Nella maggior parte dei casi le microespressioni prodotte in una conversazione sono circondate da parole, tono di voce, gestualità che catturano di più l’ attenzione di chi ci sta davanti, per questo non vengono notate.
Ma gli indizi derivati dal comportamento di una bugia non sono solo emozionali ma possono essere anche cognitivi dato che pensiero ed emozioni si influenzano vicendevolmente.
Gli indizi cognitivi più evidenti di una menzogna sono le contraddizioni in cui il soggetto incappa raccontando una determinata cosa, anche se a volte si può cadere nella contraddizione anche se si è sinceri, perciò occorre molta cautela nel verificare
la sincerità solo sulle contraddizioni. Un altro indizio, scontato ma utile, è l’esitazione con cui il soggetto risponde alle domande a lui rivolte e che, presupporrebbero una risposta più immediata se fossero vere…
Perché ho scritto questo libro?
In un mondo dominato dai social e comunicazioni digitali, c’è una fame crescente di “verità”. Un libro che insegna a leggere ciò che è autentico (il volto) rispetto a ciò che è costruito (le parole) è estremamente importante.
L’empatia come “superpotere”: spesso la capacità di smascherare le bugie è vista come un atto cinico, ma vorrei ribaltare la prospettiva: leggere una microespressione di dolore nascosta dietro un sorriso non serve a “incastrare” qualcuno, ma bensì a capire che può soffrire.
ANTEPRIMA NON EDITATA
INTRODUZIONE
Il libro THE EXPRESSION OF EMOTION IN MAN AND ANIMALS (1872) di
Darwin in cui fu esposta l’ipotesi secondo la quale le espressioni facciali emotive avrebbero carattere universale, sarebbero innate ed evolutivamente adattive, non fu preso inizialmente in considerazione. I naturalisti lo reputarono di scarsa scientificità, in quanto consideravano inammissibile dare adito ad una ipotesi nata solo da studi provenienti solo dal piano osservativo. Negli anni seguenti le espressioni emotive continuarono ad essere considerate come un elemento che si sviluppava dalla cultura: cosi come in ogni cultura è riconoscibile un dato linguaggio verbale, allo stesso modo avrà anche un proprio linguaggio espressivo.
Per riprendere le teorie darwiniane si dovette aspettare l avvento di Tomskin, il quale partendo dalla teoria secondo cui le emozioni sono il fondamento delle motivazioni umane e che la loro localizzazione principale è il volto, dimostrò insieme a Carter che le espressioni faccili erano associate a precisi stati emotivi.
Questa ricerca diede il via a diversi studi, detti “universality studies”. Tali ricerche misero in evidenza in modo particolare, un accordo nella valutazione delle espressioni emozionali facciali, dimostrando che membri facenti parte di culture diverse sottoposti a video emotivi mostravano sul loro volto in modo spontaneo identiche emozioni facciali. A questa ricerca ne seguirono altre, utilizzando metodi e soggetti diversi, e tutte hanno confermato l’esistenza di 7 espressioni facciali emotive, universali, innate nel DNA: rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo e gusto (che tratteremo nei capitoli 1 e 3).
Queste espressioni insorgno in modo rapido e spontaneo, sono il modo con cui rendiamo visibile le più diversificate emozioni individuali; Un linguaggio espressivo che se è ben conosciuto e ben interpretato racchiude una duplice importanza: favorire la conoscenza dell’ altro senza preconcetti e porta al raggiungimento di un migliore equilibrio emotivo con notevoli effetti positivi sull’intera vita sociale. La teoria quindi che le espressioni emotive siano innate, universali e abbiano una radice biologica si basa oggi su molte ricerche scientifiche, ma questo non sta a
negare comunque il ruolo giocato dalla cultura. Secondo Paul Ekman esistono dei “display rules”, ossia regole di dimostrazione apprese dal contesto culturale che trasmettono come manifestare le espressioni emotive in base al contesto sociale: intensificandole, attenuandole, inibendole o mascherandole. Si parla quindi di emozioni secondarie che sono il risultato dalla combinazione delle emozioni primarie con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale: allegria, invidia, vergogna, ansia, rassegnazione, gelosia, speranza, perdono, offesa, nostalgia, rimorso, delusione, il legame tra emozioni innate e cultura fu particolarmente dimostrato tramite alcuni esperimenti condotti da Ekman e Friesen (1972) su un gruppo di Americani e ad un gruppo di Giapponesi a cui furono mostrati dei filmati operazioni chirurgiche. Quando gli individui erano da soli, non si rilevarono differenze tra i gruppi sull’espressione di disgusto mostrata, ma in presenza dello sperimentatore i Giapponesi mascheravano l’espressione di disgusto con un finto sorrisone sul volto. La spiegazione di questo comportamento può essere spiegata dalla cultura giapponese secondo cui mostrare emozioni negative in pubblico è considerato inopportuno e viene nascosto solitamente con un sorriso. Un altro esperimento consisteva nel proporre fotografie di visi che mostravano le emozioni primarie, e associare ad ogni fotografia un’emozione primaria a individui di cinque diversi paesi: gli osservatori seppur provenienti da diversi paesi riconoscevano nelle fotografie le stesse emozioni primarie. A questo esperimento furono mosse delle obiezioni secondo le quali gli osservatori esaminati avevano delle esperienze visive in comune, derivanti dai media, potevano in altre parole avere altre espressioni per esprimere, ad esempio, la tristezza ma aver visto quella stessa emozione in televisione e quindi potevano comunque riconoscerla.
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Questo ragionamento portò Ekman ad un altro studio in cui i soggetti erano popoli che non avevano avuto contatti con i media e rarissimi contatti col mondo letterato: andò dunque in Nuova Guinea. Essendo che questi popoli non erano abituati ai test psicologici, dovette adottare un modo differente per eseguire l’esperimento: infatti nei precedenti test sono state mostrate fotografie a cui si è chiesto di associare un’espressione. In Nuova Guinea, invece, sono state raccontate delle storie e ad ogni
storia i soggetti collegavano una delle espressioni mostrate in fotografia. Le espressioni delle emozioni vennero riconosciute quasi tutte, fatta eccezione per la paura e lo stupore. Questo avvalorò l’universalità della mimica facciale, perchè il non riconoscere la paura e lo stupore era dovuto al fatto che le culture hanno modi diversi di reazioni alle stesse situazioni, ossia ciò che può far spaventare una cultura potrebbe non spaventare un’altra. Dagli anni settanta Paul Ekman carpì l’importanza delle espressioni del volto, oggi descritto addirittura in un ‘atlante’. È il FACS (Facial Action Coding System), uno dei maggiori dizionari di anatomia per la comprensione delle espressioni facciali prodotte da 44 muscoli del viso ed i cui movimenti permettono di riprodurre oltre 10 mila differenti espressioni. Ma non si tratta solo di espressioni facciali, perché il linguaggio del volto “lavora” in un connubio con altri 5 canali della comunicazione – il linguaggio del corpo, la voce, l’espressione verbale e il contenuto verbale.
Continuamente proviamo emozioni, tantissime, che variano da quelle positive a quelle negative, cercando di comunicarle o di nasconderle al nostro prossimo… ma fondamentalmente, cos’è un’emozione? Perchè è strettamente legata alla comunicazione? Proviamo, dunque, a fare un viaggio in questo mondo, esplorando più da vicino queste sconosciute espressioni che ci accompagnano per tutta la giornata… e nella vita.
CAPITOLO 1: LA COMUNICAZIONE
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- IL SIGNIFICATO DELLA COMUNICAZIONE
Per comunicazione si intende un processo complesso che si sviluppa attraverso le relazioni interpersonali. La comunicazione rappresenta il mezzo più efficace che permette agli individui di scambiarsi informazioni e avviene all’interno di un ambiente sociale. Essa si sviluppa generalmente tra individui che condividono un sistema di suoni significativi, un sistema di segni e di significati e un insieme di regole e di convenzioni che giustificano la regolarità degli scambi (Rumiato, Lotto, 2007).
Tale sistema è stato analizzato sotto differenti aspetti e con diversi approcci: la linguistica si occupa della costruzione dei mezzi attraverso i quali i contenuti nella comunicazione vengono veicolati, come parole, frasi e testi e delle regole che governano la comprensione e la produzione di tali mezzi; la semiotica studia le modalità con cui viene costruito il significato e di come i soggetti della comunicazione attribuiscano un senso ai contenuti della comunicazione stessa; la sociologia mette in evidenza come interagiscono le determinanti linguistiche e le strutture sociali; la psicologia analizza i processi cognitivi cottostanti all’attività comunicazionale.
Shannon e Weaver (1949) descrivono la comunicazione come un sistema in cui una sorgente di informazioni invia ad un destinatario un messaggio. Il messaggio viene trasformato da un apparato trasmettitore in un segnale attraverso un canale. I segnali giungono ad un apparato ricevitore che li trasforma in messaggio prima di raggiungere il destinatario. Il compito del trasmettitore e del ricevitore è quello di codificare e decodificare il segnale.
Il significato è un concetto centrale della comunicazione e può essere rappresentato dal classico triangolo semiotico che mette in risalto le connessioni presenti tra un simbolo, ovvero i sistemi segnici utilizzati negli scambi comunicativi, la referenza
cioè l’idea corrispondente al simbolo, ed infine il referente, ovvero la realtà rappresentata dal simbolo (Ogden e Richards, 1923).
La comunicazione non avviene in maniera casuale ma segue delle regole che consente la gestione degli scambi comunicativi. Secondo il principio di cooperazione di Grice (Giovanna Cosenza, Intenzioni, significato, comunicazione: la filosofia del linguaggio di Paul Grice, Bologna: CLUEB, 1997), la comunicazione segue quattro regole, o massime, che permettono ai partecipanti all’interazione di interpretare correttamente i contenuti e gli obiettivi degli scambi comunicazionali. La prima massima è quella della quantità per la quale i partecipanti ad un’interazione comunicativa debbano fornire soltanto le informazioni fondamentali per far comprendere il messaggio. Tali informazioni, dunque, devono essere esaurienti e non devono essere ridondanti e superflue. La seconda è la massina della qualità e assume il ruolo dove i partecipanti fanno delle affermazioni vere o che possono essere sostenute da prove adeguate. La terza massima è quella della relazione, secondo la quale i partecipanti devono fornire informazioni adeguate alla relazione che li lega. Infine, la quarta massima è quella del modo e si riferisce al fatto che gli interlocutori debbano considerare il modo in cui il contenuto della comunicazione deve essere espresso, cercando di essere chiari e di evitare ambiguità.
La comunicazione (Vocabolario TRECCANI) dal latino “communicatio” (cum = con, e munire = legare, costruire e dal latino communico = mettere in comune, far partecipe), è un processo costituito da un soggetto che ha intenzione di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa, ma non consiste soltanto in una trasmissione di informazioni. In lingua italiana il termine “comunicazione” ha il significato semantico di “far conoscere”, “rendere noto”. La comunicazione riguarda sia l’ambito quotidiano (ad esempio un colloquio tra amici) sia l’ambito pubblicitario e delle pubbliche relazioni: in ciascuno di questi ambiti la comunicazione ha diverse finalità. Gli agenti della comunicazione possono essere sia persone umane, che esseri viventi o entità artificiali. Infatti è colui che “riceve” la comunicazione ad assegnare a questa un significato, per cui è la potenzialità creativa dell’essere umano ad assegnare
significati ad ogni cosa, creando così il “sistema comunicazione” con le sue due caratteristiche: l’immaginazione e la creazione di simboli.
Il concetto di comunicazione (Fondamenti di psicologia della comunicazione, il Mulino, 2006) comporta la presenza di un’ interazione tra soggetti diversi: si tratta in altri termini di una attività che presuppone un certo grado di “cooperazione”. Ogni processo comunicativo avviene in entrambe le direzioni e, secondo alcuni, non si può parlare di comunicazione là dove il flusso di segni e di informazioni sia unidirezionale. Se un soggetto può parlare a molti senza la necessità di ascoltare, siamo in presenza di una semplice trasmissione di segni o informazioni. La comunicazione interpersonale, che coinvolge più persone, è basata su una relazione in cui gli interlocutori si influenzano vicendevolmente come in un circolo vizioso.
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