1
Al bar di don Antonio
Alle quattordici don Antonio stava ancora finendo il piatto di pasta al forno che gli aveva preparato la moglie Teresa, quando sentì bussare alla saracinesca del bar, parzialmente abbassata. “Un momento!” urlò mentre richiudeva con cura il resto della pasta, ancora caldo, nel recipiente di plastica. Un altro colpo alla saracinesca seguì il primo. “André, ma che sei sordo? Arrivo!”.
A quel punto don Antonio affrettò il passo per aprire e far entrare l’amico. Sullo sfondo di via Nizza, dove affacciava il suo bar, si vedevano già centinaia di tifosi, famiglie di tutte le età con sciarpe e bandiere che attraversavano la piazza antistante per entrare nei tornelli che portavano alla curva sud dello stadio Donato Vestuti. Mentre don Antonio chiudeva la saracinesca e la porta del bar, si poteva sentire con chiarezza il frastuono delle migliaia di persone che avevano già riempito lo stadio.
Nel frattempo, Andrea era entrato e si era seduto su una delle poche sedie non rovesciate sui tavoli e armeggiava con una radiolina mezza scassata. Don Antonio sospirò. “La partita inizia tra quasi due ore e già salgono! Ma come fai ad andare a tifare, a cantare e saltare come un dannato per novanta minuti con ancora il caffè e la sfogliatella sullo stomaco!”.
“E che c’entra la digestione! È una questione di cuore, non di pancia” disse Andrea. “E poi, non lo so, quest’anno sento un’aria diversa. Quasi una magia!”.
“André, tu sei troppo fiducioso, vabbuò. Gradisci il caffè?”.
“Veramente,” disse Andrea, “non ho proprio mangiato. Ho fatto un giro per i palazzi, ma tra chi non c’era e chi non aveva niente da darmi, alla fine non ho racimolato nulla. Di solito c’è la signorina Rita di via Irno che prepara sempre qualcosa in più la domenica, ma oggi mi aveva già detto che era a pranzo dalla sorella e che non c’era”. Guardò don Antonio con l’espressione tipica di chi, rassegnato, pensa: e che ci possiamo fare? Il barista allora gli disse: “Vabbè Andrea, ho due pastarelle che mi sono avanzate dalle colazioni, se ti possono andare bene, te le scaldo un attimo nel fornetto”.
“Andranno benissimo,” disse Andrea, e poi: “ma sento dall’odore che vostra moglie vi ha fatto la pasta al forno! Non è che per caso ve n’è avanzata un poco?”.
Don Antonio sospirò rassegnato, scosse la testa, aprì il recipiente di plastica e lo posò sul tavolino davanti all’amico.
“Fate i complimenti a vostra moglie, è buonissima!” disse Andrea mentre masticava il primo boccone di pasta al forno. “Intanto che finisci accendo la macchinetta così ci facciamo il caffè” aggiunse il barista.
“Oggi tirava una brutta aria in città!” continuò Andrea. “Tutto pieno di polizia e carabinieri in assetto da guerra, sembrava di essere tornati agli anni Quaranta”.
“Che ci vuoi fare, è normale. Salernitana-Inter alla prima giornata! Sono arrivati cinquemila tifosi da Milano. Anzi, speriamo che poi alle quattro vengano tutti e cinquemila a mangiarsi qualcosa qui al bar, così, almeno mi consolo dalla sconfitta” aggiunse don Antonio.
“Sì, ma sapete com’è, don Antò. Quelli come me non vengono mai visti di buon occhio dalle forze dell’ordine. Non è mai consigliabile farsi vedere in giro ché poi magari sparisce qualcosa e pensano subito che sia stato io.”
“E se succede, Andrea, tu li porti qua da me, e io garantisco che tu sei una brava persona!”.
I due risero insieme. Era passata una mezz’ora quando bussarono di nuovo alla saracinesca.
“Questo è sicuramente don Armando che ha finito di pranzare”.
Armando Marino era un architetto molto conosciuto a Salerno e viveva nel palazzo sopra al bar di don Antonio: un uomo piuttosto alto, magro, con un aspetto giovanile, malgrado fosse quasi vicino alla sessantina. Molti suoi ex clienti dicevano che da giovane fosse stato un vero dongiovanni, ma alla volta dei cinquant’anni, per una serie di sfortunate circostanze, era rimasto solo e a quel punto era andato a vivere nella casa di famiglia con la sorella Adelaide, di vent’anni più giovane e, anche lei, senza marito. La convivenza però si era dimostrata ben presto problematica.
“Don Armà! Ci stiamo facendo un caffè, gradite?” disse Antonio.
“Sì grazie, ho bevuto quella schifezza che prepara mia sorella e mi è rimasto il cattivo sapore in bocca”.
Anche Andrea conosceva molto bene Adelaide: faceva parte del suo “giro” e spesso si fermava sull’uscio del loro appartamento a mangiare qualcosa mentre ascoltava dalla signorina le tragiche storie dei suoi amori finiti male. Sapeva anche dell’insofferenza del fratello, che in cuor suo sperava ancora che la sorella trovasse un marito per potersene liberare e avere la completa disposizione della casa. Per questo Andrea trovava molto divertente la situazione e non mancava mai l’occasione per stuzzicare l’amico.
“Ma, don Armando, vostra sorella ha trovato finalmente un buon partito?” chiese.
“Macché! Nessuno le va bene: quello è troppo alto, quello troppo basso, quello troppo silenzioso, quello parla troppo, quello non ha i soldi oppure ce li ha e quindi non mi vuole… Parliamo della partita, che è meglio!”.
Don Armando cercò di cambiare discorso, ma poi aggiunse: “Voi la conoscete la teoria del principe azzurro, don Antonio?” Il barista lo guardò perplesso: “Sinceramente no”.
“È molto facile. La donna fino ai vent’anni cerca il principe azzurro con il cavallo bianco. Ma dopo i venticinque le basta anche solo il principe azzurro”.
“E vostra sorella che ha raggiunto quasi i quaranta?” chiese maliziosamente Andrea.
“Eh, lei si dovrebbe accontentare del cavallo! Non ha capito che l’età del principe azzurro è finita!” disse convinto don Armando. Per poco al barista non andò di traverso il caffè, mentre Andrea aggiunse: “Però parlate proprio voi, che alla fine siete rimasto da solo”.
“Sì,” disse don Armando serissimo, “ma la mia è stata una scelta. A una certa età, non potendo più pretendere una principessa, invece della cavalla, ho preferito farmela a piedi”.
Don Antonio accese le luci del bar. Anche da dentro si sentiva salire il coro della tifoseria granata. “Sentite!” disse don Armando. “Praticamente è come stare dentro lo stadio”.
“Sì, ma senza vedere la partita ti resta solo o mal’e càpa!” disse il barista. “Comunque, la prima giornata con l’Inter è una iattura! Non potevamo cominciare il campionato con un avversario più forte! Subito una sconfitta, due punti a loro e zero a noi” sospirò Armando scuotendo la testa.
Andrea però lo interruppe. “E invece sapete cosa? Io mi sento che quest’anno andremo molto bene!”.
“Cosa te lo fa pensare, Andrea?” gli chiese l’architetto.
“Non lo so, stamattina mi sono alzato ed ero felice, come se mi fosse arrivata una bella notizia. E non so perché, ma credo che la stagione inizierà nel migliore dei modi!”.
Don Antonio sentì nuovamente bussare. “Eccoli,” disse, “giusto in tempo, tra cinque minuti inizia!”.
Davanti alla porta del bar erano comparse tre sagome. Quando il barista aprì, riconobbe subito la nera tonaca di padre Vincenzo e poco più dietro don Paolo, amico da una vita, come sempre impeccabile nel suo completo grigio accompagnato dall’immancabile Borsalino coordinato.
E poi c’ero io, dieci anni, che con una mano stringevo quella di mio nonno, mentre con l’altra cercavo di evitare di sporcarmi con i resti di quello che pochi minuti prima era stato un eccellente babà allo zucchero.
“Entrate!” disse don Antonio. “Vedo don Paolo che vi siete portato vostro nipote. Avete fatto bene, un po’ di gioventù tra questi vecchi!” sorrise.
Padre Vincenzo scosse la testa ed entrò anche lui. “Cosa vi lascia perplesso don Vincenzo?” disse don Antonio notando il gesto del sacerdote.
“No, niente. È che voi mi dovete ancora spiegare perché vi chiamate tutti don e nessuno di voi è un sacerdote”.
Vincenzo Gatto invece un sacerdote lo era davvero. Per la precisione, un padre Salesiano. Poco più di quarant’anni, alto e leggermente curvo, con due occhiali tondi che lo facevano sembrare lo spumarino pallido. Vincenzo si era trasferito a Salerno un anno prima con l’incarico di direttore dell’Istituto Salesiano San Domenico Savio, un tempo scuola elementare e successivamente diventato un convitto per studenti e un centro polifunzionale per la comunità. Era nato a Salerno da padre salernitano e madre veneta, ma poi si era trasferito da bambino dai nonni materni al Nord-Est, a Venezia, dove aveva frequentato il seminario e, successivamente, preso i voti da sacerdote. Quando però la madre era morta lui, per star dietro al padre, aveva deciso di abbandonare Venezia per ritornare a Salerno.
“Don Vicié” gli disse Paolo “il fatto è semplice. Al Sud, a ogni persona rispettabile, dopo una certa età si assegna per meriti il titolo di don e gli si dà del voi. Si tratta di una forma di rispetto verso le persone anziane, come me”.
“Scusate, perché il lei non è abbastanza rispettoso?” disse Vincenzo.
“Padre, voi dovete ancora frequentare un po’ di scuola di salernitanità”. Gli disse ironico: “Il lei è troppo distaccato; invece, il voi unisce il rispetto all’affetto per la persona”.
Il sacerdote era ancora perplesso, così don Paolo aggiunse: “Quando accompagnate vostro padre a spasso per Mercatello, se incontrate dei suoi amici, dategli del voi. Sicuramente apprezzeranno il gesto”.
Don Vincenzo sospirò. “Praticamente come nel film Il Padrino!” a questa battuta però tutti si fecero seri.
“Don Vincenzo, non scherzate su questo. La camorra è un guaio grosso. Se questa città è come è, sappiamo bene di chi è la colpa! Noi siamo persone oneste. Abbiamo combattuto la guerra e manco un grazie ci hanno detto”, aggiunse don Armando. “E poi nemmeno voi siete don, Vincenzo. Voi siete Camion!” disse ridendo.
Don Vincenzo, in effetti, con la nomina a direttore del collegio salesiano aveva ottenuto il titolo di Ca.Mi.On, ovvero Canonico Minore Onorario, che solitamente veniva dato a sacerdoti che avevano incarichi di direzione o di coordinamento in strutture clericali importanti.
“Vabbè vabbè, voi non vi preoccupate don Vincenzo, sacerdote o autotrasportatore, siete tifoso della Salernitana e tanto ci basta, siete di famiglia!” aggiunse mio nonno, che in cuor suo voleva solo interrompere la disquisizione per sentire le formazioni delle squadre.
Don Antonio aveva una grandissima radio a valvole che faceva bella mostra in un angolo del bar. L’aveva ereditata dal padre e la teneva come un cimelio d’epoca ma, nonostante l’indubbia bellezza estetica, la radio non funzionava. Per questo di solito Andrea portava la sua, trovata sul marciapiede dopo che un elegante signore l’aveva gettata con nonchalance in strada dalla propria auto. La radiolina, seppure malandata, era ancora capace di assolvere al suo scopo principale semplicemente dandole un paio di manate ben assestate all’altezza del vano delle pile.
“Su dai, cercate la frequenza che c’è Alfredo Provenzali che dà le formazioni!”.
La formazione della Salernitana per quella stagione era così composta: in porta Fabio Manetti, solido portiere a fine carriera prelevato da Livorno, detto anche “Parabola” non solo per la sua reattività nei tiri dalla distanza ma anche per le sue orecchie a sventola che fornivano, dicevano scherzosamente i tifosi, un supporto aerodinamico aggiuntivo e una maggiore copertura dello specchio di porta. A destra, in difesa, giocava Simone Martini, prelevato dal Parma e omonimo del pittore, terzino fluidificante, come si diceva una volta, dotato di un destro nato per “pennellare” i traversoni per gli attaccanti. Terzino sinistro era Francesco Mereu detto “Franz”, di origini sarde, che si era trasferito già da bambino nelle giovanili del Napoli per poi passare al Verona in cui aveva scalato il settore giovanile fino alla prima squadra. Difensore non fortissimo fisicamente ma estremamente grintoso, era dotato di un grande talento artistico fuori dal campo. Pianista, cantante, ma anche scrittore, aveva il sogno di laurearsi in Lettere. “Mica posso giocare a calcio fino a sessant’anni” diceva a chi gli chiedeva di questa sua passione per gli studi. Insomma, teneva la càpa ’n càpa, come si dice a Salerno.
Libero e Stopper, Manlio De Rosa e Giorgio Filarotti, coppia di rocciosi difensori, più volte anche presenti in Nazionale. Anche loro a fine carriera erano stati comprati in blocco dal Milan e voci dicevano che dopo oltre quindici anni di lavoro insieme, facessero coppia fissa anche nella vita, visto che entrambi non erano sposati. Voci o no, la loro vita personale non importava ai tifosi: tutta Salerno li amava per l’incredibile intesa sul campo e per la tenacia nel difendere il risultato a ogni costo.
A centrocampo uno dei due mediani era Gustav Van Leeuwen, primo calciatore olandese visto a Salerno: prelevato dall’Ajax, era stato soprannominato anche Battipaglia, per la sua carnagione da latticino tipica dei nordici, talmente chiara da dare un nuovo significato all’espressione brillare in campo. Un centrocampista dai piedi buoni ma anche di ottima corsa, comprato soprattutto per la moda orange del periodo post Cruyff. Al suo fianco, la leggenda: Agostino Di Bartolomei, carismatico e fortissimo centrocampista strappato alla Roma a suon di miliardi e con la promessa della fascia di capitano. Da lui tutti i tifosi si aspettavano di fare finalmente il grande salto di qualità.
Le due ali erano: a destra Aniello Giordano, talento locale e promessa azzurra proveniente dalla Berretti granata, velocissimo e bravo con entrambi i piedi. Giordano era anche molto amato, e soprattutto perseguitato, dalle giovani tifose e persino dalle loro madri che, già da quando era ragazzino, avevano visto in quel giovane così grintoso sul campo e così educato fuori, un ottimo marito per le loro figlie. A sinistra, invece, stazionava ormai da un decennio Michele Della Guardia, veterano della squadra e ala sinistra duttile con capacità sia offensive che difensive. Ormai l’età non gli permetteva più di giocare su tutta la fascia come un tempo, ma la sua classe cristallina gli consentiva ancora di fare 50-60 minuti di grande livello prima di accomodarsi in panchina.
Il regista a supporto del centravanti era Andrea Vanni Savoca, siciliano di Messina, intelligente numero dieci in grado di effettuare passaggi millimetrici per i compagni anche senza vederli. Le leggende narravano che fosse capace di riconoscere il compagno libero anche solo dal rumore degli scarpini che strusciavano nell’erba.
E infine, il nostro goleador: Eduardo Elviro Guarin De la Roca, detto Eduardo, per brevità: centravanti brasiliano non molto alto ma estremamente tecnico e dotato di un destro potentissimo. Era stato battezzato dalla curva Chiossape, chi lo sa, per la sua capacità di segnare gol impossibili e di sbagliare tiri da pochi metri a porta completamente sguarnita. Imprevedibile, nel bene e nel male. Allenatore, Antonio Rosato, detto Napoleone. Generale in campo e fuori ma amato e rispettato da tutti i suoi giocatori.
Come di consueto, Andrea regolò la radiolina colpendola un paio di volte con la mano e piegando di qualche grado la piccola antenna telescopica. Subito nel bar risuonarono a una a una le voci dei radiocronisti. A parte qualche momento in cui l’altoparlante gracchiava per i toni eccessivamente alti, l’audio era buono e la comitiva poté iniziare a seguire le partite con un orecchio incollato alla radio e uno rivolto alla pancia dello stadio.
Ci sedemmo tutti intorno a un piccolo tavolino. Per un’ora e mezza nulla del mondo esterno sarebbe esistito se non quel magico racconto del calcio che ci avrebbe portato in giro per il Paese a vivere le storie di grandi squadre e grandi campioni.
Al 12’ del primo tempo si sentì il primo urlo provenire dal Vestuti. “Scusa Bortoluzzi, interrompo da Salerno perché la Salernitana è andata vicino al gol con Di Bartolomei. Destro da fuori area che ha sfiorato la porta nerazzurra con Zenga immobile sul tiro del centrocampista granata. Pericolo scampato per i meneghini, ma Salernitana che attacca a pieno regime! A voi Studio!”.
“Che vi avevo detto,” disse Andrea, “c’è un’aria diversa quest’anno!”.
“André, per favore, se evitiamo di portare iella, cortesemente, almeno alla prima giornata di campionato!” disse don Armando allargando le braccia.
“Magari, portassi iella! Potrei passarla a qualcuno! Mi dispiace don Armà, ma la iella non si porta, si tiene”.
E, puntualmente, la iella arrivò. Al 38’ del primo tempo, sentii un forte rumore di fischi proveniente dallo stadio. “Nonno che succede?”.
Non fu lui a rispondermi, ma direttamente la radiolina di Andrea.
“Goool, intervengo da Salerno, il risultato è cambiato. Altobelli ha portato in vantaggio l’Inter! Lancio lunghissimo dalla difesa del terzino Bergomi e palla recapitata direttamente al centravanti ambrosiano che dal limite dell’area ha trafitto un incolpevole Manetti! A Salerno, Salernitana 0, Inter 1. Di minuti ne sono passati trentotto nel primo tempo, a voi la linea!”.
“O i’ lloc, la nuova aria!” disse don Antonio, rivolgendosi ad Andrea. “Qui, com’era prevedibile, ci aspetta un nuovo anno di sofferenza”.
Poi, rassegnato, iniziò ad abbassare le sedie e a preparare i tavolini per l’apertura pomeridiana. Il primo tempo finì senza troppe sorprese: la Roma stava vincendo ad Ascoli, la Juve ad Avellino e il Milan pareggiava in casa con il Napoli nella partita di cartello della prima giornata di campionato. Don Antonio si rivolse a me. “Uagliò, vuoi qualcosa? ‘Na Coca-Cola? Nu gelato?”.
Guardai il nonno con aria di supplica. La giornata era calda e non mi sarebbe dispiaciuto prendere entrambe le cose. “Gelato e Coca-Cola” disse, “basta che però non dici niente ai tuoi!”.
Il nonno mi viziava sempre, per questo mia mamma gli faceva sempre mille raccomandazioni, a quanto pare, inutili. Andrea e don Armando si accesero una sigaretta mentre don Vincenzo si mise a leggere distrattamente una rivista di costume che aveva trovato su uno dei tavolini del bar. Lo vidi sfogliare velocemente tutte le pagine con disinteresse, ma notai che si soffermò per qualche istante in più su una foto in costume da bagno di Edwige Fenech. Lo notò anche mio nonno, che fece un cenno a don Antonio, il quale rispose con un mezzo sorriso.
Pochi minuti dopo le partite ricominciarono. Sullo stadio era calato il silenzio, le parole dei radiocronisti risuonavano chiare nel bar, ma nessuna notizia proveniva da Salerno, sembrava che la partita fosse finita e che tutti, pubblico e giocatori, fossero usciti dallo stadio, lasciandolo vuoto. Attendemmo ancora diversi minuti in attesa di qualche aggiornamento, quando un urlo fortissimo si sentì chiaramente provenire da dentro lo stadio. Non riuscivamo a capire cosa fosse successo fin quando la voce squillante di Provenzali entrò prepotente nella radiolina.
“Attenzione, interrompo da Salerno. Calcio di rigore per la Salernitana. Azione perfetta di Van Leeuwen che serve Della Guardia in area, il giocatore viene atterrato e quindi è rigore! Si appresta alla battuta il numero nove Eduardo!”.
Mio nonno scosse la testa. “Speriamo bene! Quello è capace di tutto”. Dalla radio il commento riprese. “Eduardo sistema il pallone. Parte la rincorsa e… parata!! Zenga con un tuffo incredibile ha deviato il pallone sulla traversa!”.
“Eh, Chiossape…” disse don Armando allargando le braccia. “Ma attenzione” continuò il commentatore “la palla viene rincorsa da Eduardo che dal limite si coordina e goooool! Incredibile! La Salernitana pareggia, con una rovesciata spettacolare del suo centravanti che non lascia scampo a Zenga e si insacca sul palo alla sua destra! Salernitana 1 Inter 1. Incredibile il gesto dell’attaccante granata che sbaglia il rigore ma poi si fa perdonare cinque secondi dopo con una rete da cineteca. Siamo al 20’ del secondo tempo. A voi la linea”.
Ci abbracciammo tutti. Dallo stadio adesso si alzavano i cori della curva. “E chi o ssape si è o vero! E chi o ssape pecché!!” don Armando allargò nuovamente le braccia e sorrise “Eh, Chiossape…”.
Il clima nel bar si era fatto molto più allegro. Mentre le partite proseguivano, i quattro amici decisero di passare il tempo con una partita a scopone scientifico. Io, seduto su una gamba del nonno per aiutarlo a scegliere le carte, giocavo insieme a don Armando mentre don Antonio e Andrea erano l’altra coppia. A un certo punto, sul tavolino i nostri avversari avevano lasciato un quattro di bastoni e un tre di spade. Io e il nonno ci guardammo e feci per prendere dalle sue carte il sette di denari per fare la più classica delle scope, quando nuovamente lo stadio esplose.
“Scusa Ameri, di nuovo da Salerno: Salernitana in vantaggio con Giordano! Di Bartolomei lancia lungo sul giovanissimo numero sette granata che in velocità supera tutti e trafigge Zenga con un preciso rasoterra sul secondo palo! Risultato impensabile al Vestuti! Al minuto trentanove del secondo tempo, Salernitana 2 Inter 1!”.
La gioia esplose anche nel bar di don Antonio, che nell’esultanza urtò il tavolino facendolo cadere con tutte le carte. “Lo avete fatto apposta, confessate,” disse mio nonno prima che tutti scoppiassimo in una gigantesca risata.
“Aria nuova! Aria nuova! Ha segnato ‘u Uaglione! Che vi avevo detto?” insistette Andrea. “La sfortuna, la rimandiamo a Milano, almeno per questa domenica!”.
La partita finì pochi minuti dopo. Vidi il pubblico in festa defluire dallo stadio mentre don Antonio tirava su le saracinesche del suo bar. Da lì a poco si sarebbe riempito di tifosi salernitani pronti a festeggiare la vittoria. La polizia invece avrebbe scortato gli interisti alla stazione. Purtroppo, niente guadagni da loro, pensò sconsolato. Ma la felicità per i primi due punti guadagnati era così forte da compensare anche qualche centinaio di migliaia di lire in meno alla fine della giornata. Dopo aver salutato tutti, io e il nonno ci avviammo verso casa.
Poco prima di attraversare il ponte, sentimmo un grido provenire dal secondo piano di un palazzo. “Attenzione abbash!”. Riuscimmo a scansarci pochi istanti prima che un sacchetto della spazzatura deflagrasse sul marciapiede vicino ai cassonetti. “Ma vi sembra il modo?” gli urlò mio nonno, visibilmente arrabbiato. Il lanciatore di spazzatura si ritirò in casa, non prima di aver farfugliato uno “scusate, non vi avevo visto”.
“Nonno, io da grande andrò via da Salerno. È brutta, caotica e le persone sono incivili!” sentenziai. Mio nonno mi guardò intenerito. “Salerno è bellissima. Se l’avessi vista venti anni fa, come l’ho vista io, lo penseresti anche tu”.
“Purtroppo, la gente non lo capisce. Anche loro hanno perso di vista la bellezza, e quindi non pensano a curarla e a farla ritornare come prima, anzi, la sommergono di altre schifezze!” disse alzando la voce verso il balcone da cui era partito il “regalo”. Si ripulì con un fazzoletto dalla salsa di pomodoro che gli era schizzata sul pantalone e proseguimmo la nostra passeggiata per tornare a casa. Lo guardai sconsolato, scuotendo la testa. Era sempre così: ogni volta che a Salerno succedeva qualcosa, uno scandalo, un fatto di cronaca nera, o un semplice episodio di inciviltà, il nonno difendeva sempre la città. Lui continuava a trovarla meravigliosa.
Mentre tornavamo a casa rimasi in silenzio, avvolto nei miei pensieri. L’odore del fiume Irno, ricolmo di liquami, era insopportabile. Anche se in passato era stata bellissima, probabilmente non sarei riuscito mai, in alcun modo, a vedere di nuovo in questa città la bellezza dei suoi anni migliori. ʽNonno, mi dispiace, ma da grande andrò via. Come hanno fatto le zie. Sicuramente!ʼ pensai. Ma guardandolo così felice per la vittoria, proprio non me la sentii di dirglielo.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.