Il telefono vibrò, e dalla tasca uscì il brusio familiare della Zanzara, la radio accesa come un piccolo demone domestico, la voce dell’ospite che si mescolava al rumore dei vicoli e alle luci tremolanti: «Qualcuno ha dimenticato qualcosa… ma chi ricorda davvero?» disse, tra una risata e un commento sarcastico che sembrava uno scherzo crudele indirizzato proprio a lei. Bice strizzò gli occhi, cercando di afferrare il senso, chiedendosi se fosse un indizio, o un inganno, o una menzogna che il mondo aveva deciso di raccontarle per gioco. Guardò di nuovo il cadavere, cercando di ricordare se fosse ieri, oggi o domani che l’aveva visto lì, ma la linea temporale era liquida, i suoi ricordi si intrecciavano come fili di vetro che riflettono immagini impossibili. Aprì il taccuino di nuovo e vi trovò il titolo di un giallo, Il Segreto della Casa Inesistente, e sorrise amaramente, amando e odiando i gialli con la stessa intensità con cui odiava il suo nome: sempre i gialli, sempre enigmi da risolvere, sempre misteri da decifrare, mentre la sua memoria si sgretolava pezzo dopo pezzo. «Se cercate la porta, guardate dove non c’è,» disse di nuovo La Zanzara, e Bice annuì senza sapere se l’aveva compreso davvero, se quella frase fosse la chiave di tutto o solo un gioco di parole destinato a tormentarla. I suoi passi risuonarono tra i muri del vicolo, ma il suono non corrispondeva alla camminata; era come se i ricordi camminassero senza di lei, come se le ombre dei suoi passi fossero indipendenti dalla sua volontà, e i muri si deformassero leggermente a ogni movimento, come se respirassero, come se il vicolo stesso fosse vivo e cosciente, consapevole del suo smarrimento. Si chinò a osservare la foglia morta che si era fermata accanto alla sua scarpa e per un attimo le sembrò di vedere un volto riflesso nella superficie lucida della strada bagnata: un volto che le sorrideva e che forse apparteneva a qualcuno che non ricordava di conoscere, o forse a Deva, che poco prima le aveva mandato un messaggio sul cellulare con una sequenza di numeri e lettere criptici, e Bice aveva annotato frettolosamente sul taccuino senza capire subito il senso, ma che forse, in qualche modo, la stava guidando verso qualcosa che non ricordava di dover trovare. E mentre la notte tremolava sopra di lei, pulsando come un cuore instabile, Bice pensò ai suoi giovedì pomeriggio con le amiche per il “club del libro”, una tradizione ormai più fatta di spuntini e pettegolezzi che di libri, e per un attimo le parve di essere di nuovo a casa, con Deva che rideva in cucina, con le amiche che discutevano di storie mai lette ma giudicate con ferocia, e capì che la notte era appena cominciata, che la confusione era solo l’inizio, e che il caso—il caso che avrebbe risolto senza mai capire come—era già lì, nascosto tra i buchi della sua memoria, pronto a seguirla, a sfidarla, a ricordarle che in un mondo dove tutto cambia e nulla resta fermo, l’unica certezza era il mistero stesso, e che Deva sarebbe stata il filo più solido in quella rete di ombre e ricordi liquefatti.
2.
Bice si svegliò con la sensazione che la stanza fosse più grande di quanto ricordasse, i muri si piegavano leggermente verso l’interno, e l’odore del caffè bollente era già lì, anche se la moka non era ancora sul fuoco, e sul tavolo giaceva una chiave che non ricordava di avere trovato, dorata, lucida, con un’incisione minuscola che sembrava cambiare forma ogni volta che la guardava, e il telefono vibrò: Deva, come ogni mattina, ma oggi la voce era stridula, quasi fuori posto, «Mamma… hai visto la chiave? O era ieri? O domani?», e Bice tentò di spiegare che sì, forse la chiave era lì, forse non lo era mai stata, ma le parole si disperdevano nell’aria, come sabbia in un vento troppo leggero per afferrarla, e nello stesso istante la Zanzara si accese, con quella voce metallica e assonnata che recitava: «Chi ha perso la memoria troverà ciò che non cerca… o forse ciò che non esiste», e Bice scrisse frettolosamente sul taccuino mentre Deva, al telefono, rideva senza capire se stava decifrando un indizio o solo i deliri della madre, e il rumore della strada entrava dalla finestra aperta con un ritmo irregolare, passi che non corrispondevano a nessuno, e la porta del corridoio sembrava oscillare come un pendolo invisibile, e la chiave brillava come se respirasse, pronta a sparire in qualsiasi momento. Poi il telefono squillò di nuovo, questa volta non era Deva ma la vicina con Alzheimer, la Signora Moretti, che parlava con urgenza di una marmellata dimenticata e di un fantasma che la stava inseguendo tra le tende, e Bice annuì come se comprendesse tutto, segnando sul taccuino “marmellata-fantasma = possibile indizio?”, e subito dopo un altro squillo, il cugino di Deva, che confondeva Bice con la nonna, chiedendo se avesse visto il gatto del vicino o se fosse la chiave, e Bice sospirò, guardando la chiave che non si trovava mai dove la metteva, oscillando tra realtà e allucinazione, tra passato e futuro. Decise allora di uscire, e il vicolo dove il cadavere l’aveva attesa la notte prima ora sembrava un labirinto, muri che si allungavano, luci che si rifrangevano come in uno specchio rotto, e Bice camminava, chiudendo gli occhi un attimo, sentendo Deva nell’auricolare, «Guarda la Zanzara, mamma, questa volta parla di porte che si aprono e scompaiono», e Bice annuiva, sentendo le parole come pietre che scivolano tra le dita, cercando di afferrarne il senso, quando un rumore la fece voltare: due passanti con Alzheimer, uno chiedeva all’altro se avesse visto la chiave o il suo gatto, e l’altro rispondeva che forse sì, forse no, ma che la pioggia stava ridendo, e Bice dovette fermarsi a ridere anch’essa, perché nel loro caos c’era una verità impossibile da ignorare, e camminando tra luci tremolanti e ombre che parevano guardarla, si ricordò del giovedì con le amiche, il club del libro fatto di pettegolezzi, biscotti e tè bruciato, e immaginò Deva che rideva con loro come se fossero tutte lì, sospese in un tempo che non esisteva davvero, e in quel momento la chiave scivolò dalle mani come se fosse viva, rotolò sul marciapiede e si fermò vicino a un cespuglio che non c’era prima, e Bice la raccolse, sentendo la voce della Zanzara: «Apri ciò che non esiste e vedrai ciò che non ricordavi», e mentre annotava tutto nel taccuino, la chiave sembrava vibrare con una luce propria, come se la stesse guidando, e Deva le suggerì di chiamare ancora la vicina, e la Signora Moretti parlò di una festa di compleanno che non c’era stata, del nipote che non ricordava di avere, e Bice prese nota, sospirando, comprendendo che tra delirio e realtà c’era un filo invisibile che solo lei e Deva potevano seguire. Camminando verso casa, con la chiave stretta in mano, il vicolo mutava ancora, muri che respiravano, lampioni che si piegavano, e Bice pensò che forse il caso non era mai stato lì fuori, ma dentro la sua memoria, tra messaggi della Zanzara, telefonate assurde, spuntini e pettegolezzi, e che la soluzione, se mai ci fosse, sarebbe arrivata come un lampo, incompleta, sfocata, surreale, come tutto ciò che la circondava, mentre il cielo tremolava sopra di lei, e la notte era appena cominciata, e la chiave… la chiave era lì, o forse no, e Bice lo sapeva, e Deva lo sapeva, e per un attimo, quel filo tra realtà e sogno sembrò tangibile come l’odore del caffè e la luce tremolante del lampione sul vicolo.
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