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Consegna prevista Dicembre 2026
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Mai, come in questi ultimi tempi, il fenomeno dell’immigrazione è stato così drammatico. Così disumano. Soprattutto quando le vittime coinvolte sono le donne. Ragazze giovani e ingenue che vengono attirate nella parte benestante del mondo, con la promessa di una vita migliore e finiscono poi nell’inferno dello sfruttamento e della prostituzione.
Da qui inizia la pericolosa avventura di due sorelle nigeriane bellissime e dagli occhi chiari, che attraversano il deserto del Sahara e scoprono un universo di sopraffazione e violenza. Dalle coste libiche all’Italia, attraverso un Mediterraneo vorace di vite umane e poi su, fino a Bologna, dove sperimenteranno varie forme di depravazione. Dove conosceranno una realtà fatta di sottomissione e privazione di qualsiasi forma di libertà.
Delle due, Radhiya è la ragazza più giovane e combattiva, dotata di un’indole che l’aiuterà ad affrontare varie situazioni pericolose e degradanti, dove sono a rischio la vita sua e di sua sorella.

Perché ho scritto questo libro?

Ogni giorno apprendiamo dei tragici naufragi e dei profughi che raggiungono il nostro paese. Vediamo centri di raccolta affollati da uomini e bambini. E le donne, perché se ne vedono così poche? Dove finiscono? Perché di donne, che arrivano in Italia, ce ne sono. Così ho indagato e scoperto il mondo di dolore che le affligge fin da quando lasciano il loro paese. Gli stupri, il terrore e le percosse sono il prezzo per il loro desiderio di fuggire dalla miseria. E’ di questo che io voglio parlare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

  Costrette a vendersi

  Kajumba, in arte Grazia.

  Minuta nei suoi diciassette anni e non sicura di arrivare ai diciotto, Kajumba pensava spesso a quella prima notte in cui era arrivata a Castel Volturno. In una di quelle palazzine di Parco Royal, fatiscenti e isolate dal resto della città costiera che si affacciava sul Mar Tirreno. Avrebbe preferito rimuovere dalla memoria quel trauma patito ma non poteva: ogni giorno della sua miserabile vita era scandito dalle minacce di A’isha, unite alle percosse e ai digiuni imposti come punizione per non aver soddisfatto appieno le pretese dei clienti. Per non aver fruttato abbastanza denaro. Così avvilita lei si trascinava, da una prestazione all’altra, con gli occhi persi nel vuoto, dentro i quali non riusciva a ricacciare le lacrime. Presto avrebbero smesso di piangere, come l’aveva incoraggiata la sua madame. Presto avrebbe imparato a sorridere a comando e a fingere almeno di provare piacere mentre la penetravano, per evitare le continue percosse. Solo che così, scendendo la scala della dignità umana un gradino dopo l’altro, il suo stato d’animo sarebbe peggiorato fino a spezzarsi. In fondo, per la sua fragile mente era solo una questione di tempo. Di poco tempo. Da un appuntamento all’altro, Kajumba passava i suoi giorni senza pause definite, dovendo essere disponibile secondo le richieste, che potevano arrivare in qualsiasi ora diurna, nella quale le veniva imposto di offrirsi per poche decine di minuti. I clienti arrivavano nell’appartamento della sua protettrice e contrattavano con lei quanto pagare, poi si accomodavano nella stanza accanto e consumavano. Lo stesso squallido antro dove lei era stata violentata per la prima volta. La prendevano così, come A’isha gliela offriva e la buttavano su quel lurido materasso, dove lei aveva smesso oramai di difendersi e l’abusavano, senza nemmeno chiederle chi era. Senza nemmeno guardarla in faccia. Questo perché, probabilmente, un po’ si vergognavano di quello che stavano facendo. Ma tanto oltraggio non bastava, perché coloro i quali pagavano e pretendevano di più, la volevano per la notte. Tra i vari clienti che si rivolgevano all’aguzzina questi erano i più corteggiati e favoriti, essendo molto danarosi. Per Kajumba erano i peggiori individui, perché univano alla loro bramosia anche il sadismo. Si divertivano ad umiliarla mentre la possedevano, gridando contro di lei parolacce e insulti che non sempre comprendeva. A volte il supplizio durava a lungo e nelle ore più scure della notte, quando la gente normale riposava e nessuno la sentiva.

  Faraa, alias Gabry

  Faraa non se la passava meglio. Aveva un carattere forte ed era più perspicace delle sue sorelle nella disperazione, ma tanto non le era stato sufficiente per evitare la via Domiziana, che da Pineta mare a Ischitella costituiva uno dei tratti più frequentati dagli habitué del sesso a pagamento. Pure lei era sottoposta all’obbligo di rendersi disponibile in qualsiasi momento e persino quando riposava dopo una notte sui marciapiedi. Per qualsiasi sua necessità, dal semplice mangiare e lavarsi, fino al vestirsi, doveva mendicare verso la magnaccia e subire i suoi rimbrotti per il fatto che tutto era costoso e che lei era lì per ripagare un debito che non aveva mai contratto. Dalle prime ore del pomeriggio a quando scendeva l’oscurità e il traffico delle auto si diradava dopo la mezzanotte, la ribattezzata Gabry si esibiva assieme ad altre due infelici nel cerchio di luce gialla proiettato da un lampione, che delimitava il posto dove lei doveva stare. Vestiva calzoncini molto corti e scuri, che si confondevano con il color mogano della sua pelle. Sopra indossava una maglietta beige dai tre bottoni superiori lasciati aperti per mettere in evidenza i piccoli seni. I suoi capelli, un tempo mossi e copiosi, avevano perso il loro naturale luccichìo, a causa dello stress patito e dei prodotti detergenti di scarsa qualità. Le erano bastate poche sfuriate per capire che non le conveniva sottrarsi alla vista famelica degli automobilisti che le si fermavano vicino. Sapeva inoltre di essere osservata dalle sentinelle degli sfruttatori e dalle sue stesse compagne di sventura, disposte a tradirla e riferire sul suo conto, pur di ottenere qualche misera ricompensa. Per tale motivo aveva sviluppato un talento per riuscire a comprendere, con poche domande del tipo: “sei solo, hai famiglia, figli, oppure che lavoro fai” e valutare se poteva fidarsi o meno dello sconosciuto cliente. Il più delle volte era stata fortunata nell’accettare l’offerta di trenta o quaranta Euro per fornire una prestazione “normale” all’interno di uno dei tanti anfratti ricavati nella boscaglia di Pineta mare. In altri casi aveva dovuto difendersi dalle avances troppo brutali di certi individui e scappare con il denaro strappato dalle loro mani, per ritornare poi alla sua piazzola percorrendo sentieri nascosti sotto i pini marini. Importante per lei era accumulare denaro, quanto più possibile per ogni notte e conquistarsi così una pausa di riposo e qualcosa di meglio da mettere sotto i denti. Faraa voleva fuggire. Prendere per mano Kajumba e scappare da quell’abisso dov’erano sprofondate, ma non sapeva come fare. Aveva sentito delle voci, delle frasi smorzate oppure sussurrate a filo di labbra dalle sue vicine di strada. Racconti di ragazze che con coraggio si erano rivolte e affidate ad agenti delle Forze dell’ordine che si camuffavano da clienti e proponevano loro la salvezza e il ricovero in case protette, se erano disposte a rinnegare il giuramento ju-ju. Se riuscivano a convincersi che quel rito di stregoneria era tutto falso. Liberarsi dalle paure inculcate da tali credenze era il passo più difficile da compiere, per delle persone cresciute nella scarsa cultura e condizionate dalle superstizioni. Ma colei che, tra queste temerarie, aveva compiuto il salto non era più tornata indietro e adesso magari stava vivendo un’esperienza di vita nuova e serena. Era riuscita a buttarsi tutto dietro le spalle. Incredibile. Oppure era stata riacciuffata dai lunghi tentacoli dei cults mafiosi nigeriani, era stata massacrata e ora giaceva smembrata sotto due metri di terra. Questi gruppi criminali si erano infiltrati profondamente nel tessuto malavitoso italiano e si presentavano come i Black Axe, gli Eiye, i Maphite e i Vikings. Però quella ragazza era scomparsa senza lasciare tracce: su questo non vi erano dubbi. Di lei non restava che un’ombra. L’eco di un destino mai raccontato.

  Malaika, a Roma.

  Botte. L’unica parte che fu risparmiata dalle percosse che si abbatterono sul corpo di Malaika fu quella del viso. Picchiata sì, sfigurata no. Qualche sberla in piena faccia si poteva anche darle, ma i lividi non erano un bel biglietto da visita per chi doveva sedurre e invogliare. Per chi doveva alimentare il business della prostituzione. Perciò alla responsabile del grave oltraggio recato ai genitali di Gimbo, il figlio del boss di Tor Sapienza, fu dedicato un trattamento accurato. Malaika venne chiusa in una stanza per due giorni senza cibo e poca acqua, alla mercé di alcuni affiliati del clan dei Maphite, che la stuprarono a turno. Lei pianse e gridò di dolore per tutto il tempo. Supplicò di essere risparmiata ma ciò non le valse ad evitare le nerbate di una cinghia di cuoio, che le ricoprirono la pelle di lividi. Di tanto in tanto appariva Habibah, colei che l’aveva acquistata, per assicurarsi sulle sue condizioni. La osservava compiaciuta, con quel suo viso mezzo smunto dalla paresi, la insultava e minacciava promettendole di mandare qualcuno al suo paese per una “visita di cortesia” ai suoi familiari; poi usciva, dando istruzione agli sgherri sul come procedere. Alcune volte s’intratteneva mentre gli uomini di forza compivano il loro turpe lavoro e, mentre la vittima subiva le violenze, l’afferrava per i capelli e sbiascicava.

  «Allora, bella mia, pensavi forse di arrivare qui per una vacanza? Io ti avevo avvisata, ti avevo dato dei consigli e un’opportunità per evitare tutto questo… E tu? Invece di essere riconoscente, cos’hai fatto..? Mi hai messa in imbarazzo con il figlio del capo e mi hai fatto fare una figuraccia! Ho dovuto mettere alla prova tutta la mia esperienza con gli uomini, per rimediare al casino che mi hai combinato..! Ma non succederà ancora, – agitò l’indice in modo plateale. –  no, no. Vedrai che non succederà più: quando avrò deciso che questa lezione ti potrà bastare, sarà perché diventerai mansueta come un agnellino e ubbidirai a tutto quello che ti ordinerò di fare.»

  Quando, come risposta, la suppliziata la implorava di far smettere il suo calvario, promettendo sottomissione, l’aguzzina sorrideva di rimando con un ghigno sghembo e ordinava.

  «Forza ragazzi, datele un’altra ripassata. Mi raccomando, andateci piano con la cinghia: mi serve che sia presentabile e in grado di lavorare.»

  Alla fine, dopo quarantotto ore di brutalità fisica e verbale, ciò che rimaneva di Malaika era un esserino terrorizzato, succube della madame e incapace di qualsiasi reazione difensiva. Era pronta per esporsi in una delle varie vie, che fossero la Tiberina, la Collatina oppure la Portuense – dentro la Capitale d’Italia. Su di lei però Habibah aveva altri progetti. L’aveva acquistata a un prezzo superiore rispetto le altre che mandava sulla strada perché quella ragazza era molto più bella in confronto alla media. Era costata molto, ma Malaika valeva i soldi investiti e avrebbe fruttato di più come squillo di alto bordo, dedicata a clienti pronti a spendere anche più di mille euro per un appuntamento. Per tale motivo Habibah riteneva necessario il trattamento che le stava infliggendo: doveva assicurarsi di avere il pieno controllo su di lei. Di questo Malaika non aveva contezza e non poteva rendersene conto, così come, nel suo animo, non riusciva a credere che si trovava in quel luogo di perdizione. Non aveva mai toccato un uomo prima di arrivare a Roma; credeva allora nei romanticismi dell’amore e non sapeva quasi nulla delle brutalità del sesso violento. Per lei purtroppo, quei due giorni di sevizie erano solamente l’inizio di una nuova vita costellata di angherie, paura e prostrazione.

  Dafina.

  Dafina pensava spesso a quel momento in cui, appena partita dal porto di Marssa Della, aveva conosciuto Ayodele e sua sorella. Le ritornavano alla mente le parole di Radhiya, ricordava le sue spiegazioni e le confrontava con il presente. Era sconvolta dal mare di menzogne che una signora elegante, traboccante di entusiasmo e simpatia, le aveva scodellato con la massima naturalezza. Come se volesse regalarle un biglietto vincente della lotteria. E lei ci aveva creduto, al pari di sua madre e di sua zia, che affermava di essere grande amica di questa benefattrice. Amica? Oppure complice, per una manciata di naire? Semmai fosse riuscita a tornare al suo paese a rivedere sua zia. Semmai avesse avuto la possibilità di parlarle. Di metterle le mani addosso…

  Bussarono alla porta, delicatamente. Non per rispetto nei suoi riguardi, no di certo, ma per non infastidire quel panzone che stava russando di fianco a lei. Era un industriale, aveva pure spiegato di che cosa si occupava, tra un rantolo e l’altro, ma Dafina nemmeno lo aveva ascoltato. Se n’era rimasta lì, per tutto il tempo necessario e sotto il peso flaccido del suo addome, finché lui dava sfogo al suo istinto animale. Aveva retto i suoi montanti dal ritmo crescente con il viso girato di lato, per non sentire l’alito impastato di vino e tabacco. In quei momenti particolari la sua mente si staccava dal corpo e si librava nel vuoto, alla ricerca dei momenti più belli vissuti con le  amiche nella missione di Padre Amir e perduti nelle pieghe della sua memoria. L’uscio si aprì e, attraverso questo, comparve la faccia truccata di Habibah. Osservò a lungo il cliente che giaceva rilassato, con un lembo del lenzuolo che lo ricopriva fino ai fianchi e mostrò un sorriso di soddisfazione. Mezzo sorriso: una parte della sua bocca pendeva sotto la guancia sinistra, che a sua volta tirava giù la palpebra e la borsa sotto l’occhio. Poi si concentrò sulla ragazza che si era raggomitolata in un angolo del materasso. I suoi occhi grandi, vellutati e colmi di dolore erano puntati su di lei e la bocca mordeva nervosamente l’unghia del pollice. Le diede nuovi ordini, con un sussurro simile al sibilìo di un rettile.

  «Hai finito con lui? – Dafina assentì con un cenno del capo – E allora che ci fai lì? Forza, scendi e vatti a lavare. Tra poco arriva un altro cliente. Voglio vederti fresca, profumata e sorridente.»

  La sfruttatrice arretrò di un passo per richiudere l’anta, ma ritornò indietro. Le andava di parlare, di fare un complimento. Magari per dimostrare che in fondo aveva qualcosa di umano.

  «Sei stata brava e ti stai comportando come devi. Bene. Se continui in questo modo ti risparmierò il lavoro sui marciapiedi.»

  Ma, grazie! Quanta magnanimità. Non aveva deciso Dafina, di piegarsi alla volontà di quella negriera, solo per volerla compiacere. Lei, piuttosto, si era fatta forza e aveva optato per il male minore, dopo aver visto come stavano trattando Malaika. La sua povera amica, che aveva commesso il crimine di ribellarsi e ora subiva una terribile punizione che l’avrebbe devastata nel corpo e nello spirito. Lei aveva sentito i suoi pianti e le grida disperate, mentre gli sgherri di quella donnaccia la violentavano. Fuggire sì, Dafina desiderava ardentemente di andarsene via da quell’orrore. Prendere quelle  cose che aveva, così poche da tenerle in una mano e scappare. Nei momenti più degradanti della sua squallida situazione, esattamente quando la stavano abusando, il pensiero di evadere era divenuto il suo chiodo fisso. Ma se avesse potuto uscire da quella prigione, dove avrebbe potuto rifugiarsi? Lì fuori, chi avrebbe trovato ad aiutarla?

  Chiusa tra quelle pareti di cartongesso, Dafina non poteva nemmeno affacciarsi alla finestra e osservare oltre l’orizzonte. Pure l’azzurro del cielo le avevano tolto ed era una di quelle cose che una persona libera dava per scontate. Ormai per lei c’era solamente una stanza chiusa e illuminata artificialmente, un letto fatto e disfatto alternativamente e aria stagnante. Il suo mondo adesso si era ridotto a questo. E le altre ragazze, come Kajumba e Faraa, rimaste a Castel Volturno, che cosa stavano passando? E le due sorelle destinate a Bologna, che sorte avrebbero incontrato? Dafina se lo chiedeva spesso e immaginava per loro la stessa sofferenza che lei pativa, fatta di privazioni, violenze e umiliazioni. Una vita orrenda destinata a tutte. Oppure no: in quelle ore di viaggio, segregate in una cabina stretta per sei persone, Dafina aveva colto un particolare di Radhiya, che andava oltre la sua bellezza. Radhiya aveva qualcosa di più in fatto di intelligenza, forza di spirito e audacia, come aveva dimostrato durante lo scontro con lo stesso capo dei trafficanti. Pur sapendo di non riuscire a contrastare il potere soverchiante dei carcerieri, lei aveva osato e si era opposta alla loro prepotenza. Non si era piegata. Non si era arresa. E quindi, se era vero che la fortuna sorrideva agli audaci, si poteva ragionevolmente sperare per lei qualche chance in cui potesse rischiare tutto per guadagnare la libertà. Che bel sogno.

  Era solamente un sogno: Dafina riaprì gli occhi e ritornò al presente. Ragionò che non c’era speranza alcuna di uscire da quell’orrore in cui era caduta lei, assieme a tante altre sventurate. Tante ragazze e giovani donne che avevano lasciato la Nigeria inseguendo un’illusione. Che avevano rischiato la vita lungo le vie carovaniere che solcavano il deserto e a bordo di piccole imbarcazioni di fortuna. E poi trovare infine un abisso senza scampo che era lo stesso a Roma, come a Napoli, a Bologna e tante altre città italiane.

  Così meditò sulla sua condizione e si sciolse in un pianto dirotto, che svegliò il cliente. Questi rimase alcuni secondi ad osservarla perplesso, senza sapere cosa fare. Poi raccolse i suoi panni, bofonchiò qualcosa infastidito e uscì dalla stanza.

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Lorenzo Pagiaro
Nato in una famiglia numerosa nell’agosto del 1960, sono entrato nel mondo del lavoro prestissimo, adoperandomi in tanti mestieri.
I primi anni della mia vita sono stati condizionati da ristrettezze economiche, lavoro mal retribuito e una formazione limitata alla formazione professionale.
Una volta raggiunta una mia stabilità, economica e familiare, ho ripreso gli studi, laureandomi all’età di quarant’anni.
Dopo aver lavorato presso alcune grandi Società telefoniche, in qualità di tecnico nelle Telecomunicazioni, nel 2020 ho terminato la mia carriera lavorativa e mi sono dedicato alla scrittura.
Scrivo, perché così riesco a condividere con altri tutto quello stimola la mia fantasia e le mie riflessioni.
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