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Il venditore di salmi

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Pensati come racconti i primi tre capitoli si aprono e si socchiudono sulle vite di quattro persone.
Un impiegato che fa un sogno ricorrente: costruire e riparare baite, rifugi e capanne prima che una coltre nera annichilisca tutto.
Si sveglia affaticato, come se avesse veramente lavorato. Dopo le prime settimane il suo corpo s’irrobustisce per adattarsi ai compiti da svolgere nei suoi sogni.
Un ex professore di filosofia, ora direttore di un piccolo quotidiano di idee anarchiche, aspetta di essere ricevuto dal Papa, scoprirà dopo per un colloquio di lavoro.
Un’ottantaduenne mangiata dall’artrite e un dodicenne fuori forma vivono al secondo piano di una palazzina insieme a tre gatti che all’occorrenza diventano uno.
Il venditore di salmi riassume la sua vita nel tempo di una vasca che si sta svuotando.
Il suo presente è il racconto di quanto già letto da una diversa prospettiva, quella del suo lavoro.
Obbligherà tutti ad entrare in un’unica storia.

Perché ho scritto questo libro?

In un contesto distopico che avesse i tratti del ridicolo volevo far emergere il quotidiano dominio della tecnica sull’uomo e la sua emotività. Sentivo l’esigenza di mostrare l’empatia disattesa dalla società per ciò che sta fuori da essa, su quel margine d’indifferenza ho tentato il riscatto, seppur comico, di attori senza volto, schiacciati da un crescendo di eventi verso un finale che può essere lieto solo appropriandosi della felicità di qualcun altro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. IL COSTRUTTORE

Questa volta sognò una baita in cima ad un monte, massiccia di pietra e quercia con un buco nel tetto. Sapeva quel che doveva fare e velocemente trovò materiali e arnesi nelle vicinanze.

Sotto il cielo di un azzurro eccessivo il clima era ospitale, dal bosco intorno provenivano cinguettii e versi di altri animali non riconosciuti. Mentre era ancora sulla scala a sistemare le ultime assi una cappa nera si addensò sopra e sotto il monte.

Spinto da rullate di vento riuscì ad arrivare sul prato davanti alla casa, poi quella coltre di fumo lo risucchiò facendolo scomparire prima che potesse rientrare.

In un altro sogno era una grotta che aveva bisogno di una porta, anche lì il copione era lo stesso, tutto veniva annichilito nel buio prima che potesse finire il lavoro.

Erano già tre notti che accadeva, controllò le notizie sul telefono e nessuna catastrofe apocalittica imminente faceva di quegli strani sogni visioni premonitrici.

Svegliandosi avvertiva una sensazione di stanchezza fisica, come se avesse veramente lavorato tutta la notte.
Certo di non essersi mosso chiuse la porta della camera a chiave e dispose una serie di oggetti intorno al letto: torri di libri, balle di vestiti sporchi accumulati e quel che trovava a formare un recinto.

Al mattino niente era stato spostato, anche il sonnambulismo era da escludere dalle possibili cause.

Dopo circa una settimana che aveva cominciato a sognare baite, caverne e capanne da costruire o riparare, gli sembrò di vedersi nello specchio fisicamente più asciutto, più tonico. Anche un paio di colleghi gli avevano chiesto se avesse cominciato a fare una qualche tipo di attività fisica, e ciò lo tranquillizzava perché qualcuno gli rivolgeva la parola, ed anche perché se non spiegava la causa, l’evidenza ad altri dell’effetto lo scagionava dalla demenza.

Almeno da sveglio. Qualcosa infatti, tipo una strana smania a completare quel lavoro, lo stava afferrando anche di giorno. Cominciò con qualche video di gente che ripara cose, sviluppò immediata una dipendenza da tutorial; ordinò scalpelli e sgorbie per lavorare il legno.

La mattina mangiava di grande appetito e durante il giorno dovette ritagliarsi delle brevi pausa di sonno per recuperare le forze disperse la notte.

Il decimo giorno ebbe finalmente il sentore di un disagio, dell’aver sottovalutato il fenomeno.

Il suo capo stava leggendo davanti a lui una relazione di lavoro appena consegnata, quando si accorse che sul retro dei fogli, senza averne memoria, aveva disegnato alcuni tipi di incastri da fare con le travi.

Digitando su uno schermo fece alcune ricerche nel tentativo di dare un nome a quello che gli stava succedendo.

Illustri esperti lo investirono di risposte che confluivano alla fine in un unica enorme parolascolpita nell’edificio del Sè: Trauma.

Ognuno poi, ad membrum segugi, ci metteva accanto quello che gli sembrava più ovvio, universalmente compreso: della madre, del padre, delle scuole, del lavoro e dell’alimentazione.

E lui? Dov’era mentre gli causavano tutti questi traumi?

Alla fine della seconda settimana cominciava ad avvertire un certo fastidio prima di coricarsi.

Sperava con tutto il cuore di essere graziato e di non sognare, piuttosto di essere divorato da tutti gli incubi del mondo: rimorsi e frustrazioni farsi mostri striscianti, uscire dal subconscio e, nel corpo di sua madre vestita da Lenin, soffocarlo nel letto.

Tutto sarebbe andato bene, ma non il costruttore.

Perché così si sentiva durante il sogno, una sorta di Noè carpentiere che doveva finire un rifugio prima che qualcosa arrivasse a mangiarsi tutto.

Una perenne stanchezza, incolmabile con quei ridicoli mini pisolini obbligati, cominciava a pesargli sulle spalle. Si addormentava ovunque e più di una volta i colleghi lo avevano svegliato con la testa appoggiata alla macchinetta del caffè che russava.

Al mattino apriva gli occhi con il corpo indolenzito, muscoli mai avuti bruciavano nelle braccia e nelle gambe obbligandolo stiramenti e rilassamenti prima di alzarsi. Le prime volte infatti i crampi e l’acido lattico lo avevano abbattuto a pochi metri dal letto.

Qualsiasi costruzione avesse dovuto erigere o riparare doveva trovare il modo di finirla più in fretta, prima che il cielo si chiudesse su di lui. O forse era arrivato il momento di parlare  con un dottore vero, magari dei sonniferi avrebbero nascosto il problema sotto il tappeto del sonno profondo.

Doveva raccontare a qualcuno quello che gli stava succedendo, prendeva in mano il telefono ed un paio di volte aveva fatto anche partire la chiamata ma nessuno aveva risposto, nessuno aveva richiamato.

Passarono altre due settimana durante le quali s’iscrisse ad un corso serale di falegnameria, ad uno sopravvivenza estrema, di navigazione con le stelle e, navigando il resto della notte davanti a uno schermo, tra forum di complottisti, inutili serie e siti porno, smise praticamente di dormire.

Scolpito come un boscaiolo del Trentino e con una faccia ridotta ad un’appendice delle occhiaie non passava certo inosservato nell’ufficio dove, se prima lo ignoravano, adesso lo schivavano.

I colleghi avevano smesso di svegliarlo quando lo trovavano abbracciato alla pianta accanto alla macchinetta del caffè, a sua insaputa lo avevano reso abbastanza famoso con il nome di Nap Employee, #bestjobever.

Salirono i follower  ma calò il rendimento, il lunedì mattina lo convocarono ai piani alti.

Oltre all’evidente stato allucinatorio dell’impiegato, che lo fece passare immediatamente alla visita del medico del lavoro, furono trovate nella cronologia del suo computer ore di filmati di bricolage, ferramenta e falegnameria: da come isolare un tetto, alla costruzione di capanne sopraelevate in Amazzonia e tende beduine del deserto.

Il dottore guardava fuori dalla finestra distratto, si limitò a sorridere quando dopo aver detto che sembrava che non dormisse da settimane si sentì rispondere a piombo: ”Sembra!”.

Gli prescrisse dei sonniferi e si raccomandò che non prendesse più di uno al giorno quando era già a letto.

Osservandolo meglio, strizzato in quei vestiti diventati troppo piccoli, pronti a stracciarsi ad ogni movimento, il dottore provò a fargli notare che un’eccessiva attività fisica può essere anche fonte di disturbo del sonno.

Nel vuoto delle orbite le pupille ora spente dell’impiegato si accesero come fiammelle che lo guardarono con odio, anche la bocca contorse un angolo verso il basso a non lasciare intendere dubbi: ti uccido!

Il dottore rituffò la testa sulla scrivania scarabocchiando un paio di nomi di multi vitaminici ed integratori.

L’azienda decise per cinque giorni di riposo, naturalmente scalati dalle ferie.

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PARTE SECONDA

Finalmente acqua.

Questo è quello che si dovrebbe sognare.

Un sommesso gorgoglio, il tuo corpo senza peso che si muove lentamente, non ha esterno, come un paradosso di appendici senza fine che abbracciano lo spazio circostante e lo compongono.

Il galleggiante monolocale uterino dove il mondo sono poche luci e suoni ovattati, tra rollii e beccheggi sciabordanti.

Non vi è mancanza, perché nulla si ha, semplicemente si è.

Con memoria ancestrale portò la mano all’ombelico senza trovarvi alcun cordone e, mentre si domandava come facesse a respirare, qualcuno lo afferrò e lo tirò fuori dal sogno e dalla sua vasca da bagno.

Gli ci volle tempo per finire di sputare quella che non era liquido amniotico ma solo acqua e riprendere a respirare; ancora tossendo riuscì ad alzare lo sguardo appannato sulla figura della rude levatrice che mettendosi a fuoco assunse le sembianze del suo vicino del piano di sotto.

Era egli persona schiva e solitaria, molti condomini che non lo avevano mai visto dubitavano della sua stessa esistenza.

Lo aveva incrociato solo una volta tornando a casa ad un ora indegna della notte alterato dai prosecchi, il vicino usciva dal portone e lui cercava di entrare con grossa difficoltà nel trovare la giusta chiave. Era riuscito a biascicare un paio di dittonghi che stavano per grazie mentre l’altro gli teneva aperto l’uscio.

Non ricordava altri incontri, nessuna confidenza tale da giustificare la sua presenza adesso accanto alla sua vasca con lui nudo dentro.

Uscì dal bagno in accappatoio, le tempie gli pulsavano e i movimenti erano lenti e poco coordinati, il vicino gli porse una tazza di caffè e vedendolo tremante in un equilibrio precario l’appoggiò sul tavolo.

Gocciolava acqua dal soffitto e sono venuto a sincerarmi che andasse tutto bene, ho suonato ma era accostato. Usciva acqua da sotto la porta del bagno, uno si preoccupa… sono entrato e c’eri te che andavi a fondo nella vasca come Jeff Buckley nel Mississipi” .

Aveva uno strano modo di parlare e adesso aveva voglia di ascoltare Grace dall’inizio alla fine. Erano anni che non ascoltava una canzone per intero, che non la sceglieva.

In quell’attimo di silenzio entrambe fissarono la scatola di sonniferi aperta e semivuota sul tavolo accanto alla tazza di caffè.

C’è sempre una soluzione alternativa, se proprio uno deve, consiglio metodi più veloci ed efficaci, con meno danni collaterali”.

Non è quello che cercavo di fare, non riesco a riposare da settimane, ieri me li ha prescritti il medico, sono tornato a casa e devo aver sbagliato le dosi.

Mi dispiace per il soffitto, non mi ricordo neanche di aver fatto la vasca che di solito faccio di mercoledì”.

Oggi è mercoledì”.

Lo sguardo del vicino trapelava sincerità, sembrava una persona normale, i suoi baffi ben curati e il suo gilet smanicato a rombi verdi e blu non lo facevano assomigliare alla creatura mitologica descritta dalle dicerie dei condomini. Era sicuramente fuori moda ma reale.

Mi hanno rimandato a casa lunedì da lavoro, sono passato in farmacia e poi mi sono messo a letto”.

Il cervello ha un pilota automatico, il tuo corpo acquisisce memoria dei gesti quotidiani e li ripete, guida la macchina mentre pensi ad altro”.

Io non ho mai guidato la macchina mentre dormivo”.

Comunque devi andarci piano con quelle pasticche, anche se te le ha prescritte il medico sembra roba per stendere i cavalli.

La privazione del sonno è una delle forme più efficaci di tortura, non deve essere per te un bel periodo”.

Grazie al cazzo avrebbe voluto dirgli e raccontare finalmente dei sogni, togliersi questo macigno e condividere con qualcuno quella lucida follia che lo tormentava da un mese tutte le notti.

Lui dormiva, anche dieci ore di fila.

Almeno pensava di dormire ma non ne era più tanto sicuro.

Durante il giorno il suo corpo era un orpello spento, buttato su una sedia o su un divano, appoggiato alle altre persone in autobus. Il portantino del suo cervello, più o meno cosciente, impegnato davanti a uno schermo.

La notte avveniva il contrario, chissà in quale dimensione a lui ignota il suo corpo lavorava e si adattava per meglio lavorare, la sua mente invece si svegliava con i postumi di un brutto incubo.

Sempre lo stesso.

Si rese conto che era la prima volta che aveva la possibilità di parlare con qualcuno. Prima la pandemia e ormai da un anno il nuovo lavoro, aveva smesso di frequentare anche quei pochi amici che aveva.

A forza di rimandare quel poco di vita sociale che faceva il telefono aveva smesso di squillare.

Gli unici rapporti in presenza con un altro essere umano erano le brevi conversazioni con la commessa del supermercato che, fornendogli generi di prima necessità due volte alla settimana, lo teneva in vita.

Restava il commentare i fatti del giorno con i colleghi, diventare ora esperto sportivo ocriminologo durante le pause caffè, cinque, sei volte al giorno; forse beveva troppi caffè, alla fine non li pagava.

Spaventato da quello che gli stava succedendo aveva mandato qualche messaggio ai soliti due amici che non rispondevano alle chiamate, alla terza faccina di risposta da entrambe si era arreso ad affrontare la cosa con la solitudine del martire.

Magari fai solo un lavoro stressante”.

Già, il vicino era ancora lì, con il suoi rombi ed i suoi baffi vagamente storti.

In effetti stavo pensando a come è cambiata la mia vita da quando ho accettato questo nuovo lavoro”.

Di cosa si tratta?”.

Mi occupo di simulazioni con l’intelligenza artificiale, in pratica faccio dei test per farle acquisire informazioni per i progetti urbanistici, più che altro roba di sicurezza. Tutto molto noioso davanti a uno schermo”.

Gli sembravano adesso i giorni passati prima di questo delirio notturno, ombre ingrigite uguali tra loro ammucchiate alle spalle.

Guardava quei cumuli indistinti tra loro di mattine e sere senza averne ricordo alcuno, un cimitero con nomi e foto di avatar sconosciuti era la sua memoria prima che arrivasse il costruttore.

Tu di cosa ti occupi?”

Parlarono per circa un’ora e si fece sera, misero in forno tre pizze congelate, bevvero qualche birra e dopo altre parole si salutarono.

Quando gli chiese di poter mandare qualcuno a sistemare le macchie d’umido del soffitto, il vicino disse che non importava, si sarebbe dovuto trasferire all’estero di lì a poco, non era poi un gran danno, “si asciugherà”.

Gli dispiacque, in quelle poche ore avevano scoperto di avere molti interessi in comune non poi così comuni: i film di Fritz Lang, la cui filmografia appesa nei poster era l’unico arredo della casa, e i romanzi di Giovanni Arpino.

Chiuse la porta e si rese conto che aveva completamente rimosso il suo nome, l’indomani si ripromise di controllare la targhetta sulla cassetta della posta o il campanello.

Forse glielo aveva detto all’inizio e, vista situazione grottesca, ora non se lo ricordava, come che lavoro facesse alla fine glielo aveva detto?

A parte rischiare di morire affogato era riuscito a stare tre giorni di fila senza sognare niente, andò a letto e non prese niente, solo un piccolo brivido lo attraversò quando s’infilò sotto il lenzuolo lasciando accesa la luce del comodino.

Si alzò con la sveglia delle 9.00, dopo averla posticipata almeno tre volte, per continuare a sognare di fare all’amore con la ragazza del supermercato, regalandosi un altro amplesso tra le susine e le albicocche.

Con ancora un erezione chiamò al lavoro, disse che stava mandando la lettera di dimissioni e in giornata sarebbe passato a prendere le sue cose.

Il responsabile dell’ufficio non gli chiese spiegazioni, pareva sollevato, come sempre calmo, si sincerò solo che rendesse la chiavetta del caffè.

Non aveva di fatto niente da recuperare, una confezione di crackers scaduti, una cartellina con le istruzioni e la garanzia del proiettore rotto, in soffitta ormai da un anno, che buttò nel cestino della carta.

Salutò cordialmente i colleghi accorgendosi che non sapevano neanche il suo nome, come noi del resto.

Qualcuno neanche lo ascoltò e gli rispose “ciao coso, a domani”.

Cominciò a scendere verso la sua nuova vita, l’ascensore gremito si fermò ad un altro piano per far uscire alcuni occupanti.

Sbirciando fuori dalla porta fece caso per la prima volta a come fossero tutti uguali tra loro questi ambienti, nell’arredamento e nella sua disposizione, le solite sedie, la stessa marca di distributori di bevande e forse anche i medesimi impiegati.

Anche a questo piano c’era quello che deve essere sempre simpatico, eccolo lì a ridere da solo alle sue battute. Accanto quelli in forma che discutevano dei record di cardio fitness ottenuti nel fine settimana.

Avevano anche la sua versione femminile: quella che dorme appoggiata alla macchinetta del caffè…

Fu un secondo ma non ebbe dubbi, con la mano si sorreggeva a stento la faccia, gli occhi, che non riuscivano a stare aperti, erano tagli nel volto immersi nel lago blu e viola delle occhiaie. La testa basculava attaccata ad un trapezio spropositato che metteva a dura prova la resistenza del colletto della camicetta; pantaloni oramai troppo stretti a stento contenevano quadricipiti scolpiti quasi sicuramente nel sonno.

Era come guardarsi dormire nell’indifferenza generale di una pausa caffè.

La porta dell’ascensore si chiuse mentre valutava se fosse opportuno andare a parlarle. Quell’immagine lo aveva messo in agitazione, rivide l’ultimo mese avvolto in quella nuvola di dormiveglia, le palafitte, le capanne, il tempo perso per non dormire. La follia che lo aveva tenuto stretto per le palpebre, fino al vicino che lo battezzava nella vasca da bagno e lo riportava alla luce.

Si afferrò a quella normalità riconquistata, alla pizza congelata, ai rombi rassicuranti, ma fecero breccia il trapezio scolpito della tipa addormentata di sopra, i baffi storti del vicino, il nero che tutto estingue e un’insana voglia del disgustoso caffè solubile del suo ufficio.

Due piani dopo aveva abbandonato l’idea, se non era vero avrebbe fatto la figura del molestatore matto; se era vero, poteva solo sperare di esserne uscito e che lo lasciassero andare senza le conseguenze di una cavia che non è più utile all’esperimento.

Respirò a pieni polmoni l’aria in strada e fece qualche metro, si girò circospetto come gatto Silvestro per vedere se qualcuno lo seguiva e ridendo di se stesso, non molto convinto, riprese a camminare.

Vide il bambino dal lato opposto della strada attraversare, vide la macchina che rallentava per farlo passare e quella dietro che la sorpassava. Il primo istinto fu quello di lanciarle contro i crackers scaduti che ancora aveva in mano e, sapendo che non sarebbero bastati a fermare il mezzo, con la devozione di un tuffatore alle olimpiadi gettò pure il suo corpo spingendo via il bambino prima dell’impatto che fu solo per lui.

La bocca si riempiva di sangue, il cielo sgombro non dava segno di volersi richiudere sulle persone intorno e l’asfalto caldo sulla schiena era quasi un abbraccio piacevole.

Sentì fragoroso nelle orecchie un suono disperso ma familiare, era la sua risata, e tutto ebbe senso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Tommaso Geri
Sono nato a Firenze nel 1979 ma ho vissuto fino a vent'anni a Prato, tra cenci e ricordi di un benessere scomparso. Dopo la laurea in Filosofia ho cominciato a lavorare in Teatro come musicista e compositore; negli anni sono diventato sia regista che direttore di produzione di opere liriche, continuando a fare concerti con il mio quartetto swing “Officine Scaniconi”, nel quale sono chitarrista e autore delle musiche e dei testi.
Ho pubblicato saggi di filosofia e articoli sulla provincia pratese, ho scritto spettacoli di teatro dei quali ho curato anche la messa in scena.
Durante il Covid ho lasciato il mondo dello spettacolo e ho iniziato a lavorare come libraio, ho messo al mondo due figli, e la notte, per non disturbare il loro sonno con la musica, ho scritto il mio primo romanzo.
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