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La Casa degli Specchi Inversi

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Consegna prevista Novembre 2026

Una prozia che non ha mai conosciuto le ha lasciato una villa sulla costa: Villa Speculum. Trecentoquarantasette specchi. Un custode che sa troppe cose. E riflessi che non restituiscono mai l’immagine che ci si aspetta.
Perché gli specchi di Villa Speculum non mostrano chi sei.
Mostrano chi avresti potuto essere.
La vita che avresti vissuto se avessi risposto a quel messaggio. Se non fossi salita su quel treno. Se avessi detto quella parola invece di ingoiarla.
Agatha le attraversa tutte. Le vive davvero — il matrimonio, i figli, la carriera al CERN, la casa sull’oceano — con la stessa fisica nel sangue e lo stesso modo di raccogliere briciole dal tavolo quando è nervosa. Ma ogni volta che torna, qualcosa è diverso. Ogni volta che si guarda allo specchio del corridoio, la sua immagine ci mette un secondo di troppo a seguirla.
E il custode Virgil continua a sorriderle come se sapesse già come va a finire.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo il giorno in cui mi sono reso conto che avevo smesso di chiedermi cosa sarebbe successo se.
Non so esattamente quando è successo. A un certo punto quella domanda — cosa sarebbe successo se avessi scelto diversamente? — è diventata troppo dolorosa per farla ad alta voce, e l’ho sepolta sotto la routine, l’efficienza, la capacità di andare avanti.
Agatha Verlaine è nata da lì. Da quella domanda che si fa sempre più tardi, sempre troppo piano, sempre da soli.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

La Lettera

La nebbia avanzava dal mare come una creatura vivente, avvolgendo Villa Speculum nelle sue spire umide. La vecchia dimora sulla scogliera sembrava respirare nella luce crepuscolare, le finestre che si annerivano una ad una mentre il sole scivolava sotto l’orizzonte.

All’interno, nel salone principale, dodici orologi antichi segnavano ore diverse. Nessuno batteva i secondi allo stesso ritmo, eppure ciascuno, a modo suo, contava un tempo preciso. Un tempo che esisteva solo all’interno di quelle mura.

Virgil attraversò il corridoio con passo misurato, i suoi movimenti fluidi e silenziosi come quelli di un’ombra. Il maggiordomo si fermò di fronte a uno degli innumerevoli specchi che decoravano la villa – questo più antico e più scuro degli altri, con una cornice di legno nero intarsiata di simboli che sembravano cambiare forma se osservati troppo a lungo.

La superficie riflettente non mostrava l’immagine di Virgil, ma qualcos’altro. Una figura indistinta che sembrava fluttuare dietro il vetro come una presenza subacquea.

“È il momento,” mormorò Virgil, sfiorando la superficie dello specchio con dita affusolate.

Lo specchio sembrò incresparsi al suo tocco, come acqua disturbata da un sasso.

Virgil si allontanò e attraversò il corridoio principale, i suoi passi inaudibili sul tappeto persiano consunto. L’ingresso alla biblioteca attendeva in fondo: una massiccia porta di quercia scura.

La serratura in ottone annerito emise un click profondo quando Virgil vi inserì una chiave ornata. La porta si aprì con un gemito sommesso, come il sospiro di un vecchio che viene svegliato dopo un lungo sonno.

L’aria all’interno era diversa dal resto della villa – più densa, più carica. L’odore inconfondibile di carta invecchiata, cuoio trattato e inchiostro sbiadito. Una nota di legno di sandalo e cera d’api si mescolava al profumo di polvere che appartiene solo ai libri dimenticati.

La biblioteca si estendeva in altezza per due piani completi, con una balconata che correva lungo il perimetro. Le pareti erano rivestite di scaffali in mogano scuro, così antichi che il legno aveva assunto una patina quasi nera. Il soffitto era una cupola di vetro colorato, oscurata dalla nebbia esterna, con al centro un lampadario art nouveau che pendeva come una medusa fossilizzata.

Le scaffalature contenevano migliaia di volumi, disposti secondo un ordine che solo chi conosceva intimamente la stanza poteva comprendere. Fisica teorica accanto a grimori medievali. Diari personali rilegati in pelle verde scuro. Trattati di alchimia con illustrazioni che sembravano cambiare se osservate troppo a lungo.

Ma ciò che distingueva veramente la biblioteca erano gli specchi. Ogni sezione era demarcata da uno specchio di foggia diversa.

Quello accanto alla fisica teorica era perfettamente circolare, con una cornice in ottone incisa di equazioni che sembravano muoversi impercettibilmente.

Lo specchio della sezione alchemica era triangolare, in rame verdastro, e occasionalmente mostrava colori che non esistevano nel mondo reale.

Lo specchio tra i diari era il più inquietante – un semplice ovale che mostrava sempre un leggero ritardo nel riflesso, come se il tempo scorresse più lentamente al suo interno.

Il più grande occupava quasi interamente la parete sud – un’imponente lastra argentea in cornice barocca dorata. La sua superficie non rifletteva mai esattamente ciò che si trovava davanti, ma qualcosa di leggermente diverso. Una versione alternativa della biblioteca dove i libri erano disposti diversamente, dove le ombre cadevano da direzioni impossibili, dove occasionalmente si intravedeva una figura che si muoveva indipendentemente da chiunque fosse nella stanza.

Nell’aria fluttuavano particelle di polvere che sembravano danzare secondo schemi precisi, non governati dalle correnti ma da qualche geometria invisibile. Occasionalmente si aggregavano per un istante formando sagome fugaci – un volto, una mano, un simbolo – prima di disperdersi nuovamente.

In un angolo discreto si trovava un piccolo tavolino rotondo con un servizio da tè in porcellana. La teiera sempre calda al tatto anche se nessuno l’aveva mai riempita. Due tazze perfettamente pulite. Un piattino con biscotti che non invecchiavano mai, non venivano mai consumati.

Virgil si mosse verso la scrivania al centro della stanza – un imponente scrittoio vittoriano in noce massello con intarsi di madreperla. Prese posto sulla poltrona di pelle bordeaux che sembrava modellata sul suo corpo. Da un cassetto estrasse carta da lettere pregiata e una penna stilografica Mont Blanc.

Con movimenti misurati, Virgil cominciò a scrivere.

L’inchiostro nero scivolava sulla carta in caratteri eleganti e precisi, senza esitazioni, come se le parole fossero già scritte da qualche parte e lui stesse semplicemente copiandole da un originale invisibile.

“Gentile Signorina Verline,” scrisse.

“La presente per informarLa che è stata nominata unica erede di una proprietà situata sulla costa settentrionale. Villa Speculum, già appartenuta alla Sua defunta prozia Millicent Thornfield, di cui Lei probabilmente ignora l’esistenza.”

Virgil si fermò, sollevò lo sguardo verso il grande specchio sulla parete sud. Nel riflesso, la biblioteca appariva identica, ma qualcosa era diverso. La figura seduta alla scrivania non era Virgil.

Era una donna sui trent’anni, capelli scuri raccolti in uno chignon imperfetto, occhi stanchi di chi ha lavorato troppo a lungo sotto luci artificiali. Indossava un tailleur grigio che aveva visto giorni migliori.

Virgil sorrise al riflesso della donna che non era ancora arrivata ma che, in qualche modo, era già lì.

“Bentornata a casa, Agatha,” mormorò alla figura nello specchio.

Poi tornò a scrivere.

“La proprietà è completamente arredata e abitabile. Il maggiordomo di famiglia, che sottoscrive, rimane al Suo servizio. Non sono necessarie formalità particolari per prendere possesso. È sufficiente che Lei si presenti.”

“La villa La attende.”

“Con ossequio,”

“Virgil”

Firmò con una calligrafia ornata che sembrava appartenere a un secolo diverso. Piegò la lettera con precisione geometrica, la inserì in una busta color avorio, suggellò con ceralacca rossa su cui impresse un simbolo che nessun araldista avrebbe potuto identificare.

Sull’indirizzo scrisse:

*Signorina Agatha Thornfield*

*Appartamento 7B*

*142 Ashford Street*

*Londra*

Poi si alzò, attraversò la biblioteca, aprì una piccola porticina nascosta dietro uno scaffale e salì una scala stretta e buia. In cima, una colombaia. Ma le colombe che vi abitavano non erano normali: i loro occhi brillavano di un’intelligenza innaturale e le loro piume avevano sfumature che non appartenevano al mondo degli uccelli reali.

Virgil legò la lettera alla zampa di una colomba dal piumaggio grigio-azzurro iridescente.

“Vai,” sussurrò. “Trova chi deve trovare.”

La colomba si librò nella nebbia, ma invece di volare verso l’esterno, sembrò dissolversi gradualmente nell’aria, come se attraversasse non lo spazio ma qualcos’altro.

Virgil tornò nella biblioteca. Si fermò davanti al grande specchio.

Nel riflesso, la stanza era vuota. Nessuno seduto alla scrivania. Nessuna figura in piedi davanti allo specchio.

Solo la lettera, ancora sul piano dello scrittoio, che brillava debolmente di una luce propria.

E in lontananza, attraverso le finestre della villa riflesse nello specchio, si vedeva una donna camminare sulla strada che conduceva alla scogliera.

Agatha stava arrivando.

Era sempre stata in arrivo.

Sarebbe sempre arrivata.

Il tempo, a Villa Speculum, non funzionava come altrove.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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G. R. Hollow
G. R. Hollow è uno scrittore italiano di narrativa speculativa e dark fiction, autore di opere che esplorano i confini tra realtà e percezione, tempo e identità, desiderio e perdita.
Il suo romanzo d'esordio Il Faro delle Ombre ha raccolto su Amazon una valutazione di 5 stelle e decine di recensioni entusiaste da parte dei lettori, attirando l'attenzione di case editrici italiane con cui sono in corso trattative per una distribuzione tradizionale.
La Casa degli Specchi Inversi è il suo secondo romanzo: un'opera più ambiziosa e stratificata, in cui la fisica quantistica diventa il linguaggio con cui raccontare l'ossessione umana per le vite non vissute.
Sta attualmente lavorando a Il Sangue della Sfinge, una quadrilogia epica che ripercorre tremilacinquecento anni di storia — dall'Egitto dei faraoni fino ai giorni nostri.
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