Tutti mentono, ma le suole no. Le suole sono le uniche oneste in un mondo di millantatori.
Ero seduta sulla solita panchina del binario 4, osservando davanti a me il mondo “piatto” e sorseggiando un caffè che era l’unica cosa più amara della mia opinione sulla moda corrente. C’era un’aria densa tra i binari milanesi, un odore di olio bruciato e polvere antica che sapeva di storie interrotte. Fuori, Milano era già in piedi, pronta a inghiottire chiunque non avesse il passo abbastanza veloce.
Per gli altri, quello era l’inizio della giornata lavorativa, un groviglio di volti stanchi e caffè bevuti in fretta. Per me era un documentario del National Geographic sulla decadenza della postura umana. Non guardavo mai i visi. I visi sono maschere costruite con cura: un sorriso forzato, un trucco pesante, uno sguardo che evita l’altro.
Ma le scarpe… le scarpe sono il confessionale dell’anima.
Un paio di Oxford in vitello nero passò davanti a me. Lucidatura a dovere con il tacco leggermente consumato verso l’interno. Pronatore. Un uomo che portava il peso di un mutuo variabile o di un ego troppo pesante per le sue caviglie. Poi, un paio di sneaker bianche immacolate. Passi brevi, nevrotici. Una ragazza che aveva paura di vivere per timore di macchiarsi la tomaia. Provai una punta di pena per lei: camminare sulla gomma è come bere un vino analcolico. Non c’è struttura, non c’è carattere.
Io, invece, ero salda sui miei tacchi. Quel giorno avevo scelto stivaletti neri con un tacco dodici così affilato da poter tagliare il vetro e all’occorrenza, le pretese dei miei ex.
Non indosso mai scarpe basse. Mai. Le ballerine le considero un’offesa personale al genio italico e le scarpe da ginnastica le ammetto solo se stai effettivamente scappando da un incendio (e anche lì, dipende dall’incendio). Senza tacchi mi sento come una carbonara senza guanciale: priva di senso logico.
Fui interrotta da un evento catastrofico per le mie coronarie.
Non proveniva dal binario, ma dalla mia borsa. Il cellulare vibrò con una notifica. Era un’email, l’oggetto era: “Offerta d’incarico, curatrice associata – Galleria d’Arte Penelope”.
Sessanta secondi. Tanto mi ci volle per leggere il messaggio. Mi avevano offerto il lavoro dei miei sogni. Curatrice associata.
Il cuore mi pompava nelle orecchie, un ritmo fastidioso. Avrei dovuto essere felice. Ma pensai solo a una cosa.
Il codice di abbigliamento della Penelope era notoriamente rigido: “Professionale, sobrio, scarpe basse per le lunghe ore in piedi”.
Guardai i miei stivaletti con il tacco dodici che mi facevano sentire invincibile. Erano la mia identità, la mia corazza. Il lavoro richiedeva di indossare scarpe da ginnastica eleganti, o peggio, ballerine.
Per la prima volta nella mia vita, l’idea di mettere da parte il tacco per un paio di scarpe piatte mi sembrò l’unico modo per avanzare. E la cosa mi terrorizzava.
Capitolo 2
La prospettiva si abbassa
L’email. La lessi di nuovo. L’oggetto era chiaro, la paga ottima, la posizione perfetta. I requisiti erano semplici: “scarpe comode e funzionali, l’estetica è secondaria”.
Strinsi il cellulare. Le mie dita si mossero automaticamente verso l’icona dell’app della Galleria Penelope per rispondere, ma si fermarono.
Scarpe basse. L’idea mi faceva quasi male fisicamente. Era come chiedere a un vegano di lavorare in una macelleria.
Mi voltai e guardai la folla sul binario che saliva sul treno. Vedevo centinaia di piedi, ma per la prima volta non li giudicavo. Vedevo solo persone che andavano al lavoro. Persone con mutui, orari, compromessi. Io ero al di sopra di tutto ciò, sul mio tacco dodici. Ero un’osservatrice, non una partecipante.
Questo lavoro mi avrebbe resa una di loro.
Il treno partì, e io rimasi seduta sulla panchina, da sola. Decisi di non salire. Non potevo rispondere a quell’email in fretta.
Tornai a casa a piedi. Fu una passeggiata insolitamente lunga. Il tacco dodici non era mai sembrato così pesante, ogni passo una conferma della mia rigidità, del mio rifiuto del compromesso.
Il mio appartamento era un museo del silenzio, minimalista, non c’erano grandi oggetti, ma la mia camera da letto con la sua scarpiera a vetro era il cuore pulsante della casa. Centoundici paia: alcune esposte come opere d’arte, orgogliose della propria altezza; altre ancora protette nelle loro scatole. Se dovevo andare in guerra, indossavo le décolleté rosso sangue. Se dovevo sedurre il cameriere per un posto migliore, puntavo sui sandali a listini. Ogni scarpa aveva il proprio ruolo. Ognuna una promessa di potere, controllo, identità.
Quando arrivai nel mio appartamento, mi fermai davanti alla scarpiera. Aprii l’anta e venni investita dal profumo del mio mondo: un misto di cuoio pregiato, vernice fresca e un vago sentore di cedro. Per me le scarpe si dividevano in due categorie: i tacchi e le calzature ortopediche. Non esisteva una via di mezzo, non esistevano sfumature. Le sneakers erano per chi aveva rinunciato, le ballerine per chi non aveva mai iniziato. Io non avevo scelto i tacchi; avevo semplicemente rifiutato tutto ciò che non fosse una sfida alla gravità.
Mi piaceva la tensione perenne del polpaccio, quell’arco che il piede descriveva dentro la pelle delle décolleté come una corda di violino pronta a scattare. Camminare rasoterra mi dava quasi la nausea, una sorta di mal di mare al contrario; sentivo i muscoli spegnersi, come un’auto di lusso costretta a viaggiare col freno a mano tirato. La comodità è uno stato mentale che non mi appartiene, è la pigrizia muscolare di chi accetta di farsi trascinare dalla corrente. Stare su uno spillo di metallo, invece, è un atto di volontà pura. Era la mia sferzata di adrenalina quotidiana: l’unico modo che conoscevo per non sentirmi, semplicemente, spenta.
Nell’angolino più remoto e più nascosto della scarpiera presi una scatola con su scritto “Ballerine – Nere, camoscio, regalo indesiderato, da buttare”. Le presi in mano. Erano leggere, senza anima, flosce. A mio parere un’offesa personale al buon gusto.
Rimasi lì per un’ora, con le ballerine in una mano e il cellulare nell’altra, l’email della Galleria Penelope ancora aperta.
Per la prima volta, non sapevo che scarpe indossare per il prossimo capitolo della mia vita.
Capitolo 3
Il punto di non ritorno
Non ero mai stata una che amava le metafore, ma quella sera il mio appartamento ne era pieno. La scatola aperta delle ballerine sul pavimento sembrava un altare sacrilego alla rinuncia; accanto, i miei stivaletti dal tacco dodici restavano come silenziose sentinelle del mio ego ferito.
Il telefono vibrò. Un promemoria: “Rispondere alla Penelope entro 24 ore”.
Solo ventiquattro ore per capire se rinunciare alla mia personalità o se rinunciare al lavoro dei miei sogni.
Amavo la Penelope perché non chiedeva scusa a nessuno. Erano arroganti, selettivi e spietatamente costosi. Erano l’equivalente artistico di uno stiletto di vernice nera: potevano farti male, ma non potevi smettere di guardarli.
Mi versai un bicchiere di vino rosso, un Montepulciano robusto, che a differenza delle ballerine, aveva carattere e struttura. Mi sedetti sul divano, osservando il contrasto tra la morbidezza del camoscio piatto e la rigidità della mia intera filosofia di vita.
Dovetti aggiornare il mio credo da: ‘Tutti mentono, le suole no. Ad eccezione di quelle piatte: loro sì che mentivano’. Promettevano comfort, ma in realtà, per me, erano una promessa di anonimato, di mediocrità. Erano l’ammissione che il mondo potesse appiattirmi. Ma l’email offriva l’unica cosa che desideravo più dell’estetica: l’arte vera, un lavoro che mi avrebbe portata a un livello superiore, sì, ma a livello del pavimento . Una posizione che mi avrebbe dato potere.
Il potere, mi ricordai, si costruisce mattone su mattone. O tacco su tacco.
Presi le ballerine. Presi il telefono. Le mie dita non esitarono più. Accettai l’offerta. Inviai il messaggio di conferma e diedi la mia disponibilità per il giorno successivo.
Domani, per la prima volta, avrei camminato senza fare rumore. La mia vita stava per cambiare, e io stavo per atterrare. O meglio schiantarmi al suolo.
Capitolo 4
Fruscio sul marmo
La mia accettazione non era stata una vittoria, ma l’inizio di una guerra silenziosa contro il mio stesso riflesso. Con lo schianto al suolo, stavo imparando a camminare tra le macerie della mia identità.
Quella notte non dormii. Il silenzio del mio appartamento era interrotto solo dal ticchettio dell’orologio a muro, che sembrava battere lo stesso tempo del mio dubbio.
Mi alzai all’alba. Presi dal mio armadio un pantalone a sigaretta nero, una camicia di seta avorio. Poi arrivò il momento della scelta. Guardai la mia scarpiera. Sapevo che avrei dovuto indossare le ballerine, ma il mio corpo si ribellò. Come ultimo atto di sfida, infilai le mie décolleté più affilate. Volevo sentire il marmo di Milano sotto i miei piedi, prima di arrendermi alla mediocrità della gomma.
Uscii di casa. Milano era ancora avvolta in una nebbia fitta. Il clack-clack dei miei tacchi risuonava solitario tra i palazzi deserti, un suono che mi faceva sentire viva, padrona di ogni centimetro di asfalto. Arrivai in stazione con cinque minuti di anticipo. Osservavo le suole bugiarde dei pendolari e le sneaker degli studenti, portando avanti la mia solita analisi antropologica. Poco lontano, una ragazza trascinava una valigia enorme; indossava scarpe da ginnastica pastello, consumate sulla punta. Non era odio il mio, ma una sorta di pietà: quelle scarpe raccontavano di chi cerca la comodità perché ha ancora troppa strada da fare per preoccuparsi della forma. «È ancora nella fase della ricerca», mormorai, «non ha ancora scoperto che un tacco ti regala una prospettiva diversa sul mondo.»
Una volta seduta accanto al finestrino, tra una fermata e l’altra, aprivo la borsa, tiravo fuori un sacchetto di tela anonimo ed estraevo le ballerine di camoscio nero. Tirare fuori quel sacchetto fu come sventolare bandiera bianca in un vagone affollato. Mentre sfilavo lo stivale, il mio polpaccio ebbe un sussulto, una contrazione involontaria, come se il muscolo cercasse disperatamente di rimanere teso, di non abbandonare la sua forma ideale. Via i tacchi, dentro le pantofole dell’anima. Infilare le ballerine fu un brivido freddo: il contatto quasi diretto con il pavimento del treno mi fece sentire ogni singola vibrazione dei binari. Ero vulnerabile. Ero a terra. Ero diventata un’ombra silenziosa che si preparava a scivolare lungo i corridoi di un uomo che non aveva ancora un volto, ma che già governava i miei passi.
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