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Il colore delle api

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Ci sono anime che sembrano fatte di luce e crepe.
Genevieve è una di loro.

In un villaggio della Provenza, tra il profumo della lavanda e il silenzio delle cose non dette, vive sospesa tra ciò che è e ciò che potrebbe diventare. Porta dentro di sé il peso della famiglia, delle aspettative e di un’inquietudine che non sa nominare, ma che le attraversa il cuore come un’ombra silenziosa.
Poi arriva Gabriel.
E con lui qualcosa cambia.
Tra sguardi che parlano più delle parole, piogge improvvise e verità che nessuno osa affrontare, Genevieve si troverà di fronte alla scelta più difficile: restare ciò che il mondo si aspetta… o avere il coraggio di diventare sé stessa.

Il colore delle api è una storia di amore, fragilità e rinascita.
Un viaggio dentro le crepe dell’anima, dove anche le ali più stanche possono ancora imparare a danzare.

Perché ho scritto questo libro?

C’è stato un tempo in cui l’ansia riempiva ogni spazio, rendendo tutto confuso e distante.
Da quel silenzio sono nate le sue incrinature.
Genevieve porta dentro quella fragilità e, attraverso un amore inatteso e imperfetto, impara a guardarsi davvero.
Questa storia nasce dal bisogno di ritrovarsi, perché a volte è proprio attraverso un altro cuore che impariamo a tornare al nostro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto con gli occhi, ma che ti entrano dentro, silenziosamente, e restano.

La Provenza, con i suoi villaggi sospesi nel tempo, le sue pietre antiche, i suoi campi di lavanda e il suo cielo liquido di sole e malinconia, è uno di quei luoghi. È qui, tra il vento che odora di miele e di sale, che è nato il seme di questo libro.

“Il colore delle api” è una storia che ho sentito il bisogno di raccontare prima di tutto a me stessa.

Non volevo creare un’eroina perfetta, una di quelle donne d’acciaio che sembrano saper sempre dove andare. Volevo creare una ragazza vera. Una ragazza che porta nelle tasche pietre pesanti come l’ansia, la paura, la tristezza. Una ragazza che inciampa, che si ferma, che lotta contro il mostro invisibile che spesso si nasconde proprio nei vent’anni, quando il mondo ti chiede di diventare adulta, di costruire, di scegliere, di riuscire, senza mai concederti il tempo per respirare davvero.

Genevieve mi somiglia.

Nell’aspetto, nei capelli scompigliati, negli occhi pieni di domande. Ma più di tutto mi assomiglia nella sua fame di vita, nella sua vulnerabilità luminosa.

E, forse, somiglia a tante altre ragazze che vivono i loro vent’anni tra sogni e silenzi, tra l’attesa di qualcosa di grande e la paura di non essere mai abbastanza.

Io stessa ho attraversato stagioni di ansia così fitte da sembrare invalicabili. Ho inseguito progetti, tappe, sogni con la frenesia di chi pensa che basti correre più forte per mettere a tacere il vuoto.

E invece no: non si corre via da sé stessi.

Questo libro nasce anche dal desiderio, custodito da sempre nel cuore, di vivere un amore come quello che raccontano queste pagine.

Un amore fatto di rispetto e di presenza, di mani che si cercano anche nei giorni storti. Un amore senza vergogna, sincero, fedele nonostante le tempeste della vita.

Non un principe azzurro, non un sogno irraggiungibile, ma un uomo reale. Un uomo vero, che sappia essere forte quando serve e fragile quando è necessario. Che stia al mio fianco, né davanti a trascinarmi né dietro a rincorrermi, ma accanto a me, passo dopo passo, come si cammina insieme verso casa.

E poi ci sono le api.

Le api che danzano per comunicare, che si riconoscono per il profumo della loro casa.

Le api che costruiscono, ogni giorno, instancabilmente, un mondo minuscolo e perfetto fatto di colori, di fatica, di coraggio. Come loro, anche noi cerchiamo ogni giorno la strada di casa, il nostro piccolo pezzo di cielo.

“Il colore delle api” è un omaggio a chi lotta. A chi ama, nonostante tutto. A chi ogni mattina sceglie di provarci ancora. A chi, pur con le ali stanche, non smette di danzare. Questo libro è per voi.

E per la ragazza che ero, che sono, e che sto imparando a guardare con occhi nuovi.

Capitolo 1

L’Europa della Belle Époque si destò sull’orlo di una nuova epoca, i suoi orizzonti adornati di metallo scintillante e vetro cristallino.

Come una delicata trama sospesa tra passato e futuro, l’architettura del ferro e del vetro emerse intrecciando eleganza e audacia in un abbraccio ardito. E forse non solo le città, ma anche le persone cambiarono volto. C’era chi era fatto di metallo: saldo, robusto, temprato dalle fatiche e dalle rivoluzioni. E c’era chi era fatto di vetro: fragile e trasparente, ma capace di riflettere la luce in mille sfumature diverse. Non tutti facevano parte dell’arte, ma in molti sembravano uscirne, incarnando la stessa tensione tra forza e bellezza, tra resistenza e delicatezza.

Questa trasformazione non si dispiegò in sussurri, ma con il ritmo solenne di un mondo che si stava ridisegnando, frantumandosi e ricompattandosi allo stesso tempo in nuove armonie. Erano strutture che sfidavano la gravità, leggere ed eteree come un sospiro, eppure salde e durature, custodi di sogni e visioni.

L’evoluzione di questa architettura cominciò a metà del XIX secolo, quando i progressi della Rivoluzione Industriale permisero di forgiare il ferro con maggiore precisione e di modellare il vetro in lastre più ampie e trasparenti. Come pittori davanti a una tela, gli architetti iniziarono a ridisegnare i contorni delle città con tratti nuovi: ariosi e traslucidi, sinuosi e aggraziati. Le città che accolsero tali innovazioni si trasformarono in giardini di luce, le cui strutture catturavano i raggi del sole e li spargevano come prismi tra i fiori.

Londra, Parigi, Vienna, Milano—ognuna di queste città si adornò di gioielli inediti, come corone o antichi diademi.

A Parigi, questa nuova architettura raggiunse il suo apice nelle grandi gallerie e nei padiglioni che animarono l’Esposizione Universale del 1889. Al suo cuore svettava la Tour Eiffel, meraviglia di ferro battuto che sembrava sfidare il cielo stesso, proiettando la sua ombra serpentina sull’intero paesaggio urbano. Un tempo derisa dai tradizionalisti come una mostruosità, divenne invece l’emblema del futuro, simbolo di audacia e bellezza intrecciate nell’intricata filigrana del metallo. Altri edifici ne riflettevano lo spirito: il Grand Palais, con la sua ampia cupola di vetro, e le eleganti stazioni ferroviarie come la Gare d’Orsay, che si fecero portali tra città, ponti tra epoche, connessioni tra destini.

In Italia, la mia cara Italia, Milano si adornò della Galleria Vittorio Emanuele II, un sontuoso passaggio che fungeva da grande salotto cittadino, incorniciato da un arco trionfale e sormontato da una cupola di vetro che sembrava cullare le stelle.

Ogni passo risuonava tra le colonne di ferro cesellato, e la luce filtrava dai vetri come una carezza leggera, una nebbia dolce e luminosa. La modernità abitava lì, non più fredda e distante, ma calda e accogliente, come un abbraccio che toccava il cuore.

Quest’architettura non era soltanto uno stile: era un manifesto del cambiamento. Raccontava lo spirito di una società che si trasformava, evolveva, osava elevarsi, aprire spazi e cuori a nuove idee e orizzonti infiniti. Erano strutture liberate dal peso della pietra, rese leggere dalla forza del ferro, che permettevano al vetro di respirare, di catturare la luce, di rivelare un mondo immerso nella chiarezza.

Era come se le città avessero imparato a danzare in punta di piedi, i loro movimenti riflessi sulle superfici brillanti, nell’interazione tra ombre e luminescenze, nell’equilibrio sottile tra resistenza e fragilità.

Così, l’architettura del ferro e del vetro divenne il simbolo di un’epoca, di un’Europa che non temeva d’innovare, di sperimentare, di celebrare insieme tradizione e progresso in una sinfonia di eleganza e audacia. Eppure, tra quelle strutture fatte di luce e di metallo, tra le città che imparavano a danzare, una domanda sorgeva silenziosa, nascosta come un riflesso: che fine avrebbero fatto le persone fatte di vetro?

Quelle che riflettevano tutto, ma che bastava un urto, anche lieve, per farle incrinare?

Capitolo 2

Genevieve era una meraviglia di ferro e vetro, una composizione tanto resiliente quanto delicata, simile alle splendide strutture delle grandi città d’Europa. Il suo corpo era esile, ma in ogni suo gesto risiedeva una forza temprata dai rigori silenziosi della vita. Si nutriva d’avventura, con un cuore legato all’esplorazione; il suo spirito, come il ferro, sapeva resistere alle tempeste più feroci.

Eppure, era la sua mente—curiosa, complessa, stratificata—a possedere la qualità luminosa del vetro: affascinante nei riflessi, vulnerabile nella sua finezza, capace di brillare in delicate sfumature di chiarezza e ombra… quanta ombra!

Nel suo piccolo negozio di fiori, La Bottega dei Fiori, arroccato su un’altura della Provenza, Genevieve si prendeva cura delle piante con dedizione e grazia. Quel villaggio, adagiato tra colline cosparse di lavanda e uliveti, era intriso dei profumi che rendevano la Provenza così amata. L’aria portava con sé un miscuglio inebriante di aromi: rosmarino, timo selvatico e mimosa mielata, che si mescolavano alla dolcezza terrosa dei vigneti carichi di uva e al calore muschiato delle pietre arroventate dal sole. Era una terra in cui l’estate respirava attraverso brezze color viola, e i sentieri fiancheggiati dai cipressi sembravano invitare ogni visitatore in un Eden senza tempo, un paradiso intriso di luce dorata e del profumo dell’immortelle.

Ma per Genevieve, il vero incanto della Provenza si rivelava in autunno. Quando il bagliore intenso dell’estate si ammorbidiva, le colline abbracciavano uno splendore silenzioso, immerse in sfumature di ambra, ruggine e borgogna profondo. Trovava una pace profonda nell’aria autunnale, nei ritmi gentili della natura che si ritraeva nella sua quiete. Il paesaggio assumeva una calda armonia, un arazzo di verdi sbiaditi e ori bruniti, toccato da una luce morbida che addolciva ogni contorno. Anche i profumi cambiavano: la lavanda cedeva il passo al sentore pungente e speziato delle foglie cadute, che si univa all’aroma intenso dei fichi maturi sui rami e al profumo stesso della terra dopo le prime piogge. Era una stagione di transizioni delicate, mentre le vigne offrivano i loro ultimi frutti e ogni brezza portava con sé sussurri di cedro e legno caldo e speziato.

Mentre Genevieve componeva un bouquet di calendule e rosmarino, i suoi pensieri si lasciarono cullare dal cuore dell’autunno, che ora sbocciava silenziosa mentre settembre volgeva al termine.

Immaginava i vigneti rivestiti del loro splendore autunnale, le viti tinte di sfumature tra il mogano e il cremisi, e le colline accarezzate da un bagliore tenue e ovattato che rendeva ogni scorcio simile a un dipinto etereo. La sua mente vagava con piacere, assaporando la ricchezza e il calore di quei colori mentre disponeva i suoi fiori con gesti attenti e leggeri. I suoi capelli, di un castano chiaro venato da alcune ciocche bionde, cadevano sulle spalle in onde morbide e disordinate.

A ogni apertura della porta, un venticello gentile si insinuava nel negozio, facendo danzare quei capelli come fili di seta mossi dal respiro della stagione. Anche loro, con le loro sfumature dorate e i movimenti leggeri, sembravano far parte di quel quadro vivente, come se l’autunno avesse scelto proprio lei per raccontarsi.

Il delicato tintinnio del campanello della porta la riportò di colpo al presente. Sua zia, Madame Marguerite, fece il suo ingresso con passo deciso, avvolta da un’aura inconfondibile di comando.

Marguerite si muoveva con la sicurezza di chi è abituata al dovere e all’autorità; era una donna dalle opinioni taglienti e dalla determinazione incrollabile.

Pur essendo nata in quel villaggio tranquillo, nutriva per esso un disprezzo radicato, una resistenza ostinata al suo fascino provinciale. Il suo arrivo, simile a una folata d’autunno improvvisa, portò con sé un’aria di distacco freddo, spezzando per un istante la quiete che Genevieve aveva così pazientemente coltivato tra i suoi fiori.

Marguerite era una vera donna di metallo: rigida, lucente nella sua impeccabilità, imperturbabile anche sotto il peso delle emozioni. Nulla sembrava scalfirla. Dove Genevieve era vetro — trasparente, riflessiva, fragile e luminosa — Marguerite era puro acciaio, temprato dal tempo e dal controllo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mariachiara Scotti
Mariachiara Scotti è un’autrice italiana e studentessa di Lingue e Letterature Straniere Moderne. Ha esordito con le raccolte poetiche "I racconti del salice" e "La bottega delle nuvole", distinguendosi per una scrittura intensa e profondamente evocativa. Successivamente ha pubblicato il romanzo storico in lingua inglese When the Fox Meets the Wolf, entrato nella Top 10 Amazon nella categoria Historical Fiction: Ancient World.

Con "Il colore delle api", il suo quarto libro, prosegue un percorso letterario che unisce sensibilità emotiva, introspezione e attenzione ai legami umani, dando voce a storie capaci di lasciare un segno autentico nel lettore.
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