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Consegna prevista Febbraio 2027

Amélie ha sedici anni e vive a Palermo. È sensibile, creativa, fuori dagli schemi: qualità che la rendono unica, ma anche bersaglio di bullismo e solitudine. L’unico luogo in cui riesce a essere davvero se stessa è Mimì, il diario che porta il nome del nonno che le ha insegnato a guardare il mondo attraverso una vecchia Pentax. Quando nella sua vita entra Febo, affascinante e ribelle, Amélie crede di aver trovato una via di fuga. Ma dietro quel carisma si nasconde un universo oscuro fatto di dipendenze, bugie e violenza. La relazione diventa presto un legame tossico che la trascina sempre più in basso, fino a farle perdere se stessa: “AMÉLIE inizia a condurre una doppia vita” e finisce “nel vortice di FEBO”. Solo toccando il fondo, tra terapia, verità e coraggio, Amélie scoprirà che la rinascita è possibile. Tornerà a scrivere, a fotografare, a scegliere la vita. E la sua voce, finalmente, non tremerà più.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché oggi si parla troppo poco — e spesso male — di bullismo, dipendenze e manipolazione emotiva. Volevo mostrare cosa succede davvero quando un adolescente cade nelle mani sbagliate: non per fare moralismi, ma per dare strumenti, consapevolezza, linguaggio. Amélie è uno specchio, una storia in cui riconoscersi e da cui imparare a chiedere aiuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Amélie capisce che sarà un’altra giornata difficile ancora prima di entrare a scuola. Oggi è in ritardo rispetto le altre volte e, purtroppo, sa che troverà tutti i suoi compagni già in classe.

Il tragitto in tram sembra non finire mai. Osserva e fissa dettagli che la incuriosiscono fuori dal finestrino, cercando di distrarre la mente dai pensieri negativi. 

Nonostante la giornata sia bella e soleggiata, dentro di lei sente un buio totale.

Il tram frena con uno strappo, e il suo riflesso tremolante nel vetro le restituisce un volto stanco, gli occhi segnati da una notte in cui il sonno non è mai arrivato davvero. 

Sistema il cappello, tira un respiro profondo, scende e si avvia verso l’ingresso.

«Ѐ arrivata la pazza» sente gridare. Uno dei suoi compagni di classe sbraita fuori dalla finestra che si trova in alto, mentre gli altri corrono anche loro a vedere. 

Vorrebbe scomparire, ma i suoi vestiti sgargianti la rendono sempre visibile. Non è travestimento né provocazione: è il suo modo di respirare e di essere se stessa.

Si china il capo e continua a camminare, sentendo il cuore sprofondare mentre le parole le arrivano alle orecchie come pugnalate.

Entrata in classe, si dirige verso il suo banco e si siede da sola, cercando di ignorare gli sguardi e i sussurri derisori che la circondano. Nessuno dei suoi compagni ha mai voluto sedersi accanto a lei.

Oggi sembra proprio nel suo mondo, tanto che viene richiamata più volte dalla prof. «Amélie, oggi ci sei o no?» 

I compagni ridono e qualcuno sussurra: «Sì, quella non c’è mai!» 

«Sì, prof, mi scusi» risponde Amélie, pensando tra sé e sé che finalmente è sabato e può dedicare un po’ di tempo a se stessa.

All’improvviso, un fogliettino di carta appallottolato atterra sotto il suo banco. Amélie lo sposta con i piedi, si abbassa e lo prende. «Pazza» c’è scritto a caratteri cubitali, accompagnato da un disegno che rappresenta un grande pene.

Sente le lacrime salire, ma cerca di trattenersi con determinazione. Non vuole dar loro la soddisfazione di vederla crollare. 

Finalmente la campanella suona e Amélie si alza in fretta, sperando di evitare uno scontro con i suoi compagni. Ma all’uscita, sono già lì ad aspettarla, pronti a farle uno scherzo crudele.

Dopo vari spintoni e insulti, Amélie cade a terra. Si rialza lentamente, con le lacrime agli occhi e con il ginocchio dolorante. Una ragazza prende il suo zaino e lo nasconde, costringendola a cercarlo per tutto il cortile. 

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Quando finalmente lo trova, si accorge che hanno rovesciato tutto il contenuto a terra. Raccoglie i suoi libri e quaderni con le lacrime agli occhi, mentre i suoi compagni ridono e se ne vanno gridando: «Devi stare muta, altrimenti te ne pentirai, scema.»

Molto turbata e mortificata, si incammina verso il tram. Sente squillare il telefono e vede due messaggi su WhatsApp: è Chiara, la sua migliore amica. “Oggi purtroppo non ci siamo viste. Pomeriggio che fai? Facciamo un giro?” 

Amélie dà una risposta molto secca: “No, Chiara, oggi ho da fare mi dispiace, grazie comunque, ti voglio bene.”

Sale sul tram e un’anziana signora dal sorriso gentile le fa un cenno con la mano. Con cortesia, si sposta leggermente e le indica il posto accanto a sé. Poi, solleva la borsa che aveva appoggiato sul sedile e la posa sulle gambe, cedendole il posto con un sorriso materno.

«Puoi sederti, piccola,» le dice con gentilezza. Amélie ringrazia e si siede, mentre l’anziana signora le rivolge uno sguardo complice.

Nota subito la tristezza di Amélie, i pantaloni strappati e lei che si tocca il ginocchio dolorante. 

«Tutto bene, cara?» Le chiede con tono dolce e premuroso. 

Amélie, sorpresa dalla gentilezza della signora, sorride mestamente e dice: «Sì, tutto bene. Solo una giornata un po’ particolare.»

La signora la guarda con occhi pieni d’amore, «Cara mia, la vita è strana, a volte pesante. Ma ricorda di essere sempre te stessa, sempre, qualunque cosa accada. Perché se rispetti te stessa, qualsiasi persona, prima o poi imparerà a rispettarti. Non cedere mai alla tentazione di cambiare per piacere agli altri, perché la tua autenticità…è il tuo vero splendore.»

Queste parole colpiscono profondamente Amélie, lasciandola senza parole. Come se quella signora avesse capito tutto.

Per un attimo, sente una piccola scintilla di speranza risvegliarsi dentro di sé.

Poi, con voce incerta, mormora: «Pensa davvero che basti essere me stessa per poter stare bene?» 

L’anziana signora sorride dolcemente, i suoi occhi brillano di una saggezza antica. «Oh, cara mia,» risponde, «il tuo posto nel mondo non è qualcosa da trovare, ma ce l’hai dentro di te.» 

Il tram si ferma all’improvviso con un lieve scossone, interrompendo quell’attimo di connessione. Amélie, senza dire nulla, si gira abbracciando l’anziana signora, che asseconda il suo gesto sorridendo e accarezzandole il viso, con una mano delicata e tremolante, sussurrandole a voce bassa «Adesso vai.»

Amélie prende lo zaino e, ancora turbata, scende dal tram. 

Non ha proprio fame, ha lo stomaco chiuso. Indossa le cuffie, e con mille pensieri in testa, cammina lungo una strada affollata, cercando di assorbire le parole che le ha detto quella signora, parole che non riesce a togliere dalla testa.

Con aria più serena, si dirige verso il Palazzo Chiaramonte-Steri, un’imponente struttura medievale situata nel quartiere Kalsa di Palermo. 

Le sue maestose mura in pietra, cariche di storia, affascinano subito Amélie. L’ingresso principale, con il suo portone ornato e le robuste porte di legno, la invitano a entrare in un’altra dimensione. 

All’interno, osserva con dedizione e rispetto le stanze del palazzo, dove trova un susseguirsi di meraviglie architettoniche e artistiche: i soffitti a cassettoni, i pavimenti in pietra e le pareti adornate di affreschi antichi.

Mentre esplora le sale, a bocca aperta e a passo lento, all’improvviso si ferma, si immobilizza e si perde nelle pennellate di Renato Guttuso, “La Vucciria”. È la prima volta che lo vede: «Non immaginavo fosse così grande la tela» dice tra sé e sé. Amélie conosce bene quei vicoli e quei mercati, e non riesce a capire come Guttuso, in una tela tre per tre, abbia descritto così bene tutto quanto, tutti i particolari, il senso, le espressioni. Si sente irresistibilmente attratta da quella tela. 

Con un gesto naturale, si siede a terra, indossa le cuffie e preme play: le prime note di “The Chicken”, nella leggendaria versione di Jaco Pastorius, riempiono l’aria. Il groove incalzante del basso si insinua nei suoi pensieri, mentre i colori dell’opera sembrano danzare davanti ai suoi occhi.

Osserva ogni dettaglio, cercando di decifrare ciò che l’artista ha voluto raccontare.

Una forte emozione la sovrasta, come se potesse sentire i suoni e gli odori di quel mercato e le voci dei venditori. 

Si perde completamente nell’opera, a tal punto da non rendersi conto che è seduta lì da più di due ore, fino a quando il custode si avvicina e le dà una pacca sulla spalla: «Signorina, vuole mangiare anche qui? Tra dieci minuti si chiude.»

Mentre si alza lentamente, ancora immersa nell’emozione che quella tela le ha trasmesso, prende il telefono dalla tasca per vedere che ore sono. Non crede ai suoi occhi, non si è accorta che è passato tutto questo tempo. Ringrazia il custode con un sorriso e si dirige all’uscita.

Mentre il sole inizia a calare, Amélie si avvia verso casa a piedi, che si trova non molto distante da lì. Passa da Piazza della Vergogna, dove la Fontana Pretoria splende sotto la luce dei lampioni. Le statue di marmo bianco sembrano muoversi e Amélie si ferma ad ammirarle, come se qualche statua le sorridesse. Lei ricambia il sorriso sentendosi parte di un mondo incantato.

La piazza è ormai quasi deserta, e il rumore della città si attenua lentamente, creando un momento di pace e serenità. 

Si siede su una panchina, togliendo le cuffie per ascoltare il lieve rumore dell’acqua della fontana. 

Il pensiero dei suoi compagni che la umiliano in continuazione le pesa davvero tanto. Ogni giorno è una battaglia contro i giudizi e le parole crudeli che la fanno sentire sbagliata, e non sa proprio come uscire da questa situazione.

Camminando verso casa, cerca di trovare conforto nei momenti di bellezza che ha vissuto oggi, ripensando a quell’opera di Guttuso e alla saggezza della vecchietta che le ha donato conforto e amore.

All’improvviso vede Chiara in lontananza. Il cuore le si riempie di gioia, alzando il braccio le fa un cenno con la mano, chiamandola: «Chiara!»

Lei si volta, la vede e, con un enorme sorriso le corre subito incontro. «Amélie!» esclama, aprendo le braccia e poi abbracciandola forte. «Che fai? Oggi mi sei mancata, ma dove sei stata? Cosa hai fatto?»

Mentre si incamminano, e con gli occhi ancora lucidi, Amélie le racconta tutto quello che ha subito oggi. «Chià, non ce la faccio più con quelle bestie che mi insultano in continuazione,» confessa, mentre le lacrime iniziano a scendere. «Oggi è stato davvero terribile…mi hanno insultata pesantemente. Gridavano senza alcun motivo, mi hanno spinta e hanno nascosto il mio zaino. Quando l’ho trovato, tutti i libri erano a terra e avevano strappato anche alcune pagine. Non so come andare avanti. Mi hanno anche detto che se lo racconto a qualcuno passerò dei guai.»

Chiara la stringe forte, cercando in qualche modo di infonderle coraggio. Anche lei è molto turbata e le dice che non può affrontare tutto questo da sola, ma deve trovare il coraggio di dirlo ai suoi genitori. 

«Io sono qui e ti sosterrò sempre, ma dobbiamo parlarne con qualcuno, con i tuoi genitori, con un insegnante. Non possiamo permettere che continuino a farti del male.»

Amélie annuisce, trovando un po’ di sostegno nelle parole di Chiara, sa che può contare sempre su di lei. 

Si prendono per mano e continuano a camminare insieme verso casa.

Chiara, per farla ridere un po’, le racconta un aneddoto simpatico dove la protagonista era proprio Amélie: «Ti ricordi quella volta in seconda media quando facevi l’imitazione del professor Rizzi di matematica? La tua imitazione del prof che cercava di spiegare quei concetti complicati con esempi assurdi era fantastica. E quella faccia che facevi! Eri così brava che perfino lui rideva!» Amélie sorride un po’, ma non si sbilancia più di tanto.

Arrivate in un angolo della strada, le due amiche si fermano. Chiara stringe Amélie con un abbraccio talmente forte da farle mancare l’aria, quasi a volerle trasmettere tutto l’affetto e l’amore che ha nei suoi confronti.

Amélie sorride, mentre scende una piccola lacrima. Sentendosi un po’ più forte grazie al supporto della sua amica, dice: «Grazie, gioia. Non so come farei senza di te.»

A voce bassa, Chiara si avvicina all’orecchio di Amélie e le dice di fare l’imitazione del prof. Amélie, con un nodo alla gola e tra un singhiozzo e l’altro, inizia a ridere e la fa. Mentre una lacrima scende dal suo viso, accenna un sorriso. Cominciano finalmente a ridere entrambe, trovando un momento di leggerezza nonostante tutto.

Con un ultimo abbraccio le due amiche si separano, ognuna avviandosi verso casa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Di Gangi
Giuseppe Di Gangi nasce a Castellana Sicula (PA) il 16 ottobre 1981. Il suo percorso artistico prende forma attraverso la regia e la scrittura, ambiti nei quali sviluppa una voce autonoma, attenta alle fragilità umane e ai temi sociali.
Nel 2016 firma il suo primo cortometraggio, "Occhi" (la mafia vista con gli occhi dei bambini). Nel 2022 realizza "Il Clown", opera che ottiene numerosi riconoscimenti in festival nazionali e internazionali, tra cui il Social Film Festival ArTelesia di Benevento e Uno Sguardo Raro di Roma.
Nel 2023 porta in scena "Se questo è un uomo" e presenta la sceneggiatura Mattoncini Blu, finalista al Sentiero Film Factory di Firenze. Il suo lavoro si muove tra cinema e teatro, esplorando la memoria, la dignità e la capacità di resistere attraverso le storie.
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