Andrea dormì come una foglia sospesa tra due stagioni: incerta se restare attaccata al ramo o lasciarsi cadere. Era l’ultima notte che avrebbe trascorso sotto il tetto sicuro della civiltà, prima che la sua vita si trasformasse in un sentiero senza mappa. La sera precedente, la Sezione aveva organizzato una cena collettiva, un banchetto che somigliava a un abbraccio corale prima del distacco. Le residenti di Ivrea, come stelle raccolte attorno a un fuoco, avevano cantato, riso, pianto. Serena, cerimoniere e custode del rito, aveva cucinato con la cura di chi impasta anche i ricordi. Il discorso di addio era stato come un vento caldo che accarezza le vele prima della partenza. Andrea aveva abbracciato tutte, una per una, come chi raccoglie frammenti di un mosaico che sa non rivedrà mai intero.
Nel suo alloggio, che un tempo era stato dimora di qualche autorità cittadina, ricevette un messaggio da Serena. Le sue parole erano un sussurro tra le pieghe della notte:
“Mi dispiace non averti conosciuto meglio. Domani, per la tua Partenza, officerò la cerimonia in maniera rapida. Spero di rivederti, un giorno, vivo.”
Quelle parole si posarono sul suo cuore come neve sottile: leggere, ma capaci di gelare ogni pensiero. Andrea cercò il sonno come si cerca un rifugio durante una tempesta, ma i suoi sogni erano pieni di porte che si chiudevano e sentieri che si perdevano nel nulla.
La cerimonia della Partenza era prevista per le otto e trenta. L’intera Sezione, in uniforme, si schierò sotto l’alzabandiera come un esercito di memorie. Il quadrato formato dai presenti era un campo di energia silenziosa, dove ogni volto era una nota di un canto antico.
Nelle sezioni più grandi si poteva raggiungere la presenza contemporanea di migliaia di persone, a volte diverse migliaia, in quelle che erano cerimonie molto sentite. L’apertura dell’anno, la sua chiusura. Oltre all’Assemblea di Sezione, quando si eleggevano il Presidente, il Commissario ed il Comitato, erano i pochi momenti nei quali si stava tutti insieme, senza che la rappresentanza democratica facesse da filtro. Ci si osservava, ci si conosceva. Al compimento della maggiore età si iniziava il percorso di appartenenza attiva ai valori ed alle necessità del Corpo Nazionale. Ogni Sezione aveva le sue piccole tradizioni, ed accoglieva i nuovi adulti nelle forme più diverse. Ma il succo era lo stesso per tutti: riconoscersi, affinché la collettività acquisisse quella nuova risorsa, ed il nuovo cittadino iniziasse a familiarizzare con le esigenze e le caratteristiche della Sezione, mettendo a frutto le sue doti e la formazione fatta fino a quel momento.
A Ivrea, il numero ridotto dei partecipanti rendeva ogni sguardo più intenso, ogni gesto più definitivo.
La Partenza peraltro non era una celebrazione: era un funerale della quotidianità. Un addio alla prevedibilità, un saluto alla sicurezza. C’era un velo di tristezza che avvolgeva ogni parola, come nebbia che non vuole dissolversi. Alcune frasi erano gusci vuoti, altre erano piene di retorica, come fiori finti su una tomba vera.
Serena officiò con la precisione di un orologiaio che sa che ogni secondo è un addio. Le formule di rito furono pronunciate senza fronzoli, come frecce che colpiscono il bersaglio senza esitazione. Dall’uniforme di Andrea venne tolto il foulard con i colori della Sezione dei Colli Albani. Lo chiuse in un piccolo cofanetto, come si chiude un cuore in una scatola, promettendo che sarebbe stato custodito in attesa del Ritorno. Ma tutti, nessuno escluso, sapevano che quel ritorno era solo una leggenda, un miraggio nel deserto della speranza.
Andrea si voltò verso la bandiera. Il giglio giallo in campo rosso, avvolto dal verde, danzava appena nel vento del mattino, come un saluto discreto di chi sa che non rivedrà più.
…qualcuno è rimasto
Qualcuno è andato e non s’è più sentito
Un giorno anche tu hai deciso
Un abbraccio e poi sei partito.
Buon viaggio hermano querido
E buon cammino ovunque tu vada
Forse un giorno potremo incontrarci
Di nuovo lungo la strada.
Il canto tradizionale della Partenza, sussurrato come una preghiera laica, sembrava scritto per lui. Le voci si intrecciavano come fili di seta, tessendo un tappeto su cui Andrea avrebbe camminato verso l’ignoto.
Sollevò la mano destra, le tre dita centrali alzate: il suo ultimo saluto. Un gesto antico come il dolore, semplice come la verità.
Capitolo 10
La prima cosa che Andrea percepì, appena il drone lo lasciò in prossimità dell’ultimo localizzatore, fu l’odore del posto: un alito sconosciuto della terra, un soffio freddo e dolciastro che gli ricordava il profumo delle sue piante dopo la fioritura, come se la natura stessa stesse trattenendo il fiato in attesa di un nuovo inizio. Era come se l’aria fosse un vino antico, versato solo per chi osa attraversare la soglia dell’ignoto.
L’emozione lo travolse come un’onda che si infrange sugli scogli: i pensieri si rincorrevano e si dissolvevano, nuvole impazzite in un cielo di fine estate. Si domandò chi avrebbe potato le sue rose, quelle creature silenziose che aveva accudito come figli muti. Forse avrebbe dovuto lasciare istruzioni, come un capitano che affida la sua nave prima di salpare verso mari sconosciuti. Gli dispiaceva aver curato per anni quelle piante che ora, forse, avrebbero sentito la sua assenza come una notte senza luna. E chissà chi altro avrebbe sofferto: forse Sara, forse nessuno. Si chiese se avrebbe avuto la forza di attraversare quella foresta di solitudine, o se sarebbe stato inghiottito dal silenzio come un sasso gettato in un pozzo senza fondo.
Era sopraffatto dall’emozione, i pensieri erano stormi di uccelli che si alzavano in volo all’improvviso, si facevano vedere per un attimo e poi sparivano tra le fronde della coscienza. Alcuni si posavano, ostinati, a farsi pensare, altri si nascondevano tra le ombre del subconscio, pronti a riemergere quando meno se lo sarebbe aspettato.
La temperatura era gentile, una carezza di fine estate che non chiedeva ancora il conforto della termoregolazione. L’ambiente, a prima vista, non sembrava ostile, ma l’assenza totale di persone era una voragine nuova, un abisso mai esplorato. Andrea, che aveva sempre vissuto circondato da voci, ora si trovava come un naufrago su un’isola deserta, dove anche il vento sembrava trattenersi per non disturbarlo. Da quel momento in poi, sarebbe stato connesso al Corpo Nazionale solo finché fosse rimasto vicino al localizzatore: oltre, solo il deserto della solitudine, un oceano senza fari.
Decise di restare qualche ora nei dintorni, come un animale che annusa l’aria prima di uscire dalla tana, per familiarizzare con la nuova pelle del mondo e con la sua attrezzatura. Non appena il drone scomparve all’orizzonte, Andrea spense la condivisione dei dati: voleva testare la sua capacità di orientarsi senza la bussola della Rete, come un esploratore che si affida alle stelle e non ai satelliti.
Consultò le vecchie carte topografiche, le orientò come un mago che legge il destino nei tarocchi. Alzando lo sguardo, vide le vette che lo aspettavano: il cielo, limpido come uno specchio d’acqua, si schiariva proprio a ridosso delle montagne, e il verde della vegetazione si alternava al grigio delle rocce come pennellate su una tela di un pittore impaziente. Alcune cime erano ancora bianche, reliquie di ghiacciai quasi scomparsi, come vecchi re che si ostinano a non abdicare. Gli ultimi dati dicevano che il ritiro dei ghiacci si era fermato, ma erano voci di fantasmi, notizie portate dal vento di generazioni passate. Forse avrebbe potuto raccogliere qualche dato, diventare cronista di un cambiamento che nessuno avrebbe letto.
Intorno a lui la vegetazione si faceva fitta, come un esercito silenzioso che proteggeva i segreti della terra. Il localizzatore, una torre metallica alta venti metri, dominava la radura come una matita gigante piantata nel foglio del paesaggio, intenta a disegnare nuove storie nell’azzurro. L’area circostante era sgombra da alberi alti, forse per via di un antico diserbante, o forse perché il terreno stesso era una corazza artificiale che non permetteva radici profonde.
A prima vista, nessun segno di insediamenti umani: ma Andrea sapeva che quella era una zona un tempo viva, ora addormentata sotto il peso degli anni. Avvicinandosi al limite della radura, cambiando prospettiva come un fotografo in cerca dell’inquadratura perfetta, si accorse che ciò che sembrava vegetazione era in realtà un mosaico di rovine: scheletri di cemento, ossa di metallo, carcasse di automezzi abbandonati. Tutto era avvolto in mille sfumature di verde, come se un pittore avesse deciso di usare solo un colore, modulandolo con la luce e l’ombra. Le rovine erano ombre più scure in un quadro già crepuscolare, e l’insieme aveva la bellezza malinconica di una città sommersa.
Andrea non perse l’occasione per scattare fotografie: ogni immagine era una bottiglia lanciata nel mare del tempo, un tentativo di fermare la deriva dell’oblio. In alto vide volare uccelli che non riuscì a identificare, troppo lontani per essere catturati dal visore: capì in un lampo che, se c’erano animali in volo, ce ne sarebbero stati anche a terra. Attivò il controllo della presenza di forme di vita nei dintorni: il visore restituì un quadro inquietante, come una mappa di pericoli invisibili. Nel raggio di poche centinaia di metri, il luogo era un alveare brulicante di esseri viventi. Filtrò i risultati per dimensione, escludendo i piccoli animali: ciò che rimaneva non lo rassicurava. In quella terra di nessuno, c’erano creature di cui non conosceva né il nome né le intenzioni.
Capitolo 11
Andrea si sentì come una foglia staccata dal ramo, sospesa nel vuoto. Mai, nella sua vita, era stato davvero in pericolo. Eppure, ora, il mondo intorno a lui sembrava un felino in agguato, pronto a rivelare i suoi artigli. Razionalmente sapeva che il pericolo era solo un’ombra, ma l’ombra, si sa, può inghiottire anche il sole.
Per difendersi da quel senso di abbandono, riattivò il collegamento con la Rete. Era come accendere una lanterna nel buio: non scacciava i fantasmi, ma li rendeva meno minacciosi. Nessuno era vicino, ma il pensiero che qualcuno potesse sapere dove si trovava era un filo sottile che lo teneva legato alla civiltà.
Scelse di allontanarsi dal localizzatore, come un cervo che lascia la radura per cercare un rifugio più sicuro. Troppi animali, troppi occhi invisibili. Se fosse stato attaccato, il suo viaggio sarebbe diventato una barzelletta tragica: il primo uomo a prendere la Partenza, divorato dal primo cespuglio che si muove. Un monito, una favola nera da raccontare ai giovani della Sezione.
Trovò un punto che sembrava più gentile, un gruppo di faggi che iniziava a vestirsi d’autunno, tingendo le chiome di arancio come se il cielo avesse deciso di dipingere la terra. Il prato era un tappeto verde intenso, steso dalla natura per accogliere chi aveva il coraggio di camminare da solo. Tra qualche settimana, pensò Andrea, quel tappeto sarebbe diventato una sinfonia di rossi e marroni, come una vecchia fotografia che ingiallisce col tempo.
Presto avrebbe dovuto trovare un rifugio per la notte. La sua tenda termica era una conchiglia portatile, un bozzolo che prometteva riparo.
Aveva già dormito, come tutti, in tenda. Era un rito di passaggio, parte dell’addestramento che il Corpo Nazionale prevedeva per gli adolescenti: un battesimo sotto le stelle, sulle sponde del Lago, dove la notte sembrava una coperta cucita con silenzi e promesse. In primavera, il campo si animava come un alveare disciplinato, e Andrea aveva passato quelle notti vegliando il cielo, mentre la carne cuoceva al fuoco come memoria in costruzione.
Intorno, le tende si disponevano come fiori in un giardino ordinato. La sua, piccola e raccolta, era simile a quella che ora lo avrebbe protetto. Le altre, più grandi, capaci di ospitare fino a otto persone, erano riservate alle ragazze: petali protetti da un tessuto che sapeva di cura e di regole.
Già dal primo di quei campi, che duravano quanto un sogno di primavera, Andrea aveva percepito il cambiamento negli sguardi delle ragazze. Non era più solo un compagno di giochi e di studio, ma un seme da osservare. Imparò a essere Uomo tra le Donne, come un albero solitario in un giardino di rose. Le esercitazioni quotidiane, le escursioni, i piccoli lavori lo vedevano affiancato ogni giorno da una compagna diversa, come se il destino volesse insegnargli la danza della varietà. Era un metodo collaudato per abituare i pochi uomini alla promiscuità: una coreografia sociale che si ripeteva ogni anno, scolpita nel tempo come un affresco di sopravvivenza.
Già da quell’età, il suo ruolo nella società era chiaro come una stella polare: la riproduzione e la non esclusività delle relazioni erano codificate da norme non scritte, come leggi incise sull’acqua. Quei campi, oltre a insegnare agli adolescenti come orientarsi e accendere un fuoco, servivano a coltivare una coscienza sociale adeguata, come si coltiva un orto che deve nutrire tutti. E offrivano anche le prime occasioni per gli amori: germogli timidi che sbocciavano tra le tende e le escursioni.
Ricordava perfettamente Tiziana, il suo primo bacio. Lei era come una brezza calda che ti sfiora e poi sparisce. I suoi capelli castani erano fili di seta, e le sue labbra, il confine tra l’infanzia e il desiderio. Il bacio avvenne lungo la Via Sacra, una strada che sembrava scolpita dal tempo stesso. Ogni pietra era una parola, ogni passo una preghiera. Saliva verso la sommità del Monte Albano, che a quasi mille metri di altezza dominava i due laghi della zona, rappresentando il limite oltre il quale non si poteva andare. Era il luogo delle cerimonie dei ragazzi, dove il misticismo dell’eredità di un lontano passato si univa al sudore che serviva per raggiungerlo.
Sentiva ancora la consistenza di quelle labbra di adolescente, come si sente il primo sorso d’acqua dopo una lunga corsa. Tutti i baci successivi sarebbero stati un confronto con quel primo contatto: l’impronta di un’emozione che non si cancella, ma si stratifica come il tempo sulle rocce.
Montò la tenda come si pianta una speranza. Scelse il terreno con cura, come un contadino che conosce il carattere della terra. Lasciò lo zaino all’interno, come si lascia il cuore in un luogo sicuro, e si mise a raccogliere legna. Il fuoco sarebbe stato il suo compagno, il suo guardiano. Una fiamma che tiene lontano gli incubi e scalda i ricordi.
Il collegamento con la Rete era attivo, ma Andrea aveva scelto la modalità privata. Era come chiudere la porta di casa e accendere una candela. Poteva accedere alle informazioni, ma nessuno poteva raggiungerlo. Il Corpo Nazionale sapeva dove si trovava, ma non poteva parlargli. Era un silenzio scelto, come quello di chi vuole ascoltare il proprio respiro.
Passò il resto della giornata a fotografare. Ogni scatto era una bottiglia lanciata nel mare del tempo. Quando il sole iniziò a scendere dietro le creste montuose, come un vecchio che si ritira nella sua stanza, Andrea accese il fuoco. Le fiamme danzavano come ricordi, e lui si preparò per la sua prima notte da uomo solo.
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