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Abitabili Attese

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Consegna prevista Gennaio 2027
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“Abitabili Attese” prende forma come un atto di presenza: restare accanto a ciò che finisce, non per comprenderlo fino in fondo, ma per imparare a non sottrarsi. In queste pagine, la morte non è una cesura definitiva, ma una diversa modulazione della vita, un respiro più lento che continua a esistere. La protagonista, Cecilia Ferrata, è una figura composita, ispirata alle molte donne. Donne che tengono insieme ciò che si rompe, spesso lontano dagli sguardi. A lei è affidato un mestiere silenzioso, quello che sa rendere la parola “fine” più gentile, quasi intima.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Abitabili Attese” per restare accanto a ciò che finisce. Non per capirlo, ma per imparare a non scappare. La morte, in fondo, è solo una forma più lenta della vita: respira piano, ma respira ancora. Cecilia Ferrata è nata da molte donne che ho conosciuto, quelle che tengono insieme i pezzi, anche quando nessuno le guarda. Le ho prestato il mestiere più silenzioso del mondo, quello che addolcisce la parola fine fino a renderla quasi tenera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Cecilia si accese un sorriso,
quello di chi ha imparato a respirare
anche nell’aria degli altri.

“Sembra che aspettiamo qualcuno,” disse piano.
La ragazza col cappello verde alzò gli occhi.
“Forse aspettiamo noi stesse.”

Preambolo

Davanti a Chop Suey di Edward Hopper c’è un silenzio che non pesa, ma si posa. Che resta. Un silenzio pieno, fatto di sobrietà e rispetto, che raccoglie la solitudine non come un’arresa ma come un conforto. Come certi momenti nei quali non ti è chiesto niente, non ti aspetti niente, si respira pace.
Due donne siedono una di fronte all’altra in un ristorante cinese, eppure sembrano distanti, ciascuna immersa in un dialogo con il proprio mondo. Hanno le mani composte, le labbra chiuse, e l’aria di chi ha non si sforza di cercare le parole giuste, non si abbandona a superficiali convenevoli. Senza chiedersi quale sia la modalità più opportuna di esserci, due donne, siedono insieme. L’una di fronte all’altra. In un luogo qualsiasi. Un posto qualsiasi, che diventa un racconto. La luce taglia lo spazio come una regola: entra dai vetri, si adagia sui volti, divide ciò che è vicino da ciò che non potrà mai toccarsi davvero.

È una scena americana, sì, ma potremmo essere ovunque: in ogni città dove la solitudine ha imparato a vestirsi bene. Hopper guarda e trattiene, senza giudizio. La sua precisione non è solo realismo, è una visione empatica di chi resta immobile dentro la propria distanza. Due donne, due esseri umani. Tutti. 

Le ragazze non hanno bisogno di parlare per dire una nuova condizione: quella di una femminilità che comincia a muoversi da sola, che può scegliere di mangiare in un locale straniero, di avere un’ora soltanto per sé. Forse è proprio questo, il segreto di Chop Suey: la vita è un piatto nato dall’incontro di ingredienti diversi, mescolati senza gerarchia, come un modo nuovo di stare al mondo. Pezzi di pollo, germogli di soia, cipollotti, uova strapazzate e salsa d’ostrica: tutto insieme, senza una regola. 

Hopper dipinge l’equilibrio di quella mescolanza, tra Oriente e Occidente, tra presenza e assenza, tra ciò che si è e ciò che si finge. La sua luce, ferma e tagliente, non riscalda ma rivela, è una luce che osserva e interroga.

Alla fine, resta la sensazione di aver spiato per un attimo una vita che non ci appartiene, ma che somiglia alla nostra. Una pausa di quotidianità che diventa destino.

“Non sanno mai quando fermarsi con lo zucchero,” disse.

L’altra sorrise appena. “A te non piace dolce.”

“No. Ma qui lo mettono sempre. Dev’essere nel contratto.”

Restarono un po’ in silenzio. Si sentiva il ronzio delle insegne fuori, un suono che pareva entrare dal vetro e posarsi sulla tovaglia.

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“Sai che cos’è il chop suey?” chiese poi quella col cappello.

“Un miscuglio,” rispose l’altra. “Avanzi che si fingono una cena.”

La prima rise piano, ma non era una risata vera. “Già. Siamo tutte un po’ chop suey. In questa vita, trascinata, corsa, camminata, arrampicata, attraverso giorni densi di cose, che non lasciano spazio alle domande, ed altri, immobili, vuoti, in sosta tra gli enigmi dell’esistenza, siamo quello che ci rimane e che si finge abbastanza.”

Un cameriere passò vicino, lasciando dietro di sé un profumo di salsa di soia e tabacco.

“Hai chiamato tua madre?” chiese la più giovane.

“Non credo che avrebbe risposto. È morta da tre anni, ma non rispondeva nemmeno prima.”

Si scambiarono uno sguardo breve, come se avessero toccato qualcosa che scotta.

“Ti va un altro tè?”

“No. Mi fa venire malinconia.”

Rimasero così, ferme, a guardare il fumo salire dalle tazze. Fu allora che una delle due disse, quasi per sbaglio:

“Sembra che qui dentro nessuno finisca mai davvero niente.”

L’altra annuì. “È per questo che ci torno sempre.”

E poi il silenzio, quello buono, che a volte si fa peccato a non lasciar sospeso, come un respiro che non sa se deve restare o andarsene.

Incipit

A volte basta una mano che non si ritrae

per credere che la vita continui, in modi che non sappiamo dire.

Margherita l’aspettava nel solito caffè.  Un lunedì mattina qualunque, un bar di quartiere con i cornetti esposti in una vetrina illuminata come se fossero reliquie sacre.

“Cecì, guarda il mio cappuccino” disse Marghe indicando la tazza. “Quello là è un cuore. O un polmone. Non sono sicura.”

Cecilia osservò la schiuma. “Secondo me è un rene.”

“Che romantico.”

“Dipende da chi te lo regala. Un rene è pur sempre un gesto importante”

Marghe sospirò, sistemandosi gli occhiali che scivolavano giù. “Io voglio qualcuno che mi faccia almeno un fegato… un segno d’interesse sincero e generoso.”

“Marghe, tu, se uno ti fa un fegato, lo sposi subito.”

“Certo. Un uomo che ti disegna il fegato: mica lo lasci scappare.”

Il barista, che ascoltava, fingendo di non ascoltare, scosse la testa:

“Signore, vi prego… almeno fate finta che è mattina.”

Fu in quel momento, mentre Marghe rise e diede una leggera gomitata contro la tazza, che la conversazione scivolò come due stoviglie bagnate, lasciate ad asciugare troppo vicine. Bastava una battuta fuori posto, un gesto un po’ più lento del solito, e tutto il resto – il bar, il profumo di brioche, la voce del barista – si ritraeva come davanti a una spifferata d’aria fredda.

Ed era sempre lì che interveniva Margherita: come un grembiule gettato all’ultimo secondo sulla pentola che sta per traboccare. Aveva quel talento domestico e feroce di chi non accetta che la vita si prenda troppo sul serio. Con una sola frase scomponeva i drammi e li rimontava in un origami storto ma innocuo. Infilava ironia dove gli altri mettevano paura, e lo faceva con la naturalezza di chi sa che la leggerezza non è un vezzo ma una manutenzione quotidiana del cuore. Cecilia, senza ammetterlo, contava su di lei: Marghe era l’ingrediente non scritto della sua ricetta emotiva, quello che aggiunto all’ultimo istante impediva alle faccende di bruciare sul fondo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Serena Lucchini
Serena Lucchini è fundraiser e lavora nel sociale. Il suo impegno nasce da una visione precisa: contribuire a costruire un mondo in cui l’inclusione e la gentilezza non siano gesti isolati, ma un cammino condiviso, in cui ogni individuo accompagna l’altro.
Le relazioni alimentano la sua vocazione narrativa, offrendo uno sguardo privilegiato sull’umanità e sulle sue fragilità; nasce una scrittura che cerca soluzioni emotive e creative capaci di generare connessioni autentiche.
Il suo romanzo "Abitabili Attese" prende forma come un atto di presenza: restare accanto ad ogni cosa, dedicando il tempo giusto, come un esercizio continuo nel quale imparare a non sottrarsi.
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