La porta si aprì con un cigolio familiare, Viola era seduta al tavolo, davanti a una tazza di tè ormai freddo. Sua madre posò la borsa con un sospiro.
“Tutto bene?” Viola alzò lo sguardo. Lo disse con un filo di voce.
Un attimo. Una frazione di secondo. Poi la madre si fermò.
Le mani sulle maniche, come se qualcosa le avesse stretto il respiro.
“Io ci ho pensato a lungo. E ho deciso di accettare. È una proposta di quelle che non si possono rifiutare, non alla mia età.”
Silenzio. Solo il rumore della pioggia contro i vetri.
“Capisco” – disse infine e si sedette piano, di fronte a lei. Le prese una mano, con dolcezza materna, senza parlare subito.
“Hai quello sguardo… quello che avevo io quando ho lasciato casa mia per la prima volta.”
Viola la guardò sorpresa. “Davvero?”
“Certo. Solo che allora tua nonna pianse per tre giorni e non mi disse nemmeno “brava”.
La madre si passò una mano tra i capelli, per frenare un’emozione che stava salendo troppo in fretta.
“Mi mancherai, Viola. Ogni giorno. Ma sarei egoista a volerti qui solo perché mi fa bene averti vicino.
“Non ti sto lasciando.” Disse Viola come per giustificarsi. “È solo… un altro inizio.”
La madre sorrise. Le carezzò il viso come quando era piccola.
“Lo so. E tu sei pronta.”
“Vai. Fai vedere a Torino chi sei. E poi le cose facili a te non sono mai piaciute!” – Sorridono entrambe.
“E ricordati che casa tua ci sarà sempre. Anche a chilometri di distanza.”
Viola si alzò e le si sedette accanto. Si abbracciarono forte.
Come solo una madre e una figlia sanno fare.
Leonardo fissava un punto vago davanti a sé. Le dita intrecciate, le gambe accavallate in modo rigido. La voce gli uscì appena.
“L’ho fatto. Con Viola, dico. Abbiamo fatto l’amore.”
La terapeuta annuì. Non lo giudicò. Non commentò.
Leonardo iniziò a parlare, come un fiume in piena, con urgenza.
“E poi, invece di sentirmi… più vicino a lei, mi sono sentito ancora più distante. Come se il corpo avesse fatto una cosa e il resto… tutto il resto fosse rimasto fermo. Ghiacciato.”
Un respiro. Le mani ora tremavano appena.
“Lei è bella. È vera. E mi guarda come se ci fosse ancora qualcosa di buono in me. E io vorrei… vorrei riuscire a crederle. Ma è come se qualcosa dentro si fosse spento da troppo tempo. Da quando è morta mia madre.”
La terapeuta fece un piccolo cenno con il capo. Leonardo abbassò lo sguardo.
“Non mi ha mai detto “ti voglio bene”. Mai. Però mi lasciava il piatto preferito sul tavolo ogni mercoledì. Mi sistemava le camicie, anche quando litigavamo. Mi copriva se mi addormentavo sul divano. Quelle cose che nessuno chiama amore, ma lo sono. Solo che io me ne sono accorto troppo tardi. Troppo tardi per dirglielo. Quando se n’è andata… è come se tutto si fosse congelato. Io, il cuore, la voce, tutto. Ho smesso di chiedere, di sperare. Mi sono promesso che non mi sarei più affezionato a nessuno. Per non sentire più quella fottuta mancanza.”
Gli occhi gli si riempirono, ma non pianse.
“E adesso arriva lei. Viola. E senza far nulla mi scardina. Mi smonta. Mi fa venire voglia di restare, anche se io voglio solo scappare.”
Un respiro più profondo.
Poi una frase detta quasi sottovoce, come un bambino che teme di essere sgridato:
“È questo che fa paura. Che io non so se sono ancora capace di amare.”
La terapeuta lo guardò con dolcezza. “Eppure… stai qui. E me lo stai dicendo.
Hai idea di quanto coraggio serva?”
Leonardo abbassò gli occhi.
“Non lo so. Ma so che fa male.”
E per la prima volta da mesi, un nodo cominciò lentamente a sciogliersi
Ciao Leo.
Non ti scrivo per chiederti spiegazioni. So che quando ti allontani non è per cattiveria, ma perché qualcosa dentro di te fa troppo rumore per riuscire a restare fermo. E io quel rumore l’ho sentito. L’ho sentito anche quando eravamo vicini. Soprattutto allora.
Volevo solo dirti che ho ricevuto una proposta di lavoro fuori città.
E dopo averci pensato tanto, ho deciso di accettare.
Parto tra qualche settimana.
Non ti sto dicendo addio. Non so nemmeno se ci sarà un addio. Ma ci tenevo che lo sapessi da me, e non per caso.
Perché, nonostante tutto, tu sei stato una presenza importante in questi mesi. Anche nei tuoi silenzi. Anche nelle fughe.
E perché quello che c’è stato tra noi, io non lo cancello. Anche se non ha avuto il tempo di diventare qualcosa di più.
So che non sei pronto. So che ti fa paura restare.
E non ti giudico per questo.
Solo… spero che un giorno tu trovi il coraggio di tornare, anche solo dentro te stesso.
Perché quello che c’è in te vale la pena.
Anche se tu fai di tutto per nasconderlo.
Ti auguro pace. Anche se lontano da me.
Viola
La luce del telefono illumina il suo viso. Leo è solo, seduto sul pavimento accanto al divano, le spalle curve, il bicchiere mezzo pieno accanto a lui.
Una notifica. È Viola.
Leonardo legge.
Legge tutto d’un fiato.
Trattiene il respiro, come se potesse sospendere il tempo. Alla fine, lo sguardo resta fisso sul vuoto. Non piange. Non dice nulla.
Ma qualcosa in lui si spezza piano. Non rumorosamente: si frantuma in silenzio, come il ghiaccio che si crepa sotto i piedi. Resta immobile per un minuto intero, poi digita con lentezza.
Ogni parola pesa come un macigno.
Complimenti per il lavoro, Viola.
Te lo meriti tutto. E anche di più.
So che te ne andrai e non so se ci rivedremo.
Ma grazie per non avermi fatto sentire sbagliato, nemmeno quando lo ero davvero.
Buona fortuna. Davvero.
Leo.
Le giornate volano e arriva il momento di partire per la sua nuova avventura. Torino la aspetta.
Una macchina piena di scatoloni si ferma davanti a un palazzo color sabbia. Viola scende. È stanca, spettinata, ma c’è una luce nuova nei suoi occhi.
“Non so se sono pronta.” pensa tra sé e sé – “Non so nemmeno se sto scappando o cercando qualcosa. Ma ho bisogno di questo silenzio. Tutto mio.
Per capire chi sono, quando non sono la figlia di qualcuno. O l’amore di nessuno.”
Le pareti bianche, la luce che entra morbida dalla finestra. Viola entra con uno scatolone in braccio. Lo appoggia a terra. Guarda intorno. Silenzio. Si siede a terra, in mezzo alla stanza. Respira. Poi chiude gli occhi e sorride. È un sorriso sottile, pieno di paura. Ma anche pieno di speranza.
“Qui non c’è nessuno.” – dice, questa volta a voce alta, “Solo Viola.”
E forse, va bene così.
Sul tavolo, il cellulare vibra. Un messaggio da Marta: “Tutto bene?”
Viola risponde: “Sì. Credo di sì.” Fa una pausa. Poi scrive.
“Sono a casa. A Torino.”
“Che bello! Io sto partendo per New York, spero di tornare presto. Non vedo l’ora di venire a vedere il tuo nuovo appartamento.
P.S. Mi manchi già.”
La moka intanto borbotta sul fornello. Viola si guarda intorno: piatti ancora nei cartoni, una sola pianta vicino alla finestra, niente tende. Solo qualche statuina etnica sulle mensole e il palo santo ancora fumante, la spiritualità e i riti scaramantici non possono mancare neanche e soprattutto in questo momento così importante.
Beve il caffè seduta per terra, ancora in pigiama. Il silenzio a volte pesa. Altre volte ti tiene compagnia. Ha imparato a distinguere la differenza.
Nei giorni seguenti, prende appunti sul telefono, osserva la città in movimento. Viali enormi, rispetto alle stradine del suo paese, tram, traffico e caos. Volti sconosciuti, parole che non le appartengono ancora. Sorride timidamente alla barista del bar sotto casa. Cerca di trovare il suo posto, di trovare il suo equilibrio in una nuova quotidianità.
Il negozio, il suo nuovo e prestigioso posto di lavoro, è curato, pulito, luminoso. Una collega le mostra gli spazi, il magazzino e le racconta un paio di aneddoti divertenti per rompere il ghiaccio. Viola finge di capire tutto. Sorride. È felice e preoccupata allo stesso tempo, ha sempre combattuto contro il suo non sentirsi all’altezza in certe occasioni.
In pausa pranzo mangia sola per due giorni. Un toast, un’insalata. Il terzo giorno si siede accanto a lei un ragazzo, che si occupa del Visual Merchandising:
“Sei la nuova Store Manager, vero?”
“Sì. Mi chiamo Viola.”
“Benvenuta nel caos.”
Ridono.
“Allora forse ha ragione mia madre quando dice, che se una cosa non è difficile a me non piace.”
Il ragazzo accenna un sorriso a labbra chiuse, alzandosi dalla sedia della mensa per tornare al lavoro.
“Ah, scusa, io sono Andrea. Buon lavoro.”
Viola lo guarda andare via e pensa che forse, questo nuovo lavoro poteva essere anche molto interessante.
La sera però è il momento più difficile, Viola da sola rannicchiata sul divano, illuminata da una lampada e un bicchiere di vino rosso in mano.
Il cellulare si illumina.
Videochiamata in arrivo da Marta.
“Com’è lì?”
“Più grande. Più grigio. Ma… mi piace.”
“Hai già pianto?”
“Quasi ogni sera.”
“Brava. Vuol dire che stai crescendo.”
Ridono insieme.
Viola si sdraia nel letto vuoto. Guarda il soffitto.
Ha una foto della madre sul comodino.
Le manda un vocale:
“Sto imparando a stare da sola.
Ti voglio bene.”
A volte la solitudine fa paura. Ma è anche lì che ti riscopri. Un passo alla volta.
Un giorno dopo l’altro. E poi, senza accorgertene, cominci a respirare di nuovo.
Dopo cena, Leonardo e suo zio Alberto siedono a tavola. Una bottiglia di vino a metà. I piatti sono già stati sparecchiati. La televisione in sottofondo. Solo silenzi densi. Leonardo guarda il bicchiere, senza alzare lo sguardo.
“Ti ho odiato. Per tanto tempo. Senza nemmeno sapere perché, forse.”
“Lo so. E forse, a volte… lo meritavo.” Ammette con rammarico lo zio.
“Tu non eri lei. Tu non eri mia madre. Ma eri lì, quando lei non c’era più. E io non sapevo cosa farmene del tuo modo di voler bene.”
Zio Alberto, prende fiato e raccoglie i cocci del suo dolore e prova a trovare per la prima volta le parole, cerca quelle più giuste, quelle che sanno di verità.
“Quando tua madre è morta…Io ero distrutto, Leo. Era mia sorella. E allo stesso tempo dovevo essere forte per te. Tu avevi dieci anni, eri solo rabbia e silenzi. E io… io avevo paura di farti del male, di non essere abbastanza.”
Leonardo alza lo sguardo e si morde il labbro nervosamente.
“Mi sentivo un pacco da gestire. Un orfano parcheggiato.”
Zio Alberto alza lo sguardo su di lui, gli occhi lucidi.
“Eri il mio sangue. Eri il figlio di mia sorella. Io non sapevo come si faceva il padre, ma sapevo che non ti avrei mai lasciato solo. Neanche quando mi spingevi via in tutti i modi”.
“Tu la amavi, vero?”
Zio Alberto per la prima volta dopo tanto tempo butta giù tutte le difese e si lascia andare al suo dolore trattenuto. Una lacrima scende dolce sul suo viso.
“Più di quanto tu possa immaginare. Era la parte migliore di me.
E quando se n’è andata… tu eri tutto ciò che mi rimaneva di lei.”
“Io… non so amare. O almeno… credo di non saperlo. Mi blocco. Scappo. Congelo tutto.”
“Forse è perché nessuno ti ha mai insegnato che si può restare anche col dolore addosso Leo. Ma lo puoi imparare, sai?”
“E se fosse troppo tardi zio?”
“Guarda me. Ci sto ancora provando. E ogni volta che mi chiami “zio” invece di “quel bastardo che mi ha cresciuto”, io penso che forse, qualcosa, abbiamo fatto bene.”
Leonardo sorride appena. Gli occhi rossi, ma il cuore meno pesante.
Prende in mano la bottiglia di vino.
“Ti va un altro bicchiere?”
Lo zio gli sorride con sarcasmo e affetto.
“Solo se lo versi tu. Così sembra che mi vuoi bene.”
Ridono. Non tutto è risolto, ma qualcosa si è aperto.
Il negozio è ordinato, lussuoso. I materiali dei mobili rispecchiano lo stile e l’eleganza dell’abbigliamento e degli accessori all’interno. Un sottofondo musicale di musica lounge, voci basse dei clienti che sfumano via. Viola è in piedi su uno sgabello, sistema delle lucine vicino alla vetrina. In qualità di Store Manager, supervisiona tutto, anche l’allestimento delle vetrine ovviamente.
Andrea, il Visual Merchandiser, di poco più giovane di lei, capelli arruffati e un’aria sempre ironica, la guarda da dietro il bancone, con un mezzo sorriso, non si erano più parlati dopo quell’incontro fugace in mensa.
“Se cadi e ti rompi una gamba, mi promuovono?
“Mi sembravi più tipo da salvare una ragazza al volo.” Risponde Viola secca, ma sorridendo.
“Solo se prometti che poi ti fidanzi con me. Sennò è fatica sprecata.”
Viola lo guarda, un secondo in più del necessario. C’è una leggera intesa, ma ancora cauta.
“Sai che sei l’unico qui dentro che osa parlarmi così?”
“Forse perché non ti vedo solo come “la Store Manager”. E nemmeno come “quella con l’ex misterioso”.
Viola si irrigidisce, appena. Ma non scappa. Scende dalla scala e continua a guardare il pavimento evitando lo sguardo di Andrea.
“Non era neanche una vera storia. Non fino in fondo, almeno.”
“Magari è per quello che ancora te la porti addosso. Quello che non si vive fino in fondo… pesa di più.”
Silenzio. Viola lo guarda, poi abbassa lo sguardo. Si appoggia con i gomiti al bancone accanto a lui, con i pugni sotto al mento come a sorreggere la testa, che in quel momento pesava più del dovuto.
“Io… non so se sono capace di fare spazio. Di lasciarmi vedere davvero, intendo.”
Andrea allora le parla con tono dolce e rassicurante.
“Beh… se un giorno ti va di restare cinque minuti in silenzio, ma insieme. A me va bene anche quello.”
Viola annuisce. Gli occhi lucidi, ma non scappa. Stavolta, prova a restare.
Asciugamani stesi su sassi arroventati. Il mare lì vicino, limpido, acceso di riflessi. Le onde fanno da sottofondo, intervallate da chiacchiere leggere e qualche risata. Viola è distesa accanto a Francesca, una collega ironica, capelli rossi, tatuaggi sulle braccia e Chiara più silenziosa, occhiali da sole grandi, da poco uscita da una lunga storia. Hanno preso un giorno tutto per loro, lontano da clienti, inventari e questioni di lavoro.
Francesca si spruzza la protezione solare sulle gambe, facendo una smorfia.
“Sai che sembravi la tipa da non venire mai al mare con le colleghe?”
“Lo ero. Fino a sei mesi fa non venivo nemmeno con me stessa al mare” Sorride malinconica Viola.
Chiara si toglie gli occhiali per vederci meglio.
“È successo qualcosa, sei mesi fa?”
Viola guarda fisso verso il mare.
“Ho smesso di aspettare chi non torna. E ho iniziato a tornare io.”
Le due la guardano con rispetto. Non fanno domande. Solo un silenzio che dice: ok, ci fidiamo di quello che vuoi condividere.
“A proposito… Andrea?”
Viola finge fastidio, con un ghigno simile ad una boccaccia.
“Non c’è niente da dire.”
“Appunto. Il problema è quello.”
Ridono tutte. L’autoironia scioglie qualcosa che iniziava ad essere pesante come una pietra.
Viola si fa seria.
“È gentile. Semplice. E non mi chiede di essere niente di diverso da ciò che sono.”
Le ragazze la guardano con interesse.
“Ma ogni tanto, mi sento come se stessi recitando anche quando provo a lasciarmi andare.”
Francesca, con il suo animo buono cerca di essere diretta ma filosofica allo stesso tempo.
“Tu non stai recitando. Ti stai allenando. E non serve che venga tutto bene al primo tentativo.”
Un ragazzo col vassoio passa tra gli asciugamani.
“Spritz? Mojito? Birra?”
Francesca alza la mano decisa.
“Tre spritz.”
“E uno con poco ghiaccio, grazie.”
Tre ragazze sedute su sgabelli, il vento tra i capelli, occhiali da sole e pelle arrossata da una giornata a prendere la tintarella, baciate dagli ultimi raggi di sole della stagione estiva. Ridono, si raccontano storie di ex assurdi, clienti invadenti e sogni improbabili.
Viola, in un momento di quiete, prende il telefono. C’è un messaggio di Andrea: “Oggi manchi un po’. Spero stia andando tutto bene.”
Non risponde subito. Ma non lo ignora. Guarda il mare, e sorride. Si concede di essere felice, anche solo per oggi.
Nel frattempo lungo l’argine del torrente, Leonardo cammina, le mani in tasca. Si ferma, si siede su un masso di pietra, come fosse la panchina più comoda del mondo. Guarda l’acqua scorrere per un po’, poi prende il telefono, scorre tra i contatti. Si ferma su un nome: Viola.
Non clicca. Ma resta lì. A guardarlo. Come se solo leggere quel nome lo facesse sentire meno fantasma.
Immerso nei puoi pensieri si dice tra sé e sé: “Non ho niente da offrire. Non un mestiere, non una casa da mostrare, non una vita solida da condividere. Sono fatto d’aria, e tutti sembrano avere i piedi per terra tranne me. Ma se trovassi un posto, anche piccolo, anche dimenticato…E lo sistemassi a modo mio…Forse potrei smettere di scappare.”
Un gabbiano sorvola il fiume, si posa sulla riva. Leonardo lo osserva.
Poi si alza. E riprende a camminare, come sempre, senza una meta ben precisa.
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