Sotto tale profilo d’osservazione, marcatamente indipendente dalle conseguenti valutazioni umane, esempi come il flusso delle stagioni e le loro relative influenze, sia sul nostro pianeta e sia sulle molteplici forme di vita in esso presenti o, ancora, sulla stessa evoluzione della specie costituirebbero, nei loro insiemi rappresentativi, i veri moventi che scandiranno il ritmo stesso della vita.
Per tanto, la consapevolezza del tempo, verrà assunta come un bene già finito e di conseguenza limitato, capace di stimolare profonde riflessioni sulla stessa essenza della natura umana e sulla caducità della stessa vita.
Il campo osservativo della psicologia, invece, sotto il profilo della percezione del tempo in seno al conseguente effetto cognitivo sull’individuo, trova un suo sostanziale impatto nello studio della memoria e, da questa, nei suoi derivanti effetti comportamentali; elementi di riferimento, questi, di fondamentale importanza, poiché fortemente condizionati da ragioni derivanti come l’emotività, l’età anagrafica e le esperienze vissute dall’individuo.
Nell’ambito culturale l’attenzione allo svolgersi del tempo è argomento costantemente approfondito. Infatti, nelle sue diverse forme espressive quali: le arti plastiche, la musica, il teatro, il cinema, la letteratura, ecc. il tempo è argomento quasi costantemente presente, assumendo titolo di forte ispirazione per le varie espressioni artistiche, sia nella sua moltiplicante espressività simbolica, sia nella sua forma traduttiva allegorica.
Nel campo letterario, ad esempio, ci sono scrittori che sostengono che l’atto dello scrivere non sia altro che l’effetto traduttivo concreto di ciò che più comunemente viene definito fonte ispiratrice o, se si vuole, di riferimento iniziale emotivo, e conseguentemente razionale, di quel nesso inevitabile che unisce l’uomo al suo tempo vita: un tempo che sarà osservato attraverso una visione universale storica e sociale e, dunque, come esperienza del proprio tempo mentale.
Ma quali sono, e quante potrebbero essere le interpretazioni che nella storia della filosofia sono state espresse in seno al significato della parola tempo?
Vediamo, anche se in una forma appena enunciativa, come alcuni fra i più illustri filosofi, hanno identificato il tempo nel divenire della storia dell’umanità.
Platone.
Per Platone, il tempo, nel suo stesso svolgersi, rappresenta l’immagine in movimento dell’eternità. Per tanto, il tempo, non è altro che la manifestazione di ogni azione che si svolge nel mondo materiale, poiché riflette l’immutabilità dell’Essere Eterno.
Il tempo è dunque la misura che distingue ciò che sta accadendo da ciò che è già accaduto, per tanto il tempo è, per definizione, il numero che rappresenta il movimento la cui manifestazione avviene nell’azione ciclica del cosmo, così come accade nelle stagioni o nella vita.
Egli specifica che il tempo possiede in sé parti e strumenti che sono poi gli stessi strumenti che si utilizzano per misurare il tempo, e cioè: il trascorrere dei giorni e delle notti, dei mesi e degli anni; ma anche dei pianeti, i quali, attraverso i loro movimenti, consentono la visione delle orbite geometriche dell’universo e, di conseguenza, della sua stessa orbita.
Aristotele.
Per Aristotele, invece, il tempo è non altro se non la misura del momento nello svolgersi dell’azione relativamente a ciò che è già accaduto e relativamente a ciò che potrebbe accadere. Cosi che, tutto ciò che si manifesta nella sua immediatezza consequenziale, sarà obbligatoriamente dipendente dalla stessa durata della dinamica dello svolgersi dell’azione, dunque ponendosi al di fuori da ogni possibile osservazione di ciò che risulta a sé stante e, per tanto, di ciò che non è misurabile, e cioè: l’immutabile e l’eterno.
Pittagora.
Il tempo, per Pittagora, viene osservato come una grandezza ciclica e ordinata e non come una grandezza lineare e ineluttabile.
Pittagora, infatti, osserva l’universo come fosse un tutt’uno regolato da leggi matematiche, laddove il tempo costituisce una componente integrante di tale ordine.
Pittagora, infatti, vede il tempo come un ciclo infinito nel quale, la ripetizione degli eventi, avviene in maniera regolare e prevedibile. Per tanto, l’ordine nel susseguirsi delle stagioni, del giorno e della notte, della bassa e dell’alta marea rappresentano per Pittagora un esempio esaustivo di tale ordine ciclico.
Sant’Agostino.
Per Sant’Agostino d’Ippona, il tempo non ha una sua esistenza oggettiva. Così che, il tempo, non è misurabile come una realtà indipendente e concreta, ma invece solo come una “misura di Dio”.
La visione del tempo viene stigmatizzata come la “dilatazione dell’anima”.
Si tratta di una visione spirituale dell’anima; una visione nella quale l’uomo cerca di comprendere il senso stesso del suo processo di vita attraverso la ricerca di una sua identificazione spirituale in rapporto con Dio.
Il tempo, per Sant’Agostino, si divide per tanto in tre parti: il passato, il presente, e il futuro.
Ma il passato, in quanto tale, non esiste, il futuro, poiché da avvenire, è esso stesso inesistente nel suo manifestarsi, mentre il presente, attimo dopo attimo, diventa immediatamente passato, per tanto, se non fosse caduco, non sarebbe presente, poiché sarebbe eternità.
Kierkegaard
Kierkegaard, osserva il tempo come valore essenziale dell’esperienza di vita umana, e non come un semplice valore misurabile; così che, per ogni essere umano, la vita si svolge attraverso un continuo mutamento, poiché ogni istante del suo compiersi e carico di intenso significato e di altri immediati effetti conseguenti.
Per il filosofo, l’ispirazione all’eternità rappresenta un aspetto fondante dello stato esistenziale dell’essere umano; per tanto egli trascorre il suo percorso di vita nel contrasto, inevitabile e inarrestabile, derivante dal confronto dialettico che potrà scaturire dalla visione del tempo nei confronti dell’eternità, ritrovandosi poi costantemente nel dubbio del dover scegliere fra le due derivanti possibilità.
Hegel.
Hegel, nello spirito della scuola filosofica di Jena, giunge invece al punto di sostenere che esista un “tempo riempito”, ossia un tempo che si genera attraverso lo svolgersi della storia, mentre il tempo in quanto tale non esiste, ragione per cui, qualora foss’anche stato possibile intuirlo, non sarebbe stato altro se non che l’espressione del vuoto nel suo movimento, così come lo è lo spazio.
Kant.
Il concetto del tempo, secondo Emanuele Kant, non è un concetto empirico, poiché espressione aprioristica della sensibilità umana, dunque essenziale necessità per la stessa esperienza del vivere di ogni individuo.
Kant, secondo l’estetica trascendentale, osserva il tempo come una struttura capace di determinare tutte le forme espressive umane, non solo a livello percettivo, ma anche attraverso le forme ideative e traduttive del pensiero.
Il tempo non è qualcosa di esterno all’uomo ma, al contrario, per Emanuele Kant, esso è parte stessa dell’essere umano, offrendo un contributo fondamentale per la crescita della sua esperienza durante lo svolgimento del suo percorso di vita.
Shopenhauer.
Shopenhauer, pur partendo inizialmente da un’osservazione del tempo che prende ispirazione dal pensiero Kantiano, interpretandone dunque il suo senso come essenziale e primaria forma della conoscenza, evolve successivamente il suo pensiero, offrendo una chiave interpretativa del tempo che giunge a conclusioni metafisico/spirituali e, dunque, in un modo addirittura contrario al pensiero Kantiano.
Per Shopenhauer, infatti, se il tempo fosse espressione della realtà fenomenologica, a tal punto la realtà di per sé stessa non sarebbe più atemporale, poiché sarebbe eterna.
Nietsche.
Per Nietsche il tempo non è altro che il peso dell’eternità che affonda sul momento, per tanto l’eterno e il tempo non sono altro se non un unicum, così che il tempo diventa eterno.
Per Nietsche, dunque, il tempo perde la sua dinamica e il suo stesso durare, raggiungendo quell’eterna profondità che si può cogliere solo nello svolgersi dell’attimo.
Bergson.
Per Bergson, secondo la sua osservazione, il tempo si divide in due parti: il tempo fisico e il tempo soggettivo. Attraverso il concetto di durata, egli traduce la percezione di una coscienza del tempo che non è altro se non la coscienza interiore di ciò che ogni essere umano vive nella sua quotidianità.
L’identificazione precisa del tempo, per Bergson, non si ritrova dunque nell’esperienza vissuta in un preciso momento, ma è nel risultato di ciò che è stato vissuto della nostra coscienza.
Theodor W. Adorno
Per Adorno la visione del tempo non si identifica solo nella sua espressione lineare e oggettiva ma, se mai, come una manifestazione complessa e dinamica della realtà sociale e culturale.
Il tempo è dunque dettato da tutto ciò che influenza il pensiero e la coscienza umana, così che la sua stessa gestione è di conseguenza dettata dalle dinamiche di potere e di controllo.
Einstein.
Albert Einstein, ribalta totalmente la concezione tradizionale del tempo lineare. Egli definisce dei nuovi temi sull’interpretazione del tempo, ponendo in essere il nuovo concetto di curvatura dello spazio e della dilatazione dello spazio-tempo.
Attraverso la sua nuova teoria della relatività, Einstein analizza il tempo in quanto dimensione dello spazio-tempo, ambito nel quale tutti gli eventi si manifestano secondo un preciso ordine. Egli, seguendo l’essenza newtoniana del tempo, afferma che questo è un unicum in tutto l’universo e per tanto esiste l’istante, un adesso che è ovunque ed è uguale in tutto l’universo.
Meccanica quantistica
Ma cos’è il tempo?
È solo un’illusione umana che cerca di giustificare il senso della propria esistenza?
E, ancora, perché il tempo può essere anche definito come un’illusione ingannevole e ingiustificata?
Seppure in maniera appena enunciativa, facendo ad esempio riferimento all’osservazione scientifica sul tempo attraverso la meccanica quantistica, si evince che il tempo potrebbe risultare esser un effetto illusorio; dunque una mera traduzione dovuta agli stessi processi quantistici, laddove il tempo potrà essere riconosciuto attraverso ciò che gli scienziati quantistici hanno riassunto in una sorta d’intreccio – enteglemant – o ancora, se si vuole, nella connessione non locale che avviene fra le particelle infinitesimali; un intreccio affascinante che avviene dunque con un altro sistema, e che per comodità espressiva viene nominato col termine di “orologio”.
ESISTE UN PUNTO D’INCONTRO FRA FILOSOFIA E ARTE …?
Se pur partendo dall’assunto che il pensiero non contiene in se nessuna fonte di freschezza intuitiva dal quale possa liberarsi – dunque nessun intuito creativo – si potrebbe comunque affermare che, per quanto si possa verificare una certa apparente affinità della filosofia all’arte, tale ragione non le dà comunque il diritto di prendere in prestito qualcosa da essa, né tantomeno tramite le stesse intuizioni, le quali, spesso, la gente incolta, ritiene possano rappresentare la sola prerogativa espressiva dell’arte”.
Per tanto, diventa impossibile il poter tradurre qualunque tipo di conoscenza che sia tale da poter esser identificabile come assolutamente diversa da quella disponente, dato che, a quel punto, l’intuizionismo si ritroverebbe in un inevitabilmente stato di progressivo disorientamento, tanto da doversi ritrovare
costretto – …ma senza riuscirci – alla ricerca disperata di una sua fuga.
Infatti, la filosofia, se pure volesse identificarsi attraverso il codice espressivo dell’arte, o volesse definirsi, di per sé, come un’opera d’arte, finirebbe per distruggere sé stessa.
La filosofia e l’arte, hanno un solo e unico elemento in comune, il quale non si ritrova nella loro tipologia espressiva o nella loro essenza formativa, ma, se mai, in quella forma espressiva che non accetta nessun cambiamento o nessuna trasformazione apparente.
Filosofia e Arte, restano infatti indipendenti e legate al loro specifico contenuto espressivo al di là della loro opposizione; l’arte, rimanendo fedele ai propri significati interpretativi; la filosofia, rifiutando di accettare ogni forma espressiva immediata.
È certo, in ogni caso, che il concetto filosofico, di per se, non può fare a meno di nutrire in se quella sorta di invidia/nostalgia che da vita all’arte come fenomeno non concettuale, dato che quella forma espressiva, sfugge inesorabilmente alla sua immediata e profonda comprensione, limitandosi per tanto alla sola percezione apparente.
Secondo la visione positivista di D’Alembert, per esempio, la forma del sistema è adeguata al mondo, il quale, a sua volta, per il suo stesso contenuto si sottrae all’egemonia del pensiero.
Unità e concordanza sono, al contempo, non altro se non la proiezione distorta di uno stato equilibrato, e non più antagonistico, poiché è frutto degli effetti derivanti dalle coordinate di un pensiero repressivo, il quale poi altro non è se non che l’espressione del dominio.
Ciò che stupisce le aspettative dell’uomo si ritrova infatti nell’indeterminato e, dunque, nell’imponderabilità dell’evento, il quale, velocissimo e inaspettato, si proietta nella sua coscienza, sconvolgendo ogni consolidata convinzione razionale… Di contro, invece, v’è il gioco sottile della convinzione e il senso preponderante dell’appagamento nell’identificazione del fatto… dell’oggetto… del comportamento dell’uomo che agisce in relazione al suo habitat, o in qualunque altro ambiente egli si venga a trovare.
Le relazioni stesse che intercorrono fra la presenza umana, lo spazio, gli oggetti e la collocazione di tutti gli elementi possibili in un modo che possa definirsi, secondo le forme più consuete “corretto”, “armonico”, “equilibrato”, non sono altro se non l’identificazione di quelle che saranno identificate come “ragioni costituite” e, dunque, sintetizzate dall’uomo nel bisogno immanente del suo temporale riconoscimento esistenziale.
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