Chiuse il diario con cautela, come se avesse paura di svegliare qualcosa. Restò immobile, lo sguardo perso, ma dentro di sé era frastuono. Vedeva i volti dei suoi nonni: lo sguardo segnato di Luigi, la dignità impassibile di Caterina. Li immaginava al Silos, stretti l’uno all’altra, con Domenico spaventato, senza sapere cosa sarebbe successo. Ma qualcosa li teneva in piedi. L’amore? La fede? O solo una testarda voglia di non cedere?
Risentì la voce della nonna, bassa, mentre cuciva, raccontando della sua giovinezza senza soffermarsi sui dolori. Come se certi ricordi li avesse riposti nel buio, in attesa del momento giusto. Mio padre aveva sei anni, pensò. Eppure non era diventato amaro. Né duro. Era diventato suo padre. Caterina era stata tutto. Non solo una nonna affettuosa, ma una radice che teneva in piedi la pianta, anche se taceva.
Allungò la mano e sfiorò la pagina, come per afferrare un pezzo di passato, anche solo per un attimo. «Nonna…» mormorò. «Grazie per aver scritto tutto questo. Ora lo so… ora capisco. Era amore, il tuo. Anche quando sembrava assenza. Anche quando sembrava niente. Era amore vero. E io l’ho trovato qui dentro.»
Riaprì il diario con cautela, come se il solo gesto potesse far male a qualcuno.
Erano passati solo pochi giorni dal nostro arrivo in Italia, ma sembravano un’eternità. Ogni ora pesava più della precedente. Quando ci dissero che ci avrebbero trasferiti a Sistiana, qualcuno parlò di un “centro di accoglienza”. Mi immaginai qualcosa di semplice, ma umano. Invece ci ritrovammo davanti a capannoni grigi, simili a magazzini abbandonati.
Appena scesi dal camion, ci investì un’ondata di umidità e ferro, come se l’aria non si fosse mai mossa. Mi venne in mente il Silos, ma questo posto sembrava più spoglio, più abbandonato. C’era meno disperazione nell’aria, ma più rassegnazione. Come se anche la speranza si fosse stancata.
Ci raccontarono che un tempo c’erano i soldati americani. Ora c’eravamo noi, a cercare rifugio in quel limbo. Le brandine erano tutte uguali, cigolanti, con materassi sottili che ti ricordavano che eri un corpo, che pesavi. Le molle ti entravano nelle scapole appena ti sdraiavi. Alcune brandine senza lenzuola, altre con coperte rattoppate o troppo corte. Il freddo passava sotto tutto, infilando ogni centimetro di pelle come un coltello affilato.
Ogni famiglia aveva il suo angolo, separato da lenzuola appese come tende inutili. Ma in quel posto, “spazio” non significava niente. Domenico corse subito a toccare un letto di ferro, batté sopra le dita, quasi per controllare se fosse vero.
Mi guardai intorno. I volti erano tirati, spenti. Ognuno raccontava la stessa storia: quella di chi aveva perso qualcosa, senza sapere bene cosa.
«Luigi…» dissi, sistemando le poche cose sotto la brandina. «Come faremo a vivere qui?» Non rispose subito. Si piegò vicino a me, mi prese la mano. Le sue dita erano fredde, ma mi stringevano forte. «Ghe la faremo, Caterina. L’è solo per un poco. Te vedarà, troveremo qualcossa de mejo.»
Annuii. Non ci credevo davvero, ma lo feci per lui. Perché aveva bisogno di sentirmi dire di sì. Anche lui era stanco, più di quanto volesse ammettere. Ma finché mi stringeva la mano, bastava. Almeno per arrivare a domani.
I giorni a Sistiana si assomigliavano tutti. Lenti, grigi, intrisi di noia e immobilità.
Il tempo scandito dal rumore delle gavette contro i secchi del rancio. Alcuni facevano la fila con largo anticipo, come se sperassero in qualcosa di diverso. Ma alla fine era sempre la stessa roba: pane duro, brodaglia tiepida che sapeva vagamente di verdura. A volte era già fredda prima di arrivare al nostro angolo.
Mi svegliavo all’alba, non per dovere, ma per ansia. Cercavo di sistemare un po’, di dare un senso a quello spazio che non aveva nulla di casa. Il cemento restava freddo, le coperte leggere, e la polvere si infilava dappertutto. Anche nei pensieri.
Domenico cercava di giocare vicino, ma con attenzione, come se avesse capito che quello non era un posto per bambini. Ogni gesto era misurato, come se muoversi troppo velocemente fosse un lusso che non poteva permettersi.
I bagni stavano fuori, in una baracca sgangherata, con il vento che entrava tagliente e bagnato. E l’odore… lasciamo stare.
Una notte, Domenico, con la febbre alta, si svegliò con lo stomaco in subbuglio. Tremava come una foglia. Luigi lo prese in braccio, senza dire una parola, e uscì con lui nella notte. Io rimasi seduta sul letto, a mordermi le labbra per non piangere. Pregai. Senza parole, solo pensieri confusi lanciati verso il cielo, come palline di carta sperando che qualcuno le raccogliesse.
Mamma e papà dormivano accanto a noi. O almeno ci provavano. Quella notte si svegliò anche mamma, come succedeva sempre più spesso. Si alzò appena dal materasso, guardò verso la tenda che usavamo come porta, poi mi lanciò uno sguardo stanco, uno di quelli che ti colpiscono come un ago. Era preoccupazione, certo, ma anche amore che fa male, perché non può fare niente. «Caterina… questo bambino ha bisogno di calore vero. Così si ammala di nuovo.» Aveva ragione. Lo sapevamo tutti. Ma cosa potevamo fare? Avevamo una sola coperta. E ci coprivamo tutti e tre con quella. Ogni notte era una lotta per farla bastare, per tirarla su fino alle spalle senza scoprirci i piedi. Avevamo il calore dei nostri corpi, il fiato condiviso sotto quello straccio, e qualche canzone che canticchiavo per far addormentare Domenico. E la speranza. Quella cercavamo di non farla gelare, anche se tremava anche lei.
Non eravamo soli. Appena oltre il nostro “spazio”, due lenzuola tese con dello spago, c’erano gli Zoffoli. Stretti come noi, in un angolo ricavato con inventiva e tanta rassegnazione. Anna, la madre, era alta e snella, con occhi chiari, sempre aperti e attenti, anche quando sembrava che non ce la facesse più. Parlava poco, forse perché le parole si consumano in fretta.
Un giorno la guardai mentre piegava maniacalmente i vestiti dei figli. Non era solo ordine. Era resistenza. Ogni piega sembrava un modo per proteggere i bambini da quel disastro che ci circondava. Ettore, suo marito, aveva mani grandi e rovinate, sempre alla ricerca di qualcosa da aggiustare: un manico rotto, una sedia traballante, una cassa di legno trasformata in armadio. Ogni tanto si avvicinava al nostro angolo, timido, come se avesse paura di disturbare. «Se vi serve qualcosa per Domenico… potrei provare a fargli una culla. Non sarà bella, ma almeno avrà le gambe ferme.» Quella frase mi toccò profondamente. Sorrisi, solo quello. Annuii, ma non sapevo se era per lui o per me.
Poi c’era Giuseppe. Nessuno conosceva il suo cognome. Veniva da Pola, e tutti lo chiamavano “il nonno del campo”. Indossava un cappello stropicciato e un cappotto largo. Se ne stava sempre seduto su una vecchia valigia, come se non avesse voglia o forza di stare altrove.
I bambini gli giravano intorno con rispetto, e lui raccontava: storie vere, storie inventate, mescolate senza confine, come se non importasse dove finisse il ricordo e cominciasse la fantasia. «Noi gà da smettere de rider,» ripeteva sempre. «La guera ne ga portà via xà bastansa. I sogni no. Quei i gà da restar.»
Una notte arrivò una notizia da Padriciano. Una bambina di quattro anni era morta nel sonno. La madre l’aveva trovata rigida, le mani chiuse come conchiglie vuote. Non bastavano le coperte. Non bastavano le braccia.
La pesantezza che seguì fu inquietante. Non solo tristezza, ma un baratro che si apriva sotto i piedi. Come se il respiro di tutti si fosse fermato nello stesso momento. Ricordo Anna, seduta vicino al fuoco spento, con lo sguardo perso. «Poteva essere la mia Alice… o il tuo Domenico.»
Aveva ragione. Nessuno rispose, ma quella paura ci insidiò tutti. Si insinuò tra le coperte, nei pensieri, nei sogni. Quella notte, come tante altre, mi svegliai più volte. Guardai Domenico, rannicchiato accanto a me. Mi chinai per sentire se respirava, come facevo spesso dopo quella notte. Era diventato un gesto automatico, una preghiera discreta.
Verso sera, Giuseppe riuscì a trovare legna umida e accese un fuoco davanti all’ingresso del capannone. Il fumo bruciava gli occhi, ma il calore era qualcosa, anche se durava poco. I bambini si radunarono attorno a lui, infagottati in giacche troppo grandi, cappelli storti, guanti spaiati. Domenico si sedette sulle sue ginocchia senza dire una parola. Giuseppe cominciò a raccontare. Parlava di un’estate a Medulino, di quando correva tra i campi alti, di sua madre che sfornava il pane ogni sabato, del profumo che riempiva la casa. Poi, si rivolse ad Alice, che aveva ancora gli occhi spalancati per la paura. «Un dì tornerè a sentir el sole sulla pele. No sarà sempre cussì. Fideve de un vecio.» Io ascoltavo da più lontano, con le mani gelate sotto lo scialle, e sentivo quel peso crescere. Quelle parole si piantarono nella mente come semi. Non era tanto cosa diceva, ma come lo diceva. Come se sotto tutto quel dolore ci fosse una brace nascosta nella cenere. Come se lui sapesse qualcosa che noi avevamo dimenticato. Qualcosa che non si può dire, ma che si sente, quando si ha ancora il fiato per sentire.
In quei giorni, la speranza era fatta di gesti minuscoli. Non parole, non promesse. Solo piccoli atti che tenevano in piedi quel poco che restava.
Luigi, senza guardarmi, tagliò a metà la nostra coperta e la portò a Ettore. «Domani vediamo se riesco a trovarne un’altra.» Lo disse come se parlasse del tempo. Anna, che parlava poco, portò una scodella di minestra a una vecchietta della baracca accanto. Era calda, tanto da farle tremare le mani quando la porse. Non serviva altro, solo quel gesto. Un cucchiaio alla volta, contro la desolazione che ci circondava.
In quel rifugio non c’erano eroi. Solo gente stanca, che si teneva insieme come poteva: con uno sguardo, una carezza, il corpo davanti a una fessura nel muro quando tirava vento.
Ogni mattina, appena il sole spuntava, uscivo un momento. Anche se il freddo mi tagliava le orecchie e i piedi bruciavano nel ghiaccio. Guardavo il cielo e ripetevo le parole di Luigi: “È solo per un po’, Caterina. Troveremo un posto migliore.”
Non sapevo se ci credevo, ma le ripetevo lo stesso. Come una preghiera strappata, di quelle che ti inventi quando non ne ricordi più nessuna, ma hai bisogno di dirla.
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