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L’alchimista dei silenzi

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Consegna prevista Dicembre 2026
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In un mondo che rimbomba di voci assordanti, esiste un’alchimia segreta capace di trasformare il silenzio in tesoro dell’anima.
Segui il viaggio interiore di un uomo, custode di fragili memorie umane e ponte verso il regno animale. Dalle corsie sussurranti di una RSA ai sentieri incantati di un bosco, dai maneggi dove i cavalli bisbigliano saggezza alle strade notturne di Milano, ogni passo svela incontri che curano l’invisibile.
Anime ferite, cani sordi custodi di segreti, un bambino interiore che interroga l’esistenza: qui il piombo del dolore diventa oro di presenza, la solitudine un dono di connessione.
L’autore tesse un romanzo poetico e ipnotico sul senso profondo della vita, sull’intreccio tra uomo e animale, sulla luce quieta che illumina solo chi smette di inseguirla.
Preparati a tacere… e a scoprire.

Perché ho scritto questo libro?

Ho vissuto, in prima persona, il potere trasformativo del silenzio ascoltato davvero. Nelle corsie ho incontrato fragilità umane che insegnano più di mille parole; nei maneggi e nei boschi, cavalli e cani mi hanno mostrato una comunicazione pura, senza rumore. Il bambino interiore dentro di me non ha smesso di chiedere “perché?”, spingendomi a trasformare il dolore in presenza, la solitudine in connessione, in un’epoca che urla per farsi notare. È il mio grazie a chi mi ha insegnato ad ascoltare

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un giorno, in una piccola aula al secondo piano di un edificio cubico, illuminata da finestre disposte in modo simmetrico su una facciata dipinta di un giallo tenue, quasi pastello, avvenne qualcosa di speciale. Il colore era forse il frutto di un architetto estroso, un giallo indefinibile a parole, ma che non poteva essere descritto altrimenti.

Quel giorno, mentre salivamo le scale principali diretti alle aule come un gregge verso un recinto — un luogo dove la nostra conoscenza avrebbe dovuto ampliarsi e uniformarsi — un uomo, in modo imprevedibile e disordinato, fermò un ragazzo. Quest’ultimo indossava pantaloni ben stirati, una camicia semplice ma portata con fierezza, e un maglione che pareva fatto a mano da qualche abile nonna. Il ragazzo aveva un viso dolce, non ancora segnato dagli orrori della vita.

L’uomo che lo aveva fermato era il professore di religione, una materia che pochi prendevano sul serio. Assegnava voti sotto forma di lettere, non di numeri, e nessuno capiva bene quel sistema. Nonostante la diffidenza generale, lui continuava a dispensare consigli di vita tanto importanti quanto quelli delle altre discipline. Mentre sulle scale distribuiva sorrisi e auguri di buon giorno, i ragazzi gli rispondevano talvolta con un cenno del capo o un lieve saluto con la mano. Tuttavia, quel ragazzo dai capelli biondi decise di accompagnarlo lungo il corridoio, fino al secondo piano, per entrare insieme nella piccola aula in penombra.

Quando tutti ci sistemammo ai nostri posti, il professore iniziò a parlare dei “passi”. Un argomento all’apparenza poco pratico per giovani menti assetate di nozioni tecniche, ma secondo lui di importanza essenziale per le nostre virtù interiori. Noi faticavamo a seguirlo, ma lui continuava, fermamente convinto di poter toccare le nostre anime con le sue parole.

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A un certo punto nella classe scese un silenzio irreale. I visi, prima arrossati e sorridenti, si fecero rigidi. Gli sguardi si immobilizzarono. Eravamo tutti fermi ad ascoltare quell’uomo, appoggiato con tranquillità alla cattedra, mentre con un animo sincero stava modificando il nostro modo di vedere il mondo. Il concetto sembrava semplice a dirsi, ma difficile da afferrare: si parlava di fare un passo.

–Primi passi–

Ero ancora un giovane alchimista in erba la prima volta che trovai il coraggio di entrare in quel nuovo mondo. Nella tasca destra della mia giacca portavo poche foglie di salvia, al collo una collana di malachite e sulle spalle un piccolo zaino monospalla (di dubbio gusto) che conteneva un riccio imbalsamato, una palla magica rimbalzante e qualche avanzo di carne di maiale essiccato. Credevo che le proprietà assorbenti della malachite potessero assimilare disarmonie, dissonanze ed energie negative indesiderate; se non fosse bastato, contavo di bruciare la salvia per purificare persone, gruppi o ambienti. E, in caso estremo, avrei potuto ricorrere a tutto ciò che avevo nello zaino.

Molte ore dopo, compresi che ciò di cui avevo davvero bisogno non si trovava nelle mie tasche, ma dentro di me. Ricordavo ancora alla perfezione le parole del professore riguardo al “passo da compiere”, formulate con un uso impeccabile dei congiuntivi. Così, quando mi trovai davanti a un’enorme porta di vetro, cercai di afferrare, spingere o tirare qualche maniglia per entrare nell’androne. Ma mi bastò inclinare leggermente il capo e, in un istante, il meccanismo si azionò da solo…

Arrivai in struttura di buon mattino. L’aria era ancora fresca, e mentre attraversavo l’atrio sentivo il rumore lento del respiro collettivo dell’edificio, come se la casa stessa avesse appena aperto gli occhi. Il mio cane, fedele compagno dalle qualità di Cerbero, mi seguiva silenzioso, attento a ogni movimento come se anche lui sapesse che stava iniziando un nuovo passo nel mio cammino. Salii la scala che conduceva al primo piano. Ogni gradino era pesante e leggero al tempo stesso: pesante come il marmo antico sotto i miei piedi, leggero come la sensazione che stavo andando verso un incontro che non era solo mio, ma scritto da tempo. La porta del corridoio si aprì su un ambiente sorprendentemente ordinato: tavoli lucidi e sedie allineate con precisione millimetrica. Non un foglio fuori posto, non un oggetto dimenticato. Mi sembrava di entrare non in una stanza qualunque, ma in una geometria vivente.

Lì, al centro, lo vidi.

Marco era seduto su una sedia bassa, scalzo. I suoi piedi enormi toccavano il pavimento con la stessa gravità con cui radici potenti abbracciano la terra. Non c’erano scarpe al mondo in grado di contenerli, eppure sembrava che non ne avesse bisogno: la sua forza era tale da fondersi con il suolo. Aveva mani grosse, callose, mani da gigante che però si muovevano con delicatezza quando prendeva un oggetto per riporlo al suo posto. Il volto era tondo, con occhi piccoli e vivissimi, che dicevano molto più delle parole. Eppure lui non parlava. Marco non aveva bisogno della voce: lo sguardo bastava. Bastava un suo cenno, un’inclinazione del capo, perché si capisse cosa desiderava. Ogni cosa intorno a lui era ordinata non per mania, ma per necessità: non c’era nulla di superfluo, eppure ogni oggetto aveva un posto, un significato.

Mi accorsi presto che la sua non era una semplice ossessione. Marco era custode di un principio universale: l’ordine non come gabbia, ma come armonia del creato. In lui il concetto di ordine si rivelava allegoria: ordine come ritmo del tempo. Senza ordine, il tempo è solo caos che scorre senza traccia. Con l’ordine, ogni secondo trova il suo posto, come una nota dentro una melodia. Ordine come danza cosmica: così come i pianeti non si scontrano ma seguono orbite perfette, anche nella vita l’ordine è ciò che permette agli eventi di non distruggersi a vicenda, ma di intrecciarsi in un disegno. Ordine come dono interiore: nelle mani di Marco, l’ordine era cura. Non impose nulla, ma mostrava che ogni cosa trova pace solo quando trova il suo posto….

Il primo piano della struttura emanava per me un’aura enigmatica, velata di mistero. Un lungo corridoio centrale si apriva a forma di T, le pareti candide illuminate da luci al neon che parevano pulsare al ritmo di un cuore invisibile, nascosto nelle profondità dell’edificio. In fondo, due grandi porte di ferro si ergevano come sentinelle immobili, gemelle eppure diverse nello sguardo severo che rimandavano.

Non vi erano maniglie né serrature visibili, solo una tastiera. Ma non era una tastiera comune: al posto dei numeri, rune antiche scolpite come incisioni vive. Ogni simbolo emanava una luce flebile, e sapevo che premere il tasto sbagliato avrebbe scatenato il riso beffardo della porta stessa – non un riso umano, ma una derisione metallica e cavernosa, capace di spegnere il coraggio più ardito. Solo chi conosceva la sequenza segreta poteva veder comporsi il pavimento dietro le ante, come un mosaico invisibile che si ricuciva sotto gli occhi.

Io non ero mai entrato. Fino a quella mattina.

Una giovane inserviente, distratta o forse inconsapevole del divieto, aveva lasciato una delle due porte socchiusa. Spingeva davanti a sé un carrello singolare, quasi un’invenzione leonardesca dimenticata in un sotterraneo: ruote di dimensioni diverse, un meccanismo a manovella, scomparti che si aprivano come scrigni preziosi, uncini e bracci metallici che cigolavano con suono antico. Un ibrido tra marchingegno medievale e altare ambulante.

Spinto da una curiosità più forte della paura, varcai la soglia.

Dentro, la luce si fece più cupa, come immersa in un crepuscolo perpetuo. E fu allora che lo vidi.

Non conoscevo il suo nome, né lo avevo mai incontrato prima. Era disteso – o forse imprigionato – in un giaciglio che sembrava metà letto e metà gabbia, come se il suo corpo fosse costretto a una forma incapace di contenere la sua vera natura primordiale. Sul capo portava un casco, un elmo di ferro che scendeva fino al volto. Una griglia metallica ne nascondeva le espressioni, lasciando intravedere soltanto l’ombra di due occhi infuocati, ardenti come braci di un fuoco ancestrale.

Appena mi scorse, emise un grido primordiale. Non era umano, né animale: era entrambi, un urlo che proveniva da ere dimenticate, dal ventre stesso della terra. Cerbero, il mio cane fedele, si irrigidì come un predatore in agguato. Puntò l’uomo come una freccia scoccata, pronto allo scontro. Ma fu un attimo: con uno scatto felino, l’uomo mosse le sbarre del giaciglio, e quel gesto bastò a far arretrare Cerbero, che abbassò la coda, tremando visibilmente….

Arrivarono le vacanze estive, e con esse il tempo propizio per sciogliere l’enigma del ragno. I figli erano finalmente liberi dalla scuola, e il destino mi offriva l’occasione di condurli con me nella struttura: mostrar loro quel luogo sospeso tra realtà e mito, dove ogni incontro era un insegnamento velato, un sussurro dell’anima.

La sera prima non smisero di tempestarmi di domande: «Cosa faremo, papà? Come è organizzata la struttura? Quanto tempo resteremo? In quale reparto entreremo? E come sono gli ospiti?» Rispondevo con calma, cercando di rassicurarli. «Sarà un’esperienza luminosa, non dovete temere. Nessun pericolo vi attende: solo persone, storie, segreti che hanno molto da insegnarci.»

La mattina seguente ci alzammo presto. Facemmo colazione tutti insieme, un rito semplice che già preparava il cuore all’incontro. Poi li aiutai a scegliere l’abbigliamento più adatto: non una divisa, ma qualcosa che li rendesse comodi, liberi di essere se stessi.

Ognuno volle portare con sé un amuleto personale, scudo e compagno silenzioso.

Il maschietto indossò al braccio un monile d’acciaio, un cerchio lucente che sembrava ordinario, ma che, a detta sua, lo aveva protetto più volte da situazioni difficili. Io non ne conoscevo i segreti profondi, ma gli credevo: ogni talismano trae forza dalla fede di chi lo porta, dalla storia che vi si intreccia.

La ragazza scelse un’altra via: si truccò come una guerriera indiana. Gli occhi delineati con precisione, le sopracciglia accentuate, segni tribali sul volto: la sua maschera non era aggressiva, non prometteva distruzione. Era il marchio di un lignaggio di giustizia, pronta a combattere per ciò che era giusto, a proteggere chi non poteva difendersi, a smascherare inganni e soprusi che non tollerava.

Con questo spirito varcammo la soglia della struttura.

Li osservai: occhi grandi, stupore che brillava come luce nuova. Erano sorpresi dal modo in cui lo spazio era condiviso: corridoi che si aprivano su sale luminose, anziani e ospiti che si muovevano lentamente, con un ritmo che sembrava parte di una coreografia segreta. Disorientati, eppure affascinati: come se avessero intuito che non entravano in un luogo comune, ma in un mondo che respirava di storie antiche e vive…

La soluzione a un enigma è sempre un enigma più grande.

La vita non si dispiega mai come una linea retta verso un obiettivo chiaro; al contrario, si rivela un labirinto di domande, prove, segni che ci invitano a rallentare, a sostare, a interrogarci profondamente. Ogni volta che crediamo di aver trovato una risposta, ci accorgiamo che è solo una nuova porta da varcare, un varco ulteriore verso interrogativi più profondi e vasti.

Esiste davvero una soluzione definitiva?

Forse no. Forse la vita non ha bisogno di offrirci un “perché” assoluto, perché il suo senso non risiede alla fine di una ricerca, ma nel gesto stesso del vivere. E se il “perché” fosse già racchiuso nel semplice respiro, nel passo che muoviamo, nel tempo che doniamo agli altri con generosità?

La ricerca ostinata di un fine ci distrae dalla pienezza dell’attimo presente. Siamo così assorbiti dal domandare il “perché” delle cose che dimentichiamo di viverle pienamente. La vita non pretende di essere capita fino in fondo, ma di essere abitata con passione. Non ci vuole spettatori in attesa di una rivelazione, ma attori che recitano il proprio copione con la voce, il corpo, la fragilità e la forza che ci appartengono.

Eppure, nel nostro cammino incontriamo enigmi, e ciascuno sembra invitarci a un livello superiore di coscienza. Non ci rivelano una verità ultima, ma ci insegnano a riconoscere noi stessi nelle profondità dell’anima. In fondo, il più grande enigma non è il mondo esterno, ma l’essere che lo abita: l’uomo, con le sue luci e le sue ombre.

Così, nella diversità che troppo spesso viene temuta o allontanata, potrebbe nascondersi il vero senso dell’esistenza: essere se stessi, senza maschere, senza finzioni. Non la soluzione perfetta, non la risposta definitiva, ma l’armonia fragile e irripetibile di un’anima che accetta di esistere così com’è, nella sua unicità imperfetta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Scanavacca
Nato in Italia, è una figura eclettica che fonde filosofia e pratica quotidiana in un approccio rivoluzionario al benessere animale e umano. Bachelor degree in Filosofia, ha trasformato la sua passione per il pensiero esistenziale in azioni concrete, diventando responsabile del Dipartimento di Filosofia Integrata presso Progetto Italia Formazione, dove sviluppa percorsi educativi ispirati al modello umanistico-esistenziale.
Docente a contratto presso le Università di Parma e Bologna, insegna materie legate alla zooantropologia, sfidando i paradigmi tradizionali con metodi innovativi. Bilancia vita professionale e familiare con uno spirito libero e creativo, insegnando loro a vedere oltre l'ordinario. Sogna un futuro empatico e inclusivo, dove la diversità è forza.
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