“Chi me l’ha fatto fare?” È la prima cosa che vomita il mio cervello mentre m’avvicino al bordo vasca dopo ventitré anni d’inattività. Il classico Novembre, tetro e uggioso, avvolge la piangente Lomellina.
Mi convince Fabio. Vuole rimettersi in forma dopo una batosta amorosa, il suo obiettivo è smaltire un po’ di ciccia e incazzatura sfogandosi tra le corsie.
Nonostante un passato d’agonista, ormai faccio fatica anche solo a ripensarci.
Non sono magro.
Non sono grasso.
Sono molle.
Sfoggiamo due costumi da spiaggia: non ho mai più indossato uno slip e non sono andato di certo a comprarlo. Probabilmente abbandonerò tra qualche giorno, son qui soltanto per dar man forte a un amico. I boxer anni novanta andranno benissimo.
Siamo circondati da anziani che nuotano con uno stile tutto loro. Orsi supini che invadono la corsia.
Diamo inizio alla farsa: due, quattro, otto vasche e il cuore mi sta per uscire dal petto.
Gli anni di vita sregolata si fanno sentire immediatamente, i polmoni ardono come un falò a Ferragosto.
Fabio se la cava.
Gli suggerisco semplici esercizi per rendere fluida la bracciata durante la respirazione. Altre venti vasche e arrivederci.
Qualche giorno dopo bissiamo e le vasche diventano quaranta; dopo due settimane, ottanta: due chilometri. Mi toccherà davvero comprare un costume da vero nuotatore?
Riconosco il mio elemento ma non lo so ancora gestire come facevo da bambino. Negli ultimi vent’anni entrare in acqua mi ha sempre riportato ad allenamenti estenuanti praticati in gioventù.
Verso la fine di gennaio Fabio abbandona, trova lavoro a Milano e non riesce a ritagliarsi del tempo per la piscina. Ogni volta che c’incrociamo al di fuori della piscina gli faccio capire che mi ha salvato la vita. Brindiamo a lei.
Mi lascio coinvolgere da un gruppo che si allena in pausa pranzo, tra le dodici e le quattordici. Pur spaziando da amatori ad agonisti, formano un gruppo affiatato.
In compagnia risulta tutto meno faticoso, soprattutto dal punto di vista mentale. Passano i mesi e vengo accolto nelle “Nutrie del Ticino”.
Parlano di fantasmagoriche traversate a nuoto, circuiti di gare in acque libere. Cercano d’invogliarmi.
Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello.
Solo l’idea di buttarmi in un lago freddo e buio mi provoca un leggero malessere.
Per ora può ampiamente bastare essere meno gobbo e smaltire le birre della sera precedente. Tra fondo e lavori in soglia i mesi volano.
Mi alleno tre volte a settimana svolgendo sessioni che mi portano a ricoprire una distanza di tre chilometri. All’ora di tempo effettivo in vasca ne aggiungo una mezza di public relations prima e dopo la fatica, unica disciplina in cui sono un vero campione.
A inizio giugno i compagni di squadra affrontano le prime competizioni e tornano in piscina raggianti, con aneddoti che risvegliano un senso d’agonismo.
Il calendario è fitto di gare in tutta Italia. Descrivono la competizione con entusiasmo, i loro occhi parlano.
Il volto è sereno: quella serenità che cerco da quando sono tredicenne.
La voglia di provarci, lenta e inesorabile, s’insinua nella mia mente. La paura mi blocca, con la giusta compagnia potrebbe affievolirsi. Riapro il cassetto dei sogni.
Vedo la luce in fondo al tunnel di monotonia.
Lavoro a Milano da quindici anni e la sera torno all’ovile. Non mi sono mai mosso perché qui ho il mutuo, la famiglia, il lavoro: balle. La verità è che mi spaventa ricominciare tutto da capo.
Sono anni che trascorro le serate bevendo e fumando canne a profusione con gli amici di sempre. Oltre a invadermi la casa, sono l’unico motivo per restare. Una valvola di sfogo continua e reciproca ma è ora di rallentare.
La mattina ci metto tre o quattro ore per rinsavire, facendolo sembrare normale routine.
Come se i dolori che m’attanagliano lo stomaco da quindici anni facciano ormai parte di me. Rassegnato al fatto che non m’abbandoneranno mai.
Non riesco a smettere, non prendo neanche in considerazione di curarmi con dei medicinali perché: “Ma va! L’erba e l’alcool curano tutto”.
Assuefatto, ormai schiavo delle mie dipendenze.
Con la scusa sempre pronta per giustificare gli eccessi.
Il super potere di chi dipende da qualcosa.
O da qualcuno.
Capitolo venticinque – Dopo un anno di stop
Il meglio e il peggio di questa estate, credo per il primo e spero per il secondo, si siano già manifestati.
Le gare faranno da contorno.
Durante lo stop forzato, ho scoperto che gli atleti master agonisti hanno continuato ad allenarsi nei centri federali.
Al contrario degli amatori, non si sono mai fermati. A maggio, appena rientrato in piscina, ho fatto richiesta per il tesseramento Fin (Federazione Italiana Nuoto)
Spero non serva, ma devo essere preparato. Non so se riuscirei a sopportare altri due mesi d’immobilità. La paranoia arriverebbe a livelli mai sperimentati.
Meglio pensare alle gare.
Sabato sei settembre parto con le mie guardie del corpo: Vito e Sieva. Direzione Sirmione. Inizio a capire che il lago di Garda non sarà MAI calmo.
Il via vai esasperato di barche e traghetti, lo rende sempre ballerino. Oggi il tragitto è sotto costa. Farò sicuramente meno fatica rispetto a Gargnano.
La prima boa in entrambe le tappe di Swimtheisland (Sirmione, Bergeggi), è vicinissima. A rischio calci in faccia, e salto in alto di occhialini.
Uno dei pochissimi aspetti positivi, nel gareggiare in tempo di Covid, è che le partenze saranno scaglionate. Uno alla volta ogni dieci secondi.
Il rientro alla competizione risulterà meno caotico.
Nel riscaldamento prendo più alghe che acqua, altra spunta sulle cose da fare. Dopo un anno di stop, arriva il personale conto alla rovescia:
“Dieci, nove, otto … GO!”
Parto sicuramente troppo forte: dopo pochi metri mi pietrifico. Le onde frontali e laterali mi tolgono il fiato.
“Leggero, respira”. Come un mantra.
Niente da fare. Il fiato non si spezza, il cervello sì.
Non trova speranze a cui aggrapparsi.
Rallento, non posso continuare in affanno. Mi distraggo guardando sfilare gli atleti partiti dopo di me. Lo scoramento aumenta, ma le braccia tornano a girare.
Secondi. Meno di un minuto. In acqua tutto è esponenziale.
Proseguo l’autoanalisi. “Non saranno due minuti di paura a mettermi KO.”
“E … no, anche oggi non mi sto giocando le Olimpiadi”.
Riemergo dal sarcofago. Inseguo la fila accelerando.
A metà tragitto il gruppo è folto, superiamo in continuazione. Mi aggrappo a un barlume di speranza. Il podio, anche se improbabile, rimane l’obiettivo, anche quando la prestazione è compromessa.
Ancora qualche minuto e sarò fuori con gli amici a brindare, l’ora del lamento può finire qua. Dopo una barcollante uscita, parte quella del mugugno.
Al termine del pranzo rigenerante, c’incamminiamo verso l’imponente palco con vista sul lago.
I due damerini si evolvono nella solita escalation di sproloqui inascoltabili.
Torna subito il sorriso.
Siamo all’oscuro di tutto, in trepidante attesa della mia categoria. Niente podio, cazzo!
Le classifiche escono in tempo reale. Non riesco a resistere; rubo lo smartphone a Sieva: quinto.
A quattro secondi dal quarto e quaranta dal terzo, pur essendo molle come un fico. Che poi, al supermercato, sono sempre durissimi.
Ripartiamo verso casa, felici: niente di nuovo. Pronti per la pizza in compagnia e altre raffiche di stronzate. Dovrò allenarmi sempre di più, altro che festa.
A luglio nuotare è devastante. La cuffia diventa un forno. I crampi sono sempre dietro l’angolo.
Il sudore che buttiamo fuori alimenta l’impianto di pompaggio, tutti soldi risparmiati per il proprietario.
Tra due settimane ci sarà la prossima.
Dovrò arrivarci meno rigido.
Gite
Non mi lascio sfuggire qualche appuntamento fuori porta. Non si sa mai cosa ci riserverà il Covid tra qualche mese.
La prima serata, con Vito a Novara. L’altra a Milano in solitaria, per ascoltare dal vivo “IL BODY”, uno dei gruppi di Pippo.
Fino a qui, tutto bene.
Preso dall’entusiasmo, aggiungo un’ultima gita, prima di tornare in pista.
Raggiungo Tazio in Monferrato dove suonerà in concerto.
Quando ci vediamo a casa sua, si scatena dentro di me la passione per il canto. Mi da delle dritte e delle birre da scolare. Seguendo le sue note sarebbe ispirato anche un afono: è insegnante di pianoforte.
Ci conosciamo dalle superiori. Ho condiviso con lui la vacanza più selvaggia della mia vita, ad Amsterdam, nel 2001. Il tutto testimoniato dalla sua super 8 per poi essere trasferito su Vhs. Un video a dir poco bucolico che negli anni è stato mostrato solo a pochissimi eletti.
Oggi suonerà in un bosco, accompagnato da un violoncellista e un sassofonista; il concerto inizierà nel tardo pomeriggio.
Dopo una lunga camminata immerso nella natura, si palesa un panorama surreale: una piccola chiesetta sconsacrata fa da cornice ai musicisti.
Le sedute per il pubblico sono ricavate da tronchi, ricoperti da cuscini di paglia. Musica e contorno in perfetta armonia. Unica pecca: miliardi di zanzare che ci fanno battere le mani anche nei momenti meno opportuni.
Tazio suona d’incanto e i suoi compagni di merende non sono da meno.
Mi lascio trasportare dal suono, viaggio ad occhi chiusi con la mente.
A fine concerto lo aiuto a caricare l’attrezzatura sul furgone. Scendiamo dalla collina, diretti in paese.
In occasione del week end di concerti, hanno allestito a sagra la piazza principale.
Ceniamo alla spartana, come piace a noi campagnoli, brindiamo entusiasti. Dopo un po’ di chiacchiere che rimandiamo da troppo tempo, siamo pronti a tornare verso Vigevano.
Quando sono fuori sede mi affido sempre all’inseparabile Tom Tom.
Per i primi chilometri il furgone di Tazio mi guida. Lui conosce la strada ma il navigatore me ne indica un’altra.
Conoscendo Tazio e il suo orientamento, mi piego ciecamente alla tecnologia.
Dopo quasi un’ora, capisco che non sto per niente andando nel verso giusto. Le mappe sono rimaste al 2010; l’insignificante imprevisto non riuscirà a rovinare la splendida giornata.
Sono in riserva da un bel po’, in autostrada.
Il prossimo distributore è a quindici chilometri, spero di farcela. A cinque chilometri dall’uscita per Fiorenzuola, la rossina comincia ad avere il singhiozzo.
Sono fottuto.
Riesco a infilarmi in una piazzola di sosta, pochi metri in più avanti.
Dopo cinque minuti di autoflagellazione chiamo Tazio.
È già a casa, e domani mattina dovrà svegliarsi alle sei. Sono le due meno un quarto.
L’unica cosa che può garantirmi è una brioche appena sfornata, non prima delle sei e mezzo. Mentre siamo al telefono … una visione.
Lo associo a un suo amico: Riccardo. L’ho conosciuto un paio di anni fa, durante una serata di musica e festeggiamenti natalizi a casa del maestro.
Se io posso sembrare fuori dagli schemi, lui è ancor più pittoresco; ricordo che abita da queste parti. Chiedo conferma prima di mettere giù.
Abita a Vercelli, a venti chilometri dal disastro.
È notte fonda, potrei scommettere che è ancora sveglio.
Il telefono squilla, il cuore in gola.
“Ciao Miguel, com’è?”
“Bella Riky, qui malissimo”
“Ho una missione per te, a venti minuti da casa tua”, “ E cinquanta euro che mi scottano nella tasca destra”.
“Ti prego salvami”
Gli spiego la situazione ma cerca di prendere tempo; provo a emanare onde gamma positivo. Al posto suo, non avrei neanche risposto.
Ha un faro bruciato, non vuole rischiare in autostrada.
Demolisco la prima scusa promettendogli di pagare l’eventuale multa.
“Ok, Miguel però non ho bottiglie per la benza”
“Neanche una bottiglia di plastica … che faccio?”
“La lavatrice ce l’hai?”
“Sì”.
“Il detersivo?”
“Sì, ma se lo svuoto, non è che poi si mischia con la benzina e fa bordello?”
“Non ti preoccupare fratello mio”.
“Dagli una sciacquata e vedrai che sarà perfetto”.
“Mi stai salvando la vita”.
“Ok, dammi mezz’ora e sono lì”.
Arriva prima del previsto, meglio di mister Wolf.
Lo abbraccio come avrei fatto con Naomi Campbell a sedici anni.
Verso la benzina.
Metto in moto e la batteria non da segni di vita. La radio sembra ridere di me.
Questa volta la musica ha remato contro.
Riky gira la macchina, attacchiamo i cavi e in due minuti la rossina torna a rombare, pronta per altre disavventure.
I cinquanta euro spesi meglio della mia vita.
Ci salutiamo dandoci appuntamento alla prossima cena musicale. Entro in casa alle quattro e mi rifugio sotto il lenzuolo, vergognandomi.
Donatella Arlenghi (proprietario verificato)
Beh! che dire? è mio figlio per cui non sono la persona più adatta per esprimere un giudizio “sereno” però se fossi in voi non me lo lascerei scappare….penso che possa aiutare qualcuno a incentivare le passioni per vivere una vita più…..vita!!!
E poi è tutto sommato scrive pure bene!!!!