ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 19
Quando il silenzio come una coltre scese nell’appartamento, Filippo lesto scivolò fuori dal letto e con la bolla di neve stretta tra le mani si mise in ginocchio davanti all’armadio. Al mattino Sara sarebbe stata ricoverata e lui fremeva d’avere notizie dal fronte della guerra. Quel dannato Iperdrago Stralesto era dunque battibile? Doveva parlare con nonno Gilberto, subito.
“Nonno ti prego, ho bisogno… vieni da me…vieni da me…”
Ci volle meno del solito, come se dall’Altrolà Gil s’aspettasse la chiamata. Le ante si spalancarono sul solito fumo verde e nonno Gilberto, vestito da capo a piedi di un’armatura medievale, piombò in cameretta in sella ad un maestoso cavallo.
Filippo spalancò la bocca. Quello era un fuori programma che proprio non s’aspettava. Il cavallo nitrì. Era una bestia imponente, un equino arabo dal raso pelo nero come la pece, con una grande criniera bianca e gli occhi vivaci come quelli di un essere umano.
“Fate piano, altrimenti se ne accorgono”, bisbigliò Filippo, nel panico. Un cavallo proprio non lo aveva messo in conto. Suo nonno era sempre stato un po’ pazzo. L’animale ruotando su sé stesso colpì un comodino e cadde l’abat-jour.
“Piano”, insistette Filippo, davvero spaventato che arrivassero i suoi. Il nonno gli aveva assicurato che sarebbe stato invisibile, in caso, ma vatti a fidare. E poi, avrebbe reso invisibile anche il cavallo?
Gilberto rise, mentre s’andava a sfilare il casco dell’armatura. “Tranquillo Filippo, lo sai…non possono vederci”
“Si ma possono sentirci se continuate a fare tutto questo casino. Cosa ci fai a cavallo?”
“E’ la vigilia della guerra piccolo mio e una guerra si vince più facilmente se si ha a disposizione un cavallo. Siamo davanti all’Iperdrago Stralesto, è una bestia terribile, ricordatelo. Vai in cucina a prendere una carota per il mio aiutante, se la merita”
“Davvero?” “Certo”
“Voi fate piano però”
“Stai tranquillo, saremo silenziosi come fantasmi”
Anche da morto, Gilberto aveva mantenuto il gusto della battuta.
Come una saetta Filippo corse in cucina, aprì il frigorifero, tirò fuori tre carote e ricorse in camera. Nel frattempo Nonno Gilberto s’era seduto sul suo letto, mentre il cavallo guardava curioso la città fuori dalla finestra.
“E’ un vecchio cavallo delle truppe napoleoniche morto ammazzato a Waterloo. Non ha mai visto una città moderna”, disse Gilberto con tono distratto, “se non avessimo una guerra da vincere lo porterei a fare una cavalcata in giro”
“Quindi anche il cavallo è…morto?” “Naturalmente”
“Posso dargli la carota?”
“Certamente, non vedo pupazzi di neve in giro del resto. Ti ricordi al maneggio, che ti ho insegnato a dar da mangiareauncavallo?” Lo ricordava eccome. Si avvicinò con una carota in mano alla bocca dell’animale e quello spalancò la bocca larga, iniziando a mangiare di gusto.
“Mangia bello, devi essere in forza”, sussurrò “per aiutare nonno a sconfiggere il Drago”. Gilberto si alzò in piedi.
L’armatura lo rendeva ancora più grande e imponente, ma la sua camminata dentro quel vestito di ferro era parecchio buffa. Era un po’ come quando si cammina con gli scarponi da sci, ma anche la parte superiore del tronco si muoveva in maniera lenta e meccanica. Filippo vide l’impugnatura della grande spada celata in un fodero finemente ricavato, che il nonno teneva attaccato ad una cintura di cuoio. Il fodero quasi toccava terra, a dimostrare la grandezza della spada.
“E’ d’oro il fodero, nonno?”
“Una patacca a dire il vero, altrimenti peserebbe un accidente. L’importante è spaventare il nemico” “Comunque è molto bello. Posso vedere la spada?”
“Certamente”
Gilberto sguainò la spada. Era grandissima, affilata, faceva paura solo a guardarla. “Siamo armati fino ai denti”, disse, col suo miglior sorriso raggiante.
“Siamo…perché parli al plurale nonno? Chi altro c’è?”, chiese Filippo.
“Ah già, dimenticavo. Tuo padre ha pregato per bene e pensa che hai entrambi i tuoi nonni a combattere contro quel dannato Iperdrago Stralesto”, disse Gil, con calcolata nonchalance.
“Nonno Tonio! io non l’ho conosciuto! Vorrei tanto vederlo”. Filippo era in estasi. Quella sì che era una bella notizia. Suo papà aveva pregato da solo, non c’era stato bisogno di convincerlo.
“Ora non si può. Sta riposando sotto un albero. Prima ha inferto un colpo di spada al drago fosse stato un normale Drago e non un Iperdrago Stralesto di certo ora staremmo già festeggiando la vittoria. Ti piace Remo Gonzalesd’Aviglianos come nome di uncavallo?” “Veramente nonno Tonio ha colpito il drago?”
“Certo che è vero. Un colpo di spada che io pensavo gli avesse trafitto il cuore. È che i draghi ce l’hanno nascosto bene, il cuore. Mica è facile colpirli. Ti piace Remo Gonzales d’Aviglianos come nome di un cavallo?”
Filippo era a bocca aperta dalla meraviglia.
“Hanno già chiamato la mamma per l’intervento sai?”
“Certo che lo so. Diciamo che ci abbiamo messo mano noialtri dell’Altrolà per convincere il Dottore ad operarla. Ti piace Remo Gonzales d’Aviglianos come nome per un cavallo?”
Filippo si fece pensieroso e ancora non rispose alla domanda di suo nonno. La guerra in pratica era iniziata e non poter stare nel campo di battaglia lo rendeva nervoso.
“In pratica nonno, spiegami meglio. Facciamo finta che sia un videogame questa faccenda. Quando la linea della vita del drago si esaurisce, la mamma guarisce. È giusto?”
“Sì, come un videogame. Anche se mi piace più pensare come nelle favole, che la mamma è prigioniera di quella bestia”
“Quando la linea della vita del Drago sarà a zero, mamma sarà salva?”, ribatté frenetico Filippo.
Il nonno sospirò. Aveva messo su una scenografia niente male, s’era pure portato dietro un cavallo, aveva indossato un’armatura. Va bene che agli angeli certe cose vengono facili, ma aveva comunque dovuto lavorare d’ingegno. Non gli piacevano troppo i videogame, ma Filippo era un figlio del suo tempo del resto. Prima di morire gliene aveva raccontate a decine, di storie leggendarie. Nella vita Gil aveva letto solamente romanzi fantasy. L’idea di mondi popolati da draghi, fate, elfi, draghi e bestie strane l’aveva sempre rapito. La sua Lucia non era riuscita a fargli apprezzare i russi e manco i francesi. Era stato uno di quei lettori che dentro una storia devono trovarci l’avventura che la terra non può offrire perché altrimenti il mondo reale, la vita, quello è già un romanzo sufficiente.
“Praticamente sì. Però per farcela abbiamo bisogno che continuate. Ho visto che hai coinvolto i tuoi amici oggi. Ottima notizia! Rinforzi in arrivo! L’Altrolà è pieno di anime che non aspettano altro che avere la giusta occasione per fare del bene, ma se non arriva la chiamata dalla terra non possono fare nulla. Tu hai un ruolo importantissimo in questa guerra, lo hai capito Filippo?”, chiese serio nonno Gilberto.
Il bambino annuì.
“Ora vado, ci vediamo nei prossimi giorni”
“Nonno…”
“Dimmi piccoletto”
“Mi raccomando, non farti male…stai attento” Gilberto sorrise.
“Ti debbo chiedere un’altra cortesia” “Dimmi nonno”
“Devi credere di più alle storie fantastiche e meno ai videogame. Quella roba di succhia tutta la fantasia. Hai capito?”
“Sì…ho capito”
Gil vide la serietà nei suoi occhi. Aveva capito “Nonno?”
“Dimmi amore” “Vincete ti prego”
“Dal male non si fugge, ma lo si deve sempre combattere. Non te lo posso promettere ma sì…faremo il possibile e l’impossibile. Un’ultima cosa”
“Dimmi nonno”
“Ti piace Remo Gonzales d’Aviglianos come nome per un cavallo?” Filippo rise.
“Sì nonno, tranquillo, è un nome bellissimo. Tieni, prendi l’ultima carota, gliela darai nell’Altrolà”
Capitolo 20
La mattina dell’ospedalizzazione, Sara si svegliò stranamente più in forma degli ultimi giorni. Andò in bagno senza doversi poggiare al muro e senza tossire. Non lo sapeva, che stavano già guerreggiando per lei, nell’Altrolà. Guido s’era svegliato molte volte durante la notte e quel poco che era riuscito a dormire aveva fatto sogni bislacchi tra cui addirittura un cavallo che andava nitrendo dentro casa. Ora che s’era fatto giorno, finalmente sembrava aver trovato la via del sonno. In camera sua, anche Filippo finalmente dormiva. Dopo che Gilberto e Pedro Gonzales erano tornati di là, aveva passato gran parte del tempo a pregare i suoi nonni e a pregare perché tutte le persone a cui l’aveva chiesto di pregare che si ricordassero di pregare. Lucia mise il tappo e iniziò a riempire la vasca. Fuori, la primavera resisteva, anche se le previsioni del tempo avevano annunciato un peggioramento previsto già in serata. Sara aveva considerato la perturbazione in arrivo una notizia tutto sommato piacevole, ché starsene in Ospedale a cercare di salvarsi la pelle mentre fuori imperversava il sole e la vita, sarebbe stata un’ulteriore beffa. Pensieri sciocchi di chi vuole che la mente si riempia per un po’ di sciocchezze, ché i pensieri veri quelli sì erano da averne paura. Si infilò lentamente nella vasca, poggiando la schiena sul bordo e poi scivolando. L’acqua era bollente che gli specchi in bagno subito s’appannarono. Chiuse gli occhi e provò a cacciar via ogni pensiero, bello e brutto. Provò a fare un po’ di vuoto, come quei monaci che sempre l’avevano affascinata. Andare in Tibet, pensò, è una cosa da fare se porterò a casa la pelle. Andrò in Tibet perché porterò a casa la pelle, corresse il pensiero.
Era un po’come in gara.
Sarebbe da riuscire a tenere questo ritmo fino al chilometro 37 e poi provare a scattare non è affatto come dire: terrò questo ritmo fino al 37 per poi scattare.
Chiuse gli occhi e l’acqua bollente la avvolse fino ad addormentarla.
Morfeo la prese per mano, e lei sognò di essere in camera di Filippo e che Filippo dormiva. Più che un sogno sembrava quasi che fosse uscita dal corpo per andare di là. L’armadio era aperto, e vi entrò dentro, e questo è il sogno che sognò, posso garantirvelo carissimi amici…
Sara si ritrovò in una vasta zona di campagna. Il cielo era azzurro. Il paesaggio le ricordava un poco il quadro di Philippoteaux, The Battle of Waterloo, che aveva ammirato anni prima in viaggio con Guido, appena fidanzati, al Victoria and Albert Museum di Londra. A guardar bene però si trovava invece dietro casa dei suoi, e quel posto era com’era da bambina, un grande prato a perdita d’occhio che sarebbe poi stato cementato e asfaltato per far posto al nuovo quartiere.
Sentì delle voci dietro di sé, si voltò e vide qualcosa di incredibile. Uno manipolo di guerrieri, bardati in armature, alcuni a cavallo, spade e lance in pugno, pronti evidentemente ad una qualche battaglia. Si guardò le sue vesti, ma a differenza loro indossava le cose di tutti i giorni, jeans e maglietta. Quello più avanti di tutti si tirò su l’elmetto e le sorrise. Sara non poteva crederci:
“Papà”, mormorò.
“Non aver paura figlia mia, ce la faremo”, gli disse lui sorridendole.
Sara non fece in tempo a ricambiare lo sguardo che sentì una morsa arpionarle la caviglia e si ritrovò sollevata in aria. Urlando vide le fauci minacciose di un grande drago, che era la bestia che l’aveva appena catturata e che ora la faceva volteggiare in cielo come una bambola di pezza.
Capì che quel piccolo esercito era lì per salvarla, e sentì distintamente una tromba suonare. Vide una freccia passarle a pochi centimetri colpire il drago a mezza pancia. Nel trambusto notò un’aquila scendere in picchiata dal cielo e beccare la testa del drago col suo becco affilato.
Un guerriero color ebano scoccò una lancia che scorticò un poco di striscio la pelle coriacea del Drago, prima di finire il suo volo nel prato. Bersaglio fallito di poco. Vide la truppa avanzare con fatica e sentì sulle guance il calore del fuoco del Drago che la teneva stretta nella morsa della sua zampa. Poi, come in certi incubi troppo forti, Morfeo la mollò lasciandola risvegliare nella vasca.
L’acqua stava per trasbordare fuori. Cercò di trattenere le immagini, il ricordo del sogno, ma quello andò via. Le rimase giusto una certa inquietudine ma anche una forte speranza, nel cuore.
Capitolo 21
Sandrino si tirò in piedi a fatica. L’orologio alla parete segnava le nove del mattino, meno cinque minuti. Eleonora, come la chiamava ogni tanto per far lo spiritoso, dormiva nel lettino in fondo alla stanza. Chiamarla per nome proprio era una piccola spiritosaggine che di tanto in tanto si concedeva. La guardò e sorrise triste. Anche se aveva protestato un poco quando lei aveva insistito allo sfinimento per potersi fermare anche la notte, in fondo adesso era contento di averla lì con lui. La struttura aveva dato disponibilità in tal senso da sempre. Fino a una settimana prima, tutte le sere, era comunque riuscito a convincerla ad andare almeno a riposare a casa. Poi però la situazione era precipitata e da quel momento non c’era stato verso. Che ormai si stava mettendo male lo aveva capito anche da come i suoi genitori ultimamente per parlare col primario si chiudevano nel suo ufficio, mentre fino a poco tempo prima ogni punto della situazione lo si era fatto in camera, con lui presente. Si sentiva più debole, come se pian piano si stesse svuotando. In fondo non gli era dispiaciuta, l’insistenza di sua mamma nel fermarsi la notte. Per questo aveva smesso di fare l’ometto a tutti i costi. Aveva ancora così tanto bisogno di lei e ora di tempo ne era rimasto invece veramente poco. Poche ore prima aveva finto di dormire, quando sua mamma s’era alzata per rimirarselo a lungo, e s’era ricacciato dentro tutte le lacrime del mondo quando la sua mano dolce lo aveva carezzato piano.
“Mamma…svegliati mamma”, disse, ricambiando la carezza di poche ore prima. Lei aprì gli occhi e sorrise.
“Come mai, non mi chiami più Eleonora?” Lui la abbracciò forte.
“Sei sempre mamma, anche se ti chiamo Eleonora…per scherzare. Ma da oggi ti chiamerò solamente mamma”
Rimasero così, a lungo, a godersi gli ultimi scampoli. Che entrambi sapevano che non c’era molto tempo, per continuare a chiamarla mamma.
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