Insomma, l’intero quartiere si mobilitò per imbastire un complicato e costoso intreccio di persuasioni. Ma, alla fine, Ugone era pronto e motivato per la sua missione.
Vista l’occasione importante, decise di indossare il vestito buono, che non ricordava di aver mai messo. Gli tornò in mente un’immagine lontana, nel giorno della sua prima comunione, la madre intenta a sistemargli l’abito elegante. Orgogliosa del figlio – almeno per una volta. Non sarebbe successo così spesso.
Guardandosi allo specchio faticò a riconoscersi, ma ciò che vide gli piacque molto: si sentiva un cavaliere d’altri tempi, nella sua armatura splendente, pronto per un’impresa eroica. Anche la madre, vedendolo, sarebbe stata fiera di lui.
Quel giorno Ugone decise anche di radersi da solo (di solito andava dal barbiere). Lo fece lentamente e con estrema cura, attento a non tagliarsi, le mani tremanti per la mancanza di abitudine al gesto. Quando ebbe finito, soddisfatto, si spruzzò sul viso la colonia che la madre gli aveva regalato a Natale – l’ennesimo flacone finito in uno scaffale del bagno accanto agli altri. Ma l’eccessivo entusiasmo gli giocò un brutto scherzo: la quantità spruzzata fu tale che il bagno si riempì di una nuvola fluttuante di profumo, e per un attimo Ugone rischiò di svenire.
Quando si riprese, però, era davvero pronto per la sua impresa eroica.
Uscito dal portone di casa, trovò praticamente l’intero bar ad aspettarlo. Una piccola folla festante si era radunata per incitarlo e scortarlo nella sua missione.
Dopo i saluti di rito e le pacche d’incoraggiamento sulle spalle, la gente lo circondò e quasi lo sollevò da terra: tutti volevano toccare e accompagnare l’eroe.
Al passaggio di quel bizzarro corteo, dalle finestre spuntavano teste curiose, come in una festa di paese, attirate dal mormorio che saliva dalla via, o forse inebriate dalla scia profumata del dopobarba. Chi era in strada, invece, si lasciò risucchiare dall’allegro convoglio, sebbene senza avere la benché minima idea di dove stesse andando. Quella carovana colorata e rumorosa si dilatava ad ogni passo, e qualcuno cominciò addirittura a intonare cori che mescolavano litanie e stornelli. Sembrava una processione e un carnevale al contempo.
Quando giunsero davanti allo strano posto, Ugone si fermò un istante, sorpreso. Là dove fino a poco tempo prima c’era una serranda arrugginita, ora brillava una vetrina lucida, sormontata da un’insegna nuova; e, dietro il vetro, scaffali essenziali si allineavano come quinte in attesa di una scena. Tutto vuoto. Ma non ebbe il tempo di contemplare quel vuoto: sorrisi, strette di mano e pacche sulle spalle lo travolsero di nuovo, più vigorosi, più insistenti, quasi a spingerlo dentro.
Era giunta l’ora.
Con pochi passi risoluti, si avvicinò alla soglia misteriosa. Quindi, si aggiustò la giacca, inspirò a fondo – rischiando l’iperventilazione – e finalmente aprì la porta.
“Un piccolo passo per Ugone, un grande balzo per il quartiere!” disse qualcuno con tono solenne.
Da quel momento trascorse un tempo indefinito, sul quale nessuno nella piccola folla di accompagnatori si trovò d’accordo. Quando Ugone riemerse, c’era chi giurava fossero passati meno di cinque minuti e chi, invece, sosteneva di aver visto il giorno e la notte alternarsi più volte.
Il suo racconto si rivelò un vero enigma: più una sciarada che una cronaca. Pezzi sparsi in un apparente disordine, alcuni sensati, altri poco o niente. Solo dopo un processo quasi filologico, si riuscì a ricostruire una narrazione sostanzialmente plausibile, anche se rimaneva bizzarra e con molti punti nebulosi.
Appena varcata la soglia, Ugone fu avvolto da una luce bianca e pura, che accarezzò ogni fibra del suo corpo. Le pareti spoglie, illuminate da un chiarore lattescente, trasmettevano un senso di calma profonda. Mentre gli scaffali vuoti dilatavano lo spazio all’infinito in un silenzio onirico, al contempo sereno e straniante. Anche i suoi primi passi furono una sorpresa: sul pavimento candido risuonavano in un’eco incerta, come se l’uomo stesse imparando di nuovo a camminare.
All’inizio, rapito da quelle sensazioni inedite, Ugone non si accorse degli occhi che lo osservavano a pochi metri, fissi e penetranti. Ma fu solo un attimo. Ritrovata un po’ di lucidità (quella, almeno, abituale), si lasciò avvolgere dal sorriso gentile di una bella donna, tutta vestita di bianco. Quel dettaglio confermava il racconto delle due ragazze che, per prime, si erano affacciate alla misteriosa porta.
“Sono la commessa” spiegò la donna, svelando così la vera natura di quel luogo enigmatico.
Era un negozio.
Ma di che cosa?
Nel giro di pochi minuti, Ugone scoprì che il personale del negozio era composto da tre commessi: lei, un giovane uomo – corrispondente all’identikit fornito dagli aspiranti fidanzati delle due ragazze – e un’altra donna, più anziana, direttrice del punto vendita. Si alternavano durante la giornata in turni di otto ore, in modo da tenere il negozio sempre aperto, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.
Persino un’anima semplice come quella Ugone fu sorpresa da quel particolare. Ma lo stupore si trasformò in incredulità quando la giovane donna gli comunicò di essere il primo cliente.
Com’era possibile che, dopo due settimane dall’apertura, non ci fosse stato nessuno prima di lui? Ugone restò impigliato nel suo pensiero, lo sguardo interrogativo e uno scarabocchio al posto delle labbra.
“Davvero?” sussurrò, per la verità senza un grande sforzo di fantasia.
La donna vestita di bianco piegò lievemente il capo, lasciando che un sorriso candido le illuminasse il volto.
“Glielo assicuro,” rispose con voce morbida “lei è il primo cliente e sono molto felice di poterglielo annunciare”
La commessa si rivelò una padrona di casa impeccabile. Guidò Ugone in una visita inaspettata del negozio, svelando corridoi e altri spazi oltre a quello visibile dalla strada – anche se Ugone non seppe mai dire con certezza quanti fossero. Alcune stanze attendevano ancora di essere allestite per la vendita; altre, più nascoste, ospitavano magazzini e uffici. Seguendola, Ugone si sentiva un esploratore in una terra sconosciuta, dove ogni passo promette nuove scoperte, o antichi pericoli.
Lungo il corridoio principale, si apriva uno spazio singolare: nessuna porta a segnare il confine, solo un’apertura discreta che sembrava sospesa nel tempo. La commessa accennò a quella porta senza porta con un gesto lieve, quasi svagato, senza soffermarsi né dare spiegazioni. Ugone non chiese nulla. Percepiva che quella stanza sarebbe stata importante. Ma non per lui. Per qualcun altro.
“Le comunico che, in quanto nostro primo cliente, ha diritto a un acquisto gratuito”
Stordito dalla cortesia della donna e dal candore che permeava ogni angolo, Ugone faticava a rimettere insieme i pensieri, finché non colse l’eco di quella parola magica – “gratuito”. Quelle quattro sillabe lo ridestarono, restituendogli un barlume di razionalità. E, finalmente, riuscì a porre la domanda che aveva in mente fin dall’inizio.
“Bello!” esclamò contento e assai confuso “Ma… cosa vendete esattamente?”
“Vendiamo ciò che le persone desiderano nel profondo” rispose la giovane vestita di bianco con un sorriso sibillino.
“Ah… chiaro” replicò Ugone, ancor più confuso ma sempre contento.
Seguì un istante che sembrò dilatarsi diventando tangibile: la commessa restò congelata in un sorriso sospeso, senza inizio né fine, mentre Ugone oscillava appena il capo in un cenno di assenso perpetuo, lo sguardo perso chissà dove.
Pensava a cosa potesse essere ciò che le persone “desiderano nel profondo”: forse il semplice bisogno di sentirsi compresi, accettati per ciò che si è, liberi dalle maschere quotidiane, per vivere con autenticità e senza il timore dei giudizi. Immaginava che tutti, in un modo o nell’altro, aspirassero a riscoprire la meraviglia nelle piccole cose. A tornare un po’ bambini – cosa che, a lui, riusciva così naturale.
Era il lato inatteso di Ugone, a suo modo filosofo involontario, quello che i più non riuscivano a cogliere. E, probabilmente, non era un caso che fosse toccato proprio a lui essere il primo cliente di quel negozio: forse perché l’unico in grado di capirlo subito e davvero.
Un cenno gentile lo riportò al presente. La commessa lo invitò ad avvicinarsi alla cassa, anch’essa immacolata come il resto del negozio.
“Certa di farle cosa gradita, mi sono permessa di prepararle un pacchetto regalo”
Con un sorriso radioso, la giovane donna prese una scatola semplice ma raffinata (e bianca), la decorò con un ricco fiocco (bianco) e la sistemò con estrema cura in una borsa di carta elegantemente riciclata (e bianca). Poi la porse al cliente, anch’egli ormai sorridente come non mai (e pure un po’ più bianco).
Continuando a sorridere imbambolato, Ugone si avviò verso l’uscita. Ma proprio quando stava per attraversare la soglia, la commessa lo richiamò con la voce screziata di un allegro rimprovero.
“Mi scusi, ha dimenticato lo scontrino!”
“Ah… chiaro” ripeté Ugone, difettando decisamente di fantasia “Ho dimenticato lo scontrino”
Il buon uomo restò immobile, incapace di capire a cosa potesse servire uno scontrino, visto che tutto (qualunque cosa fosse) gli era stato regalato. La commessa allora gli si avvicinò, valutò varie soluzioni e infine gli posò il piccolo pezzo di carta tra le dita della mano libera. Poi accortasi che, con entrambe le mani impegnate, avrebbe avuto difficoltà a uscire, lo superò con un elegante balzo e gli aprì la porta.
Fu così che Ugone uscì dal negozio: con una piccola borsa di carta bianca che penzolava da una mano, e uno scontrino impigliato tra il pollice e l’indice dell’altra. E, ovviamente, con l’immancabile sorriso – ormai più una paresi facciale che altro.
Appena fuori, fu accolto dal giubilo della piccola moltitudine che lo stava aspettando. Tutti si spingevano a vicenda per accaparrarsi la prima fila ma, appena se ne formava una, quelli rimasti dietro sgomitavano per arrivare o tornare davanti a tutti gli altri. Alla fine, a qualcuno parve addirittura di rubare il posto a sé stesso.
Una bambina tirò la manica della madre chiedendo cosa stesse succedendo, e il padre se l’alzò sulle spalle come un piccolo periscopio. In un attimo, anche gli altri bambini fecero lo stesso e, in men che non si dica, si formarono torri sempre più alte di piccoli spettatori in lotta per un punto di vista privilegiato. E con i genitori che si guardavano circospetti con occhi da duello nel Far West.
Approfittando di quella confusione, un’anziana signora, più audace degli altri, si fece strada fino a Ugone e gli sfilò lo scontrino di mano come fosse una preziosa reliquia. Tutti gli sguardi si voltarono all’istante verso di lei. La donna osservò lo scontrino con aria interrogativa e lo passò in silenzio a chi le stava accanto, che replicò la stessa espressione perplessa e lo stesso gesto. L’ultimo a rimanere con quel fragile pezzo di carta fu Giovanni, il vecchio commercialista, che dopo uno sguardo rapido ma esperto pronunciò la sentenza.
“NIENTE”
Che non voleva esprimere il pronome indefinito che indica l’assenza di qualcosa. Né il sostantivo maschile che individua il concetto di nullità o insignificanza. Né l’avverbio che esprime, di solito in forma negativa, un concetto quantitativo. No. Quella parola di due sillabe si stagliava tranquilla e marziale proprio sotto la riga DESCRIZIONE.
Mentre alla riga successiva, accanto a TOTALE COMPLESSIVO, faceva bella mostra di sé uno zero pasciuto con due decimali. Replicato in modo identico – virgola e zeri compresi – nella riga dedicata al “di cui” dell’IVA (ordinaria del 22%).
Terminata quell’eucarestia fiscale, tutti rimasero congelati nell’imitazione di un punto interrogativo, davanti al quale, però, nessuno sapeva che domanda mettere.
Poco distante, sul marciapiede vicino al negozio, il musicista di strada sollevò la chitarra per iniziare un nuovo brano. Poi si fermò. Le dita rimasero sospese a un soffio dalle corde: le sfiorarono senza toccarle, come se avesse percepito qualcosa che gli altri non potevano sentire. Si alzò lentamente, raccolse il cappello delle offerte e, senza una parola, si allontanò tra la folla che non lo notò nemmeno.
Il ragazzo di colore, appoggiato al muro con il suo sorriso enigmatico, lo seguì subito dopo. Scomparvero entrambi dietro l’angolo, come se sapessero che non c’era più nulla da aspettare. Che tutto stava per accadere altrove. O, forse, che aveva già cominciato ad accadere.
Fu Ugone a rompere l’incantesimo di quell’immobilità surreale. La mano destra, libera dallo scontrino, si tuffò decisa nella borsa di carta bianca, mentre ogni sguardo intorno seguiva quel movimento con un’ansia trattenuta. Dopo un istante che parve durare un’eternità, la mano riemerse con un misterioso pacchetto avvolto in una carta semplice ma dal fascino discreto.
Con gesti misurati sciolse il fiocco, e il fruscio del nastro riecheggiò come fosse l’unico suono in un mondo improvvisamente muto. Ogni movimento era carico di una solennità inattesa, amplificata dalla semplicità dell’uomo, e sembrava preludere alla scoperta di un tesoro inestimabile.
Il silenzio si fece ancora più denso, quasi fisico, avvolgendo la folla in una tensione elettrica. Un soffio di vento accarezzò le guance arrossate dei presenti, portando con sé l’aroma lontano di un temporale estivo. Tutti gli sguardi convergevano su Ugone, e in quegli attimi sospesi ognuno proiettava sul misterioso pacchetto le proprie speranze e le fantasie nascoste.
Un leggero tremore percorse le dita di Ugone mentre toccava la scatola, consapevole del peso simbolico del suo gesto e dell’attesa palpabile che lo circondava. Era come se il tempo si fosse fermato sull’orlo di una rivelazione, sospeso tra il desiderio e il timore di ciò che stava per essere svelato.
All’improvviso, il suono affilato di una sirena ruppe quell’incantesimo, provocando un sospiro collettivo che stemperò per un momento la tensione. Ma fu una distrazione fugace, incapace di distogliere l’attenzione ormai spasmodica dei presenti.
Finalmente Ugone aprì la scatola.
Un silenzio tombale calò sulla folla, i cuori che battevano all’unisono in un crescendo di emozione. Occhi spalancati seguivano i suoi movimenti, come ipnotizzati dai gesti di un abile prestigiatore. Alcuni si sollevarono sulle punte dei piedi, altri inclinarono la testa nel tentativo di catturare il primo sguardo di Ugone dentro alla scatola.
Ma, alla fine, non comparvero foulard colorati, né colombe in volo o carte da gioco a sfidare la gravità. Nessun oggetto scintillante, nessun artefatto misterioso: nulla che potesse soddisfare la curiosità febbrile della gente.
Dalla scatola non emerse niente. Assolutamente niente.
Proprio niente.
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