ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 3 – Il primo layer
Milano, due giorni dopo – ore 6:17
La telefonata arrivò prima dell’alba.
Fulvio dormiva profondamente quando il cellulare iniziò a vibrare sul comodino. La luce dello schermo riempì la stanza di azzurro. Allungò una mano, mezzo addormentato.
«…Pronto.»
«Fulvio Bernardi?»
La voce era ferma, senza esitazioni. «Sono l’ispettore Clara Vitale. Dobbiamo vederci subito.»
Fulvio si tirò su a sedere. «Ispettore? Che succede?»
«È stato trovato un cadavere in un cortile dietro Porta Venezia,» disse lei. «Accanto al corpo c’è un manifesto legato al suo lavoro. Mi hanno passato il suo nome. Preferisco che lo veda di persona.»
«Il mio… lavoro?» ripeté lui, ancora confuso. «Perché?»
«Lo capirà tra poco. Le mando la posizione.»
Riattaccò senza aggiungere altro.
Francesca si girò dall’altra parte, ancora mezza addormentata. «Tutto ok?» mormorò.
«Sì,» mentì lui. «Devo passare un attimo in studio.»
Infilò jeans, felpa, scarpe, prese lo zaino quasi alla cieca. Il telefono vibrò di nuovo: una posizione su Maps.
Porta Venezia. Cortile interno. Accesso da un cancello laterale.
Porta Venezia – ore 7:05
Il cortile era chiuso da nastri gialli. Le luci blu delle volanti lampeggiavano sulle facciate umide dei palazzi. L’aria sapeva di pioggia, cemento fresco… e sangue.
Non c’era caos. Nessuno urlava. Nessuna sirena a tutto volume.
Solo passi, mormorii, fruscio di tute della scientifica.
Fulvio si avvicinò. Un agente giovane lo fermò.
«Lei è Bernardi?»
Fulvio annuì.
«Venga. L’ispettore la sta aspettando. Ma… si prepari.»
Passò sotto il nastro.
Il corpo era al centro del cortile.
Steso su un pavimento ricoperto di manifesti incollati uno accanto all’altro. Non erano messi a caso: nessun bordo sovrapposto, nessuna piega, nessuno strappo. Un mosaico di carta, perfetto.
La donna a terra era nuda.
Raccolta su un fianco, le ginocchia piegate, le braccia vicine al petto. La pelle era pallida, quasi grigia. Alla base del collo, una ferita netta. Un taglio pulito, preciso.
Il sangue aveva formato una macchia scura sotto il corpo, già meno lucida, cominciava a seccarsi ai bordi. Non ce n’era in giro a schizzi: qualcuno aveva lavorato con calma, senza lotta, senza confusione.
Fulvio sentì lo stomaco ribellarsi.
Dal vivo la morte non assomigliava ai film. Il rosso era quasi nero. L’odore metallico gli saliva in gola.
Guardò altrove.
E fu allora che vide il manifesto sulla parete.
Un grande foglio bianco, appeso a un muro umido, davanti al corpo. Niente foto, niente logo.
Solo testo.
“Campagna 0.
Obiettivo: silenzio.
Tono: minimale.
Destinatari: chi dimentica.”
Sotto, in piccolo, poche righe di specifiche: parole sulla pulizia, sulla semplicità, su come “non disturbare la forma”.
Fulvio ebbe l’impressione che il cortile si inclinasse.
Conosceva quello stile. Quelle frasi. Quella struttura.
Non era solo simile a qualcosa che aveva fatto. Era proprio una sua vecchia proposta. Una campagna pensata anni prima, mai partita, rimasta in un archivio.
Qualcuno l’aveva recuperata. E ci aveva messo un morto davanti.
«Bernardi.»
Si voltò.
Una donna sui quarant’anni lo stava osservando. Capelli legati, viso tirato, un impermeabile scuro addosso. Non fumava, ma teneva le dita come se fosse abituata a farlo.
«Clara Vitale,» si presentò. «Ispettore. Ci hanno detto che questo manifesto potrebbe essere suo.»
Indicò il foglio sulla parete. Poi il pavimento, coperto di carta.
«È così?»
Fulvio deglutì. «Sì. L’impostazione è la mia. Il testo anche. Era una campagna scartata. Non doveva mai uscire.»
«Eppure è qui,» disse lei. «E qualcuno l’ha usata come sfondo per un omicidio.»
Fece un cenno a un agente. Le portarono una sedia pieghevole. Ne aprì un’altra per lui.
«Si sieda un attimo,» disse. «Mi racconti.»
Fulvio si lasciò cadere sulla sedia. Sentiva il freddo del pavimento passare attraverso le suole.
Raccontò della vecchia campagna, del cliente che l’aveva rifiutata, del file rimasto in una cartella per anni. Parlò di Lorenzo, del periodo in cui sperimentavano con manifesti “più spinti”, dei progetti lasciati a metà.
«Pensavo che fosse finita lì,» concluse. «In un hard disk. Non qui.»
Clara lo ascoltò senza interromperlo. Ogni tanto annotava qualcosa su un taccuino.
«La donna a terra,» chiese Fulvio, indicando il corpo. «Sapete chi è?»
«Ancora no,» rispose Clara. «Nessun documento. Niente cellulare. Le mani sono pulite, le unghie curate. Ha solo un piccolo tatuaggio alla caviglia, un simbolo che stiamo cercando di identificare.»
Fece una pausa.
«Non è stata uccisa qui,» aggiunse. «È stata portata. Sistemata. Posizionata.»
La parola gli rimase addosso: posizionato.
«Chi ha fatto questo,» continuò Clara, «sapeva esattamente dove mettere tutto. Il corpo, la carta, il manifesto. Non è una scena qualunque. È una messa in scena.»
Fulvio guardò di nuovo il pavimento.
I manifesti incollati attorno al cadavere formavano una specie di cornice. Alcuni avevano titoli tecnici: “Campagna 1 – Scelta”, “Campagna 2 – Paura”, “Campagna 3 – Obbedienza”. Altri mostrano solo frammenti di testo, parole isolate.
Era come se qualcuno avesse trasformato il cortile in una pagina gigante.
Il corpo, al centro, era l’immagine principale.
«Perché mi avete chiamato?» chiese infine. «Solo perché riconosco il manifesto?»
Clara lo guardò negli occhi.
«Perché chi ha fatto questo parla una lingua che lei conosce,» disse. «Sta usando il linguaggio della pubblicità per fare qualcos’altro. Io vedo un morto. Lei vede anche un progetto.»
Si alzò, chiuse il taccuino.
«E poi c’è un altro dettaglio.»
Lo accompagnò più vicino alla parete. Sotto il manifesto, nell’angolo in basso a destra, Fulvio vide un piccolo segno che gli era sfuggito.
Una spirale nera, grande quanto una moneta.
Quella spirale.
La stessa del muro in Isola. La stessa del file “spirale_PINK”. La stessa del collettivo a Lambrate.
«L’ha già vista, vero?» chiese Clara, senza distogliere lo sguardo dal simbolo.
Fulvio annuì. «Sì.»
«Dove?»
Si fermò un secondo.
Con quella domanda capì di essere entrato davvero nella storia.
«In un manifesto comparso vicino al mio ufficio,» disse. «In un vecchio file che avevo in archivio. E in un posto dove non avrei dovuto tornare.»
«Un posto…?»
«Un collettivo di grafici. Si fanno chiamare Berlin Grafica.»
Clara lo fissò per qualche secondo, come se stesse decidendo quanta fiducia dargli.
«Bene,» disse infine. «Da questo momento lei ci aiuta. Non come sospettato. Come lettore.»
«Lettore.»
«Sì. Noi leggiamo i fatti. Lei legge le immagini. Il killer sta usando il suo linguaggio. A me interessa capire cosa dice davvero.»
Si voltò verso la scena. Il vento si era alzato, facendo vibrare leggermente i bordi dei manifesti a terra. Il corpo, al centro, rimaneva immobile. Bianco contro bianco, pelle contro carta.
«E una cosa è quasi certa,» concluse Clara. «Un tipo così non prepara tutto questo per un solo colpo.»
Fulvio la guardò, senza parlare.
«Questa,» disse lei indicando il cortile, «è la prima pagina.»
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.