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I Custodi delle Sette Chiavi – Oscurità dal passato

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Consegna prevista Dicembre 2026

Nella Foresta di Handrawood, dove la magia scorre tra le radici e le tre lune vegliano dall’alto, una tempesta innaturale annuncia il ritorno di un’ombra antica. I Folletti dell’Arcobaleno, custodi delle Sette Chiavi che proteggono il fragile equilibrio tra il Mondo Fatato e quello Reale, scoprono che il loro più grande incubo è tornato: Black, un tempo fratello, ora divorato dall’oscurità.
Creature corrotte, segreti sepolti e un potere proibito minacciano entrambi i mondi. Per fermare l’avanzata delle tenebre, i sette fratelli dovranno affrontare non solo mostri e magie oscure, ma anche le ferite del passato e un alleato perduto che teme sé stesso più del nemico.
Un viaggio epico tra amicizia, coraggio e redenzione. Una battaglia dove la luce non è mai stata così fragile. Dove il coraggio non è l’assenza di paura… ma la forza di affrontarla insieme.
“I Custodi delle Sette Chiavi – Oscurità dal Passato” La magia non è mai stata così pericolosa.

Perché ho scritto questo libro?

Nel 2020 il mondo si fermò. Il Covid riempiva ogni canale di paura e numeri, finché, sopraffatto, staccai l’antenna della TV. Nel silenzio iniziai a inventare storie per le mie figlie, trasformando le sere senza schermi in viaggi condivisi nella fantasia. Da lì nacque un seme narrativo che cresceva ogni giorno, spingendomi a creare un mondo fantasy dove amicizia, unione e sacrificio diventano la chiave decisiva. È il mio sentiero dove le parole prendono forma e le idee prendono vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 6 – Verso l’ignoto

Era il turno di guardia di Yellow. Liunai e Rodai erano ormai calanti e fioche, mentre Pirtai brillava piena nel cielo. Qualche nuvola di passaggio la oscurava a tratti, e nella foresta regnava un silenzio così profondo da poter quasi sentire il movimento delle nubi in cielo.

Quando la luna tornò a rischiarare lo spiazzo, Yellow vide alcune foglie muoversi, nonostante non tirasse un alito di vento. Non udì alcun rumore.

Impugnò il bastone e, con un colpo di tacco, svegliò Purple che dormiva accanto a lui. Il folletto si voltò di scatto, seguendo lo sguardo di Yellow.

Ci svegliammo tutti. Il tempo di metterci in piedi e sei Gugarick ci piombarono addosso, sbucando da ogni direzione. Ci avevano circondati.

«Maledizione! Come hanno fatto ad avvicinarsi così?»

Due di loro, con le zanne grondanti di bava nerastra, puntarono Orange, il più lento ad alzarsi per via della stazza e della ferita al fianco. Azure puntò il bastone e scagliò lampi azzurroverdastri: non potenti, ma abbastanza da rallentarli.

Altri due Gugarick si lanciarono su me e Blue, mentre gli ultimi affrontarono Purple e Yellow. Red, vedendo Orange in difficoltà, gli si affiancò insieme ad Azure.

Lo spiazzo era troppo stretto: non c’era spazio per usare i bastoni con efficacia. Azure ripose il suo e sfoderò le due spade corte. Yellow fece lo stesso, ma prima ci avvertì: «Chiudete gli occhi, ragazzi!»

Un lampo di luce accecante esplose dal suo bastone. Colpite in pieno, le creature urlarono a causa della loro fotosensibilità, ed iniziarono a menare fendenti nel vuoto.

Orange estrasse un’ascia, digrignando i denti mentre tentava invano di prendere anche la seconda: il dolore al fianco glielo impediva. Red avanzò con la sua daga, mettendosi davanti a lui.

Purple e Yellow erano già in combattimento. La velocità e le acrobazie del folletto della luce mandavano fuori di testa il suo avversario: rimbalzava sfuggente da un punto all’altro, ad ogni salto lo colpiva aprendogli delle ferite da cui usciva un denso sangue marrone salmastro.

Blue incrociava la sua spada corta con quella ricurva ed arrugginita del suo Gugarick. Non tutti avevano la spada, pensai, forse solo i più alti in grado.

Io colpii il mio avversario due volte in pieno volto con le biglie d’acciaio della fionda. Furioso, il Gugarick caricò per travolgermi, ma gli feci lo sgambetto e cadde a muso avanti sui ciottoli della radura.

Erano goffi e lenti: la nostra agilità era il nostro vantaggio. Erano alti quasi il doppio di noi… eccetto Orange, che quasi li pareggiava in corporatura.

Il primo a cadere fu quello di Blue, trafitto dallo stiletto che il nostro amico teneva nascosto nello stivale destro. Poi quello di Azure: con un incrocio di lame gli tagliò la testa di netto.

Il mio rimase a terra quando gli saltai sulla schiena e gli conficcai la daga alla base della nuca.

Mi rialzai e vidi Purple pulire la sua lama sul corpo del suo avversario, mentre Orange estraeva l’ascia dal cranio spaccato del suo.

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L’ultimo, quello di Yellow, era ancora in piedi… si fa per dire. Era un ammasso di ferite, grondante di sangue da ogni parte. Ormai dissanguato crollò stremato a terra con un ultimo gorgoglìo di bava e sangue.

Non facemmo in tempo a riprendere fiato. Un altro Gugarick balzò fuori dai cespugli.

Questa volta lo sentimmo arrivare. Atterrò in ginocchio con tre lame conficcate nel cranio: quelle di Azure, Red e Yellow, lanciate all’unisono mentre usciva dal boschetto.

«Sono stato io a prenderlo per primo!» disse Azure, gonfio d’orgoglio. «Macché! Sei lento come una lumaca. Il mio pugnale l’ha preso in mezzo agli occhi!» ribatté beffardo Yellow.

Red sbuffò. «Eccoli, come al solito a prendersi meriti non loro. Quando le vostre armi sono arrivate, era già bello che morto per mano della mia fidata daga lunga. Vero, Cindy?» Estraendo la lama dalla fronte del Gugarick.

Yellow roteò gli occhi al cielo. «Eccolo che parla nuovamente con la sua arma…»

«Cindy?? Le ha pure dato un nome da donna» disse languido Azure.

«Lo so che siete gelosi» disse Red rimettendo via la daga. «E comunque io sono a due stesi stasera. Orange ha solo sporcato la sua ascia su un Gugarick già cadavere.» Concluse la frase guardando quel bestione del suo amico che rispose senza alzare lo sguardo «sciocchezze…»

Red si avvicinò ad Orange pensieroso. «Che ti prende?»

«Niente, amico… forse il sonno pesante mi ha intorpidito.» La risposta non convinse nessuno, ma non ci fu tempo per approfondire.

Io, Purple e Blue stavamo discutendo del vero problema: perché l’ultimo Gugarick era uscito solo alla fine?

«Avrebbe potuto unirsi subito alla mischia» palesò Blue. «Così non sarebbero stati in inferiorità numerica.»

«Non ha senso» disse Purple. «No», aggiunsi «non ha senso attaccare da solo… a meno che non fosse rimasto indietro per proteggere qualcosa.»

Ci scambiammo uno sguardo e, facendo molta attenzione, ci inoltrammo nella vegetazione da dove era saltata fuori l’orribile bestia.

Un centinaio di passi più avanti sentimmo dei gemiti. Ci avvicinammo in silenzio.

Una figura esile era seduta a terra: era una creatura fatata. Mani, piedi e busto legati. Un bavaglio logoro le copriva la bocca. Le ali… bruciate. Il volto delicato pieno di lividi.

Si voltò verso di noi, terrorizzata. Le feci cenno di tacere e le chiesi a gesti se ci fossero altri Gugarick. Scosse la testa.

La liberammo. Si ritrasse subito, strisciando all’indietro fino al tronco di un grande albero di Baniano.

«Ehi, tranquilla» la rassicurai. «Io sono Green. Loro sono Purple, Blue, Azure, Red, Yellow ed Orange. Siamo i Folletti dell’Arcobaleno.» Ci indicai mentre le facevo l’elenco delle presentazioni.

Le sorrisi e le tesi la mano in segno d’aiuto. «Come ti chiami?»

La fatina, gracile e malconcia, singhiozzò: «So… sono Arabella.» Rispose senza mai distogliere lo sguardo da ognuno di noi, segno che ancora era profondamente terrorizzata.

Tenendo la mano tesa le lasciai tutto il tempo di fidarsi. «Arabella, Purple è un folletto della guarigione. Lascia che ti curi. Hai ferite gravi e le tue ali…»

Lei scoppiò a piangere. «Quelle creature… si sono divertite a bruciarmi le ali con i tizzoni del focolare! Che diavolo sono? Da dove vengono?»

Tra le lacrime ci raccontò tutto. I sette Gugarick avevano invaso il suo villaggio, distrutto tutto, ucciso quasi tutti. I pochi sopravvissuti erano stati interrogati.

«Quello con la spada ci faceva le domande… noi dicevamo la verità, ma non volevano crederci. A uno a uno… ci ha tagliato la gola. Urlandoci contro che stavamo mentendo.»

Le sue lacrime cadevano sul terreno. «Hanno lasciato viva solo me. Mi stavano portando dal loro Signore. Dicevano che lui mi avrebbe fatto parlare… o che sarei diventata la prima creatura fatata trasformata in seguace dell’oscurità.»

Il nostro cuore si strinse. Per colpa nostra un villaggio era stato distrutto. Black aveva mandato quegli assassini a cercarci oppure a raccogliere informazioni per conoscere le nostre mosse, scaltro da parte sua ed altrettanto malefico rastrellare il bosco.

Se non avessimo deviato per White… saremmo passati proprio da lì. Pensai.

Purple curava le ferite di Arabella, mentre Blue bendava con delicatezza ciò che restava delle sue ali.

Io, con gli occhi lucidi, le spiegai chi fossero quelle creature, senza rivelare però né i piani di Black né i nostri. «Mi dispiace enormemente per ciò che tu ed il tuo villaggio avete subito… per causa nostra.»

Arabella ormai con il respiro più regolare scosse la testa. «Non è colpa vostra. Voi siete i protettori della Foresta Incantata. Quelle vili creature sono le uniche responsabili.»

Poi guardò Purple e Blue. «Le mie ali? Non le sento… riuscite a guarirle?»

Blue non sapeva come rispondere, gli occhi accigliati e tristi già avevano risposto per lui.

Purple le posò una mano sulla spalla in segno di conforto. «Mi dispiace, fata del volo… sono completamente distrutte. Neanche i miei poteri possono sanarle.»

Arabella mettendosi le mani sugli occhi pianse di nuovo. «Come farò a volare ora? Cosa farò adesso?»

Le presi le mani. «Verrai con noi. Non ti lasceremo qui.»

Poi dissi ai ragazzi: «Prendete le nostre cose. Non torniamo nello spiazzo: è pieno di cadaveri.»

Mi rivolsi ad Arabella. «Riesci a camminare?»

“«Sì…» annuì.

«Allora domattina andremo verso Handrawsea, le Terre del Sole Cocente. Lì vivono i nostri cugini. Mi raccontarono di piccole tribù simili alla tua. Creature fatate come te. Ne hai mai sentito parlare?»

«Non ne ho conoscenza.» Ancora confusa rispose scuotendo la testa.

Cercai di sorriderle.

«È ora di riposare, fratelli.» stringendoci il braccio. Ci mettemmo giù a dormire quel poco di tempo rimasto.

Ci sdraiammo. Prima di chiudere gli occhi, guardai Arabella: dormiva già, ma il suo sonno era agitato e pieno di dolore.

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Moreno Bettini
Ha 42 anni e vive a Urbino, nelle Marche. Le sue giornate scorrono tra lavoro, famiglia e un mondo interiore che non smette mai di chiamarlo. Manager per un’azienda, passa buona parte della settimana in viaggio. Quando rientra, il tempo si dilata dedicandosi alla sua famiglia e alle sue due figlie condividendo giochi e passeggiate all'aria aperta.
Lo sport è il suo equilibrio: correre, camminare è il modo in cui rimette ordine ai pensieri e ritrova il ritmo giusto.
Di notte, quando la casa si quieta, si immerge nel suo mondo creativo fatto di disegni e parole. La scrittura diventa un luogo sospeso: lo spazio si dissolve, il tempo si ferma e la realtà lascia il passo all’immaginazione. Rimangono soltanto lui e la storia che prende forma. La narrazione diventa un varco sacro, un respiro profondo in cui perdersi e ritrovarsi, un territorio intimo che lo accompagna oltre la quotidianità.
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