ANTEPRIMA NON EDITATA
Quella notte Ettore dormì poco e male.
Quanti pensieri aveva in testa!
Che diavolo! Fino al giorno prima trovava a stento degli ingaggi squallidi in merdose navi puzzolenti, e adesso si ritrovava a scegliere tra un lavoro comodo e ben pagato su uno yacht e il lavoro dei sogni di qualunque marinaio che non fosse un fanatico militare.
Perché lavorare su una nave della IMRA era un cazzo di sogno: avrebbe passato la vita a navigare per i sette mari alla ricerca di relitti perduti e di chissà quali tesori, oppure al seguito di chissà quali studi scientifici innovativi, o ancora salvando vite in mare!
La IMRA, infatti, aveva messo a disposizione due delle sue navi più grandi per soccorrere i migranti che tentavano di raggiungere le coste dell’Europa.
Insomma, avrebbe fatto un lavoro avvincente, utile e ben pagato, al soldo della più importante compagnia di ricerca marina e sottomarina d’Italia.
Ma sarebbe stato sotto suo padre.
Il che voleva dire addio autonomia, addio autorealizzazione e benvenuti giudizi e maldicenze. Perché se avesse accettato, da un lato non avrebbe avuto la libertà di lavorare come riteneva meglio: o fai come dice l’Ammiraglio, o sbagli; dall’altro sarebbe stato considerato un raccomandato da tutti i suoi colleghi, e a nulla sarebbe valso il diploma preso col massimo dei voti, o i più di dieci anni di esperienza in mare: sarebbe rimasto sempre e comunque il raccomandato.
Forse aveva ragione sua madre. Forse era meglio non costruire troppi castelli in aria o prendere decisioni affrettate: avrebbe accettato il lavoro sullo yacht, dopo avrebbe preso una decisione sul futuro. Magari sarebbe riuscito a prendere servizio su una nave diversa da quella di suo padre.
La mattina dopo, ancora assonnato, mandò l’e-mail di risposta all’ufficio del signor Trifilò e dopo neanche mezz’ora, mentre si preparava a entrare in doccia dopo aver finito il suo allenamento quotidiano, arrivò la risposta.
“Siamo lieti della sua decisione, bla bla bla, non vediamo l’ora di lavorare con lei, bla bla bla, appuntamento a La Spezia domenica 14 gennaio, ore 11:00, ufficio numero 4 del molo turistico”.
Bene, quindi era deciso.
Passò i successivi cinque giorni a organizzare tutta l’attrezzatura e i bagagli per un anno di viaggio; il venerdì salutò gli amici e i suoi genitori (suo padre continuava a non essere convinto della sua decisione: chi andava in vacanza per mare in pieno inverno?) e sabato partì in direzione La Spezia.
Avrebbe alloggiato in un piccolo motel vicino al porto che conosceva bene e dove la cena era abbondante e di discreta qualità.
Fu così che sabato 13 gennaio del 2024, Ettore Molinelli entrò nella Locanda O’ Sole Mio, salutò Ciro, il proprietario, sistemò le sue cose in camera e andò a fare un giro nella zona del porto. Magari avrebbe fatto un piccolo aperitivo.
Mentre passeggiava, si diresse verso il molo turistico, per vedere lo yacht su cui avrebbe lavorato.
Da quelle parti, tra l’altro, c’era un bar che faceva degli ottimi spritz.
Arrivato al molo numero 4 non faticò troppo a capire quale fosse l’imbarcazione: la Rosa dei venti catturava lo sguardo in tutti i modi possibili. Gli ottanta metri di lunghezza spiccavano in maniera impressionante, avvolti in una tonalità blu notte che faceva risaltare lo yacht in mezzo agli altri, tutti bianchi e, in ogni caso, più piccoli.
Aveva tre ponti scoperti e almeno due ponti coperti.
La plancia, in alto, guardava dentro gli ultimi piani dei palazzi vicini.
Il motore era acceso ma non emetteva nessun suono.
C’era parecchia attività attorno allo yacht, con un sacco di gente che caricava attrezzature e altra roba e funzionari che sbrigavano supercazzole burocratiche.
Ettore aveva portato la sua attrezzatura, compresa di carte nautiche, ma pensava che sarebbe sembrato un bambino al suo primo giorno di asilo in confronto a quello che avrebbe trovato là dentro.
Rimase ad ammirare lo yacht ancora per un po’, dopo di che si diresse al bar: il suo Hugo Spritz lo stava aspettando! (sì, sapeva che era praticamente succo di frutta, ma a lui piaceva lo stesso, a differenza degli aperol o campari, troppo amari per i suoi gusti).
Scelse un tavolo sulla terrazza, quella che dava sul mare; anche se era pieno inverno, era una bella giornata e il sole contribuiva a mantenere una temperatura accettabile, che permetteva di accomodarsi all’aperto.
Da lì, inoltre, poteva continuare a guardare quella che sarebbe stata la sua casa per il prossimo anno.
Certo paragonarla a casa sua era una similitudine degna della divina commedia! Casa sua, un bi-vano con giardinetto, poteva entrare almeno dieci volte dentro quello yacht, giardino micragnoso compreso… Certo, se il vicino si fosse trasferito, lui avrebbe potuto comprare anche il suo appartamento, abbattere una parete…
“Suggestivo vero?”
Una voce femminile interruppe le sue elucubrazioni; si girò e per un attimo rimase stordito: di fronte lui, seduta al tavolino accanto, una ragazza dalle fattezze angeliche ricambiava il suo sguardo (sguardo che, con ogni probabilità, si avvicinava a quella di un gronco a cui hanno appena dato uno schiaffo).
Non sembrava molto alta (Ettore non era mai stato in grado di capire l’altezza delle persone, tantomeno se queste stavano sedute), capelli biondi, scuri, più sul castano (anche qui Ettore spaziava nel range della distinzione maschile dei colori, così che una ragazza daltonica sarebbe stata più accurata); occhi castani, con sfumature verdi lo guardavano da sopra delle labbra piene che, quando sorridevano, creavano delle graziose fossette sulle guance. Non avrà avuto più di venticinque anni.
“Ehilà!” disse la ragazza, continuando a sorridere.
“Eh? Come?” rispose Ettore un po’ spaesato, ancora perso in quelle fossette sorridenti.
“Sembrava ti fossi incantato, eri sovrappensiero?” Disse la ragazza ammiccando: la stronza sapeva che effetto faceva sugli uomini… probabilmente anche sulle donne… probabilmente anche sugli oggetti inanimati… si stava distraendo un’altra volta e questo non andava bene! Quella visione gli aveva rivolto la parola e lui doveva almeno rispondere senza sembrare troppo un imbecille, almeno non più di quanto non lo stesse sembrando già.
“Ah, sì, no, scusami, stavo ammirando quello yacht, è veramente impressionante”.
La ragazza annuì anche se non sembrava molto convinta.
“Lo è davvero” disse “chissà di chi è. Bisogna essere degli stronzi dannatamente ricchi per potersi permettere una barca come questa”
“Ehi attenta, chi ti dice che non sia io il proprietario” disse Ettore con un sorriso.
Ma che CAZZO!!! Gli gridò il cervello dentro la testa. Da dove ti è uscita quella stronzata!? Non vorrai provarci con lei?!?!? Ma si pensò Ettore, in fondo una come lei non sarebbe mai stata con uno come lui, e comunque lui il giorno dopo sarebbe partito chissà verso dove per un anno, non l’avrebbe mai più rivista; quindi, che male poteva fare flirtare un po’?
“Perché? Sei tu il proprietario?” rispose lei. A quanto pareva, stava allo scherzo (rimani concentrato idiota! Ti sei già perso abbastanza nelle tue fantasie per adesso!!).
“No…” disse Ettore “ma avrei potuto”.
“Peccato, mi sarebbe piaciuto fare un giro là sopra” disse la ragazza.
“Mah, non so se ti avrei invitata, in fondo mi avresti appena dato dello stronzo”
“Eh ma sai com’è: noi giovani fanciulle siamo attirate dai ragazzi un po’ stronzi, soprattutto se possiedono uno yacht!”
Scherzarono per un bel pezzo seduti in quel bar. Quando si fece sera e l’aria cominciò a diventare fredda si alzarono.
A questo punto, Ettore avrebbe dovuto dire qualcosa, invitarla a cena o quello che si fa di solito con una ragazza quando è praticamente perfetta e sembra anche interessata a te. Probabilmente lei si aspettava la stessa cosa.
Ma Ettore non era uno stronzo ricco, né uno stronzo povero: Ettore era un coglione, soprattutto quando si trattava di donne.
Così, al momento della verità, rimase in silenzio, accompagnò la ragazza fuori dal bar e lei, dato che lui non aveva fatto niente, se non blaterare di minchiate tutta la sera, lo salutò con un bacio neutrale guancia a guancia e andò per la sua strada.
Anche Ettore si diresse, mesto, verso il suo alloggio, pensando al chilo abbondante di carbonara che lo aspettava alla locanda O Sole Mio.
Lungo la strada ripensò al pomeriggio passato con quella ragazza.
Diavolo che coglione. Avrebbe potuto provarci di più! Ma lui neanche lo sapeva come si fa a provarci con una ragazza! Che si deve dire? Che si deve fare? Una volta una sua amica aveva detto tipo “prendile la mano, vedi se ricambia”, ma non poteva mica prendere la mano a una che era praticamente una sconosciuta! Non avrebbe osato! Però che cavolo, quella ragazza magari valeva il rischio di una figuraccia…
Chissà cosa avrebbe pensato adesso di lui? Cosa avrebbe detto alle sue amiche? “Ho incontrato uno al bar, era carino ma sai che deficiente!? Ha parlato tutto il giorno di barche e mare e poi non mi ha neanche invitata a cena!”.
Vabbè chi se ne frega, pensò, tanto non la rivedrò mai più, non le ho chiesto neanche il nome…
Così, con questi pensieri entrò nella locanda, pronto a gustarsi un bel piatto (e qui la parola piatto è un eufemismo) di carbonara.
Al suo ingresso, un tipo con un giubbotto da motociclista rosso e nero, seduto a un tavolo vicino l’ingresso, si voltò verso di lui e, riconoscendolo, gli sorrise. “Uè Ettores! Che ci fai qui?!”
“Luca? Che ci fai tu qui?!”
“Sto per imbarcarmi su una specie di transatlantico blu, non dirmi che sei anche tu sulla Rosa dei venti!?”
Luca, compaesano, cuoco di bordo e caro amico di Ettore, a quanto pareva sarebbe stato con lui.
Luca era più grande di Ettore di una decina d’anni. Aveva lavorato sotto suo padre quando questi era agli inizi e si era legato molto all’Ammiraglio e alla sua famiglia. Una volta cresciuto, Ettore aveva scoperto di avere tante cose in comune con lui, specialmente la cucina (il cibo, più che altro. Ettore restava a livello sopravvivenza quando si parlava di cucinare), la passione per le moto e per il mare.
Non avevano mai lavorato sulla stessa nave; questa volta sarebbe stato in buona compagnia.
Si unì a lui al tavolo e ordinò la sua tanto agognata carbonara.
“Non puoi capire che ragazza ho conosciuto oggi pomeriggio…”
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