Tutto ebbe inizio sul monte Subiaco, agli albori del secolo seicento.
Là, tra le rocce e i boschi sempreverdi, un monaco di nome Benedetto, stanco dal lavoro e dai digiuni, meditava in preghiera sotto una capanna di frasche che gli faceva da riparo.
Quella notte era più tenebrosa del solito. Le deboli fiammelle delle candele nelle case lontane si stavano spegnendo una a una; il villaggio taceva. Nell’aria non si udiva alcun verso: né il canto dei grilli né il fruscio del vento di scirocco, che d’estate soffiava senza tregua. Tutto pareva sospeso, come trattenuto da un presagio.
Poi, in lontananza, un rumore sordo. La terra cominciò a tremare leggermente, e nell’aria si diffuse un odore acre e nauseabondo. Dal suolo, a poca distanza, si levò un fumo rossastro, come di fiamma nascosta.
Benedetto si sollevò di scatto, impaurito ma deciso, e corse verso l’origine del suono. Non fece in tempo a percorrere che pochi passi, quando una forza invisibile lo colpì violentemente, gettandolo a terra. La sensazione fu la stessa che aveva provato l’estate precedente, quando un caprone lo caricò in una fattoria. Ma ora intorno a lui non c’era nessuno. Solo in lontananza scorse una sagoma deforme, umana eppure bestiale, con occhi rossi come brace.
All’alba, quando la prima luce filtrò tra i monti, Benedetto tornò sul luogo del misterioso fragore. Davanti a lui trovò una lunga fenditura nel terreno, profonda e fumante. Il calore che ne usciva era quasi insopportabile, e dall’interno parevano levarsi urla di dolore e sofferenza.
Atterrito, si mise in cammino verso il borgo più vicino, a pochi chilometri di distanza, per avvertire la gente.
Il paese, piccolo e umile, era fatto di case in pietra e tetti di paglia. Le strade, di semplice terra battuta, vedevano passare di rado un cavallo — lusso che solo i ricchi potevano concedersi. La maggior parte dei contadini possedeva un asino o poco più.
Lì gli abitanti vivevano di ciò che la terra e le fattorie offrivano, ignari di ciò che quella notte si era dischiuso sotto i loro piedi.
Mentre si avvicinava al villaggio, Benedetto vide corrergli incontro un contadino con il volto stravolto. Lo riconobbe subito: era Domenico Gudef.
«Benedetto! Benedetto, corri!» gridava con fiato spezzato. «Antonia non sta bene! Ti prego, aiutala!»
Antonia era sua moglie. Tutti nel borgo conoscevano i Gudef: famiglia ricca, proprietaria della fattoria più grande della valle, ma anche la più avara e distante. Domenico non aiutava nessuno. Andava a messa ogni domenica, sì, ma il suo cuore restava di pietra. Se un povero bussava alla sua porta, tornava a mani vuote — o peggio, scacciato con parole dure. Così la gente aveva iniziato a evitarli, lasciando che vivessero isolati nella loro gelida opulenza.
Quella mattina, però, Domenico era un uomo distrutto. Benedetto lo seguì di corsa fino alla casa, dove l’aria era densa e irrespirabile. Sul letto, Antonia giaceva pallida come il lino, gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto. Il suo viso, un tempo dolce, era ora una smorfia disumana; la voce, roca e cavernosa, pronunciava parole in una lingua sconosciuta, antica e orrenda.
A un tratto, il corpo di Antonia si immobilizzò, e la sua testa ruotò lentamente verso di loro. Con un ghigno terribile, parlò.
«Voi non sapete chi sono né cosa porto in questo mondo. Ma presto il mio signore arriverà, e nessuno potrà salvarsi.»
Benedetto impallidì. Capì immediatamente di trovarsi di fronte a una possessione — come quelle descritte nelle Sacre Scritture. Senza esitazione, aprì il suo taccuino e scrisse alcune formule in latino, invocando santi e arcangeli in suo aiuto. Poi si rivolse a Domenico:
«Tienimi aperti i libri. Pregheremo insieme, fino a quando il Signore non ci libererà da questa oscurità.»
Chiusero la porta, lasciando le finestre aperte perché la luce potesse entrare. Si inginocchiarono accanto al letto, recitando preghiere e invocazioni per ore. Dalla casa iniziarono a levarsi urla disumane, simili a ruggiti di bestie. I vicini, udendo quel frastuono, accorsero e si misero a pregare da fuori, mentre la notte calava.
Al tramonto, il demone scatenò tutta la sua furia. Una forza invisibile scagliò Benedetto e Domenico contro le pareti. Domenico impattò contro un paio di corna di cervo appese al muro che usava come appendino: morì sul colpo. Benedetto, ferito alla testa, rimase cosciente, il sangue che gli colava sulla croce di legno legata al collo.
Con la voce spezzata ma incrollabile nella fede, riprese a pregare. La croce, bagnata del suo sangue, sembrò vibrare tra le sue mani. Da fuori, le voci dei contadini si unirono alle sue. Il demone parve indebolirsi.
Benedetto allora si gettò sul corpo della donna e accostò la croce alla sua fronte.
«Io ti libererò, Antonia! Lascia questo corpo informe, anima dannata, e torna nell’abisso da cui sei venuta!»
Il corpo della donna si contorse, gridando come mille voci in una sola. Un fumo nero uscì dalla sua bocca, mentre una voce profonda e senza volto disse:
«io sono Apollyon e sono qui… e non smetterò di aprire il varco!»
Poi il silenzio. Antonia giacque immobile, priva di vita, tra le braccia di Benedetto.
Fuori, una ventina di contadini lo attendevano, con torce accese e volti impauriti. Benedetto prese un secchio, attinse acqua dal pozzo e la benedisse, tracciando un segno della croce. Poi, guidandoli come in processione, li condusse fino al crepaccio sul monte — là dove, sapeva, quel male aveva avuto origine.
«Da qui è uscito,» disse con voce ferma. «E qui deve essere richiuso.»
Gettò l’acqua santa nella fenditura; un vapore s’alzò, sibilante, come acqua versata sulle braci.
«Prendete le vanghe!» gridò. «Coprite la breccia con terra e pietre. Sigilliamola nel nome di Dio.»
Tutti obbedirono iniziarono a buttare terra e pietre . Quando il crepaccio fu chiuso, Benedetto vi posò la sua croce — la stessa che aveva bruciato la carne del demone — ancora macchiata del suo sangue.
Con il tempo, su quel luogo venne costruita una piccola chiesa. Benedetto vi rimase fino alla fine dei suoi giorni, e incaricò un gruppo di monaci di vegliare sul sigillo, e di essere i custodi del tacchuino con le preghiere e dettagli per sconfiggere il nemico oscuro . Il taccuino fu cosi chiamo libro delle formule di luce .
Sul pavimento, all’ingresso, fece incidere un segno. Nessuno avrebbe mai più dovuto rimuoverlo.
Capitolo 2 – La città e il silenzio
David – Il silenzio e la cicatrice dell’anima
David aveva appena cinque anni quando il mondo smise di avere un senso.
Una sera d’inverno, i suoi genitori — due persone semplici e affettuose — lo portarono a cena da amici. Fu l’ultima volta che li vide vivi.
Durante il viaggio di ritorno, sotto una pioggia fine, l’auto sbandò all’improvviso e si capovolse contro il guardrail.
Lui sopravvisse per un miracolo, recuperato da un passante poche decine di metri più avanti, stordito e ricoperto di vetri.
Dei genitori restarono solo il ricordo di voci spezzate, il grido del padre, e — cos’avrebbe raccontato molti anni più tardi — una figura intravista tra la pioggia e le fiamme: un’ombra con occhi rossi e mani d’osso, che lo aveva osservato in silenzio.
Quel trauma, anche se offuscato dall’età, lo cambiò definitivamente.
Divenne un bambino taciturno, precoce nel comprendere troppo del dolore altrui e troppo poco della leggerezza che si ha diritto d’avere a cinque anni.
Fu la nonna Mary a crescerlo.
Una donna energica, profonda come la terra che coltivava, vedova da anni e mai doma.
Tra i due nacque un legame assoluto: lei era la sua casa, la sua ancora, la sua unica famiglia.
Fu lei a insegnargli la pazienza del silenzio, il valore dell’osservare prima di parlare.
Mary capì che David aveva un’intelligenza viva ma fragile, e gli permise di vivere come preferiva: letture, studio, solitudine scelta.
Mentre i coetanei uscivano, lui rimaneva a casa a leggere.
Erano romanzi gialli, saggi di psicologia, manuali di filosofia.
Il dolore lo aveva reso analitico, logico, distante.
Non si emozionava facilmente, ma osservava tutto.
Quell’occhio vigile, anni dopo, sarebbe diventato il suo mestiere.
Fu Mary a pagargli l’università di psicologia: “Così magari aiuti qualcun altro a non perdersi,” gli disse.
L’università e l’incontro con Mark
L’università lo accolse con i rumori di Roma — il caos delle vie affollate, le cupole, i musei, i marmi che profumavano di storia.
David amava ogni frammento di quella città: non per la sua bellezza, ma per l’equilibrio tra fede e ragione che vi respirava.
Le ore passate nei musei vaticani e nelle chiese lo portarono a sviluppare una passione insolita per il latino, il linguaggio che univa la logica delle strutture e il mistero delle preghiere.
Fu lì che conobbe Mark Ferris, coetaneo più espansivo, studente di psicologia criminale.
Le loro differenze li completarono: Mark aveva l’intuito istintivo, David la mente analitica.
Frequentando gli stessi corsi, decisero presto di condividere un appartamento universitario, un monolocale modesto ma pieno di libri e appunti, dove i due trascorrevano le notti tra studio e discussioni infinite.
David lavorava come cameriere in una pizzeria del centro per mantenersi; Mark arrotondava facendo il buttafuori in una discoteca.
Nei weekend liberi, prendevano il treno e viaggiavano tra i paesi italiani, esplorando chiese, abbazie, siti dimenticati.
Erano studenti di psicologia, ma l’arte sacra e i misteri medievali esercitavano su entrambi un fascino irresistibile.
Un giorno decisero di visitare l’Abbazia di Lucedio, nel Monferrato — un luogo noto per le leggende legate a possessioni e riti proibiti.
Secondo le cronache settecentesche, alcune novizie di un convento vicino erano state sedotte da un potere oscuro, contaminando i monaci dell’abbazia e generando un orrore che la Chiesa aveva cancellato dai registri.
Si diceva che un demone fosse stato imprigionato tra quelle mura.
David finse di deridere la storia, ma dentro di sé sentiva un peso sconosciuto.
Trovando ospitalità in un piccolo ostello di campagna, i due passarono la notte prima della visita.
L’ambiente era umido, impregnato d’odore di muffa e fumo; mobili d’altri tempi, pareti scolorite, luci basse.
Il silenzio era assoluto.
David, abituato ai rumori di Roma, lo trovò innaturale.
Quella notte lesse qualche pagina di un vecchio volume universitario — “La Chiesa e le Lingue Latine” — e si addormentò con la luce accesa.
Poi, l’incubo.
Rivide i genitori, felici, in auto, su una strada alberata.
Rivisse la curva, la pioggia, il fuoco.
E vide di nuovo lui: la figura dagli occhi rossi, il mantello di nebbia, le ossa che si allungavano come radici sotto la pelle del mondo.
Ma stavolta, la figura si voltò verso di lui, lo fissò, lo indicò con la mano scheletrica e sibilò parole che gli gelarono il sangue:
“Il male ti fermerà, e presto brucerai anche tu.”
David si svegliò urlando, madido di sudore.
Davanti al letto, nel mezzo della stanza, la figura era lì, immobile, minacciosa, luminosa di un bagliore malato.
Durò un solo istante, poi svanì, lasciando dietro sé un freddo innaturale e l’odore di terra bagnata e muffa.
Quando si sfregò gli occhi, comprese che non aveva sognato.
Quella notte non chiuse più occhio.
Non disse nulla a Mark il mattino dopo.
Ma, dentro di sé, qualcosa era cambiato: l’incidente dei genitori aveva trovato un volto.
Durante il viaggio di ritorno, David rimase in silenzio.
Sapeva che quell’esperienza non era frutto del sonno.
Era una chiamata, o un avvertimento.
Dopo quel giorno, diventò ancora più riservato.
Finì gli studi con lode, specializzandosi in psicologia criminale e successivamente in tecniche investigative.
Esternalmente era impeccabile: razionale, lucido, misurato.
Ma dentro covava due forze in lotta: la mente scientifica che cercava spiegazioni, e il bambino che aveva visto il male nei suoi occhi rossi.
Quel conflitto lo rese perfetto per il lavoro di investigatore: capace di leggere le ombre dell’animo umano senza farsi ingannare da esse.
E nel profondo, sapeva che il destino lo avrebbe portato, un giorno, di nuovo davanti a quella stessa oscurità — ma stavolta da adulto, con un cuore preparato a credere.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.