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Pedalando nel blu – Vent’anni in bici lungo le coste italiane

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Un racconto di viaggio sui generis: vent’anni lungo le coste italiane, pedalata dopo pedalata, tra terra e mare e incontri che ti cambiano lo sguardo. Dalle prime sfide “ultra” alle tappe lente condivise con moglie, figlie e amici, è l’evoluzione di un modo di viaggiare: non più la corsa contro il tempo, ma il piacere di assaporare ogni dettaglio, ogni giro di ruota. Dopo l’esperienza nelle randonnées e la Parigi Brest Parigi, nasce una nuova filosofia: separare la prestazione dal piacere della scoperta. Così il viaggio diventa ascolto dei luoghi, delle persone, delle storie. Dalla Basilicata coast to coast al trekking finale sulla sabbia, anche dopo un grave problema di salute, ogni tappa è un tassello di un grande puzzle emotivo e geografico. Un racconto che intreccia cronache locali e orizzonti globali, celebrando il viaggio lento come strumento per capire il mondo e forse anche se stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Da sempre colleziono viaggi condivisi in bici e a piedi, itinerari che mi hanno portato ad inanellare tappe attraverso l’Italia, l’Europa e un po’ d’Africa. Amo tenere diari: di fatiche all’aria aperta, di incontri, di emozioni, di nuovi orizzonti. Spinto dalla passione per la geografia e dalla voglia di capire un po’ meglio il mondo, divoro libri di cammini e cicloviaggi. Con questo racconto vorrei provare a condividere la mia passione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Voglia di bici, voglia di mare. 

E’ la fine di agosto del 1998. Mia moglie Marta ed io siamo appena tornati a casa di ritorno da un lungo viaggio in bicicletta nel sud della Francia insieme alla nostra primogenita Camilla, 2 anni, inconsapevole cicloturista sul carrellino al traino della bici di papà. Abbiamo ancora qualche giorno di vacanza ed io vorrei approfittarne mettendo a frutto l’allenamento accumulato prima e durante il viaggio. Ho da poco compiuto 35 anni e mi sento dentro una traboccante voglia di andare incontro a mondi nuovi con spirito libero, leggero, curioso. Anche se solo per poche ore, prima di tornare a infilarmi nel tunnel della quotidianità. Senza pensieri, con la mia bicicletta da granturismo marchiata con il logo “Leone”, un anziano costruttore di bici da corsa piemontese, di Saluggia. Una bici speciale che a farla andare basta un soffio. Per noi piemontesi e per i torinesi soprattutto l’espressione Marca Leone, che identifica le caramelle, le praline e le pastiglie dissetanti della omonima ditta, è divenuta talmente familiare che è stata adottata per definire tanto un manufatto eccellente quanto un’attività portata a termine in modo esemplare. La mia Marca Leone è una Covolo da corsa che mia mamma regalò a papà subito dopo le loro nozze, nel 1958. Lui, che era stato in gioventù un ciclista dilettante, si tenne addosso quella passione per il resto dei suoi giorni. Negli anni ’80 la fece ammodernare da un bravo telaista di Saluggia, tal Leone, che ne accorciò di un paio di centimetri il carro posteriore per tenerla aggiornata con i tempi, la riverniciò completamente di nero (in origine era color bronzo) e ci appiccicò il suo ambizioso logo giallo, Leone appunto. De gustibus. Ora con la mia Marca Leone vorrei correre su una strada lunga, sinuosa, in discesa perché è così che deve essere quando si scende al Sud. Con il mare al mio fianco e cieli nuovi sopra di me. Senza carte stradali, senza dovermi preoccupare della direzione da prendere. Terra, acqua, aria. I pedali che mulinano senza sforzo apparente, il fruscìo delle ruote sull’asfalto, il sole allegro, il blu del mare che solo a pensarci ti lava via la fatica… Cerco tutto questo volgendo le spalle alla Bocchetta di Altare meglio conosciuta come Passo di Cadibona, 436 metri sopra il mare di Savona. Mi lascerò scivolare lungo 3 i tornanti fino in città e poi continuerò seguendo la costa verso levante fin dove ne avrò voglia. Non stop. La scelta di partire da Cadibona è obbligata. Qui i geografi pongono convenzionalmente il limite tra le Alpi e gli Appennini e da qui nel 1984 ho iniziato la traversata alpina. Avevo 21 anni e questa stessa bicicletta. Non posso fare diversamente, non posso lasciare vuoti nel percorso, non voglio perdermi nulla. Anni fa decisi che tutti i miei viaggi si sarebbero dovuti legare tra loro. Allora ripartirò da qui per andare avanti leggero, spinto dal soffio del vento amico, per annusare il mondo dietro quella curva, per respirarne l’aria a quella dopo ancora, perché è bello, perché deve esserlo. E quando un gioco è bello vorresti che non finisse mai… Marta mi è complice in questa piccola avventura, ma anche un po’ preoccupata. La strada non è trasfigurazione, non è esperienza mistica. La strada che scende lungo il Mare Ligure e poi il Tirreno è stretta, trafficata, rumorosa, pericolosa a volte. E’ l’Aurelia… E la bicicletta è anche fatica, sudore sotto il caldo di mezzogiorno e brividi nel freddo e buio della sera quando la notte incombe. Non ho idea di quante ore potrò pedalare, per quanti chilometri potrò viaggiare. So solo che mi fermerò quando non ne avrò più voglia. Marta si è offerta di scortarmi in auto, a debita distanza per non infastidirmi ma anche non troppo distante per potermi dare una mano se ne avrò bisogno, per riportarmi a casa quando non ne avrò più voglia. Ha prenotato cena e letto in un grazioso alberghetto di Altare, da Quintilio, sulla strada poco prima del valico di Cadibona. E’ sabato sera, il 4 settembre del 1998, quando lo raggiungiamo dal Canavese dove viviamo da qualche anno. L’albergo solitamente ospita camionisti in transito. Stasera è deserto, del resto è giorno di riposo. Tavoli e sedie di legno scuro, tovaglie candide, le pareti di un verde tenue. Prendiamo un primo abbondante, una minestra di verdure con mezzo di vino nero. Tiriamo sempre un po’ la cinghia al ristorante, un po’ per risparmiare e un po’ perché la gola non è la nostra prima fonte di emozioni. E dovendo fare delle scelte… La notte dormiamo come sassi ma per me è notte breve. Sveglia alle 4:30 di domenica mattina. Marta rimane a letto, dormirà fino alle 8:00 e mi raggiungerà in seguito. La sua scorta mi sarà utile soprattutto nel pomeriggio, quando la stanchezza si farà sentire. Ieri sera abbiamo chiesto di lasciarci per colazione un tè caldo nel thermos insieme a un po’ di marmellate e della frutta. Voglio sbrigarmi ma decido di non rinunciare a scaldarmi un po’ di latte sul fornelletto da alpinismo, con l’aggiunta dell’immancabile cucchiaiata di miele di castagno che mi sono portato da casa. Il mio elisir di lunga vita.

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Indosso un paio pantaloncini corti imbottiti da ciclista (di colore rosa!), una maglietta a maniche corte sotto una seconda a maniche lunghe, il cappellino con visiera, il casco, i guanti e per ultime le scarpe da corsa. Si, da corsa e comode perché temo che gli scarpini da ciclista, stretti stretti, a lungo andare possano darmi fastidio. L’impermeabile trova posto in una piccola sacca fissata sul portapacchi posteriore, insieme ad un tubolare, una camera d’aria, le leve smonta copertone, la pompa e della frutta secca. Riempio di acqua la borraccia, accendo la torcia anteriore a luce bianca e il fanalino a luce rossa posteriore. L’ultima attenzione prima di partire la dedico al tachimetro fissato al manubrio. E’ ancora buio e freddo quando poco dopo le cinque scendo in strada. Parto così, senza voltarmi, subito giù verso Savona con l’aria frizzante di settembre a tenermi sveglio. So che Marta mi seguirà a distanza di qualche chilometro, sulla Croma a gas che per noi è “l’ammiraglia”, mutuando il lessico del grande Adriano De Zan 4 commentatore di tante epiche cavalcate ciclistiche. Due ore e mezza dopo sorge un sole malato ma con una luce sufficiente a farmi spegnere la torcia fissata al canotto della forcella. Dal tratto di Aurelia da Savona a Genova non mi aspetto grandi cose. L’attraversamento di Genova poi non è facile. Devo fare appello a tutti i miei sensi per evitare rotaie, filobus, automobili. Purtroppo il meteo non è dalla mia parte, nuvoloni neri si stanno allungando sul mare color ghisa. A Sestri l’Aurelia si allontana dalla costa e dapprima con moderata pendenza e poi con più convinzione risale tra i boschi verso del Passo del Bracco, a 615 metri sul livello del mare. Intanto il cielo diventa sempre più minaccioso fino a scoppiare in un violento temporale, proprio sulle prime rampe. Acqua a catinelle. I ruscelli di scolo ai bordi dei tornanti tracimano invadendo la carreggiata e ricoprendola d’acqua per l’altezza di una buona spanna. Difficile salire con le ruote a mollo, difficile rimanere in equilibrio in queste condizioni, con il 42-23 o addirittura il 25. Rametti spinosi e foglie di acacia sono sparse dappertutto ad inverdire l’asfalto. Foratura quasi inevitabile. Per fortuna tocca al copertoncino posteriore e non al tubolare anteriore. Si, modernità e tradizione insieme. Vale anche per il manubrio, aperto e turistico ma con due belle corna da cronometro se mai mi venisse voglia di andare in cerca di velocità… Si perché la mia bicicletta nera granturismo Marca Leone è in continua evoluzione, modellata sulle mie mutevoli e incerte convinzioni circa il miglior compromesso su due ruote per i lunghi viaggi. In questo preciso momento, sotto il diluvio, mi rendo conto che se invece del copertoncino avessi forato il tubolare mi sarei davvero trovato nei guai. Non sono per niente sicuro di essere capace di incollare un tubolare sul suo cerchio sotto questo diluvio. Invece con il copertoncino non ho grossi problemi: al riparo dalla pioggia, sotto una pensilina alla fermata dell’ autobus, lo stacco dal cerchio, estraggo una lunga spina d’acacia, cambio la camera d’aria, lo rimonto e poi gonfio la ruota alla meglio. Mi prometto di tenere a mente la lezione. La Natura è sempre onesta e talvolta anche generosa. Superato il Passo del Bracco l’Aurelia scende a La Spezia. Il breve e violento temporale lascia spazio a schiarite sempre più ampie, a sprazzi di sole sempre più audaci, quasi violenti. Arrivo in città intorno a mezzogiorno, ormai quasi asciutto, sull’asfalto fumante. Ho percorso sin qui i primi 165 chilometri. Il computer sul manubrio segna una velocità massima di 53,8 chilometri /ora. Vuol dire che me la sono presa comoda, questa discesa, cercando un po’ di tepore. A La Spezia cerco un bar sulla strada per un caffè veloce. All’uscita dal locale incrocio Marta che sta parcheggiando. Ci salutiamo. <> <>. Ha avuto la stessa mia idea ma quel caffè lo dovrà prendere da sola. Per me è già ora di ripartire, questa volta sotto un provvidenziale caldo sole settembrino. Primo pomeriggio. Il promontorio di Monte Marcello, Sarzana, le Bocche del Magra, Marina di Carrara. Altri 30 chilometri, ora sono in Lunigiana. Attraversando Sarzana scruto un grande edificio del dopoguerra, un casermone bianco semiabbandonato nella pineta. Può essere il dormitorio delle colonie estive Olivetti? Quelle che mi ospitarono nei primi anni ’70 insieme a tanti altri bambini figli di operai canavesani della fabbrica di Ivrea? Ricordo che i monitori (al tempo si facevano chiamare così) un giorno ci portarono con l’autobus in gita a Luni a vedere i “faccioni”, le sculture apotropaiche di origine etrusca. Per me, che non mi ero mai mosso di casa prima d’allora, era un respirare un profumo di vita diverso. L’Aurelia pianeggiante scorre via sotto le ruote a 25 chilometri/ora, senza fatica. Il 5 53-19 fa bene il suo lavoro, meglio del 53-21 che storce la catena aumentando l’attrito. Il traffico leggero del sabato è tutto sommato rispettoso sia con me che con i pochi altri ciclisti del fine settimana. Alla mia destra mi accompagna il mare, alla mia sinistra i marmi della Apuane, squarci biancastri nel verde nero della montagna. Lido di Camaiore. Decido di entrare in città e di sfidare la folla del sabato pomeriggio infilandomi sul lungomare. Dov’è Marta? Forse è rimasta qualche chilometro indietro a leggersi un libro per far passare il tempo… Viareggio, il grande lago di Massaciuccoli, la Tenuta di Migliarino e quella di San Rossore. Le mani solo appoggiate sull’ ampio manubrio da granturismo, le gambe che girano da sole, la testa sgombra… Dietro il fondale dei canneti e dei campi arati ancora fumanti scorgo il candore di una torre lontana, un poco storta, che sembra piccola ma non deve esserlo. Non mi aspettavo che mi si presentasse così, la Torre di Pisa. Mi fermo, avanzo di un fotogramma la pellicola e scatto con la Nikon manuale che mi porto sempre a tracolla. E’ forse la prima foto di giornata. Una diapositiva che non conserverò, forse sbagliando. La Torre, così piccola nell’inquadratura con il 50 mm, perde la sua importanza. Il fotografo non le ha reso il merito che le spetta. Livorno, Rosignano Solvay, Cecina, la Costa degli Etruschi. Alle sei di sera la luce dolce del sole si abbassa sul mare, l’ombra della bicicletta si allunga sempre più verso l’entroterra. Il contachilometri ne registra quasi 290 dalla partenza. In vista del Promontorio di Piombino l’Aurelia si dirige vero l’interno per poi superarlo passandogli alle spalle. Continuo a seguirla. Alle 19:30, poco prima che sopraggiunga il buio, Marta mi raggiunge con la Croma nei pressi di Castagneto Carducci. Mi passa qualche cosa da mangiare, credo pastiglie di Enervit GT, e della CocaCola. Da lì in avanti mi scorterà seguendomi a poca distanza con gli anabbaglianti accesi per illuminare il tratto di strada di fronte a me. Alle 20 il buio è totale, nero come la pece. Senza la scorta di Marta alle mie spalle sarebbe imprudente procedere protetto dalla sola minuscola luce rossa posteriore. Almeno così mi pare. Dopo un’altra ora di viaggio, sospeso nel buio della notte in cui sembra dissolversi anche la bicicletta, mi sento soddisfatto. Comunque ho fame e desidero una doccia. Nonostante i pedali piatti da turismo e le scarpe da ginnastica blandamente allacciate sento un certo formicolio ai piedi. A qualche chilometro da Follonica scorgo una deviazione alla mia sinistra, il cartello indica Riotorto. Potrebbe essere il borgo che si intravede tra le luci fioche dei lampioni, appollaiato sulla prima collina. Faccio un cenno a Marta, lei mi affianca e decidiamo che li finirà il mio viaggio. Una breve salita e mi ritrovo davanti alla fontana del paese, al centro di Piazza del Popolo. Mi appoggio, scendo. Marta mi sorride. Sono contento, ho fatto bene qualcosa che non avevo mai fatto prima, che non ero sicuro di poter fare. Sono le 21:15 circa. Ho percorso circa 341 chilometri in 16 ore. Ma la crisi deve ancora venire. Le gambe che sinora mi hanno servito egregiamente dopo pochi minuti di sosta diventano pesanti, si irrigidiscono. Mi risciaquo alla meglio nella fontana cercando di risparmiare i movimenti. Con Marta ci scambiamo qualche battuta sulle rispettive giornate. Lei ha faticato a restare in auto così tante ore. Mal di schiena, sonnolenza. Non lo farà più… A me dispiace un po’ di essermi fermato, sulla sella stavo bene, meglio che qui a contorcermi dentro l‘asciugamano. Forse avrei potuto proseguire qualche altra ora. Tutto sommato mi sento meno stanco adesso che dopo la 100 chilometri di marcia lungo il Po di tre anni fa, dal Monviso a Piazza Castello, Torino. Marta ha prenotato per la notte una matrimoniale 6 nel “Maida”, un albergo sulla strada per Follonica, pochi chilometri più avanti. Sono troppo stanco, non mi cambio. Lo raggiungiamo con l’ammiraglia in pochi minuti. Una doccia e a nanna senza cena o quasi. Il mio stomaco si rifiuta di aprirsi… Ci addormentiamo facendo propositi per il futuro, come ci succede di solito al termine di una esperienza positiva e dunque da ripetere, magari facendo meglio. Potrei tentare una 24 ore in sella. Alla media di poco oltre 20 chilometri/ora potrei raggiungere i 500 chilometri!!! Dovrei montare il copertoncino anche anteriormente, rapporti posteriori più lunghi di un dente, dotarmi di maglie e magliette con le tasche posteriori, da vero ciclista. Il casco non è obbligatorio, alla lunga il sottogola potrebbe infastidire, può rimanere a casa se si ha fiducia nella buona sorte. Al suo posto sarebbe meglio portarsi appresso il cappello da ciclista con visiera, protegge bene dalla pioggia battente. Per buona misura aggiungerei un camper di servizio e due amici complici: uno alla guida, l’altro a farmi da assistente. Marta fa un grugnito e spegne la luce. E’ andata anche questa.

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Giovanni Capirone
Neopensionato, vivo in Piemonte tra le morene dell’anfiteatro di Ivrea. Cresciuto in una famiglia radicalmente ostile ai mezzi a motore, ho sviluppato presto una gran voglia di esplorare il mondo. Avrei voluto fare del cammino una professione, invece l’azienda mi ha trattenuto per quarant’anni, lasciandomi però ogni momento libero per partire a piedi o in bicicletta. Con mia moglie, le mie figlie e gli amici ho attraversato l’Italia, l’Europa e un po’ d’Africa. L’agonismo sportivo mi ha fatto capire il valore del viaggio lento e consapevole, quello che ogni giorno ti insegna qualcosa del mondo e talvolta anche di te stesso. Appassionato di geografia e diari di viaggio, mi piace scrivere senza sapere se ho la stoffa per farlo. Esordisco con il racconto del periplo in bici della nostra penisola, un’avventura a tappe durata vent’anni, condivisa, intima e dal finale dolce amaro.
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