Il suono della matita che graffiava il taccuino era l’unico rumore nella stanza. La luce soffusa della lampada illuminava l’ufficio della dottoressa Margaret Reynolds, una piccola oasi di quiete tra le fredde pareti dell’edificio federale. L’aroma del tè appena versato si mescolava all’odore della carta e dell’inchiostro, un profumo familiare che avrebbe dovuto avere un effetto rassicurante. Evelyn Carter fissava il soffitto, le braccia incrociate sul petto, aspettando che la sua ora settimanale di terapia giungesse alla fine.
«Hai dormito?» chiese la psicologa, alzando lo sguardo dal suo taccuino.
Evelyn abbassò lentamente lo sguardo, osservando per un attimo la tazza di tè sulla scrivania. Il liquido ambrato era ormai freddo, segno che non aveva nemmeno provato a berlo.
«Qualche ora.» rispose Evelyn.
«Incubi?» disse la Dott.ssa Reynolds.
Evelyn non rispose subito. Incubi non era la parola giusta. Più che sogni, erano frammenti di una notte che non sarebbe mai riuscita a cancellare. E non lo voleva soprattutto. Mentre era distesa sul lettino, quei ricordi si fecero largo nella sua mente.
Quelle immagini erano così nitide…
“La pioggia cadeva incessante,
le luci dei fari illuminavano la strada deserta.
Suo figlio sul sedile posteriore,
addormentato con la testa appoggiata al finestrino.
Poi lo schianto.
Un lampo accecante.
Le grida di suo marito.
Il respiro spezzato di suo figlio.
Poi il silenzio.”
Il bracciale d’argento di Michael suo figlio, sporco di sangue, era stato l’unica cosa che aveva trovato quando si era trascinata fuori dall’auto. L’aveva stretto fino a farsi male, fino a sentire il metallo conficcarsi nel palmo, come se il dolore potesse riportarli indietro.
Evelyn abbassò lo sguardo sul polso, dove lo stesso bracciale ora l’avvolgeva. Era l’unica cosa che le era rimasta di lui.
«Dott.ssa Reynolds,» disse infine, ignorando la domanda, «Sto bene.»
La psicologa sospirò, abituata alla resistenza della sua paziente.
«Evelyn, il tuo lavoro è già abbastanza difficile di per sé. Ma se continui a portarti dentro tutto questo dolore, finirai per crollare.» gli disse rassegnata.
Evelyn non rispose. Sapeva che le sedute non avrebbero cambiato nulla. Non avrebbe mai smesso di sentire il peso di quel giorno.
Un colpo alla porta la salvò da ulteriori domande. La voce del suo capo, James Holloway, risuonò dall’altro lato.
«Carter, abbiamo un caso.»
Margaret la guardò con un’ombra di disappunto. Evelyn si alzò, infilando la giacca dell’FBI senza dire una parola. Uscendo, la menta era già spoglia, pronta per il prossimo caso.
L’ufficio del Federal Bureau of Investigation di Quantico era in fermento quando Evelyn vi fece ritorno. Scrivanie ingombre di rapporti, telefoni che squillavano, agenti che passavano troppo velocemente con tazze di caffè e l’odore di sigarette elettroniche che riempiva la stanza.
Alla sua postazione, il collega Ryan Mitchell la salutò con un cenno.
«Novità?»
«Holloway mi vuole nel suo ufficio.»
Ryan alzò un sopracciglio. «Se ti chiama di persona, dev’essere un caso qualcosa di grosso.»
Evelyn scrollò le spalle e si diresse lungo il corridoio. Bussò due volte prima di entrare.
Holloway sedeva dietro la scrivania, con la solita espressione tesa. Davanti a lui c’era un fascicolo aperto.
«Abbiamo un problema, Carter,» esordì Holloway, senza preamboli. «Collegio Blackwell, Riverton. Sei sparizioni nell’ultimo anno. Nessuna traccia, nessun indizio. Un vero e proprio mistero.»
Evelyn notò le foto: bambini. Prese il fascicolo e iniziò a sfogliarlo.
Sei bambini nell’ultimo anno, tutti di famiglie benestanti, in circostanze del tutto inspiegabili.
Nel mentre Holloway aggiunse:
«Abbiamo William, 8 anni, scomparso senza lasciare traccia; Alex, 7 anni, che non si è presentato per una gita scolastica; Nicholas, 9 anni, scomparso mentre giocava nel cortile del collegio; Emma, 10 anni, svanita durante un evento sportivo; Sophia, 8 anni, che scomparve misteriosamente mentre era con i suoi compagni.
In ogni caso, ogni bambino sembra essersi dissolto nel nulla, come se il tempo e lo spazio avessero inghiottito ogni traccia della loro esistenza.»
Piccoli volti destinati a restare solo immagini di un’indagine apparentemente senza uscita.
Evelyn sollevò lo sguardo.
«Perché me?»
Holloway intrecciò le dita.
«Perché tu sei la migliore nei casi di sparizioni.»
Fece una pausa, poi spinse verso di lei un altro fascicolo, più vecchio, con una serie di ritagli di giornale e rapporti investigativi risalenti a diversi anni prima. Evelyn lo aprì lentamente, scorrendo i documenti con attenzione.
Ogni ventisette anni, stesse dinamiche, sette bambini in un anno. Nessuna spiegazione, nessuna traccia.
«Ne sparirà un settimo e questa non è la prima volta.» Holloway decisamente serio.
Evelyn aggrottò la fronte. «Cosa intendi?»
Holloway indicò un ritaglio di giornale con il titolo “Dicembre 1968, Riverton, Kansas: sette bambini scomparsi, nessuna traccia”. Il nome Collegio Blackwell appariva più volte nel documento.
«Ventisette anni fa, la stessa identica cosa. Sette bambini. 2022,1995,1968 terza volta consecutiva, e chissà quante altre volte, il fascicolo non è completo. Stesso collegio. Stessa dinamica. Stesso mistero.»
Ma fu la pagina successiva a farle mancare il respiro.
Un’altra foto. Un altro nome.
Michael Carter – 9 anni. Scomparso un mese fa. Il sesto bambino scomparso, ottobre 2022.
Il cuore le martellò nel petto. Un gelo innaturale le avvolse la pelle. Lo stesso nome. Lo stesso identico nome di suo figlio.
Le dita si strinsero attorno ai bordi del fascicolo. Una coincidenza? No. Evelyn non credeva alle coincidenze.
La sua mente corse veloce, ogni istinto le diceva che questa non era una semplice indagine.
Chiuse lentamente il fascicolo, controllando la propria reazione. Guardò Holloway negli occhi.
«Quando parto?».
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