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Consegna prevista Febbraio 2027
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Un avvocato vedovo ha comunque ricevuto molto dalla vita.
Un lavoro di successo, stima dei colleghi e un abito che gli cade sempre perfetto addosso.
Due figlie quasi donne che riesce a gestire senza problemi.
Soldi. Tanti soldi.

Ma è tutto così facile?
E soprattutto. Ma è tutto così per davvero?
Quanto si sa della vita? Quanto si vuole sapere?
Basta dimenticarsi dove è parcheggiata l’auto per ripiombare in un baratro dal quale è impossibile uscire.
Quasi.
Oppure è l’ultima occasione per aprire gli occhi.
Forse non tutto è perduto.
Forse, anzi, perdere e perdersi è la cosa migliore che possa capitare.

Perché ho scritto questo libro?

Negli ultimi anni sono stato fortunato ad essere entrato in contatto con tante persone fantastiche. Persone alle quali la sorte ha riservato sfide dolorose, alcune oggi impossibili da superare.
Ma la forza che hanno saputo tirare fuori è stata immensamente superiore alla sfiga che è toccata loro.
Alcuni hanno vinto, altri loro malgrado hanno perso, cedendo solo di fronte alla vigliaccheria del destino.
Ma tutti, nessuno escluso, hanno lottato come leoni.
Questo libro è dedicato a loro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Capitolo 1

Amore è questo; Se non ti riconosce, riconoscilo tu

Nella stanza c’era un forte odore di medicine e le tende, completamente rovinate nei bordi, erano tirate a metà: lui sembrava piccolo dentro quello spazio, ma la sua voce aggressiva e il suo sguardo disilluso avevano imparato con il tempo, a riempirlo tutto, quello spazio.

“Papà, sono io”.

“Papà? sono io”.

“Papà? Rispondimi, per favore. Non fare così…Non puoi fare sempre così…”.

Lui la guardò come si guarda un puzzle da cinquemila minuscoli pezzi, tutti uguali, appena rovesciato sul tavolo. La fronte corrucciata per lo sforzo di comprendere meglio il senso di quella voce, così incredibilmente familiare e così improvvisamente estranea.

“Sì, ma io chi? “. Scandì le parole avendo una speciale cura, certosina e maniacale, nel soffermarsi su ogni singola lettera, scandita con la forza che il respiro gli dava ancora, con la paura nel cuore di non sapere bene la risposta o non aver compreso, fino a fondo, la domanda. Poi, ripeté il gesto ancora più forte, guardando con sguardo assente le piccole macchie a forma circolare che il bicchierino di caffè aveva lasciato sul mobiletto coler verde acqua a fianco al letto. La fronte corrucciata da mille fastidi e una smorfia nauseata “sì, ma io… io chi? “. Lei prese fiato, per quanto in quel momento le fosse possibile, mozzando l’ansia e limitandosi ad accarezzargli la testa, come sempre, senza chiedergli il permesso.

“Alice. Tua figlia. Quella che odiava ripassare le lezioni di storia a memoria, che detestava il circo anche se mi ci volevi sempre portare e che amava i cavalli. Anche se tu dicevi sempre che eri allergico al pelo”. L’uomo rise in maniera innaturale, sbottando da fermo, emettendo un rumore sinistro, quasi tonfo. Un suono secco, più che altro un riflesso. Poi aggrottò la fronte, di nuovo e più marcatamente di quanto avesse fatto pochi secondi prima, lasciando intravedere un numero cospicuo di macchie solari e di rughe, simili a crepe su muri a secco.

“Oh Dio santissimo…quella che mi ha fatto diventare matto, quella che non mi ascoltava mai quando le davo consigli e faceva sempre quello che cazzo pareva a lei? “.

In altre occasioni e altri tempi quella risposta l’avrebbe urtata, profondamente infastidita, non fosse per la volgarità che non aveva mai fatto parte del suo modo di essere. Ma oggi non più. Non poteva provare null’altro che non fosse amore incondizionato per quel burbero uomo sudato, in pigiama e dalla barba incolta e grigiastra. “No, quella era la mamma”. La mano scivolò lungo la schiena per aggiustare il cuscino sulla parte lombare del vecchio davanti a lei. Lo sforzo di reggere un corpo che si lascia cadere senza alcuna resistenza, scivolando su ciabatte di spugna che non trattengono più come prima i piedi gonfi e pieni di piccole e spesse venature. “Io ho solo contribuito a farti diventare quella vittima che adori sentirti, papà, per farci stare male e per farci sentire in colpa per questa situazione. “

“Ah, giusto. Ecco perché ora ogni giorno penso di morire dimenticato da tutto e tutti. “

“Esattamente, papà” Gli occhi umidi sfuggono volontariamente l’incrocio di sguardi, il volto tirato dell’uomo in una smorfia di sofferenza e la voglia di continuare, nonostante tutto, il gioco di finta ironia in quella accecante stanza priva di tutto. Odore di disinfettante scadente nell’aria, rumori di zoccoli nel corridoio e infermiere che spingono carrelli ricordandosi gli orari dei turni e le prossime visite di reparto.

“Consapevole fino al midollo che nessuno ti vuole bene, che ti lasceremo qui a marcire, ripetendoti tutti i giorni le parole del dottor Marini…quello che ti disse che hai la demenza e che sei rimbambito, vero, ma esattamente come tutto il mondo attorno a te, me compresa”.

Provò a sorridere affondando ancora una volta la mano aperta sui capelli posticci e appiccicati del padre. Lui, invece, si fece serio e nervoso. Le mani iniziarono a vagare dentro le maniche dell’ampia vestaglia, macchiata di cioccolata.

“Ah, già. Sempre così allegro, quello stronzo di dottore. Dovremmo invitarlo ai pranzi di Natale tutti insieme con quell’altro scorbutico del tuo ragazzo, e tutti quei discorsi stupidi che mi urtano e mi rompono i coglioni. Così possiamo rovinarci l’umore in modo professionale e senza prenderci noi troppo disturbo.”

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Lei sorrise ancora più forte di prima, come se quelle parole avessero un qualche senso, ma una lacrima sfuggì impertinente al rigido e assoluto autocontrollo che si era imposta, come regola di sopravvivenza mentale, da quando era peggiorato.

“…Ti manca qualcosa, papà? “

Lui ci pensò solo pochi secondi, come se aspettasse da una vita quella semplice domanda, con le mani tremanti incrociate sulle ginocchia. “Le chiavi di casa mia. La dignità”

“Basta papà, per favore, non dire così, mi fai stare male…”. Lui continuò come un aguzzino che non vuole sentire pietà e si ostina sadicamente a infliggere sofferenza alla vittima che non smette di urlare e implorare la fine pena. “La metà dei miei ricordi. La mia vita di prima. E anche il telecomando, ma quello penso lo abbia rubato l’infermiera bionda per rompermi i coglioni e farmi i dispetti, schifosa di una puttana slava. “

“Hai ancora me, però. E Martina”.

Per qualche secondo ritornò in sé. Lucido come lo era un tempo neppure troppo lontano. Lo sguardo si fa umano, le mani, sovrapposte l’un l’altra, smettono di tremare e la voce non corre più rapida e incontrollata. È tutto incredibilmente più ragionato, sospeso nel tempo che fu, un tempo. “Sì, ma non sempre ricordo dove vi ho messo…Come il calzino preferito. Scomparite sempre nel mio lavaggio del cervello”. Alice sorrise.

“Sai che è strano? Anche quando non mi riconosci, riesci comunque a ferirmi come solo un padre può fare.” Adesso non era più il caso di trattenere quella lacrima che, in attesa di permesso, si era nascosta fra il trucco sbavato e il naso della donna. “È perché, anche se non so chi sei, so che ti voglio troppo bene da non mentirti. ” Un attimo, subito seguito da un respiro, ancora più lungo e faticoso. Le costole fanno male per lo sforzo di trattenere e liberare l’aria in maniera il più possibile naturale. Quel momento in cui il cuore si ferma per ascoltare se ne vale ancora la pena. “Papà…”

“Sì? ” Lei sgranò gli occhi lasciando spazio alla luce verde intensa delle sue pupille. “Ti ricordi il mio nome?” Il vecchio alzò le spalle compiaciuto del fatto di poter decidere, in piena autonomia, se far soffrire il suo interlocutore ovvero regalargli uno sprazzo di felicità. “Alice, per Dio…me l’hai detto prima. Ho ancora un buon udito, mica sono sordo. Sono solo un povero scemo smemorato che farnetica.”

“Sei il mio scemo preferito. “

“Allora sei messa proprio male, cazzo se sei messa proprio male…” Si guardarono come due complici alla fine di uno sketch, salutato da applausi fragorosi. E si misero a sorridere. Una risata spezzata, condita di immensa fatica, di nostalgia e di un amore che ormai non si misurava più in memoria e azioni, ma solo in presenza.

E in battute che, a volte, sanno fare più male delle diagnosi.

Capitolo 2

Claudia mi resta vicina, buona, e la sua calma mi aiuta a non innervosirmi (Film “Caos calmo”)

Fuori, il mare si apriva placido, una tela azzurra appena increspata dal pennello leggero del vento. Un giorno di metà marzo, di quelli in cui il freddo si allontana piano piano senza voltarsi indietro e la primavera prende possesso dell’aria con passo lieve, lasciando dietro di sé il profumo delle cose semplici, quelle che non chiedono nulla se non di essere vissute. La sabbia umida accoglieva i piedi di Marco, Alice e Martina, mentre scendevano dal selciato che conduceva alla spiaggia, ricoperto di piccoli aghi di pino marino e minuscoli sassolini bianchi. L’aria salmastra e il suono delle onde si infrangevano sulla battigia riempiendo l’atmosfera di una tranquillità sospesa nel tempo. L’arenile era ancora poco frequentato da quelli che sarebbero, da lì a poco, diventati padroni inopportuni del silenzio e della quiete, una nota stonata nel mezzo di uno spartito; il cielo di un azzurro che sarebbe sfumato alle ombre del primissimo pomeriggio. La brezza agitava gli arbusti marini, accarezzando i capelli disordinati delle ragazze. Poi, di improvviso, qualcosa spezzò il silenzio delle cose: “Onestamente, che ne pensi di questa idea della festa vintage? “chiese di scatto Alice, la figlia grande, tirando su le spallucce di una giacca troppo pesante per quella giornata di quasi inizio primavera. Lo sguardo si rivolse verso il padre, intento a capire cosa ci fosse dietro una piccola barca abbandonata e malconcia in fondo all’arenile. “Cosa vuoi che ne pensi, tesoro mio. Se non altro potremo farci fare qualche foto con vestiti improbabili, armati dei nostri migliori sorrisi anni ’80! ” fu la prima cosa che Marco pensò di dire nel tentativo di sembrare spontaneo e di buono spirito. Martina, fino ad allora stranamente in silenzio, si girò roteando nel suo maglione a maniche lunghe, pronta a lanciare uno sguardo complice e ironico alla sorella maggiore e poi al padre. “Saresti fuori luogo, alla tua età”.

“No anzi, perfettamente a tema” rispose il padre senza perdere il sorriso. Si fermò a guardare un punto luccicante davanti al mare, un po’ perso nei suoi pensieri, respirando profondamente per quanto i suoi polmoni lo permettessero. La vista della spiaggia, quella distesa di sabbia che si perdeva nel mare, gli regalava una tregua e sensazioni di pace. La vita, dopo la sua Laura, era un insieme di giornate a volte identiche, scandite da impegni di lavoro, da silenzi e discorsi fatti a sé stesso, lui da solo in un letto disfatto sempre a metà, mentre il mondo dormiva. Oggi tutto sembrava diverso. Come se quella giornata fosse l’opportunità giusta per rafforzare legami familiari che, da qualche tempo, sembravano allentarsi come una vite arrugginita, sfibrati dal tempo, senza volontà, senza cattiveria, per pura inerzia. “Gli anni ’80…” riprese come a una recita di bambini a Natale “un tempo in cui si ballava in discoteche tappezzate di specchi simili a carta stagnola senza temere il ridicolo. L’unico decennio in cui ci si vestiva da astronauti per andare a comprare il latte, con quintali di gel per capelli e occhiali Ray Ban modello Top Gun”.

“Che roba strana, a pensarci” si limitò ad aggiungere Martina chiudendosi i pugni dentro le maniche della sua maglia di lana e viscosa a coste larghe. “Tremendo davvero. Spalline come ali di albatros in volo, giacche di renna e jeans attillati. Litri di lacca, creste che sfidavano la gravità…tutti pronti per un assalto punk rock”. Continuò caricando ancora di più la mano ma rimanendo fedele ai suoi ricordi più vivi. “Cassette musicali registrate in cameretta nel silenzio più totale con una penna in mano per riavvolgere un filo, cabine telefoniche agli angoli di strada, film di eroi improvvisati e pronti a salvare l’umanità da rischi alieni. E canzoni a ricordarci quanto fosse dura la vita in città”. Sorrise soddisfatto di come fosse riuscito a ricordare con pochi tratti quel periodo quasi mitologico. “Eppure, un sacco di gente continua a sostenere che fossero anni fantastici” aggiunse Alice senza troppa convinzione guardandosi soddisfatta lo smalto lucido delle unghie. Il padre si limitò a stringersi nelle spalle. “Quando sei giovane è tutto bello, o almeno così dovrebbe essere. Perdoni e ti perdoni tutto del tuo passato per legittimare il tuo desiderio di tornare indietro e rivivere un po’ della tua infanzia. Forse è un modo per ammettere che hai avuto momenti unici da portare con te, un cuscinetto di conforto per il futuro”.

Martina raccolse una conchiglia da terra, la scrutò per qualche istante e la strinse dentro il pugno della sua mano. Poi, come accade con certe riflessioni che non chiedono di restare, la posò di nuovo sulla sabbia. Il vento cancellò quasi subito l’impronta delle dita. La conchiglia rimase lì, discreta, pronta a essere trovata da qualcun altro o a tornare al mare. “Come dire insomma che la tua vita adesso non ti soddisfa ma almeno sei stato felice in passato…qualcosa del genere praticamente…”. Il padre scosse la testa non in grado di ammettere con assoluta sincerità se la figlia avesse, in qualche modo ragione. Fissò la barca come pochi minuti prima ma pensando a cosa rispondere senza far passare troppo tempo “Non credo intendessi dire quello, ma magari il mio subconscio ha parlato per me…”.

“Torneresti indietro se potessi, papà? ” incalzò la figlia per rafforzare la sua tesi. La domanda rimase sospesa tra loro, nuda, irreparabile. Con un senso di curiosità che lasciava spazio ad un malinconico quesito. Una malinconia sottile ma quanto bastava per essere percepita, la stessa della sera domenicale, quando si assapora gli ultimi attimi del fine settimana, la medesima che portava quel paesaggio di marzo, quando l’inverno non è più inverno e la primavera non è ancora primavera. “Il passato è passato, e vivere di nostalgia è triste e patetico, anche se ammetto per molti è l’unica cosa che purtroppo rimane da fare”.

“Che tristezza se fosse vero” intervenne Martina, come se quella risposta pendesse da tempo sulle sue labbra carnose e lucidate da piccoli cristalli di mare finiti lì, quasi per caso. “Meglio capire cosa non va del tuo presente e lavorare sul futuro.” Dietro di loro il mare respirava piano, con onde basse che si stendevano sulla sabbia senza fretta, lasciando una schiuma sottile che il vento subito cancellava.

“Ehi, ehi calme ragazze, non volevo aprire un dibattito sulla felicità, non credo nessuno lo voglia in questo momento…Stiamo leggeri di spirito oggi…”. Le ragazze annuirono ma poco convinte. Non aspettò la loro approvazione. Si limitò ad abbracciarle avvicinando ciascuna di loro al suo Barbour di cerata marrone scuro che odorava ancora di nuovo, nonostante gli anni. Per un attimo volle gustare il profumo di salsedine e alghe secche ed elicriso combinate al Ferragamo Oceani di Seta di Alice, con le sue essenze di sale, patchouli e menta. Poi un rumore distante distolse tutti nello stesso momento, come un richiamo di caccia. Pochi minuti dopo e tutto era cambiato. I corpi dei tre, separati, puntavano, come segugi, verso direzioni diverse. Lui si ritrovò accovacciato sulla sabbia, a qualche metro dalle ragazze e dalle note salmastre che poco prima lo avvolgevano completamente. Adesso erano l’umidità della spiaggia e il vento crescente a fargli compagnia. Guardò avanti a sé con orgoglio, osservando come, nonostante caratteri diversi, entrambi le figlie avessero trovato un equilibrio nel modo di gestire la loro relazione. E nel modo in cui ciascuna di loro si interfacciasse con lui. Come se si fossero assegnate un compito, un ruolo, calzato alla perfezione, senza competizione o prevaricazione. E soprattutto senza che lui, e Laura prima, avessero in qualche modo messo becco sul copione. Ed eccole adesso, bellissime, profumate di mare e di sole. Alice la pianificatrice, la meticolosa indiscussa leader del nuovo assetto familiare figlio-centrico. Martina la creativa, capace di unire alla perfezione l’impossibile ed il fattibile rendendo ogni idea incredibilmente insolita, certamente unica.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Faggella Pellegrino
Cinquant'anni, milanese, si occupa di finanza. È da sempre appassionato di viaggi, cucina e scrittura.
"Memento" è il suo secondo romanzo, dopo aver pubblicato "Kairos" nel 2023.
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