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L’anno che la Salernitana vinse lo scudetto

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Consegna prevista Novembre 2026
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Metà degli anni ’80. Un bambino aspetta con entusiasmo l’arrivo della domenica per poter andare con il nonno Paolo al bar di don Antonio, all’ombra dello stadio Vestuti, roccaforte della Salernitana.
Lì, ogni settimana, si danno appuntamento gli strani amici del nonno: don Armando, padre Vincenzo e Andrea, con la sua immancabile radiolina, per seguire la radiocronaca delle partite della Serie A.
Sullo sfondo, la città di Salerno, con la sua decadente bellezza e le sue mille contraddizioni.
Nella durata di una stagione calcistica, si susseguono le vicende che cambieranno le vite di questa improbabile compagnia, e il protagonista imparerà presto come certe cose possano mutare – e a quale prezzo – mentre altre debbano restare come sono.
Capirà anche che, se le cose non si possono cambiare, a poterlo fare sarà il punto di vista dalle quali le si guarda.
Un omaggio ai luoghi dai quali proveniamo e alle generazioni che ci hanno preceduto, perché non smettano mai di raccontarci storie.

Perché ho scritto questo libro?

Ho voluto scrivere questa fiaba metropolitana in ricordo della mia infanzia e del mio legame con la città di Salerno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Elena mi salutò con un bacio. Mentre prendeva la sua borsa per andare al lavoro, cominciò con le sue infinite raccomandazioni. Ricordatevi che oggi sono a Fisciano fino a tardi, per cui tu e Matteo ve la dovete cavare da soli. La parmigiana è in frigo. Cortesemente, dì a tuo figlio di non fare come laltra volta e di lasciarmene almeno un quadratino, grazie”.

Amore mio,” risposi, a parte che la parmigiana lho fatta io, quindi al limite te la rifaccio, ma poi, ogni mercoledì facciamo sempre gli stessi discorsi. Va tutto bene!”.

Elena mi guardò poco convinta. Vabbè, se lo dici tu… Comunque, gli ho già preparato la borsa del calcio. Partite presto perché rischiate di trovare traffico sul Carmine e non arrivare in tempo al campo sportivo”. Poi mi mandò un altro bacio. Ti amo tanto, a stasera. E ricordati di portare fuori la plastica, che oggi passa la differenziata!” disse prima di sparire dietro la porta che si chiudeva.

Matteo fece capolino dalla sua camera. Mamma se n’è andata?” disse.

Sì, tesoro, abbiamo un fantastico pomeriggio padre e figlio per fare casino. Dai, accendi la Play!”.

Matteo mi guardò perplesso. Papà, ma che, te sì scurdato? La Playstation è a riparare. Ci torna lunedì prossimo”.

Già! Avevo dimenticato quello che era successo la domenica prima: stavamo giocando a Fifa online e, dopo aver preso un gol da uno che aveva toccato sì e no il pallone del calcio dinizio, in un impeto di rabbia avevo lanciato il joypad per terra. Il problema è che questo, rimbalzando sul pavimento, era finito contro la console che si trovava sotto al televisore, facendola cadere rovinosamente. Risultato: console rotta, joypad rotto e figlio in lacrime. Elena ci fissava entrambi scuotendo la testa con aria di disapprovazione. Una volta tornate a casa e lho venduta quella Playstation!”.

Quindi, il giorno dopo eravamo andati in assistenza e ci avevano detto che sì, si poteva riparare, ma ci sarebbe voluta almeno una settimana perché andava inviata in Irlanda, dove ce lavrebbero sostituita e poi sarebbe stata rimandata a Salerno. Il negoziante provò anche a chiedermi come avevamo fatto a farla cadere dal mobile, ma sinceramente né io né Matteo ce leravamo sentita di raccontare la dinamica dellincidente. Così avevamo dato, di comune accordo, la colpa alla mamma. Sa, è stata mia moglie che nel pulire inavvertitamente lha urtata…”. Le avrei portato le sfogliatelle la domenica successiva per farmi perdonare della piccola bugia.

Intanto, mancavano più di due ore agli allenamenti di calcio e Matteo non la smetteva di saltare e correre avanti e indietro per la casa. Papà, anche il tablet si è scaricato, mi sto veramente annoiando” sospirò.

Mio figlio ha dieci anni, e come tutti i bambini della sua età, non riesce a stare fermo cinque minuti in uno stesso posto senza avere bisogno di fare qualcosa. Dai, Matté, tra due ore ti porto agli allenamenti e puoi scatenarti come vuoi” dissi.

Sì, ma ora che facciamo, senza Playstation e senza tablet?” mi chiese.

Ci mettiamo qui sul divano, parliamo un poco noi due, e magari mi racconti cosa avete fatto questa settimana a scuola, ché ogni volta che te lo chiedo le tue risposte standard sono: niente, cose varie o, alla meglio, che vi siete divertiti”.

Matteo mi guardò sconsolato. Papà, a scuola va bene e ora stiamo facendo le regioni dItalia in geografia, le espressioni in matematica e lanalisi logica in italiano. Piuttosto, come mai tu non sei al giornale oggi?”.

Da quando Elena aveva trovato il nuovo lavoro alluniversità, avevamo deciso di dividerci meglio i compiti in casa e per questo avevo chiesto alla redazione di fare delle ore in smart working. Loro avevano accettato con qualche compromesso: io gli garantivo lo stesso tipo di impegno nel seguire le trasferte della Salernitana, ma una parte del restante lavoro potevo farla da casa e dedicare qualche pomeriggio alla vita familiare.

Risposi a Matteo: Diciamo che il giornale ha capito che vorrei passare del tempo anche con te e la mamma e mi ha dato qualche mezza giornata libera durante la settimana. A proposito: lo sai che sabato vado a seguire la Salernitana a Brescia? Speriamo che vinca, non mi piace mai scrivere quando perde”.

Matteo si illuminò. Papà, ma perché non posso venire anche io a vederla con te?”.

Tesoro, ne abbiamo già parlato tante volte. Quando lavoro ho solo il posto per me, e tra laltro di solito sono vicino a gente che urla per novanta minuti parole che tu non è il caso che ascolti. Ci andiamo in tribuna quando ho il fine settimana libero e gioca qui allArechi”.

Matteo strinse le spalle. Capivo che era deluso e quindi cambiai discorso: Ma senti, che ne pensi della squadra questanno?”.

Gli occhi di mio figlio si accesero nuovamente. Papà! E che ti devo dire? La squadra non è male, secondo me potremmo arrivare bene ai play-off, anche se spero davvero che tengano lo stato di forma attuale perché comunque il campionato è lungo. La percentuale di tiri in porta per partita è il 16% maggiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e comunque è cresciuta di un buon 6-7% dallinizio della stagione. Ma questo perché comunque abbiamo trovato il centravanti buono a gennaio. Ha una media di 0,68 gol a partita: in Serie A sarebbe quasi da Champions. Però dobbiamo ancora registrare la difesa perché invece prendiamo 1,22 gol a partita. Troppi, se vuoi lottare per la promozione. Per questo siamo a metà classifica, altrimenti, con un podi fortuna, forse potevamo anche aspirare a un campionato di vertice”.

Matteo era un vero e proprio malato di statistiche. Potevi chiedergli qualunque dato, minuto dei gol, percentuali e anche i chilometri percorsi dai giocatori: la sua passione per i numeri mi affascinava e, essendo io un uomo di lettere, aveva sicuramente preso dalla mamma.

Matté, scrivimi un poqueste cose che poi le metto nellarticolo che faccio sabato dopo la partita”, gli suggerii.

Sì, ma solo se mi porti a Brescia! Sono dati che hanno un costo, mica li trovi gratis spiattellati online” mi rispose con un sorrisetto. Papà, ma ti immagini andare a vedere la Salernitana in Champions League, oppure vederla vincere addirittura lo scudetto? Sai i fuochi dartificio che neanche il 21 di settembre!”.

Sorrisi. Sicuramente, avrei materiale per scrivere svariate settimane di articoli, questo sempre se non appicciano prima Salerno per i festeggiamenti”.

Matteo rise compiaciuto. Vedere mio figlio sorridere era sempre bellissimo. Lo avevo capito dal primo istante in cui lo avevo tenuto in braccio. Per questo continuai: Come nellanno dello scudetto!”.

Matteo interruppe la sua risata e mi fissò dubbioso. Magari questo non c’è nelle tue statistiche, ma quando io ero piccolo e avevo circa la tua età, non ricordo lanno preciso, forse era la metà degli anni Ottanta, la Salernitana vinse lo scudetto! Magari il nonno se lo ricorda meglio”.

Matteo mi fissò incredulo. Lo scudetto? E quando è successo?” E poi ancora più curioso. “Ma perché, tu e il nonno vi guardavate le partite in televisione tutte le settimane? Oppure andavate allArechi?” Continuò.

Vedi Matteo, negli anni Ottanta lArechi non esisteva ancora; le partite si giocavano al vecchio stadio Vestuti, dove passiamo quando ti porto a calcio. Purtroppo, allora non si poteva seguire la diretta in televisione ma solo nel tardo pomeriggio, quando, alla fine delle partite, cera un programma dove potevi vedere i gol della giornata: si chiamava 90° minuto. E per quanto riguarda lo stadio, no, non potevamo permetterci di andarci tutte le settimane”.

Lo sguardo di mio figlio era per la prima volta estremamente attento e concentrato sul mio racconto, così continuai: E poi spesso non seguivo la Salernitana con tuo nonno, ma con il mio. Quasi tutte le domeniche, papà mi lasciava a casa sua e lui mi portava a sentire le partite alla radio in un bar vicino allo stadio, da don Antonio. Ci vedevamo sempre con un gruppo di amici: lui mi comprava un babà bagnato nellacqua e zucchero e poi passavamo due ore con un orecchio alla radio e uno a quello che succedeva dentro al Vestuti. E lì, mi ricordo che un anno la Salernitana vinse lo scudetto. Se vuoi, mentre aspettiamo di andare agli allenamenti, te lo racconto. Non mi ricordo tutto tutto, ero piccolo, ma se vuoi ti spiego come andò la storia”.

Matteo ormai era totalmente rapito, si sedette sul divano accanto a me e mi abbracciò. E io iniziai: C’è stato un tempo in cui Salerno era…”.

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Al bar di don Antonio


Alle quattordici don Antonio stava ancora finendo il piatto di pasta al forno che gli aveva preparato la moglie Teresa, quando sentì bussare alla saracinesca del bar, parzialmente abbassata.
Un momento!” urlò mentre richiudeva con cura il resto della pasta, ancora caldo, nel recipiente di plastica. Un altro colpo alla saracinesca seguì il primo. André, ma che sei sordo? Arrivo!”.

A quel punto don Antonio affrettò il passo per aprire e far entrare lamico. Sullo sfondo di via Nizza, dove affacciava il suo bar, si vedevano già centinaia di tifosi, famiglie di tutte le età con sciarpe e bandiere che attraversavano la piazza antistante per entrare nei tornelli che portavano alla curva sud dello stadio Donato Vestuti. Mentre don Antonio chiudeva la saracinesca e la porta del bar, si poteva sentire con chiarezza il frastuono delle migliaia di persone che avevano già riempito lo stadio.

Nel frattempo, Andrea era entrato e si era seduto su una delle poche sedie non rovesciate sui tavoli e armeggiava con una radiolina mezza scassata. Don Antonio sospirò. La partita inizia tra quasi due ore e già salgono! Ma come fai ad andare a tifare, a cantare e saltare come un dannato per novanta minuti con ancora il caffè e la sfogliatella sullo stomaco!”.

E che centra la digestione! È una questione di cuore, non di pancia” disse Andrea. E poi, non lo so, questanno sento unaria diversa. Quasi una magia!”.

André, tu sei troppo fiducioso, vabbuò. Gradisci il caffè?”.

Veramente,” disse Andrea, non ho proprio mangiato. Ho fatto un giro per i palazzi, ma tra chi non cera e chi non aveva niente da darmi, alla fine non ho racimolato nulla. Di solito c’è la signorina Rita di via Irno che prepara sempre qualcosa in più la domenica, ma oggi mi aveva già detto che era a pranzo dalla sorella e che non cera”. Guardò don Antonio con lespressione tipica di chi, rassegnato, pensa: e che ci possiamo fare? Il barista allora gli disse: Vabbè Andrea, ho due pastarelle che mi sono avanzate dalle colazioni, se ti possono andare bene, te le scaldo un attimo nel fornetto”.

Andranno benissimo,” disse Andrea, e poi: ma sento dallodore che vostra moglie vi ha fatto la pasta al forno! Non è che per caso ve n’è avanzata un poco?”.

Don Antonio sospirò rassegnato, scosse la testa, aprì il recipiente di plastica e lo posò sul tavolino davanti allamico.

Fate i complimenti a vostra moglie, è buonissima!” disse Andrea mentre masticava il primo boccone di pasta al forno. Intanto che finisci accendo la macchinetta così ci facciamo il caffè” aggiunse il barista.

Oggi tirava una brutta aria in città!” continuò Andrea. Tutto pieno di polizia e carabinieri in assetto da guerra, sembrava di essere tornati agli anni Quaranta”.

Che ci vuoi fare, è normale. Salernitana-Inter alla prima giornata! Sono arrivati cinquemila tifosi da Milano. Anzi, speriamo che poi alle quattro vengano tutti e cinquemila a mangiarsi qualcosa qui al bar, così, almeno mi consolo dalla sconfitta” aggiunse don Antonio.

Sì, ma sapete com’è, don Antò. Quelli come me non vengono mai visti di buon occhio dalle forze dellordine. Non è mai consigliabile farsi vedere in giro ché poi magari sparisce qualcosa e pensano subito che sia stato io.”

E se succede, Andrea, tu li porti qua da me, e io garantisco che tu sei una brava persona!”.

I due risero insieme. Era passata una mezzora quando bussarono di nuovo alla saracinesca.

Questo è sicuramente don Armando che ha finito di pranzare”.

 

Armando Marino era un architetto molto conosciuto a Salerno e viveva nel palazzo sopra al bar di don Antonio: un uomo piuttosto alto, magro, con un aspetto giovanile, malgrado fosse quasi vicino alla sessantina. Molti suoi ex clienti dicevano che da giovane fosse stato un vero dongiovanni, ma alla volta dei cinquantanni, per una serie di sfortunate circostanze, era rimasto solo e a quel punto era andato a vivere nella casa di famiglia con la sorella Adelaide, di ventanni più giovane e, anche lei, senza marito. La convivenza però si era dimostrata ben presto problematica.

Don Armà! Ci stiamo facendo un caffè, gradite?” disse Antonio.

Sì grazie, ho bevuto quella schifezza che prepara mia sorella e mi è rimasto il cattivo sapore in bocca”.

Anche Andrea conosceva molto bene Adelaide: faceva parte del suo giro” e spesso si fermava sulluscio del loro appartamento a mangiare qualcosa mentre ascoltava dalla signorina le tragiche storie dei suoi amori finiti male. Sapeva anche dellinsofferenza del fratello, che in cuor suo sperava ancora che la sorella trovasse un marito per potersene liberare e avere la completa disposizione della casa. Per questo Andrea trovava molto divertente la situazione e non mancava mai loccasione per stuzzicare lamico.

Ma, don Armando, vostra sorella ha trovato finalmente un buon partito?” chiese.

Macché! Nessuno le va bene: quello è troppo alto, quello troppo basso, quello troppo silenzioso, quello parla troppo, quello non ha i soldi oppure ce li ha e quindi non mi vuole… Parliamo della partita, che è meglio!”.

Don Armando cercò di cambiare discorso, ma poi aggiunse: Voi la conoscete la teoria del principe azzurro, don Antonio?” Il barista lo guardò perplesso: Sinceramente no”.

“È molto facile. La donna fino ai ventanni cerca il principe azzurro con il cavallo bianco. Ma dopo i venticinque le basta anche solo il principe azzurro”.

E vostra sorella che ha raggiunto quasi i quaranta?” chiese maliziosamente Andrea.

Eh, lei si dovrebbe accontentare del cavallo! Non ha capito che letà del principe azzurro è finita!” disse convinto don Armando. Per poco al barista non andò di traverso il caffè, mentre Andrea aggiunse: Però parlate proprio voi, che alla fine siete rimasto da solo”.

Sì,” disse don Armando serissimo, ma la mia è stata una scelta. A una certa età, non potendo più pretendere una principessa, invece della cavalla, ho preferito farmela a piedi”.

Don Antonio accese le luci del bar. Anche da dentro si sentiva salire il coro della tifoseria granata. Sentite!” disse don Armando. Praticamente è come stare dentro lo stadio”.

Sì, ma senza vedere la partita ti resta solo o male càpa!” disse il barista. Comunque, la prima giornata con lInter è una iattura! Non potevamo cominciare il campionato con un avversario più forte! Subito una sconfitta, due punti a loro e zero a noi” sospirò Armando scuotendo la testa.

Andrea però lo interruppe. E invece sapete cosa? Io mi sento che questanno andremo molto bene!”.

Cosa te lo fa pensare, Andrea?” gli chiese larchitetto.

Non lo so, stamattina mi sono alzato ed ero felice, come se mi fosse arrivata una bella notizia. E non so perché, ma credo che la stagione inizierà nel migliore dei modi!”.

Don Antonio sentì nuovamente bussare. Eccoli,” disse, giusto in tempo, tra cinque minuti inizia!”.

Davanti alla porta del bar erano comparse tre sagome. Quando il barista aprì, riconobbe subito la nera tonaca di padre Vincenzo e poco più dietro don Paolo, amico da una vita, come sempre impeccabile nel suo completo grigio accompagnato dallimmancabile Borsalino coordinato. 

E poi cero io, dieci anni, che con una mano stringevo quella di mio nonno, mentre con laltra cercavo di evitare di sporcarmi con i resti di quello che pochi minuti prima era stato un eccellente babà allo zucchero.

Entrate!” disse don Antonio. Vedo don Paolo che vi siete portato vostro nipote. Avete fatto bene, un podi gioventù tra questi vecchi!” sorrise.

Padre Vincenzo scosse la testa ed entrò anche lui. Cosa vi lascia perplesso don Vincenzo?” disse don Antonio notando il gesto del sacerdote.

No, niente. È che voi mi dovete ancora spiegare perché vi chiamate tutti don e nessuno di voi è un sacerdote”. 

Vincenzo Gatto invece un sacerdote lo era davvero. Per la precisione, un padre Salesiano. Poco più di quarantanni, alto e leggermente curvo, con due occhiali tondi che lo facevano sembrare lo spumarino pallido. Vincenzo si era trasferito a Salerno un anno prima con lincarico di direttore dellIstituto Salesiano San Domenico Savio, un tempo scuola elementare e successivamente diventato un convitto per studenti e un centro polifunzionale per la comunità. Era nato a Salerno da padre salernitano e madre veneta, ma poi si era trasferito da bambino dai nonni materni al Nord-Est, a Venezia, dove aveva frequentato il seminario e, successivamente, preso i voti da sacerdote. Quando però la madre era morta lui, per star dietro al padre, aveva deciso di abbandonare Venezia per ritornare a Salerno.

Don Vicié” gli disse Paolo il fatto è semplice. Al Sud, a ogni persona rispettabile, dopo una certa età si assegna per meriti il titolo di don e gli si dà del voi. Si tratta di una forma di rispetto verso le persone anziane, come me”.

Scusate, perché il lei non è abbastanza rispettoso?” disse Vincenzo.

Padre, voi dovete ancora frequentare un podi scuola di salernitanità”. Gli disse ironico: Il lei è troppo distaccato; invece, il voi unisce il rispetto allaffetto per la persona”.

Il sacerdote era ancora perplesso, così don Paolo aggiunse: Quando accompagnate vostro padre a spasso per Mercatello, se incontrate dei suoi amici, dategli del voi. Sicuramente apprezzeranno il gesto”.

Don Vincenzo sospirò. Praticamente come nel film Il Padrino!” a  questa battuta però tutti si fecero seri.

Don Vincenzo, non scherzate su questo. La camorra è un guaio grosso. Se questa città è come è, sappiamo bene di chi è la colpa! Noi siamo persone oneste. Abbiamo combattuto la guerra e manco un grazie ci hanno detto”, aggiunse don Armando. E poi nemmeno voi siete don, Vincenzo. Voi siete Camion!” disse ridendo.

Don Vincenzo, in effetti, con la nomina a direttore del collegio salesiano aveva ottenuto il titolo di Ca.Mi.On, ovvero Canonico Minore Onorario, che solitamente veniva dato a sacerdoti che avevano incarichi di direzione o di coordinamento in strutture clericali importanti.

Vabbè vabbè, voi non vi preoccupate don Vincenzo, sacerdote o autotrasportatore, siete tifoso della Salernitana e tanto ci basta, siete di famiglia!” aggiunse mio nonno, che in cuor suo voleva solo interrompere la disquisizione per sentire le formazioni delle squadre.

Don Antonio aveva una grandissima radio a valvole che faceva bella mostra in un angolo del bar. Laveva ereditata dal padre e la teneva come un cimelio depoca ma, nonostante lindubbia bellezza estetica, la radio non funzionava. Per questo di solito Andrea portava la sua, trovata sul marciapiede dopo che un elegante signore laveva gettata con nonchalance in strada dalla propria auto. La radiolina, seppure malandata, era ancora capace di assolvere al suo scopo principale semplicemente dandole un paio di manate ben assestate allaltezza del vano delle pile.

Su dai, cercate la frequenza che c’è Alfredo Provenzali che dà le formazioni!”.

La formazione della Salernitana per quella stagione era così composta: in porta Fabio Manetti, solido portiere a fine carriera prelevato da Livorno, detto anche Parabola” non solo per la sua reattività nei tiri dalla distanza ma anche per le sue orecchie a sventola che fornivano, dicevano scherzosamente i tifosi, un supporto aerodinamico aggiuntivo e una maggiore copertura dello specchio di porta. A destra, in difesa, giocava Simone Martini, prelevato dal Parma e omonimo del pittore, terzino fluidificante, come si diceva una volta, dotato di un destro nato per pennellare” i traversoni per gli attaccanti. Terzino sinistro era Francesco Mereu detto Franz”, di origini sarde, che si era trasferito già da bambino nelle giovanili del Napoli per poi passare al Verona in cui aveva scalato il settore giovanile fino alla prima squadra. Difensore non fortissimo fisicamente ma estremamente grintoso, era dotato di un grande talento artistico fuori dal campo. Pianista, cantante, ma anche scrittore, aveva il sogno di laurearsi in Lettere. Mica posso giocare a calcio fino a sessantanni” diceva a chi gli chiedeva di questa sua passione per gli studi. Insomma, teneva la càpa n càpa, come si dice a Salerno.

Libero e Stopper, Manlio De Rosa e Giorgio Filarotti, coppia di rocciosi difensori, più volte anche presenti in Nazionale. Anche loro a fine carriera erano stati comprati in blocco dal Milan e voci dicevano che dopo oltre quindici anni di lavoro insieme, facessero coppia fissa anche nella vita, visto che entrambi non erano sposati. Voci o no, la loro vita personale non importava ai tifosi: tutta Salerno li amava per lincredibile intesa sul campo e per la tenacia nel difendere il risultato a ogni costo.

A centrocampo uno dei due mediani era Gustav Van Leeuwen, primo calciatore olandese visto a Salerno: prelevato dallAjax, era stato soprannominato anche Battipaglia, per la sua carnagione da latticino tipica dei nordici, talmente chiara da dare un nuovo significato allespressione brillare in campo. Un centrocampista dai piedi buoni ma anche di ottima corsa, comprato soprattutto per la moda orange del periodo post Cruyff. Al suo fianco, la leggenda: Agostino Di Bartolomei, carismatico e fortissimo centrocampista strappato alla Roma a suon di miliardi e con la promessa della fascia di capitano. Da lui tutti i tifosi si aspettavano di fare finalmente il grande salto di qualità.

Le due ali erano: a destra Aniello Giordano, talento locale e promessa azzurra proveniente dalla Berretti granata, velocissimo e bravo con entrambi i piedi. Giordano era anche molto amato, e soprattutto perseguitato, dalle giovani tifose e persino dalle loro madri che, già da quando era ragazzino, avevano visto in quel giovane così grintoso sul campo e così educato fuori, un ottimo marito per le loro figlie. A sinistra, invece, stazionava ormai da un decennio Michele Della Guardia, veterano della squadra e ala sinistra duttile con capacità sia offensive che difensive. Ormai letà non gli permetteva più di giocare su tutta la fascia come un tempo, ma la sua classe cristallina gli consentiva ancora di fare 50-60 minuti di grande livello prima di accomodarsi in panchina.

Il regista a supporto del centravanti era Andrea Vanni Savoca, siciliano di Messina, intelligente numero dieci in grado di effettuare passaggi millimetrici per i compagni anche senza vederli. Le leggende narravano che fosse capace di riconoscere il compagno libero anche solo dal rumore degli scarpini che strusciavano nellerba.

E infine, il nostro goleador: Eduardo Elviro Guarin De la Roca, detto Eduardo, per brevità: centravanti brasiliano non molto alto ma estremamente tecnico e dotato di un destro potentissimo. Era stato battezzato dalla curva Chiossape, chi lo sa, per la sua capacità di segnare gol impossibili e di sbagliare tiri da pochi metri a porta completamente sguarnita. Imprevedibile, nel bene e nel male. Allenatore, Antonio Rosato, detto Napoleone. Generale in campo e fuori ma amato e rispettato da tutti i suoi giocatori.

Come di consueto, Andrea regolò la radiolina colpendola un paio di volte con la mano e piegando di qualche grado la piccola antenna telescopica. Subito nel bar risuonarono a una a una le voci dei radiocronisti. A parte qualche momento in cui laltoparlante gracchiava per i toni eccessivamente alti, laudio era buono e la comitiva poté iniziare a seguire le partite con un orecchio incollato alla radio e uno rivolto alla pancia dello stadio. 

Ci sedemmo tutti intorno a un piccolo tavolino. Per unora e mezza nulla del mondo esterno sarebbe esistito se non quel magico racconto del calcio che ci avrebbe portato in giro per il Paese a vivere le storie di grandi squadre e grandi campioni.

Al 12del primo tempo si sentì il primo urlo provenire dal Vestuti. Scusa Bortoluzzi, interrompo da Salerno perché la Salernitana è andata vicino al gol con Di Bartolomei. Destro da fuori area che ha sfiorato la porta nerazzurra con Zenga immobile sul tiro del centrocampista granata. Pericolo scampato per i meneghini, ma Salernitana che attacca a pieno regime! A voi Studio!”.

Che vi avevo detto,” disse Andrea, c’è unaria diversa questanno!”.

André, per favore, se evitiamo di portare iella, cortesemente, almeno alla prima giornata di campionato!” disse don Armando allargando le braccia.

Magari, portassi iella! Potrei passarla a qualcuno! Mi dispiace don Armà, ma la iella non si porta, si tiene”.

E, puntualmente, la iella arrivò. Al 38del primo tempo, sentii un forte rumore di fischi proveniente dallo stadio. Nonno che succede?”. 

Non fu lui a rispondermi, ma direttamente la radiolina di Andrea.

Goool, intervengo da Salerno, il risultato è cambiato. Altobelli ha portato in vantaggio lInter! Lancio lunghissimo dalla difesa del terzino Bergomi e palla recapitata direttamente al centravanti ambrosiano che dal limite dellarea ha trafitto un incolpevole Manetti! A Salerno, Salernitana 0, Inter 1. Di minuti ne sono passati trentotto nel primo tempo, a voi la linea!”.

O illoc, la nuova aria!” disse don Antonio, rivolgendosi ad Andrea. Qui, comera prevedibile, ci aspetta un nuovo anno di sofferenza”.

Poi, rassegnato, iniziò ad abbassare le sedie e a preparare i tavolini per lapertura pomeridiana. Il primo tempo finì senza troppe sorprese: la Roma stava vincendo ad Ascoli, la Juve ad Avellino e il Milan pareggiava in casa con il Napoli nella partita di cartello della prima giornata di campionato. Don Antonio si rivolse a me. Uagliò, vuoi qualcosa? Na Coca-Cola? Nu gelato?”.

Guardai il nonno con aria di supplica. La giornata era calda e non mi sarebbe dispiaciuto prendere entrambe le cose. Gelato e Coca-Cola” disse, basta che però non dici niente ai tuoi!”.

Il nonno mi viziava sempre, per questo mia mamma gli faceva sempre mille raccomandazioni, a quanto pare, inutili. Andrea e don Armando si accesero una sigaretta mentre don Vincenzo si mise a leggere distrattamente una rivista di costume che aveva trovato su uno dei tavolini del bar. Lo vidi sfogliare velocemente tutte le pagine con disinteresse, ma notai che si soffermò per qualche istante in più su una foto in costume da bagno di Edwige Fenech. Lo notò anche mio nonno, che fece un cenno a don Antonio, il quale rispose con un mezzo sorriso.

Pochi minuti dopo le partite ricominciarono. Sullo stadio era calato il silenzio, le parole dei radiocronisti risuonavano chiare nel bar, ma nessuna notizia proveniva da Salerno, sembrava che la partita fosse finita e che tutti, pubblico e giocatori, fossero usciti dallo stadio, lasciandolo vuoto. Attendemmo ancora diversi minuti in attesa di qualche aggiornamento, quando un urlo fortissimo si sentì chiaramente provenire da dentro lo stadio. Non riuscivamo a capire cosa fosse successo fin quando la voce squillante di Provenzali entrò prepotente nella radiolina.

Attenzione, interrompo da Salerno. Calcio di rigore per la Salernitana. Azione perfetta di Van Leeuwen che serve Della Guardia in area, il giocatore viene atterrato e quindi è rigore! Si appresta alla battuta il numero nove Eduardo!”.

Mio nonno scosse la testa. Speriamo bene! Quello è capace di tutto”. Dalla radio il commento riprese. Eduardo sistema il pallone. Parte la rincorsa e… parata!! Zenga con un tuffo incredibile ha deviato il pallone sulla traversa!”.

Eh, Chiossape…” disse don Armando allargando le braccia. Ma attenzione” continuò il commentatore la palla viene rincorsa da Eduardo che dal limite si coordina e goooool! Incredibile! La Salernitana pareggia, con una rovesciata spettacolare del suo centravanti che non lascia scampo a Zenga e si insacca sul palo alla sua destra! Salernitana 1 Inter 1. Incredibile il gesto dellattaccante granata che sbaglia il rigore ma poi si fa perdonare cinque secondi dopo con una rete da cineteca. Siamo al 20del secondo tempo. A voi la linea”.

Ci abbracciammo tutti. Dallo stadio adesso si alzavano i cori della curva. E chi o ssape si è o vero! E chi o ssape pecché!!” don Armando allargò nuovamente le braccia e sorrise Eh, Chiossape…”.

Il clima nel bar si era fatto molto più allegro. Mentre le partite proseguivano, i quattro amici decisero di passare il tempo con una partita a scopone scientifico. Io, seduto su una gamba del nonno per aiutarlo a scegliere le carte, giocavo insieme a don Armando mentre don Antonio e Andrea erano laltra coppia. A un certo punto, sul tavolino i nostri avversari avevano lasciato un quattro di bastoni e un tre di spade. Io e il nonno ci guardammo e feci per prendere dalle sue carte il sette di denari per fare la più classica delle scope, quando nuovamente lo stadio esplose.

Scusa Ameri, di nuovo da Salerno: Salernitana in vantaggio con Giordano! Di Bartolomei lancia lungo sul giovanissimo numero sette granata che in velocità supera tutti e trafigge Zenga con un preciso rasoterra sul secondo palo! Risultato impensabile al Vestuti! Al minuto trentanove del secondo tempo, Salernitana 2 Inter 1!”.

La gioia esplose anche nel bar di don Antonio, che nellesultanza urtò il tavolino facendolo cadere con tutte le carte. Lo avete fatto apposta, confessate,” disse mio nonno prima che tutti scoppiassimo in una gigantesca risata.

Aria nuova! Aria nuova! Ha segnato u Uaglione! Che vi avevo detto?” insistette Andrea. La sfortuna, la rimandiamo a Milano, almeno per questa domenica!”.

La partita finì pochi minuti dopo. Vidi il pubblico in festa defluire dallo stadio mentre don Antonio tirava su le saracinesche del suo bar. Da lì a poco si sarebbe riempito di tifosi salernitani pronti a festeggiare la vittoria. La polizia invece avrebbe scortato gli interisti alla stazione. Purtroppo, niente guadagni da loro, pensò sconsolato. Ma la felicità per i primi due punti guadagnati era così forte da compensare anche qualche centinaio di migliaia di lire in meno alla fine della giornata. Dopo aver salutato tutti, io e il nonno ci avviammo verso casa.

Poco prima di attraversare il ponte, sentimmo un grido provenire dal secondo piano di un palazzo. Attenzione abbash!”. Riuscimmo a scansarci pochi istanti prima che un sacchetto della spazzatura deflagrasse sul marciapiede vicino ai cassonetti. Ma vi sembra il modo?” gli urlò mio nonno, visibilmente arrabbiato. Il lanciatore di spazzatura si ritirò in casa, non prima di aver farfugliato uno scusate, non vi avevo visto”.

Nonno, io da grande andrò via da Salerno. È brutta, caotica e le persone sono incivili!” sentenziai. Mio nonno mi guardò intenerito. Salerno è bellissima. Se lavessi vista venti anni fa, come lho vista io, lo penseresti anche tu”.

Purtroppo, la gente non lo capisce. Anche loro hanno perso di vista la bellezza, e quindi non pensano a curarla e a farla ritornare come prima, anzi, la sommergono di altre schifezze!” disse alzando la voce verso il balcone da cui era partito il “regalo”. Si ripulì con un fazzoletto dalla salsa di pomodoro che gli era schizzata sul pantalone e proseguimmo la nostra passeggiata per tornare a casa. Lo guardai sconsolato, scuotendo la testa. Era sempre così: ogni volta che a Salerno succedeva qualcosa, uno scandalo, un fatto di cronaca nera, o un semplice episodio di inciviltà, il nonno difendeva sempre la città. Lui continuava a trovarla meravigliosa.

Mentre tornavamo a casa rimasi in silenzio, avvolto nei miei pensieri. Lodore del fiume Irno, ricolmo di liquami, era insopportabile. Anche se in passato era stata bellissima, probabilmente non sarei riuscito mai, in alcun modo, a vedere di nuovo in questa città la bellezza dei suoi anni migliori. ʽNonno, mi dispiace, ma da grande andrò via. Come hanno fatto le zie. Sicuramente!ʼ pensai. Ma guardandolo così felice per la vittoria, proprio non me la sentii di dirglielo.

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Paolo Danilo Vozzi
Paolo Danilo Vozzi, nato a Piano di Sorrento il 27 ottobre 1976 da genitori salernitani ma cresciuto in Toscana, ha dedicato gran parte della sua carriera alla comunicazione e al giornalismo. Laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università di Siena, ha collaborato come giornalista, redattore ed editor per diverse riviste specializzate nel settore della tecnologia. Ha inoltre lavorato per grandi aziende del settore hi-tech come Microsoft e Apple.

Attualmente è docente universitario ed esperto di comunicazione aziendale, ambiti nei quali continua a mettere a frutto la sua esperienza professionale e accademica. La sua passione per la scrittura lo ha portato a esplorare nuovi territori narrativi, dando vita a romanzi che riflettono la sua sensibilità verso le dinamiche dell'animo umano e della società contemporanea.
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