ANTEPRIMA NON EDITATA:
1
L’OMBRA DELLA VALLE
Anno 1578, Valle di Kuzuryū, Provincia di Echigo. Inverno.
Il freddo non era solo una bassa temperatura; era una lama fisica, viva, che penetrava anche attraverso gli strati di lana grezza e cuoio bollito, cercando il calore della carne per rubarlo.
Dalla bocca della grotta, situata su uno sperone di roccia nascosto dai pini contorti dal vento, la vista sulla valle era un quadro spettrale dipinto in toni di grigio e bianco. La battaglia principale era finita da ore, lasciando il passo a un silenzio ovattato, rotto solo dal gracchiare impaziente dei corvi che volteggiavano come cenere nera nel cielo livido. Sotto, nella radura, la neve immacolata era ormai una tela macchiata di scarlatto.
Dom Eduardo, il mercante, tremava violentemente alle spalle del guerriero, stringendosi addosso la pelliccia di volpe, troppo leggera per quell’inverno orientale.
«Ditemi che se ne sono andati, vi prego», sussurrò il portoghese, il fiato che si condensava in nuvolette agitate davanti al viso paonazzo per il gelo. «Se quei pagani ci trovano, la mia seta non servirà a comprarci la vita.»
Il guerriero non rispose subito. I suoi occhi, abituati a scrutare orizzonti diversi, dalle Fiandre al Mediterraneo, erano fissi su un punto specifico della valle sottostante. Era un uomo di poche parole, massiccio come una scogliera, armato con una spada da lato pesante di fattura toledana e una corazza che aveva visto giorni migliori, segnata da colpi di picca e ruggine.
Maledizione. Credevo fosse finita, pensò, stringendo l’elsa dell’arma per scaldare la mano intorpidita nel guanto.
Sotto di loro, la neve veniva calpestata nuovamente. Una figura solitaria, con un’armatura laccata di nero e dettagli rossi che spiccavano come ferite nel bianco, era circondata. Era una donna. Anche da quella distanza, la sua postura irradiava una nobiltà disperata.
L’elmo era caduto, rivelando lunghi capelli neri che sferzavano l’aria a ogni movimento della testa. Con un gesto fulmineo posò la naginata e sguainò la katana, la lama macchiata di rosso viscoso, e si muoveva con una grazia che non apparteneva alla fatica, ma a una danza di morte.
Di fronte a lei, tre ashigaru – soldati semplici, ma veterani a giudicare da come coordinavano i passi – la stavano chiudendo in un cerchio mortale. Non avevano onore nei loro movimenti, solo la fame predatrice di chi vuole una testa per riscuotere una taglia.
«Signore?» incalzò il mercante, la voce incrinata dal panico.
«State zitto, Dom Eduardo», tagliò corto il guerriero, la voce bassa e ruvida. «Restate qui. Se non torno, sapete la strada.»
«Ma siete impazzito? È una faccenda loro! Noi siamo solo di passaggio!» protestò il mercante, soffocando un urlo mentre afferrava il mantello dell’altro.
Tre contro uno. È stanca. La gamba sinistra sta cedendo, analizzò il guerriero mentre osservava la donna parare un colpo di lancia e rispondere con un fendente che mancò il bersaglio di un soffio.
Non durerà un altro minuto.
Il guerriero occidentale non era un eroe. Era un mercenario, un uomo che vendeva la morte per vivere. Ma c’era qualcosa in quella resistenza solitaria, in quella bellezza fiera che rifiutava di spegnersi nella neve sporca come una candela al vento, che risvegliò in lui un antico istinto cavalleresco ormai quasi dimenticato.
Sguainò la spada. Il suono dell’acciaio europeo che lasciava il fodero risuonò secco, alieno, nell’aria gelida. Si lanciò giù dal pendio innevato. La neve alta attutiva i suoi passi pesanti, permettendogli di guadagnare velocità come una valanga umana.
Giù nella valle, la donna guerriera sentiva i polmoni bruciare come se avesse inalato polvere di ossidiana. Aveva perso tutti i suoi uomini. Restava solo l’onore, l’unica moneta che non si svalutava mai.
Che sia una buona morte. Che il mio spirito protegga per sempre la terra del mio signore, pregò silenziosamente, preparandosi all’assalto finale dei tre uomini.
Uno dei soldati nemici rise, un suono sgradevole, alzando la katana per il colpo di grazia mentre lei era sbilanciata sulla gamba ferita.
«È finita, ragazza!»
In quel momento, un’ombra massiccia piombò su di loro. Il guerriero occidentale non urlò. Usò l’inerzia della discesa come arma. La sua spalla corazzata impattò contro il primo soldato con la forza di un ariete, facendolo volare via con un rumore agghiacciante di ossa rotte.
Prima che gli altri due potessero capire cosa fosse quella figura barbuta e straniera, la spada da lato fischiò nell’aria. Non un taglio elegante come quello di una katana, fatto per scorrere, ma un colpo brutale, di taglio, mirato alla giuntura dell’armatura del secondo uomo, là dove le piastre si sovrapponevano. L’acciaio penetrò con facilità. L’uomo crollò gorgogliando sangue scuro sulla neve.
Improvvisamente il silenzio tornò, irreale e più pesante di prima.
Rimaneva solo il terzo soldato, ora terrorizzato, che guardava alternativamente la donna con la naginata e il gigante occidentale che si frapponeva tra loro come una torre di ferro.
Il mercenario si raddrizzò, facendo ruotare il polso per sciogliere i muscoli, la spada puntata verso l’ultimo nemico. Il suo respiro era pesante, visibile nell’aria come fumo di drago. Non guardò la donna, ma le parlò, sperando che capisse il tono se non le parole.
«A voi l’onore, signora», disse l’occidentale.
La guerriera, benché ferita e stupita dall’apparizione di quel demone Nanban dagli occhi chiari, capì l’intento. Strinse la naginata, i suoi occhi scuri che passavano dalla schiena larga dello straniero all’ultimo nemico.
Chi è quest’uomo? Perché combatte per me? si chiese, ma il guerriero in lei prese il sopravvento sulla curiosità.
«Sare! Vattene!» urlò la donna, facendo un passo avanti con rinnovato vigore. L’ultimo soldato, vedendo la determinazione nei loro occhi – l’acciaio pesante dell’ovest e la lama affilata dell’est uniti contro di lui – lasciò cadere la lancia e fuggì terrorizzato nella foresta nera. Rimasero soli.
Il vento ululava, sollevando cristalli di ghiaccio che brillavano come polvere di diamanti. Il guerriero rinfoderò l’arma, pulendola prima con un gesto secco sulla manica lacera. Poi si voltò lentamente verso di lei.
Si guardarono. Due mondi distanti migliaia di leghe che si incontravano su un campo di morte.
«State bene?» chiese lui, indicando con un cenno del capo le ferite che lei aveva sulla spalla, da cui il sangue colava copioso, e sulla gamba.
Lei lo studiò, il petto che si alzava e abbassava ritmicamente. Non abbassò la guardia, ma la punta della naginata scese leggermente in segno di tregua.
«Dare desu ka?» chiese lei, la voce ferma nonostante la stanchezza mortale.
Lui non capì le parole, ma capì la domanda. Fece un mezzo inchino, goffo a causa dell’armatura rigida e della neve alta, portandosi una mano al petto in un gesto cortese.
«Un viandante.»
Dall’alto della grotta, il mercante Dom Eduardo fece capolino, agitando le braccia freneticamente come un uccello spennato.
«Sei vivo! Sia lodato il Signore! Possiamo andarcene ora prima che tornino con i rinforzi?» Il guerriero accennò un sorriso stanco alla donna, poi indicò la grotta e mimò il gesto di mangiare o scaldarsi.
«Abbiamo del fuoco. E bende.»
Lei esitò, poi guardò i corpi dei suoi nemici e la desolazione della valle che si scuriva con il crepuscolo. Annuì, una sola volta, impercettibilmente. L’alleanza più improbabile della storia del Giappone era appena stata forgiata nel sangue e nella neve.
All’interno della grotta, le ombre danzavano frenetiche sulle pareti di roccia grezza, proiettate dalle fiamme che due servitori, tremanti e silenziosi, alimentavano con rami di pino umidi. L’aria sapeva di resina bruciata, di minestra di riso acquosa e di sudore freddo.
Dom Eduardo, il mercante, camminava avanti e indietro nello spazio ristretto, facendo tintinnare i gioielli che portava nascosti sotto le vesti pesanti. Si fermò di scatto davanti a Dario, che sedeva su una pietra piatta vicino all’ingresso, intento a togliersi i guanti di cuoio logori.
«Dobbiamo muoverci, Capitano», disse il portoghese, lanciando un’occhiata nervosa alla donna seduta dall’altra parte del fuoco. «La tormenta si sta calmando. Se partiamo ora, all’alba saremo fuori dal territorio di questo clan di selvaggi. Non mi piace come quella… creatura ci guarda.»
Dario alzò lo sguardo. I suoi occhi, chiari e profondi come cieli della sua terra natale in Toscana, non tradivano emozione, solo una stanchezza infinita. Aveva combattuto nelle Fiandre, sopravvissuto all’assedio di Malta, e ora faceva da balia a un mercante avido dall’altra parte del mondo per poche monete d’oro che probabilmente non avrebbe mai speso.
«Sedetevi, Dom Eduardo», rispose Dario, la voce calma ma con quel tono metallico che non ammetteva repliche. «Fuori ci sono lupi a due e a quattro gambe. E la neve vi arriva alla cintura. Se usciamo adesso, morirete congelato o con una freccia nella schiena prima di fare un miglio. Aspettiamo l’alba.»
Il mercante sbuffò, offeso, e si ritirò nell’angolo più lontano, avvolgendosi nelle pellicce e borbottando preghiere miste a imprecazioni contro la lentezza dei suoi servi. Dario prese una ciotola di legno fumante dai servitori. Si alzò e, con movimenti lenti per mostrare che non aveva intenzioni ostili, si avvicinò alla donna.
Lei, la giovane guerriera, sedeva composta nonostante il dolore, le gambe incrociate sotto di sé, la naginata posata sulle ginocchia come una barriera sacra. Il suo braccio sinistro sanguinava, macchiando la seta strappata del sottokimono. I suoi occhi seguivano ogni movimento dell’italiano, calcolando distanze e tempi di reazione.
Un Nanban. Un barbaro del sud, pensò lei, stringendo le labbra. Mio padre li farebbe decapitare a vista. Dicono che mangino i bambini e non abbiano anima. Eppure… questo gigante ha combattuto con onore. Non ha cercato il colpo alle spalle.
Dario si fermò a due passi da lei. Si inginocchiò, mettendosi al suo livello, e le porse la ciotola.
«Mangiate», disse in italiano, sapendo che era inutile. Mimò il gesto con una mano, poi indicò il braccio ferito. «E quel taglio va pulito.»
Lei guardò la ciotola, poi il viso di lui. Vide le cicatrici che gli segnavano la guancia destra, segni di una vecchia battaglia, forse un colpo di striscia. Riconobbe i segni di un guerriero, non di un assassino.
Esitò, poi prese la ciotola con la mano sana. «Arigatō», disse con voce appena udibile.
Dario non capì la parola, ma il tono era sufficiente. Trasse un panno di lino pulito dalla sua sacca e una piccola fiaschetta di acquavite. Quando fece per avvicinarsi al braccio, lei si irrigidì, la mano scattò verso l’elsa del tantō alla cintura. Dario si fermò immediatamente. Alzò le mani aperte, mostrando i palmi.
«Piano», disse dolcemente. «Brucia. Solo per pulire. Mala, male.» Indicò il sangue scuro e rappreso. «Bene.» Indicò la fiaschetta e il panno.
Lei lo fissò negli occhi. C’era una strana luce in quello sguardo occidentale. Non c’era la lussuria che vedeva spesso negli occhi degli uomini, né la condiscendenza. C’era solo una preoccupazione pragmatica.
Mio padre mi disconoscerebbe se sapesse che mi lascio toccare da uno straniero, rifletté lei, sentendo il calore del fuoco contrastare con il gelo nelle ossa. Ma mio padre non è qui. E io sono viva grazie a lui.
Lentamente, lasciò la presa sul pugnale e annuì, scostando la manica lacera. La pelle sotto era pallida, liscia come porcellana, violata dal taglio brutto della lancia nemica. Dario versò l’alcol sul panno. «Questo farà male», avvertì, anche se lei non poteva capirlo.
Quando tamponò le ferite, lei non emise un suono. Inspirò bruscamente dal naso, i muscoli del collo tesi come corde di violino, ma rimase immobile.
Dario lavorò con mani esperte e sorprendentemente delicate per uno della sua stazza. Aveva fasciato più compagni di quanti ne volesse ricordare. Mentre legava le bende, i loro sguardi si incrociarono di nuovo, da una distanza così ravvicinata che lei poté avvertire il calore del respiro di lui contrastare con il freddo della grotta, e lui sentì il tremito impercettibile dei muscoli tesi sotto la benda.
«Yuki», disse lei improvvisamente, indicando se stessa con un dito. Non era il suo vero nome, quello completo e dinastico. Era il nome che usava nell’intimità. “Neve“.
Lui la guardò sorpreso, poi si batté una mano sul petto corazzato. «Dario.»
«Da-ri-o», ripeté lei, storpiando leggermente la “r”, rendendo il suono esotico e morbido. Lui sorrise, un sorriso vero che gli illuminò il volto stanco, cancellando per un secondo anni di guerre mercenarie.
«Sì. Yuki.» In quell’angolo di grotta, mentre il mercante russava e il vento ululava fuori cercando di entrare, l’abisso culturale tra l’Italia rinascimentale e il Giappone feudale sembrò restringersi fino a diventare un piccolo passo.
Ma la realtà era in agguato. Yuki sapeva che all’alba avrebbe dovuto decidere: ucciderli per proteggere il segreto del passaggio, o guidarli attraverso le terre del padre, rischiando di essere bollata come traditrice.
Guardò la mano di Dario che si ritraeva. Era una mano forte.
Un nemico… o qualcosa che non ha ancora un nome? si chiese, mentre il calore della benda le pulsava sul braccio.
Dario tornò al suo posto di guardia, ma quella notte, ogni volta che alzava lo sguardo dal fuoco, trovava gli occhi di lei che lo osservavano attraverso le fiamme.
L’alba arrivò grigia e spietata, filtrando attraverso l’imboccatura della grotta. Il fuoco non era altro che un mucchio di cenere fredda. Si prepararono in silenzio. Dom Eduardo era frenetico, controllava ossessivamente le cinghie dei bagagli portati dai servitori. La sua mente era già lontana, proiettata verso il porto di Naoetsu, sulla costa del Mar del Giappone. Lì, una nave commerciale portoghese avrebbe levato l’ancora tra due giorni, il suo unico biglietto per tornare alla civiltà, lontano da quella terra di demoni e neve.
Uscirono all’aperto. Il cielo era limpido, l’aria tagliente. Camminarono insieme per un miglio, fino a un bivio segnato da un piccolo santuario di pietra coperto di ghiaccio. Lì, le strade dovevano dividersi.
Yuki si fermò. La sua strada portava verso l’alto, verso i picchi frastagliati dove sorgevano il campo da guerra e la fortezza inespugnabile di suo padre, il castello di Kasugayama. La strada degli stranieri scendeva verso valle, verso il mare.
Non ci furono addii lunghi. Yuki fece un inchino formale al mercante, che rispose con un cenno sbrigativo della mano, già rivolto verso la discesa. Poi si voltò verso Dario. L’italiano la guardava dall’alto, il pollice agganciato alla cintura, l’espressione indecifrabile.
Yuki portò la mano al braccio ferito, ora fasciato stretto con il lino straniero.
«Sayonara, Dario», disse piano.
Lui annuì, un gesto secco. «Buona fortuna, Yuki. Cerca di non farti ammazzare.»
Lei si voltò e iniziò a salire, la naginata usata come bastone, scomparendo presto tra gli alberi bianchi. Dario rimase a guardare le orme di lei finché Dom Eduardo non lo strattonò per la manica.
«Andiamo, Capitano! La nave e l’oro non aspettano.»
Due ore dopo, la valle si aprì, ma non verso la libertà. Mentre attraversavano una gola stretta, il suono di corni di guerra lacerò l’aria.
Prima che potessero reagire, una dozzina di uomini armati sbucò dalla boscaglia e dalle rocce sopra di loro. Non erano banditi. Indossavano l’armatura laccata e portavano gli stendardi con il mon, lo stemma del clan locale: un Drago stilizzato in argento su campo nero.
«Fermi!» urlò il capitano della pattuglia in giapponese, la mano sulla katana.
Dom Eduardo, pallido come un lenzuolo ma arrogante come sempre, si fece avanti sventolando una pergamena con sigilli rossi.
«Pass! Pass!» gridò, mescolando portoghese e parole locali storpiate. «Ho il permesso del signore Genzō Himuro! Siamo mercanti protetti! Lasciateci passare!»
Il capitano giapponese prese la pergamena. La guardò con disprezzo, poi sputò a terra. «Quel permesso era valido solo fino a una settimana fa», ringhiò, anche se il mercante non poteva capirlo. «E poi stamattina i corvi hanno portato notizia di guerra. I confini sono chiusi. Tutti gli stranieri sono spie fino a prova contraria.» Strappò la pergamena in due pezzi e fece un cenno ai suoi uomini. «Prendeteli, li porteremo al campo. La loro sorte verrà decisa dal Daimyo.»
«Ma che fa?!» strillò Eduardo mentre due soldati lo afferravano. «Dario! Fai qualcosa! Ti pago per questo!»
Dario non aveva bisogno dell’ordine. Quando vide le lance abbassarsi verso il suo datore di lavoro, l’istinto prese il sopravvento. «Dietro di me!» tuonò.
Sguainò la spada e il pugnale sinistro in un unico movimento fluido. Parò la prima lancia con il pugnale e colpì con l’elsa della spada il volto del soldato, mandandolo a terra. Ruotò su se stesso, tenendo a bada tre attaccanti contemporaneamente. Era una furia controllata, la tecnica italiana di scherma contro la brutalità della lancia giapponese yari. Ma erano troppi. E non volevano ucciderlo, volevano catturarlo. Mentre Dario bloccava due avversari, sentì un peso schiacciante sulla schiena. Due soldati erano saltati dalle rocce sopra di lui, atterrandogli addosso. Cadde nella neve, imprecando.
Cercò di rialzarsi, ma le aste delle lance gli premettero contro il collo e le gambe, immobilizzandolo nel ghiaccio. Una rete di corda fu gettata sopra di lui, imprigionandolo.
«Basta!» ordinò il capitano giapponese, avvicinandosi a Dario che ancora si dibatteva come un leone in trappola. Gli puntò la punta della katana alla gola. «Muoviti ancora, Nanban, e la tua testa resterà qui.»
Il tono della voce fece intendere a Dario che non era più il tempo degli atti eroici. Disarmati, legati con corde ruvide che segavano i polsi, Dario ed Eduardo furono spinti brutalmente lungo il sentiero. Non verso il mare. Li stavano portando in salita. Dario alzò lo sguardo verso le montagne, sentendo il sangue colargli da un taglio sulla fronte.
Stavano andando nella stessa direzione presa da Yuki. Il destino aveva un senso dell’umorismo crudele: stavano per essere trascinati in catene proprio nel cuore della fortezza della donna che aveva salvato.
«Spero che la guerriera abbia buona memoria», mormorò Dario tra i denti, mentre iniziavano la lunga marcia verso il castello.
Alle loro spalle, i corpi dei due servitori, separati dalle teste, giacevano in un mucchio di neve macchiata di rosso.
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