inutile che ne parliamo, comunque. Non credo che succederà.”
Tutti emisero una specie di sospiro di sollievo a quelle parole, come se stessero aspettando che lei le pronunciasse. Erano strana gente. La maggior parte di loro non la vedeva di buon occhio, eppure contava su di lei anche per stupide rassicurazioni come quella.
Zeyrah abbassò lo sguardo sulla sua zuppa e ricominciò a mangiare, lasciando che la conversazione sviasse su dove diavolo erano finiti i figli di Mergy e Paille e su quante pecore avrebbero dovuto far accoppiare in vista del Risveglio imminente.
KHALETH
A dodici anni Khaleth fu accolto nelle Torri, dall’esercito. Korveth era una città militare, e lui un ragazzino alto e grosso per la sua età, nonostante fosse parecchio sottopeso all’epoca.
Gli fu messo un tetto sopra la testa e gli fu dato del cibo che non era rancido. Fu curato anche dall’analfabetismo, perché doveva essere in grado di leggere eventuali dispacci dei suoi superiori.
Non gli dispiaceva quella vita; sentiva di aver uno scopo. Tenere al sicuro le persone. Era questo che gli dicevano.
Lui volle crederci.
“Signore?”
Non poteva continuare ad ignorare Sarson. Avrebbe cominciato a farsi delle domande.
“Avete controllato ogni abitazione?”, chiese, evitando di voltarsi verso il villaggio e mantenendo lo sguardo sulla campagna ancora coperta di neve.
“Sì, signore. Siamo pronti.”
Annuì. “Dammi ancora qualche minuto.”
Perse la risposta del suo subalterno; la memoria lo riportò al giorno in cui la Lega delle Maree prese la decisione che gli avrebbe rovinato la vita.
Quasi un mese dopo il suo compleanno, la Lega – formata dalle cinque grandi Città costiere – decretò che avere normative differenti tra loro non era più sostenibile. Impose così il Codice, una legislazione unica che avrebbe messo tutti sotto lo stesso giogo.
Dall’oggi al domani, Korveth e le altre città introdussero il Marchio, uniformandosi a Thalyron dov’era in vigore ormai da quasi un anno. Possedere una persona era diventato non solo normale, ma legalizzato.
Furono in molti ad accogliere con fervore l’iniziativa.
Fu stabilito inizialmente che nessun cittadino potesse essere Marchiato senza motivo, ma che chiunque fosse scoperto in flagranza di reato potesse scegliere tra la pena detentiva e lo scontare gli stessi anni come schiavo.
Nessuno obiettò, benché la paura serpeggiasse tra la popolazione più povera. Molti scelsero questo metodo. Erano tutti convinti, forse anche i legislatori stessi, che nessuno avrebbe abusato di tale potere.
Non avevano calcolato però il nuovo trattato. Quando, l’anno successivo, Thalyron modificò il decreto sui Marchi, tutte le città della Lega adottarono la stessa riforma, come da accordi.
Nessuno capì bene cosa volesse dire, finché non furono create le prime squadre di Rastrellatori.
Quella di Khaleth fu tra le prime ad essere inserita nelle liste. Non si oppose, non all’inizio. Finse di dimenticarsene.
“Un uomo giusto può fare scelte sbagliate, ma quante ne può fare prima di chiedersi se è ancora un uomo giusto?”, mormorò tra sé, imponendosi di restare nel passato e di non pensare ai volti sporchi e spauriti che gli stavano alle spalle.
Quando fu convocato per il primo Rastrellamento pianse.
Era un termine così strano da usare. La parola rastrello per lui era collegata a quelli che vivevano fuori città, come aveva fatto un tempo la sua famiglia. Avevano un vicino che faceva il contadino che lo usava. Ci spianava le zolle di terra.
Scoprì che i rastrelli, quelli con i denti più larghi, servivano a raccogliere il fieno. Lo scoprì perché era molto simile a quello che dovevano fare loro. Raccogliere persone.
Da Marchiare.
Gli ordini erano di Rastrellare tutti coloro di cui le famiglie potevano fare a meno.
Non c’erano direttive precise, e forse non c’erano apposta.
Khaleth era convinto che tutto quello che gli era successo l’avesse portato a quel giorno, a quel momento.
Strinse i pugni, sperando che nessuno lo notasse, e si girò di scatto.
Una piccola folla lo osservava. C’erano anche donne e bambini.
Il suo stomaco si contorse.
Immobile, nella sua uniforme nera, con la spada alla cinta, lui si stava dibattendo. Tra il suo onore e i suoi ordini.
Un uomo del villaggio, dopo aver lanciato un’occhiata spaventata alla sua gente, fece un malfermo passo in avanti. “Signore, perdonami… ma cosa vuol dire tutto questo? Noi siamo pacifici, non abbiamo fatto niente di male.” La sua voce tremava.
Khaleth lo guardò negli occhi. Capì che quell’uomo sapeva cosa stava succedendo, forse ne aveva sentito parlare; ma non ci credeva, non del tutto. Aspettava che lui glielo confermasse.
Per Azhrel, non voleva.
Non voleva aprire la bocca e dire: “Per mandato del Triumvirato, per la Legge della Lega delle Maree approvata dai rappresentanti, si è qui a requisire un membro almeno per famiglia, di cui la famiglia stessa è convinta di poter fare a meno, per accrescere i numeri dei Marchiati dei Signori di Korveth”
Lo fece ugualmente.
L’uomo scambiò un’altra occhiata con la sua gente. Khaleth si rese conto che le parole del dispaccio non erano chiare per quelle persone come lo erano per un soldato. “Dovete darci un membro di ogni famiglia”, spiegò, con voce gentile.
“Darvi…? In che senso, mio signore?”, domandò l’uomo, nello sguardo supplice una muta preghiera.
GIORNO 2
Ogni Eco ha una propria funzione e un proprio ambito, nonché – in taluni casi – un proprio territorio; i cosiddetti Echi Maggiori paiono invece avere pari influenza in ogni civiltà.
Brano tratto da Studi sugli Echi e sulle Leggende
ELANDIR
Nemmeno il giorno successivo lo portò vicino alla costa.
Per quello che poteva vedere, non esisteva nemmeno una dannata costa. Si era inerpicato su uno dei rari colli delle Distese, per guardare l’orizzonte. Sperava di vedere qualcosa; un segno, forse. Le altre persone. Non sapeva bene cosa aspettarsi.
Tutto quello che poteva abbracciare con lo sguardo – faceva un po’ male, perché i suoi occhi erano sempre stati molto sensibili durante il Sonno – era un paesaggio ricoperto di neve.
Si lasciò cadere seduto sul terreno ghiacciato, affranto. Il silenzio perfetto che lo circondava e quella vista senza macchie minacciarono di sopraffarlo. Sentì lacrime amare che gli pungevano gli occhi, e non erano provocate solo dallo sforzo.
Iniziò a pensare di aver fallito. Otto giorni da solo, di cui due senza mangiare, con possibilità sotto lo zero di trovare del cibo. Si rese conto che non sapeva come e se sarebbe sopravvissuto.
Forse poteva tornare indietro e sperare che un gruppo di Nomadi dell’Ascia Rotta, che transitavano spesso in quella zona, lo trovasse e lo aiutasse. Dandogli qualche provvista, per poter ricominciare il suo viaggio. Ma se poi avessero incontrato la sua Tribù, e raccontato di lui, suo padre avrebbe avuto ragione.
Elandir, il volto dell’insuccesso.
Alcune lacrime gli solcarono le guance, gelandosi subito. Singhiozzò, più per ricacciarle indietro che per piangere sul serio, ma quelle proprio non volevano andarsene. Permise loro di scorrere. Almeno non l’avrebbe visto nessuno.
Concentrato sul proprio dolore e indeciso sul da farsi, all’inizio non si accorse di un rumore ripetuto che giungeva dalle pendici del colle dietro di lui. Era seduto abbastanza in alto da non vedere bene, sulle prime, che cosa stesse provocando quel suono ritmico e scandito.
Al suo orecchio esperto parvero quasi dei passi. Non umani, però.
Si irrigidì, cercando di immobilizzarsi, torto com’era per essersi girato a guardare. Trattenne il respiro e si concentrò. Un animale a quattro zampe. Non un orso, troppo leggeri. Si sforzò di ascoltare. Nemmeno una volpe o un coniglio, troppo cadenzati.
Lo vide sbucare fuori da dietro un cumulo di neve alto circa un metro. Era grosso, per essere un lupo, con una pelliccia folta e argentea e gli occhi più strani che avesse mai visto. Oltre ai suoi.
Un verde che non avrebbe saputo descrivere, perché non aveva nulla cui compararlo.
La bestia non sembrava frettolosa o a caccia. Trotterellava piano, ed era così fluida nei movimenti che quasi sembrava non calpestare il suolo.
Aveva le orecchie dritte, dei buffi triangoli pelosi che per un momento Elandir trovò molto carini. Poi si ricordò che quell’animale maestoso con le orecchie carine avrebbe potuto ucciderlo e mangiarlo e una colata di sudore gelido lo rivestì dalla testa ai piedi.
Non poteva fuggire, il lupo l’avrebbe raggiunto in pochi secondi. Non poteva combatterlo e non poteva difendersi. Poteva solo sperare che avesse già mangiato e che un ragazzo di poco più di vent’anni scheletrico, albino e totalmente fallace non fosse di suo gusto.
Quello, comunque, non sembrava considerarlo più di tanto. Era più vicino, adesso, ed Elandir notò che in bocca reggeva qualcosa. Non capiva bene cosa fosse, ma ritenne probabile che fosse un qualche tipo di preda. Forse un coniglio, o uno scoiattolo.
Pregò che cambiasse direzione, ma non venne ascoltato. Supplicò Azhrel, perché non voleva morire. Aveva una missione.
“Quale? Imparare a suonare quel buffo affare che ti porti dietro?”
La voce che aveva parlato suonava maschile, ma non la riconobbe. Gli sembrava allo stesso tempo sconosciuta e familiare, con una risonanza probabilmente data dal vuoto che lo circondava.
“Mi hai pregato di non lasciarti morire. Perciò eccomi qua, ragazzo.”
Elandir quasi scoppiò a ridere. Stava impazzendo, non c’era dubbio. Probabilmente la vista del lupo, la mancanza di cibo, la paura e il freddo lo avevano debilitato così tanto da provocargli allucinazioni. Non rise, non proprio, ma emise uno sbuffo sonoro.
In risposta, quasi, gli giunse un latrato, e rimettendo a fuoco la vista – che si era appannata nuovamente – si rese conto che il lupo ormai era a poco più di due metri da lui, e aveva lasciato cadere quello che aveva in bocca.
Era un coniglio. E anche bello grassoccio.
“Penso che la tua fame superi la paura, ragazzo.”
Il lupo sedette. Era magnifico, Elandir non aveva mai visto un animale simile: imponente, forte, con un manto che quasi brillava. Il verde dei suoi occhi lo catturò per un attimo, lasciandolo senza fiato. Non aveva però un’aria aggressiva, tutt’altro, se ne stava seduto lì con la lingua rosa penzoloni a guardarlo.
“Non voglio aggredirti, sciocco.”
D’accordo, le allucinazioni stavano peggiorando. Sapeva che la fame poteva dare certi effetti, ma così gravi non se l’era aspettato. Era proprio uno sprovveduto. Suo padre era sopravvissuto quasi un mese da solo nelle Terre Spezzate, senza aiuti; lui dopo due giorni senza mangiare nelle Distese stava già avendo una crisi. Sarebbe dovuto tornare a casa con la coda tra le gambe.
“Non hai la coda.”
Neanche la dignità. Occhieggiò il coniglio, di nuovo, ma non osò fare una mossa per prenderlo. Forse con quello avrebbe potuto tirare avanti abbastanza da non sentire più le voci e arrivare alla civiltà. O almeno ad un villaggio.
“Te l’ho portato apposta. Prendilo.”
Magari era una cosa comune in questo lato delle Distese. Probabilmente qui i lupi erano amichevoli e aiutavano i viandanti solitari che non erano in grado di sopravvivere portando loro del cibo. E forse si era immaginato tutto e in realtà era ancora nella tana della volpe a sognare e non si era mai mosso di lì.
“Vedo che ti ho turbato, ragazzo. Ti lascio il cibo. Ma tornerò presto a trovarti.”
Il lupo uggiolò e poi si alzò, andandosene giù per il pendio da dov’era venuto.
Elandir rimase immobile per qualche minuto dopo che fu scomparso dalla sua vista, prima di avventarsi sul regalo ricevuto. Era vero. Un coniglio vero.
Non si chiese cos’era gli fosse appena successo. Aveva troppa fame.
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