Nello sguardo spento dell’uomo compare per un istante un guizzo di energia. Una piccola e remota parte di lui è intrigata da quella visita inattesa.
“E chi volete che ci senta qui, putridi esseri? Lasciatemi stare”, risponde l’uomo, per nulla intimorito, enfatizzando il proprio carattere scontroso.
“Sappiamo dalle nostre fonti che tu, Terentorio, sei un nobile paladino, un condottiero coraggioso e dal grande cuore”, continua il secondo individuo.
Terentorio rimane immobile, non sa come reagire. I tanti anni di solitudine lo hanno sfiancato. Stringe i pugni.
“Nulla potrà salvarmi, nessuno avrà mai più bisogno di me. Sono solo degli impostori questi”, mugugna dentro di sé.
Si volta e senza proferir parola si trascina stancamente via dalla stanza.
“Questa non è la vita che ti meriti, con tutto quello che hai fatto per la tua città. Ti stiamo offrendo una seconda occasione. Stiamo assoldando un gruppo di valorosi avventurieri come te per compiere una missione estremamente pericolosa. È indispensabile la segretezza. Possiamo fidarci?”, aggiunge uno dei due loschi figuri.
Un brivido gli scorre lungo la schiena. Terentorio si ferma. Non riesce a non ascoltare.
“Bene, la missione è la seguente. Il gruppo dovrà recuperare una principessa che è stata rapita e portata in un’isola deserta, dove è tutt’ora tenuta in ostaggio da un manipolo di soldati armati ed esperti. È di vitale importanza che in giro non si sappia della vostra presenza, perché i rapitori hanno una fitta rete di informatori e potrebbero scoprirvi, con conseguenze terribili per la signora e per voi”.
“Impossibile. Non sono in grado di farcela. Sono solo un pallido ed emaciato ricordo del condottiero che questi pensano io sia. Perché continuano, non lo vedono che non valgo più nulla!? Basta, basta!”.
Nella testa dell’uomo un vortice di pensieri ha cominciato a girare. Gli tremano le mani, ancora chiuse a pugno.
“La principessa che dovete salvare è la figlia di Noverliss, il sovrano di Atacan, la città più importante dell’intera Duventall. Prima di comunicarti luogo e ora vogliamo sapere se sei disposto a partecipare. Da questa promessa non potrai tornare indietro, ricordatelo”.
Le pieghe del mantello ondeggiano innaturalmente, come mosse da una ventata improvvisa.
Il paladino apre la bocca, gli manca il fiato. Un lampo di luce gli passa davanti agli occhi. Sangue e fango sulle sue mani. Lo sdegno dei soldati intorno gli fa male, ancor di più le dita puntate contro di sé. Poi gli lanciano sassi ed escrementi di cavallo, che si spalmano sulla sua lucente armatura. Una porta chiusa, poi buio.
Terentorio si inginocchia, fa un respiro profondo. Solleva il capo e di fronte a lui ci sono due occhi verdi che brillano tra le pieghe scure di quel mantello logoro.
Infine, tira un pugno forte contro il pavimento e si rialza.
“Ci sono, eccome se ci sono!”, grida contro uno dei due messaggeri.
“Ottima scelta. Noverliss in persona ti sarà molto riconoscente, quando gli riporterai sua figlia a palazzo sana e salva. L’appuntamento con il resto del gruppo è su quest’isola”, dice, facendo comparire dal nulla una pergamena consunta e indicandogli un puntino sperduto nel mare, “Domani, al tramonto. Una volta arrivati vi organizzerete su come portare a termine la missione. Meno tempo impiegherete, meglio sarà per tutti.
Ti consegno la mappa e questa Pozione del Riparare”, aggiunge, “Il tuo equipaggiamento ne ha decisamente bisogno. Buona fortuna”, dopodiché entrambi gli intrusi si ritirano nell’ombra da cui erano apparsi, abbandonando la vuota e fatiscente villa senza lasciare tracce.
Gli occhi azzurri di Terentorio si riempiono di lacrime, l’eccitazione per la nuova avventura è impossibile da arginare.
Si volta verso la sua fedele armatura, abbandonata in un angolo, sporca, arrugginita, e gli si stringe il cuore. Si butta a terra, in ginocchio, e inizia a chiedere perdono a quelle piastre di acciaio purissimo che in tante occasioni lo avevano protetto. Con le mani tremanti versa delicatamente il contenuto della boccetta e le lacrime calde gli rigano il volto. Quando scorre sul metallo, il liquido sfrigola creando fumo e bollicine ed eliminando completamente la ruggine al contatto. E le lacrime, che scivolano tra le rughe sul suo viso, gli ridonano l’ardore e la passione che da tempo credeva perdute. Da quella ferraglia dismessa e deteriorata riemerge un’armatura maestosa, ed insieme ad essa riprende vita anche il paladino che soleva indossarla con fierezza.
Pochi minuti dopo, non appena il lavoro di manutenzione è finito, Terentorio indossa subito il suo equipaggiamento al completo, mosso dall’entusiasmo degli antichi splendori che il metallo nuovamente lucente ha rievocato alla sua mente. L’armatura dorata e scintillante, nonostante il buio della notte, gli dona un’aria di invincibilità, che sembrava impossibile appartenergli fino a qualche attimo prima. Un’armatura completa e rifinita in ogni dettaglio: la massima protezione in battaglia, ma anche un ingombro così pesante che solo i più valorosi dell’esercito possono permettersi di indossarla.
Raggiante, guarda nuovamente la mappa che aveva lasciato a terra ed esclama: “Domani inizia la mia nuova vita. Mi riprenderò ciò che mi spetta di diritto e tornerò ad essere rispettato e temuto dai miei nemici. Sarò il più valoroso combattente di Duventall, il più tenace, il più robusto, il più valoroso, il più… un momento, non ho ancora cenato! Presto, devo mettermi in forze, domani sarà la prima giornata del nuovo e temibile Terentorio. E nella notte magari mi tornerà l’ispirazione per una delle mie leggendarie poesie che un tempo solevo narrare ai miei adoratori. Bei tempi quelli, se solo il futuro mi restituisse la metà della mia gloria passata!”.
Il mattino seguente Terentorio esce dalla villa all’alba per recarsi direttamente al porto di Pérlasi, alla ricerca di un’imbarcazione con cui raggiungere il luogo di ritrovo. Non appena arriva al molo, il suo sguardo viene rapito da una meravigliosa nave mercantile, la più grande e vistosa di tutte, e decide senza esitare che quello sarebbe stato il suo passaggio per l’isola. Con indosso l’armatura e in mano un tridente altrettanto scintillante, il paladino con il ritrovato carisma riesce a convincere senza difficoltà il proprietario della nave a portarlo a destinazione, senza nemmeno dover pagare.
Affronta l’intero viaggio in piedi, in testa alla nave, persino davanti al timoniere, cercando ispirazione per i suoi versi guardando l’orizzonte, fremente per la nuova avventura.
“Principessa, non avere paura. Terentorio è tornato e sta venendo a salvarti!”, grida forte nel vento, elettrizzato.
Quando finalmente la nave rallenta avvicinandosi all’isola, l’emozione prende il sopravvento e, dimenticandosi dell’importanza della segretezza, decide di annunciare a tutti il suo arrivo, suonando il corno d’avvertimento. Un rumore assordante fa alzare in volo tutti gli uccelli rimasti appollaiati sulle paratie.
Dopo un breve ringraziamento al capitano per il passaggio, si cala sulla scialuppa e inizia a remare verso la spiaggia dove avrebbe dovuto incontrare i futuri compagni. La barchetta naviga veloce sull’acqua, trascinata dalle forti braccia e dall’incontenibile entusiasmo del paladino, che in pochi minuti arriva sull’isola. Appena approdato balza giù e afferma con solennità, rivolto ad un nutrito pubblico di scoiattoli e uccellini esotici: “Sono dunque giunto alla meta, pronto per cominciare la missione per salvare la principessa. Altri sono qui presenti per accompagnarmi nella mia eroica impresa?”.
Da dietro un albero compare un individuo esile e di bassa statura, che, camminando senza paura verso di lui, lo ammonisce severamente: “Immagino tu non abbia compreso i dettagli sulla segretezza della missione. Probabilmente sei solo un millantatore di nobile famiglia che pensa di aver preso parte ad una allegra scampagnata. Se così fosse, puoi tranquillamente tornare indietro così come sei venuto, non abbiamo bisogno di te”.
Terentorio, punto sul vivo da quelle parole, replica furioso, stringendo il tridente nella mano destra: “Ma come! Dovevano darmi come compagno un insulso halfling, uno che pensa persino di essere il capo? Ti sfido a duello, se necessario, ma non mi farò da parte davanti a nessuno, soprattutto se nemmeno arriva al mio ombelico”.
Da un altro cespuglio saltano fuori Lauriet e Dadoin, che tentano di frapporsi ai due litiganti con parole gentili.
“Ma signori! Non ci scaldiamo per nulla, avremo ben altri momenti per dimostrare il nostro valore. Diamoci la mano e mettiamo da parte il rancore”, dice Lauriet.
Dadoin invece tenta di tenere a bada il grande e grosso paladino, il quale non fa che irritarsi ulteriormente: “Incredibile! Un valoroso combattente come me costretto a spalleggiare nani e halfling! Cosa penserà la principessa una volta che l’avrò salvata!”.
Ildrix non fa in tempo a stuzzicare ancora il paladino, che dal cielo un’aquila arriva in picchiata sulla spiaggia. Ha la testa bianca e il piumaggio scuro, mentre sulla schiena porta una specie di zaino. Stupiti, i quattro rimangono come immobilizzati, accantonando momentaneamente il motivo della lite. Dadoin resta a bocca aperta quando dal becco del rapace sbuca fuori un piccolo orsacchiotto, che dopo pochi secondi aumenta vistosamente di dimensione, fino a diventare grande più di lui.
Ildrix, avventuriero esperto, è il primo a reagire, scoppiando in una sonora risata: “E così abbiamo un druido in squadra! Benvenuto compagno!”.
L’aquila nasconde la testa tra le ali e, avvolta da un turbine di foglie, si trasforma in un elfo in carne ed ossa, con uno zaino sulle spalle e un bel sorriso sulle labbra: “Compagni! Che bello vedervi, non ero sicuro di arrivare in tempo. Mi chiamo Pacho e sono un druido, ben detto!”.
Terentorio è allibito, incredulo per quello che stava succedendo e pieno di rimorsi per non aver chiesto i dettagli della missione ai due loschi messaggeri. Sempre più convinto che quella della sua seconda possibilità fosse solo una sciocca illusione, si volta verso il mare e si accorge che suo malgrado sta per succedere qualcos’altro di insolito. Dalla scialuppa con cui era arrivato proviene un odore pungente e nauseabondo, e uno dei barili a bordo inizia a muoversi e ondeggiare su se stesso.
Scattando prontamente in avanti, Terentorio impugna il tridente ed esclama: “Attenti, una bestia sta per uscire da quel barile. Dietro di me, vi proteggo io!”.
Il barile cade ed inizia a rotolare nell’imbarcazione, per poi finire in mare con un tonfo e molti schizzi. Galleggiando, viene trasportato lentamente dalle onde fino ad adagiarsi sulla spiaggia non lontano dai piedi dell’aitante paladino.
Una voce flebile ed insicura proviene dal fondo della scialuppa: “Calma, calma. Mi dovete scusare. Sono uno dei vostri anch’io”.
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