A Bea sembra di essere imprigionata in una continua lotta alla sopravvivenza: abbandonata dal marito con due bambini piccoli e un lavoro precario, il futuro le si prospetta come una nuvola sempre più nera. Non le resta che sperare in un miracolo. Finché, contro ogni aspettativa e speranza, non le giunge una telefonata da uno sconosciuto che le offre un lavoro e un’àncora di salvezza. Quello che non sa è che quel lavoro non le è giunto per caso. E che quello sconosciuto in realtà la conosce benissimo.
Perché ho scritto questo libro?
Questa storia è nata da un semplice incipit, spuntato dal nulla. Poi ha preso vita, e nel personaggio di Bea sono confluite molte delle ansie di una crisi dei trent’anni: un’età del mezzo, dove ti sei lasciata alle spalle la spensieratezza ma ancora non sei ben sicura di quello che stai facendo, un’età in cui non sei né giovane né vecchia, in cui ci si aspetta che tu abbia un’esistenza ormai ben delineata, anche se sei soffocata da dubbi e prospettive incerte.
ANTEPRIMA NON EDITATA
1
Ancora cinque minuti.
Terrò gli occhi chiusi ancora per cinque minuti. Se non li apro, se rimango immobile, in questa atmosfera di fiato caldo che si è creata sotto le coperte, forse questa notte durerà per sempre e le responsabilità del giorno non arriveranno mai.
Serro le palpebre, premo la guancia contro il cuscino. È inutile. Un solo, involontario spasmo della spalla ha rotto il delicato equilibrio di calore e ora spifferi malevoli soffiano sul mio collo. Una breve resa delle mie ciglia e i miei occhi colgono la luce azzurrina del mattino che filtra attraverso la finestra. È tardi. Un nuovo giorno è arrivato e non ho più tempo né scuse per evitarlo.
I miei pensieri schizzano, come le bolle di uno spumante che traboccano dal collo della bottiglia, spargendosi ovunque, a volte schiumando, a volte sciogliendosi, a volte friggendo in piccoli bozzi. Sembra che il solo rumore dei miei pensieri abbia il potere di svegliare anche gli altri abitanti della casa. Li percepisco, i bambini, che si stanno muovendo nel loro lettino, al di là della sottile parete che divide le nostre stanze. Non si sveglierebbero così presto se non avessero fame. Ma ieri sera non avevo in casa nulla se non una passata di pomodoro e due scatolette di fagioli. Mi sono dovuta inventare la “pappa di mister Fagiolo”; ho dovuto frullare per bene i fagioli in modo che non storcessero il naso. Avrei voluto aggiungere del formaggio grattugiato, ma il fondo che era rimasto nel frigo era ammuffito, non sono riuscita a recuperarlo. Io ho mangiucchiato una fetta di pane in cassetta intinta nella salsa di pomodoro. Cerco di convincermi che mi è sufficiente, che sono adulta e non ho bisogno di mangiare molto, ma il mio stomaco brontola in risposta, contrariato.
Alzati, mi dico, alzati.
Scosto le coperte con un gesto repentino per non essere più tentata di rifugiarmici sotto.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
È il mantra che ormai mi ripeto ogni mattina, mentre mi lavo velocemente con l’acqua fredda per risparmiare sul gas. Dicono che preoccuparsi non serve a nulla se non ad aumentare la preoccupazione stessa e così mi recito mentalmente queste tre parole vuote per non pensare a quello che in verità non va affatto bene. A cominciare dall’assegno di mantenimento. Anche questo mese non è arrivato…
Non ci pensare, mi blocco da sola, ma i pensieri sono infidi, si infiltrano nelle crepe della debolezza come la muffa negli angoli umidi di una casa o sul formaggio grattugiato avanzato nel frigo. E no, invece ci penso, ci penso perché se almeno avessimo i soldi del mantenimento, potrei fare la spesa e pagare qualche bolletta. Mi si è stretto il cuore a preparare quella brodaglia di pomodoro e fagioli, ieri sera, ma che potevo fare? A che mi serve che ci sia un pezzo di carta che attesta che io ho il diritto al mantenimento, se poi tanto lui non paga?
Non ci pensare, mi ripeto. Svio da mio marito, da cui sono ormai legalmente separata dopo il suo “abbandono del tetto coniugale”, ma mentre indosso l’abbigliamento da lavoro altre preoccupazioni mi si affollano nella testa e nel petto.
Oggi è il giorno. Devo affrontare il capo, non posso più rimandare. Sono passati due mesi e mezzo dall’assunzione senza che io abbia visto un euro di stipendio. Ho cercato di attendere il più possibile, per non irritarlo, per non sembrare disperata, per non rischiare il licenziamento. È l’unico lavoro part-time che ho trovato che coincidesse con i miei orari: con due figli piccoli l’unico momento in cui posso lavorare è la mattina, quando loro sono a scuola. Esiste il doposcuola ma costa più di quattrocento euro al mese. A testa. Il paradosso (lo so che non ci dovrei pensare, ma i pensieri volano e schizzano incontrollati) è che il doposcuola lo potrei avere sovvenzionato dalla Regione, se riuscissi a dimostrare le mie difficoltà economiche; ma per il fatto che risulto beneficiaria del mantenimento, che però in realtà non arriva, non rispetto i requisiti e quindi, se lo volessi, il doposcuola lo dovrei pagare per intero. Mi chiedo chi se lo possa permettere. Paghi il doposcuola per poter lavorare ma metà del tuo stipendio se ne va per pagare il doposcuola. Non è assurdo?
Mi guardo allo specchio il meno possibile per non vedere riflessa la faccia della mia disperazione, le preoccupazioni incise sul volto e, in generale, lo sfattume di una vita povera. Per fortuna lavoro in fabbrica e fintanto che sono puntuale e discretamente pulita, non ho bisogno di truccarmi, pettinarmi o rispettare altri standard di bellezza. Il momento peggiore, forse, è quando vado a prendere i bambini a scuola; io, con i miei capelli che non vedono un parrucchiere da anni, le unghie rovinate e i vestiti lisi, mi vergogno quando vedo le altre mamme, ben vestite e comunque più curate di me, persino le meno belle. Per ora la vergogna è solo mia e i bambini sono troppo piccoli per capire, ma tremo al pensiero di quando cresceranno, inizieranno a fare paragoni con i compagni e a rendersi conto che noi non andiamo mai al cinema, non mangiamo mai la pizza a domicilio, non visitiamo lo zoo nei weekend e che i regali che ricevono a Natale sono oggetti di seconda mano che ho comprato al negozio dell’usato.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Di commiserazione non si vive e i pensieri non si possono mangiare. Mi devo muovere.
Per colazione allungo un po’ di latte e zucchero per i bambini, metto loro da parte gli ultimi biscotti; sono diventati un po’ mollicci, ma se li sciolgo nel latte non se ne accorgeranno. Per fortuna poi faranno merenda a scuola. Caterina, la mamma di Luigi, rifornisce sempre suo figlio di almeno quattro merendine e succhi di frutta diversi, che poi Luigi divide con Nico e Giovanni. Sennò salterebbero l’intervallo, perché le merendine costano troppo, e una a testa, ogni giorno, più il succo di frutta… Caterina dice che di merendine ne ha fin troppe, gliele danno gratis quando si avvicinano alla scadenza perché lei lavora al supermercato, gliene danno talmente tante che rischiano di scadere prima che Luigi le mangi tutte, ma io non ci credo, io lo so che lo fa perché è gentile, perché le faccio pena, o per entrambi i motivi. Io lo so, e so che lei lo sa, ed entrambe sappiamo di sapere, ma per un muto rispetto reciproco nessuna delle due ha mai detto nulla e ringrazio per questo silenzio perché quest’ultima umiliazione probabilmente mi ucciderebbe.
Arrivano, sento i passetti strascicati lungo il corridoio. Nico, il più piccolo, si affaccia per primo, gli occhi pesti di sonno; Giovanni dietro, un po’ più sveglio rispetto al fratellino. Indossano entrambi un pigiama della misura sbagliata: Nico un pigiama smesso di Giovanni, troppo lungo nelle gambe e nelle maniche; Giovanni un pigiama che ho trovato in saldo al mercato l’anno scorso, ma che ora gli è diventato troppo piccolo e gli tira sulle spalle e gli lascia scoperte le caviglie. Dovrei comprargli un pigiama nuovo. Sento una fitta al cuore mentre il mio cervello parte a raffica, a calcolare il costo di un capo che fra pochi mesi gli sarà di nuovo piccolo…
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Giovanni ha nove anni, solo due più di Nico, ma prende il suo ruolo di fratello maggiore molto seriamente. Ringrazio, ringrazio davvero Iddio se esiste, perché Giovanni non tormenta il fratellino, non lo prende in giro e anzi gli si offre sempre come guardiano e guida; Nico lo adora, e nel suo piccolo non fa i capricci, lo segue dappertutto e nel complesso ubbidisce sia a me che a Giovanni.
Giovanni scosta la sedia per Nico, che si arrampica mezzo addormentato, come ogni mattina. Poi gli mette il cucchiaio in mano e gli avvicina la scodella con il latte e i biscotti. Un fiotto di saliva acida mi risale in gola mentre li guardo che diligentemente sorbiscono il latte annacquato. Ho fame e sono disperata. Ecco, l’ho pensato. L’ho pensato e ora è ancora più vero, i crampi diventano più forti. Sgranocchio un biscotto, lentamente, il più lentamente possibile, e mi concentro su Nico e Giovanni, mi concentro su di loro come se potessi trarre dalla loro presenza la forza di continuare.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
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