Sono in piedi, nello stesso punto di quella maledetta sera. Ogni giorno alla stessa ora e ogni volta con la speranza di poter cambiare il passato. Ma la morte non dà una seconda possibilità: ti investe senza preavviso e spegne la luce per sempre.
Intorno alla tua galleria chiusa, tutto scorre come se nulla fosse successo. I fanali delle auto illuminano la serranda abbassata, nessuno si gira, nessuno nota che il negozio di fianco ha appoggiato i bancali di merce dove prima c’era la tua insegna. Il silenzio ha preso il posto dei quadri.
Ogni sera rivivo il rumore dello sparo, la cartella di pelle che ti scivola dalle mani, il tuo corpo accasciarsi sul marciapiede. E poi quei due correre e sparire dietro l’angolo. E io, il grande detective, sono rimasto inerme a guardare. Non riesco ad andare oltre, non riuscirei a sopportare un passo in più. Mantenere questa distanza è l’unica cosa che lascia alla mia testa un briciolo di speranza che non sia vero, che quella a cui ho assistito fosse solo la scena di un film.
L’orologio segna le 19.10. Anche stasera ho fallito: non sono riuscito a entrare, ho aspettato impotente che scoccasse l’ora; che le lancette mi provocassero un’altra volta quel dolore. Ora sento le auto e gli schiamazzi del gruppetto di ragazzi che sta facendo l’aperitivo davanti al Caffè degli Artisti; Cesena continua a vivere, incurante del mio dolore. Mi guardano e parlottano tra loro. Mi credono un matto che fissa il palazzo dall’altra parte della strada, ma la loro stupidità non può capire che davanti a quell’edificio ho perso l’amore della mia vita. In quelle fredde pietre ti ho abbracciato per l’ultima volta. Vorrei gridargli contro e insegnargli il rispetto, ma non ho né le forze, né la voglia di confondermi.
A testa bassa passo a fianco ai giovani e cerco di non prestare attenzione agli sghignazzi che rivolgono verso di me. Il capetto mi ha preso di mira e ogni sera mi apostrofa in maniera diversa. Oggi si avvicina, ha il bicchiere in mano e mi urla contro qualcosa sugli ‘zombie’ e sul ‘trovarsi un hobby’ mentre agita il braccio nudo. Lo fisso. Lui tira fuori il petto, compiaciuto, e io trattengo il respiro per non sentire l’odore di birra stantia. Soddisfatto, si ritira e il branco alza i bicchieri in suo onore. Continuo la mia strada.
Sonia è al solito posto, seduta all’angolo del muro sullo sgabello rosso, la sua dimora giornaliera. Il foglio sul quale ha riversato le emozioni della giornata è appeso al cavalletto di legno con una molletta da bucato. Lei guarda i segni neri che ha creato fondersi con il buio della sera. Scot, il suo fido amico, un meticcio dal colore indefinito, è arrotolato al suo fianco sopra la coperta a quadri che la padrona userà per proteggersi dal freddo della notte.
I suoi capelli grigi sono tenuti insieme da una fascia rossa logora e le rughe delle mani sono segnate dal carboncino. Mi saluta con un’alzata di sopracciglio. Scot batte la coda contro il cemento, felice. Mi chino e lo accarezzo, lui ricambia con una leccata alla mano. L’aria fredda ci pizzica la pelle. Mi sollevo e cerco la mia amica, che si stringe a me. Sento il calore del suo corpo contro il mio, il conforto che ci voleva dopo il gelo degli ultimi minuti.
«Prendiamo il solito, Sonia?» Lei annuisce con un grosso sorriso.
Il bar è colmo di gente che affoga nei bicchieri la stanchezza della giornata lavorativa. Mi faccio largo tra il chiacchiericcio, tra spallate e gomitate, fino al bancone. Domenico è sopraffatto dalle mani tese che continuano a reclamare il proprio turno. Mi fermo in seconda fila, la rossa davanti a me si agita come una forsennata per avere la sua birra, le sue urla sovrastano il chiasso di sottofondo. Domenico si avvicina e si sporge verso di me, non curandosi della ragazza.
«Due Valpolicella Ripasso, grazie.»
Annuisce, prende due calici dal ripiano e versa il vino; lo misura con occhio esperto davanti all’espressione di stupore della ragazza, ancora incredula di essere stata snobbata. Lui termina di versare con meticolosa calma. Poso i soldi sul bancone, mi metto una manciata di noccioline in tasca e prendo i due calici dagli steli. Indietreggio un passo alla volta per proteggerli dall’agitazione che mi circonda, le schiene che mi urtano e mi fanno sussultare.
Fuori l’aria non è più satura di sudore e la fragranza floreale del vino riesce a evadere dai bicchieri. Nell’attesa Sonia si è assopita, forse vinta dal freddo che è cominciato a calare. L’abbaio di Scot le preannuncia il mio arrivo e la fa sobbalzare.
Mi siedo accanto a lei e le porgo il bicchiere. Lo accetta, guardando il rosso scuro come se fosse un piccolo fuoco. Svuoto la tasca, per l’enorme gioia del mio amico a quattro zampe. In silenzio, come da rituale, prendiamo il primo sorso. Chiudiamo gli occhi, insieme, e facciamo un respiro profondo. Non so quante sere siano passate da quando è iniziato.
Mi riporta alla mente la prima volta. Ero distrutto, due giorni dopo il tuo funerale, quando lei mi chiese perché me ne stessi a fissare quel palazzo. Cercavo un segnale, un indizio che mi confermasse che l’ultima sera era stata solo un incubo. Volevo tenerti viva.
Erano spariti tutti, come se con il tuo ultimo saluto il loro compito fosse concluso. Avevano fatto il loro dovere e questo gli bastava. È triste, ma il tuo ricordo sfuma in pochi giorni nella maggior parte delle persone. Il piccolo spazio che occupavi nel mondo viene rimarginato come una ferita superficiale, senza lasciare cicatrice.
Solo nel cuore delle persone che ti hanno amato continui a esistere e continuerai a farlo per sempre.
Sonia ha già finito il vino e comincia a riordinare le sue cose. Piega il cavalletto e lo sgabello e li ripone nella valigia, poi li copre con la coperta. Scot scodinzola e lancia un abbaio sommesso, desideroso di tornare a casa; un rifugio che nessuno considererebbe adeguato per la notte, ma che per loro ha tutto ciò che basta.
Lascio i due bicchieri vuoti su uno dei tavolini all’esterno del bar e sollevo la valigia. Sonia mi prende sottobraccio e ci incamminiamo. Attraversata la strada, ci inoltriamo nel campo incolto che porta verso il fiume Savio. L’erba si schiaccia sotto i nostri passi che calcano la melma. Sopra il Ponte Nuovo le auto passano veloci; sotto, l’eco delle ruote sull’asfalto si mescola al frusciare dell’acqua del fiume. Vicino al pilastro, un telo verde sorretto da quattro rami delimita la casetta di Sonia.
Entrati, lei accende il piccolo fornelletto a gas e vi mette sopra il tegamino pieno d’acqua. Mi siedo sul materasso sudicio e Scot si accuccia nell’angolo opposto, sopra il cumulo di fieno. Sonia chiude l’apertura del rifugio, per non disperdere il calore che i nostri corpi generano. Versa le erbe che ha raccolto nell’acqua e dà una carezza al cagnolino che in risposta si gira sulla schiena, mostrando il bianco della pancia.
«Tieni. Questo è il mio regalo di oggi.» Dalla tasca estrae il foglio di carta piegato in quattro parti e me lo porge. È l’opera che ha disegnato oggi: una fedele riproduzione della Torre Eiffel. Per tenere la mente allenata, riproduce i luoghi che ha visitato quando aveva quella che lei chiama una vita normale. Non saprei definire cosa significhi, ma so che i suoi ricordi sono scatti che prendono vita muovendo il carboncino.
«Dovresti fare un viaggio a Parigi. Si respira amore in tutti i quartieri, e tu mio caro Nico, hai bisogno di ritrovare amore per questa vita.»
«Ho chiuso con l’amore.»
«Non dire così. L’amore è il motore della nostra esistenza. Vero Scot?»
Il cane lancia un abbaio secco, per confermare la tesi della padrona. Non sono convinto abbia capito il senso di quello che ha detto, ma ha senza dubbio riconosciuto la ragione nel tono della voce di Sonia. L’infuso che versa nei bicchieri è bollente e l’odore di ortica maschera per qualche istante il tanfo umido e stantio che ci circonda. Il vapore si è disperso nell’improvvisata capanna e dà l’illusione di aver temperato il microclima al suo interno.
Gustiamo in silenzio la bevanda. Le pareti del riparo si muovono avanti e indietro ogni volta che tira una folata di vento o le ruote di un mezzo percorrono l’asfalto sopra le nostre teste. Scot ha la testa appoggiata al terreno con gli occhi chiusi, sfiniti dalla giornata, a ogni rumore alza l’orecchio destro, in allerta. Poi, quando cataloga il suono come innocuo, lo riabbassa e torna a riposarsi.
Sonia tiene la tazza con entrambe le mani vicino alla bocca. Il vapore distende le rughe che le segnano il volto, incise dalla vita di strada. Ha gli occhi chiusi, immersa in un breve, silenzioso momento di tepore che questo primo sorso le offre. Il clacson del motorino suona tre volte: è arrivata la cena. Risalgo il terrapieno e raggiungo il rider. Quando torno con le pizze, Scot è scattato sulle zampe, in attesa dei suoi amati wurstel.
Pulisco la bocca con l’ultimo sorso dell’infuso, l’ortica mi pizzica la lingua e la gola. Sonia prende una penna e un volantino dalla pila di oggetti buttati dalle persone e ai quali lei dà una seconda vita. Sistema il foglio sul cartone della pizza che tiene sopra le gambe e comincia a scrivere. Ogni volta che la lascio mi regala un pensiero, frammenti di affetto che mi riscaldano il cuore. Dal portafogli prendo una banconota da cinque euro e la piego in due, Scot si avvicina e la addenta con delicatezza dalle mie mani. Supera le gambe della padrona e si dirige verso la ciotola bianca che giace a terra di fianco al materasso. Appena sopra, apre la bocca e vi fa cadere il contante all’interno. Accetta lui il mio piccolo aiuto per il cibo del giorno dopo.
Sonia piega in due il foglietto, me lo porge e mi abbraccia. Le stringo le spalle minute, ricambio e la saluto con un bacio sulla fronte. Mi chino per ricevere l’abbraccio di Scot che mi salta al collo, la sua coda si muove come un pendolo impazzito.
Dopo qualche passo, sono di nuovo solo. Sonia e Scot proveranno a superare una nuova gelida notte. L’offerta di un letto caldo è stata declinata, un’altra volta. Il buio ha inghiottito il telo verde, rimane solo lo scorrere dell’acqua a ricordarmi dove sono. Risalgo il terreno e riemergo dal sottobosco del mondo.
I mattoni del marciapiede scivolano sotto le suole. Il bar trabocca di persone che continuano a scolarsi la vita. Mi siedo sulla panchina umida, appena fuori dal cono di luce del lampione. Invisibile ai loro occhi. Invidio la loro spensieratezza, vorrei tornare a sorridere e gioire della vita; non so se mai ci riuscirò senza di te.
Apro il foglio che mi ha donato Sonia, al centro, in un corsivo delicato ed elegante, vi sono i versi tradotti di una vecchia canzone che lei ama:
“Da qualche parte sopra l’arcobaleno,
volano uccelli blu
e i sogni che hai fatto,
i sogni diventano davvero realtà.
Un giorno esprimerò un desiderio su una stella cadente,
mi sveglierò quando le nuvole saranno lontane dietro di me.”
Alzo gli occhi al cielo. Questa notte non ci sono stelle cadenti, ma solo una lucida luna. Se non ha perso la speranza Sonia, perché dovrei farlo io? Ha ragione, da qualche parte troverò la forza per andare avanti e tornare a volare come un uccello blu…Somewhere over the rainbow.
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