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Limonata con ghiaccio

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Dolores ha trent’anni, un lavoro, un gatto e un enorme senso di vuoto che la accompagna quotidianamente. Una mattina, Gregor, uno stramboide con la faccia simile ad un rospo, suona alla sua porta cercando di convincerla a ricongiungersi con Alfredo, che non vede più da più di un anno. Dolores rifiuta e lo caccia, ma da quel giorno inizia a fare degli incontri particolari: un uomo le chiede se ha mai avuto paura della morte e di quanto questa sia affascinante, una cartomante le conferma la sua solitudine. Dolores si confida con la sua amica Ines, arrivando alla conclusione che questi incontri potrebbero non essere reali, tutto è nella sua mente. Ma Gregor ritorna e questa volta la convince a partire per un viaggio in cui incontrerà anziani (a volte sognatori, a volte pieni di vita), uomini di mezz’età tontoloni, elfi e gatti infernali. Sul filo del reale e del surreale, Dolores troverà la forza di ricongiungersi con se stessa, incontrare Alfredo e odiare un po’ meno suo padre.

Perché ho scritto questo libro?

Il racconto nasce con la riscoperta di me stessa; in un periodo di grande incertezza, in cui mi sentivo fin troppo messa in discussione, sono tornata alle origini, alla sana scrittura creativa. E così, il testo si sviluppa tra pensieri personali, riflessioni sulla vita, sulla società, sulla morte. Ma, per rappresentarmi davvero, non può mancare quel tocco di realismo magico e di crudezza che da sempre mi hanno affascinato. È nato un libro, sono rinata anche io.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il tizio spostò il bicchierone gelato e al suo posto vi appoggiò le mani.

– Allora, come ti chiami? –

– Dolores, tu? –

– Ahh come Dolores Haze! – Alzò le sopracciglia, l’occhio verde ebbe un guizzo.

– Si –, rispose lei, un po’ meno a disagio.

– Gran libro, quel Nabokov doveva averne combinate parecchie per scrivere una storia del genere. – Strizzò l’occhio nero, poi continuò: – Tra l’altro, uno dei nomi più belli dei personaggi letterari. –

Si misero dunque a parlare di Lolita, di cosa li aveva appassionati, cosa pensavano del protagonista, della trama. Dolores si sciolse un po’, smise di pensare al peggio e di tanto in tanto sorseggiava il tè ormai annacquato dal ghiaccio che si stava sciogliendo lentamente. Forse era davvero un uomo solo che aveva bisogno di un po’ di compagnia.

Scoprirono di avere gusti simili in fatto di libri, iniziò uno scambio frenetico di battute e titoli seguiti da – questo l’hai letto? E questo? –.

– A me piace quando si parla di qualcosa che va in decadenza, in putrefazione, non so, una rovina, ma anche la gente giunta alla fine della sua vita –, diceva Dolores.

– A me affascina anche quando il personaggio sa che fine farà, hai presente il racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Ilic? –

– Certo, oppure quando il racconto inizia dalla fine, come Cronaca di una morte annunciata! –

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– Parlando di finali e argomenti del genere, che ne pensi della fine de L’Idiota? –

Passarono così un’ora, persi nel mondo della letteratura. Dolores aveva finito il tè, ma tutto questo parlare le aveva fatto venire sete e aveva ordinato una coca cola con ghiaccio e limone.

– A proposito –, disse poi con nonchalance mentre sorseggiava la bibita, – stamani ero ad un funerale. –

Il tizio si grattò il mento, come se la cosa non lo toccasse granché. Le chiese se fosse morto qualche nonno o parente lontano, senza le solite frasi di circostanza, senza mi dispiace, senza condoglianze.

– Una persona che conoscevo. –

Dolores approfittò per ascoltarsi di nuovo: ancora nessuna disperazione, solo tanto fastidio per aver sofferto il caldo e per aver dovuto prendere un giorno di permesso da lavoro. Probabilmente, per lei Bianca era davvero morta dopo gli eventi della cena di ormai dieci anni fa. Cosa aveva provato nell’aver visto di nuovo suo padre dopo così tanto tempo? Disgusto. Non biasimava se stessa per non aver cercato nuovi contatti con lui in questi anni, credeva che le dovesse delle spiegazioni, delle scuse, era lui a doversi interessare. Eppure, in quel momento, mentre sorseggiava la sua coca cola, le si insinuò un pensiero che giungeva dai meandri più periferici del suo cervello: e se lui non avesse avuto il coraggio? Forse si sentiva dispiaciuto e si vergognava di quello che era successo, di come erano finite le cose. Però non era mai riuscito a chiamarla, si sentiva impacciato, non trovava le parole. In fondo conosceva suo padre, era un timido uomo imbarazzato, di quelli che si grattano la nuca e sorridono quando non sanno come comportarsi. D’altronde, era riuscito a rimanere in contatto con sua madre e aveva contribuito alle spese universitarie. Possibile che avesse tentato un riavvicinamento anche con lei? Magari le era sfuggito un particolare, un evento, un tentativo, accecata com’era dal rancore e dal dolore. Ma perché questo dubbio proprio in quel momento? Forse erano stati i suoi sguardi di sottecchi, con gli occhi neri uguali ai suoi, un po’ crucciati dal dispiacere. Forse anche lei aveva contribuito a questo allontanamento.

– Vorrei raccontarti una storia. –

Dolores si destò dai suoi pensieri, si ricordò di essere nel mezzo di una conversazione. Per quanto tempo era stata in silenzio? Fissò l’uomo accanto a sé, l’occhio verde brillava talmente tanto che sembrava stesse per prendere fuoco.

– Sono tutta orecchie. –

– È la storia di Elio, un vecchio signore, e del suo compleanno raccontato dal suo punto di vista. Quel giorno, stava fissando costantemente la miriade di candeline sotto ai suoi occhi, infilzate in un’orrenda torta con decorazioni discutibili. Si perdeva nel contrasto tra il bianco della panna e l’azzurro delle cere che, accese, si stavano sciogliendo lentamente. Non sapeva più cosa guardare e i suoi occhi smisero di mettere a fuoco, tutto divenne confuso, come il sottofondo di applausi, auguri, risate.

Cento. Cento candeline per cent’anni di vita. La vita di un uomo orrendo, proprio come quella torta. In fondo, se la meritava.

“Forza nonno, soffia!” Urlò uno dei suoi pronipoti, un fanciullo lentigginoso con un enorme spazio tra gli incisivi, troppo grandi rispetto agli altri denti ancora da latte. La sua bocca era piuttosto brutta, eppure non faceva altro che tenerla aperta per sbraitare. Ma poi, chi era quello? Osservarlo gli generava un certo fastidio, non sapeva chi fosse, da quale parte della prole arrivasse.

Elio si guardò intorno con disgusto: aveva generato cinque figli e con ognuno di loro si era comportato in modo ignobile. Il più grande era seduto in disparte, si aggiustava gli occhiali in modo convulso ogni tre, quattro minuti. Si vedeva che era lì controvoglia. Probabilmente desiderava più di tutti la sua morte. Aveva iniziato a picchiarlo da quando aveva cinque, sei anni. Non c’era un motivo preciso, semplicemente al vecchio dava fastidio la sua presenza. Era sempre stato così gracilino, con il muso allungato in una costante smorfia di insofferenza. A volte, quando il ragazzino tornava da scuola e gli raccontava con orgoglio i bei voti che aveva preso, lui iniziava a offenderlo e maledirlo fino a fargli venire gli occhi lucidi e subito dopo lo prendeva a pugni sul groppone, fino a quando le lacrime non avevano finito di solcargli il volto. Inutile dire che il giovane, appena diciottenne, se ne andò di casa e non tornò praticamente mai più, nemmeno per Natale. Il vecchio sapeva che era colpa sua, ma continuava a biasimare il figlio per averlo abbandonato. Come quella cagna dell’unica femmina, l’ultima della serie. Quella maledetta non si era mai lasciata piegare, era stata presa a cinghiate più e più volte, ma aveva sempre avuto la forza di ribellarsi. Tutto sommato era orgoglioso di lei, l’unica con il carattere di un vero uomo. Peccato che fosse una femmina. Pensò che fosse quello il suo vero difetto, che non fosse nata maschio. Il vecchio non aveva mai accettato la grande sconfitta di aver dato vita ad una femmina. Che poi, era fermamente convinto che fosse colpa della sua povera moglie, morta un paio di anni dopo l’ultimo parto.

Elio fissava le candeline e si chiedeva come mai avesse avuto una vita così lunga, nonostante avesse avuto da sempre la voglia di crepare. La prima volta che provò a morire aveva tredici anni, se lo ricordava bene; stava giocando con alcuni suoi coetanei, si inseguivano tra loro e giunsero sulle rive di un fiumiciattolo. L’acqua era bassa e decisero di attraversarlo, ma nel mentre Elio scivolò su un sasso e cadde di muso verso il fondale. Non sentì l’istinto di sopravvivenza, non risalì spontaneamente in superficie. Uno dei due ragazzi lo tirò su, preoccupato, gli chiese se fosse svenuto e lui di contro gli tirò un bel destro in faccia. Fu la prima volta che non oppose resistenza alla morte e fu la prima volta che colpì una persona.

Subito dopo aver conosciuto la sua povera moglie, rimase attratto da un ramo sporgente del nespolo che si trovava nel giardino di lei. Mentre la donna sognava di montarci un’altalena per i futuri bambini, lui sognava di appenderci un cappio. Ci provò anche, ma venne salvato in tempo dal suocero, che finì inevitabilmente per essere percosso.

In cento anni della sua vita aveva provato ad abbandonare questo mondo più e più volte, senza riuscita. E ogni volta si odiava sempre di più. L’odio provato per se stesso si riversava sempre su chi gli stava accanto. E, nonostante ciò, c’era un sacco di gente a questo centesimo compleanno. Sapeva che la maggior parte dei presenti era infastidita, lo facevano solo per accordi familiari presi in privato, chissà per quale motivo.

Si alzò in piedi, traballante, ma con le mani salde sul tavolo; inspirò gonfiando il petto.

“Prima esprimi un desiderio, nonno!” Esclamò una ragazzina sugli undici anni, mai vista fino a quel momento, forse un’altra pronipote.

Ci pensò su, poi soffiò con forza.

“Se mi volete scusare”, disse poi, mentre prendeva il bastone. Con molta calma si recò in bagno e si buttò dalla finestra.

Non morì subito; le ossa rotte gli facevano un gran male. Immobile, con lo sguardo rivolto verso la finestra da cui si era lasciato cadere e la vista offuscata, vide affacciarsi il figlio maggiore; gli sembrò di scorgere un sorriso. –

Ci fu un attimo di silenzio. Dolores si chiese come mai il figlio maggiore, nonostante tutto, aveva deciso di presenziare ai compleanni aspettando di godersi il momento. Com’è che i bambini erano così divertiti, i genitori non li avevano tenuti lontani da lui? Perché nessuno mai aveva reagito a questo orribile vecchio? Perché nessun figlio aveva preso l’iniziativa? Per lo stesso motivo per cui lei non aveva mai più contattato suo padre? La paura di rivivere un momento doloroso? E quindi era stata anche colpa sua?

– E tu, cosa ne pensi della morte? –

Di nuovo, Dolores si destò dai suoi pensieri, fissò quell’uomo spigoloso che aveva appoggiato il gomito sul tavolo, il mento sulla mano, in posizione di ascolto interessato.

– In che senso? –, aggrottò le sopracciglia.

– Mi sembra una domanda chiara, Elio ne era attratto chissà per quale motivo. –

– A me sembra che Elio fosse più repellente alla vita. –

– Così rovini tutto l’impianto poetico. –

– Non mi sembra che morire sia poetico. –

– E allora perché leggi libri in cui la morte è poetica? –

– Ma…? –

– Tu cosa pensi della morte? –

Improvvisamente, si ricordò di qualcuno che spesso farneticava frasi del genere, la sera prima di andare a dormire. Qualcuno che dormiva con lei, nello stesso letto. Si indispettì.

– Non ci penso, è bello leggere come viene interpretata, ma cosa vuoi che succeda, si muore e basta, il nostro io non c’è più. –

Nel pronunciare quella frase sentì partire dalle viscere una pesantezza che raggiunse il petto e si piazzò lì, sul cuore che iniziava a battere in modo sempre più accelerato. Il nostro io non c’è più. Doveva avere una faccia strana perché l’uomo la stava osservando un po’ preoccupato; poi scoppiò a ridere, gettò la testa all’indietro, la tensione si sciolse e Dolores riprese a respirare.

– So che cosa hai provato quando hai sgranato gli occhi, quando ti si è mosso dentro il serpente della paura. È un classico. Gli uomini hanno paura di quello che non sanno, che non conoscono. Sono spaventati dalle incognite, da un futuro nebuloso, da tutto ciò che è offuscato. Anche una nuova esperienza si porta dietro il sentore di paura, perché non si sa come andrà a finire, che cosa succederà. Sarà qualcosa di brutto? Sarà qualcosa di formativo? Sarà qualcosa di bello? Il dolore è sempre dietro l’angolo e finché il futuro non viene illuminato dalla luce del presente, l’uomo si porta con sé la sua dose di paura. È una sensazione primitiva, bestiale. Quanto mi affascina. Poi, quando le cose vengono affrontate, si vivono, è tutta un’altra storia. Il dolore può arrivare, ma è un qualcosa di concreto, che si può affrontare o che ci può inglobare. Ma esiste, si percepisce, si vive. Tu puoi percepire la morte? Tu puoi vivere la morte? –

– No. –

– Perché le persone amano film e libri di paura? E magari certe scene rimangono impresse nella mente e per giorni sono in tensione? –

– Perché si lasciano suggestionare? –

– Perché si lasciano stregare. Il sovrannaturale si vive nelle nostre menti e ci riporta alle origini, alle emozioni più ataviche. È un richiamo alla nostra natura di animali. Ci hanno insegnato che tutto è ragione e tutto deve essere inscatolato in spiegazioni scientifiche o comunque plausibili. Ma non sempre si riesce a far tornare i conti. E allora si rifugge nell’istintività. –

– Nella paura? –

– Anche. La morte, Dolores, è un sortilegio. Nessun essere umano sa che cosa succede dopo, le spiegazioni scientifiche sono amare da digerire. E quindi, istintivamente ne siamo attratti perché risveglia la nostra pura e semplice bestialità: ne siamo talmente spaventati che ci attrae inevitabilmente. Siamo legati a lei da una magia indissolubile. –

Si alzò in piedi, la sedia scivolò indietro.

– Ma chi ti ha raccontato questa storia? –, chiese Dolores incuriosita.

– Elio. È stato bello fare questa chiacchierata con te. E tu, dove pensi che sia finita la tua amica Bianca? –

Dolores si irrigidì. Elio? Bianca? Come faceva a sapere… Chi era quello stramboide? Non le aveva chiesto nemmeno come si chiamasse. Mentre si alzava anche lei, si accorse che il tizio non aveva bevuto nemmeno un goccio di tè e il ghiaccio si era sciolto completamente.

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Virginia Sabatini
Virginia Sabatini è nata in Toscana nel quasi lontano 1993, ha studiato Lettere Moderne a Firenze e ha vissuto qualche mese a Madrid. Immersa nei libri, nei corsi universitari, nella musica e negli esami, ha sognato tanto; poi, un giorno, è diventata insegnante ed è tornata a casa, nell'amara Maremma, per svolgere la sua professione. Non ha mai messo di scrivere, ma è in questa terra così agra che è riuscita a mettere insieme tutti i pezzi e a realizzare il suo primo romanzo. D'altronde, qui ci sono le sue radici ed è risaputo che anche nella terra più brulla possono nascere i fiori.
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