La casa si trovava appena fuori il centro storico. Era un edificio del primo Novecento, costruito quando lì c’erano solo prati e campagna e mai si sarebbe pensato che a distanza di qualche decennio sarebbe diventato un quartiere della ricca borghesia romana… La Roma bene.
Controllai il foglietto di carta che avevo in mano: l’indirizzo era quello giusto. Mi feci avanti, diretto al portone, sperando di trovarlo in casa. Una strana nebbia dava al palazzo un aspetto inquietante ed un freddo particolarmente intenso, quanto insolito nell’ottobrata romana, rendeva l’aria tagliente. Non era neanche ora di cena ma sembrava già notte. Alla fine, mi decisi a premere il tasto del citofono con scritto ‘Rinaldi’. Attesi impaziente che qualcuno rispondesse.
Istanti che sembravano interminabili. Poi finalmente una voce chiese: “Chi sei?”
Il tono era un mix tra aggressivo e alticcio, ma tra i due vinceva decisamente il secondo.
“Mi chiamo Leonardo Parisi, parlo con il commissario Antonio Rinaldi?” Rimasi in attesa, sperando nel successo di averlo finalmente trovato.
“Di commissario qui non c’è nessuno. Il commissario Rinaldi non esiste più da molti anni. Che vuoi da me?”
Corressi la mia sensazione iniziale: non era alticcio, era decisamente ubriaco.
“Sono uno scrittore. Volevo fare solo due chiacchiere con lei commissario. Non le ruberò molto tempo, glielo prometto!”
“Di Silvia e Maria Elena!” Un eco gelido e inquietante seguì la pronuncia di quei due nomi.
“Passa domani dopo le 11.00.” rispose dopo qualche attimo di esitazione. “Stasera sono troppo ubriaco per parlare di quella brutta storia. Se poi non passi per niente mi faresti un grande favore visto che sono passati troppi anni e mi ricordo a malapena chi sono io!”
“Grazie mille! Spero di darle il meno disturbo possibile ma per me lei può essere veramente di grande aiuto. Avevo intenzione di scrivere un libro sulla storia di quelle due povere ragazze.”
2
La clinica del dottor Faggi era immersa in un verde lussureggiante, a 5 chilometri oltre il grande raccordo anulare nella parte nord est di Roma. Era un edificio di 3 piani, isolato ma ben illuminato da lampioncini che circondavano il parco dove pini e magnolie si alternavano armoniosamente.
Dalle finestre delle lussuose stanze si poteva godere di una vista rilassante, e per chi occupava quelle che si affacciavano sul retro decisamente affascinante, con i castelli romani illuminati in lontananza che a quell’ora di sera sembravano centinaia di stelle appena cadute sui monti vicino Roma.
Il dottor Faggi guardò il suo orologio da 30.000 euro e commentò a bassa voce che anche quella sera aveva fatto tardi. Erano da poco passate le 22.30 e cominciava a sentire un po’ di stanchezza.
Anche se ormai da qualche anno non operava più, passava comunque gran parte della giornata tra quelle ampie mura, fra giovani complessate dal seno troppo piccolo e il naso troppo grande, e i capricci di donne attempate che non volevano cedere ai segni del tempo. Da diversi anni ormai anche molti uomini avevano incrementato le sue casse, con ritocchi agli zigomi e liposuzioni a fianchi, addome o petto.
Chiamò dal telefono del suo studio il numero interno del personale di servizio; voleva sapere il nome delle infermiere che avrebbero fatto il turno di notte. Solitamente ne restavano tre fino alle sei del mattino, sostituite poi dal personale di giorno. Le sceglieva rigorosamente di sesso femminile, giovani e attraenti. La clinica doveva avere un’immagine dinamica e avere infermiere di bell’aspetto era sempre un bel biglietto da visita. Ma non solo…
Anche se non vedeva l’ora di arrivare a casa e farsi una doccia calda, l’eccitazione data dal pensiero di trascorrere qualche minuto con una sua giovane dipendente prese il sopravvento. D’altronde aveva 78 anni e chissà per quanto tempo ancora avrebbe potuto contare sul suo vecchio amico senza ricorrere alle pilloline salva-uccello. Tanto, come sempre, nessuna avrebbe osato rifiutarsi.
Lui si sentiva onnipotente, e fargli un torto o rifiutargli un favore era una sfida che non augurava a nessuno. Tutti facevano sempre quello che diceva, non solo in clinica. I pezzi grossi si annusano fra loro e fanno amicizia, da sempre. E finché c’è interesse che un’amicizia tra uomini potenti duri nel tempo, nessuno si metterà mai contro di loro. Il prezzo sarebbe troppo grande da pagare. E lui di amici potenti ne aveva… Come in quel terribile 1996, quando solo grazie alle sue conoscenze in tribunale e soprattutto in politica, riuscì a far scagionare suo figlio dall’accusa infamante di omicidio plurimo aggravato, violenza sessuale, occultamento e distruzione di cadaveri.
Lui e quegli altri due stupidi dei suoi amici! Come avrebbe mai potuto permettere che il suo cognome si legasse a vita a quel fatto di sangue?! D’altronde, per come la vedeva lui, quelle due erano solo delle sgualdrine in cerca di piaceri inconfessabili e di qualche buon partito che le mantenesse a vita.
Il telefono continuava a squillare ma nessuno rispondeva.
“Strano”, pensò il clinico ad alta voce. “Tutte già impegnate a soddisfare le richieste dei pazienti, eppure la clinica non è nemmeno al completo in questo periodo”.
Provò allora a telefonare alla reception, tanto a quell’ora Sandra era più un portiere di notte che un’addetta all’accoglienza della clientela. Anche se ormai non era più così giovane, aveva sempre il suo fascino, e poi quel seno glielo avevano rifatto proprio bene qualche anno addietro. Per non parlare delle labbra, carnose ma senza sembrare due canotti come spesso se ne vedono in giro.
D’altronde era stato Gandolfi a rifargliele, l’unico di cui si fidava ciecamente nella sua clinica, suo pupillo da sempre.
L’eccitazione lo portò a immaginare scenari sessuali quando… improvvisamente il buio…
Rinvenne in un silenzio spettrale. Gli occhi erano appannati e non riusciva a muoversi.
Era in stato confusionale e non riusciva a capire dove si trovasse. Poi realizzò… e capì!
Era nella sua sala operatoria, sul tavolo chirurgico, completamente legato, immobilizzato. E nudo!
Non riusciva a vedere bene, gli occhi gli lacrimavano e non era in grado di sbattere le palpebre. Poi comprese il perché: erano state incollate in modo da impedirgli di chiudere gli occhi, lasciandoli perennemente aperti. Sentì un liquido fresco che glieli inumidì, ma il sollievo durò un istante, il tempo di fare la sconvolgente scoperta: sopra il tavolo operatorio dove era disteso era stato piazzato uno specchio che lo rifletteva in tutta la sua interezza.
Poi lo vide…
Era sul suo lato destro, tutto vestito di nero, un colore che stonava in una sala operatoria. Indossava sul volto una maschera di Topolino che rendeva tutto ancora più inquietante, non aveva idea di chi fosse e soprattutto che intenzioni avesse.
Il dottore provò a dire qualcosa, ma la sua bocca era completamente tappata da un grosso nastro adesivo color argento.
Poi la figura mascherata parlò: “Buonasera dottore, o forse dovrei chiamarla lurido verme, o porco schifoso? Si starà chiedendo chi sono, cosa ho intenzione di farle e perché! Preferirei iniziare dalla descrizione minuziosa di quello che le farò per poi farglielo vivere intensamente guardandosi nello specchio, così potrà gustarsi a pieno le torture che riceverà. Poi, se sarà abbastanza forte da resistere, avrà il privilegio di sapere chi sono e il motivo che mi ha spinto a farle questo, ma io non credo che resisterà così a lungo, anche se con un piccolo sforzo di memoria e un semplice ragionamento non dovrebbe avere problemi a capire tutto! Lei non è altro che un condannato a morte senza processo; d’altronde con lei i processi sono stati sempre clementi e gentili, ma stavolta il tribunale è ben diverso da quelli che lei è abituato a frequentare e soprattutto il giudice supremo sono io e non uno dei suoi carissimi compagni di partite a golf o di avventure in lussuosi bordelli!
Sa dottore che nudo fa ancora più schifo che vestito?!”
Il dottor Faggi lo guardava terrorizzato e mentre l’altro gli versava ancora quel collirio negli occhi provò a muoversi senza successo e a bisbigliare qualcosa. L’altro proseguì:
“Vede maiale, se crede che qualcuno possa venire a salvarla, accantoni subito il pensiero perché le sue infermiere dormono come angioletti, così come quella milfona alla reception e tutti i suoi degenti.
No, non si preoccupi, non ho ucciso nessuno, lei solo avrà questo privilegio. Hanno solo respirato un po’ di gas narcotico preparato artigianalmente e con molta cura da me, in modo che ci lascino tranquilli per un po’… e le assicuro che in quel tempo si possono fare un sacco di cose in questa sala! Saremo soli, io e lei, nessuno ci disturberà… nessuno potrà salvarla.” Parlava con voce lenta, pacata, che rendeva tutto ancor più inquietante. Gli versò ancora quel liquido negli occhi. La visibilità del dottore doveva essere ottimale: quel momento dovevano gustarselo a pieno… entrambi…
“Possiamo cominciare. Le sue colpe stanno per essere purificate, anche se solo in parte e con eccessivo ritardo. La giustizia che andava fatta molti anni fa e che lei ha saputo manipolare a suo favore grazie ai maiali come lei, le ha presentato il conto, ma questa volta sono io a consegnarglielo e lei lo sta per pagare!”.
Il dottore improvvisamente capì il significato di quelle parole, ma non riusciva a comprendere come a distanza di tanti anni quella storia potesse rispuntare fuori. Per lui era morta e sepolta… evidentemente non per qualcun altro!
Era terrorizzato. Poteva osservare quel maniaco con la coda dell’occhio. Il collo e la testa immobilizzata non gli permettevano di vedere molto di più. Lo vide sfilarsi i guanti neri di pelle per indossare quelli in lattice che aveva preso da una grande borsa, adagiata su una sedia vicino all’uomo, dalla quale estrasse qualcos’altro che non riuscì a vedere bene. Poi capì: erano gli arnesi di tortura che quel pazzo con la maschera di Topolino stava per usare su di lui.
L’immagine che lo specchio rifletteva era quella di un uomo anziano, nudo, inerme, che sudava e tremava dalla paura.
Il sadico iniziò dettagliatamente la descrizione di cosa stava per fargli e il dottore cominciò a tremare dalla paura, sperando che presto si sarebbe svegliato da quell’incubo. Ma non era affatto un incubo e lo realizzò finalmente quando il primo taglio trafisse le sue carni. Un dolore lancinante lo travolse e le sue grida venivano annullate dal nastro adesivo intorno alla bocca. Poi cominciò a infliggergli altri tagli, tutti in punti mirati, studiati per provocare dolori fortissimi senza farlo morire; era ancora troppo presto. Da a lì a breve sarebbe giunta… ma non adesso!
Doveva soffrire ancora un bel po’ il maiale! E lui doveva godersi lo spettacolo!
Gli versò ancora un po’ di collirio, anche se i dolori lancinanti gli avevano annebbiato la vista ancor di più. Poi prese una mannaia e gli tagliò di netto la mano destra; per deriderlo gliela sventolò davanti come se lo stesse salutando.
“Non ha un bell’aspetto dottore”. Continuava a canzonarlo. “Si guardi bene allo specchio, non trova?”. Continuò ad usare i suoi strumenti di tortura per qualche minuto ancora, eccitato al massimo. Il dottor Faggi era allo stremo. Di tanto in tanto gli iniettava una piccola dose di adrenalina per mantenerlo in vita, che in quel momento significava aumentargli l’agonia e la sofferenza.
“Certo la trovo un po’ rigido dottore! Mi toccherà usare questo su di lei per scioglierla un po’!” Il torturatore rideva dietro la maschera di Topolino mentre gli mostrava un enorme fallo di gomma.
“Anzi, facciamo così, altrimenti rischio di trovare un po’ di difficoltà nell’infilarglielo nel suo culetto delicato!”
Prese dalla borsa una piccola motosega che accese subito. Il rombo che il motore emise fece tremare di paura ancora di più, semmai fosse stato possibile, il dottor Faggi.
“Ora la mutilerò di entrambe le gambe, così potrò sollevarla agevolmente! Quel tanto che mi basta per infilarle questo bel bananone!” E così cominciò.
Il sangue schizzava ovunque mentre il maniaco si divertiva osservando l’anziano clinico contorcersi per i dolori terribili che pervadevano il suo corpo.
Aveva gli occhi fuori dalle orbite. Il viso rossastro e la testa sembravano sul punto di esplodere da un momento all’altro per i dolori terribili.
Quando stava per perdere i sensi, la motosega venne spenta e una nuova puntura di adrenalina gli diede quel poco di lucidità non voluta per rendersi conto che il pazzo gli stava sollevando il bacino, che ormai era diventato la parte terminale del suo corpo, per infilargli quell’enorme fallo di gomma nel retto.
Ormai l’orrore e la follia non avevano più confini.
Mentre il sadico si gustava divertito lo spettacolo, in un tripudio esilarante disse:
“Ora le lascio il mio ultimo regalo, così all’inferno si ricorderà di me… per l’eternità!”
Il dottore sperava nel colpo mortale e cominciò a pregare per questo. Non lo aveva mai fatto e mai avrebbe pensato che un giorno… si sarebbe abbassato a tanto! Ma Dio aveva altro da fare che aiutare un pessimo uomo come lui e lasciò che il sadico continuasse con i suoi orrori, o forse stava solo facendo giustizia; una strana giustizia, impietosa ed estrema.
Negli ultimi attimi di lucidità capì che non ci sarebbe stata alcuna pietà e che quel pazzo avrebbe continuato a divertirsi con quel che rimaneva del suo corpo fin quando il suo cuore avrebbe cessato di battere.
Poi il maniaco si avvicinò alla solita borsa e tirò fuori delle tronchesi enormi che sembravano uscite dal museo della tortura e avvicinandole al capezzolo destro del dottor Faggi disse: “Non è stata una buona idea fare quello che ha fatto lei! Vede, se mai ci fosse stato del bene nel suo cuore, ora non si troverebbe in questa condizione. Faccia scorrere il film della sua vita in quella testa piena di merda che si ritrova e rifletta. Sono sicuro che converrà con me che in lei non c’è mai stato niente di buono e che questa è la fine che merita!”
Il dottor Faggi non seppe mai cosa gli venne detto e fatto ancora.
A lui ormai erano apparse le fiamme dell’inferno.
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