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Variazioni sul silenzio

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Consegna prevista Febbraio 2027
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“Variazioni sul silenzio” racconta l’incontro tra Giannino, sessant’anni, milanese, appassionato di musica e abituato ad ascoltare le persone, e Clara, cantautrice trentacinquenne a New York, talentuosa ma ferita da un mondo che le chiede di alzare il volume, semplificarsi, piacere.

Giannino la vede cantare in televisione e riconosce in lei qualcosa di raro: una pausa, un respiro prima della parola. Le scrive senza promettere nulla, offrendole solo ascolti. Clara, diffidente ma incuriosita, accetta.

Tra Milano e New York nasce così un dialogo fatto di musica, messaggi, silenzi e piccoli gesti. Poco a poco, Clara ritrova la propria voce e Giannino scopre che anche ascoltare può diventare una scelta, una cura, un legame.

Un romanzo caldo e musicale sull’importanza di togliere invece di aggiungere, di proteggere ciò che è fragile, di lasciare spazio a una voce perché possa finalmente tornare a casa.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per raccontare la forza dell’ascolto: quello della musica, ma anche quello tra le persone. Volevo dare spazio alle pause, ai silenzi, alle voci fragili che spesso il rumore del mondo copre. “Variazioni sul silenzio” nasce dalla mia passione per la musica e dal desiderio di mostrare come un incontro, se rispettoso e non invadente, possa diventare cura, rinascita e possibilità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Interludio (sogno ad occhi aperti di Giannino)

Intervista immaginaria a Lucio Battisti

Stanza chiara, spoglia. Una poltrona, un tavolo basso con vinili consumati, un posacenere di vetro, un registratore a bobine che ronza piano. La luce entra di lato, taglia il pulviscolo; la lampada non è accesa, la finestra resta socchiusa. Lucio Battisti siede vicino al giradischi: la puntina pesca un fruscio leggero dal solco. Parla poco; quando parte, pesa le parole.

Si sente un pianoforte lontano — prova di volume, non musica. Battisti inclina la testa come per misurare l’aria.

Intervistatore: «Quanta musica bisogna immagazzinare prima di comporre davvero?»

Battisti: «Tanta. Forse tutta quella che ti capita. Non credo alla verginità dell’ispirazione: esiste, ma non nasce nel vuoto. Prima dei miei album ho consumato dischi: Beatles — l’album pop come scultura sonora —, Dylan — voce ruvida uguale poesia —, Otis e Aretha — la carne nella musica.»

Fa una pausa. L’angolo della bocca si muove appena. «E poi c’è l’ascolto che non è disco: il tram che fischia in curva, l’acqua nei tubi la notte, le scarpe sul pianerottolo. Anche quello entra. Non sai quando, ma entra.»

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Accende una sigaretta senza fretta. Il primo tiro pare un metronomo. Con il polpastrello segna quattro piccoli spazi sul tavolo, come scatole vuote.

Battisti: «Se dovessi fare il mio atlante, per capirci, lo dividerei in quattro stanze. Respiro, Sospensione, Cammino, Luce. Non sono generi: sono modi in cui la musica ti prende e ti restituisce.»

Intervistatore: «Partiamo dal Respiro?»

Battisti: «Il Respiro è lo spazio tra due cose. Kind of Blue, Bill Evans quando appoggia e lascia andare, l’aria che rimane in mezzo ai suoni. È il luogo dove la voce potrà stare senza chiedere permesso. Se non c’è respiro, la canzone resta attaccata al vetro.»

Si sporge verso il giradischi, alza appena il braccio, lascia scivolare la puntina due solchi più in là. Il fruscio cambia colore. «Il respiro ti dice: non spiegare. Togli. Ascolta il corridoio, non solo il salotto.»

Intervistatore: «E la Sospensione?»

Battisti: «È quando il pavimento sotto l’accordo si ferma mezzo secondo prima di cadere. Ravel e Debussy, certi bordi che non si chiudono, Eno quando ti tiene in aria senza promettere un atterraggio. La sospensione non è indecisione: è la zona dove la parola capisce se deve nascere. Con Mogol ci ascoltavamo le pause. Sembrano niente, invece sono l’impronta.»

Intervistatore: «Cammino suona più terreno.»

Battisti: «Sì. È dove le gambe guidano le orecchie. Stevie Wonder mi ha aperto strade: melodia più groove in libertà armonica. Il basso che non è accompagnamento: è sentiero. Se sposti una sillaba di due millimetri su un colpo di rullante, cambia il paesaggio. Anche Hendrix è cammino: la chitarra diventa una strada intera, con salite e cunette.»

Intervistatore: «E Luce?»

Battisti: «La luce non è il volume: è come ti arriva addosso. Brian Wilson coi Beach Boys — leggerezza con architetture complesse —, Beatles quando l’idea d’album accende ogni stanza con una lampadina diversa. La luce ti fa vedere cosa già c’era. A volte è un coro appena alto; altre, un triangolo che entra e dice adesso.»

Il registratore fa un clac, la bobina gira. Battisti guarda il nastro che scorre come se dovesse ricordargli qualcosa.

Intervistatore: «Come lavora il tuo atlante quando componi?»

Battisti: «Prima decanto. Sparisco qualche giorno, lascio che le cose si depositino. Mi chiudo ad ascoltare altro: Ravel e Debussy — il colore dell’accordo —, Stravinskij e Bartók — contrasto timbrico, ritmo vivo. La musica brasiliana — Jobim, Gilberto, Vinícius — mi ha insegnato la saudade: malinconia e sole insieme. I cantautori francesi — Brel, Brassens, Ferré — mi hanno dato il coraggio che la canzone può dire tutto.»

Fa girare il bicchiere vuoto sul tavolino. «Quando esco da quella decantazione, non vado a caccia di idee: mi metto nelle condizioni perché arrivino. A volte basta una sillaba caduta bene su un colpo. Altre una nota che sta due millimetri più in là. Apro una stanza alla volta: se manca Respiro, la porta non gira; se manca Luce, non vedi l’uscita.»

Intervistatore: «E se non si apre nessuna porta?»

Battisti: «Succede. E non bisogna offendersi. Quello, nel mio atlante, è il foglio che resta bianco. Chiamatelo pure Carta muta. Non è un fallimento: è un promemoria. Ti dice che stai ancora spiegando, o che il respiro non ha un posto dove cadere. Allora rassetti la stanza, metti a posto due cose, esci a camminare. Il giorno dopo forse trovi la maniglia.»

Intervistatore: «Il “segreto” compositivo, se esiste?»

Battisti: «Ascoltare fino a traboccare, poi dimenticare. Non scrivo col disco di riferimento sul leggio: quello che ho ascoltato deve sparire nel sangue. Se mentre compongo penso “qui come Stevie”, non sto scrivendo: sto citando. Il punto è togliere. Guardi una canzone nuova e cominci a togliere tutto ciò che spiega. Quello che resta, spesso, è la canzone.»

Sorride di taglio. «E difenderla fino a quando comincia a difendersi da sola. Poi la lasci stare. Le canzoni hanno bisogno di un secondo finale: mezzo passo indietro, un respiro dopo l’ultima parola. È lì che restano.»

Intervistatore: «Non temi l’accusa di imitazione?»

Battisti (annuisce lento): «Le influenze scavano gallerie invisibili. Se si sentono in superficie, sei ancora prima della canzone. Ma se scavi bene, quando arrivi dall’altra parte non riconosci più da dove sei entrato. Va bene così.»

Fuori un motorino passa, la vibrazione entra dal pavimento come un pedale d’organo. Battisti ci appoggia sopra la voce.

Intervistatore: «Nel tuo modo di lavorare, che ruolo ha lo studio?»

Battisti: «Lo studio non è neutro. È uno strumento. Non sopporto quando il suono arriva già stirato. Preferisco l’errore che respira: un rullante appena avanti, una chitarra che sfiora e si ritira. Il tempo, qui, lo cerco in cose piccole: la sillaba che cade sul bordo giusto, un piede che tiene senza farsi notare, il modo in cui una mano torna sempre allo stesso punto. Se la voce riesce a cadere lì, allora è vero. Il tempo vero è quello dove la voce cade senza inciampare.»

Spegne la sigaretta, subito ne riaccende un’altra senza accorgersene. «E poi la dinamica. Non è questione di volume: è di sguardo. Se tieni tutto forte, non vede nessuno; se abbassi troppo, scompari. Bisogna dare a chi ascolta un posto dove stare. Una sedia comoda, non una vetrina.»

Intervistatore: «Testo o musica: cosa nasce per prima?»

Battisti: «Comincia l’aria. Il fiato. Appoggio le dita su uno strumento, ma prima devo sentire se c’è spazio. La parola si appoggia al respiro, non lo comanda. Con Mogol ci ascoltavamo le pause, e spesso la canzone partiva dal loro peso. Una frase può essere bella, ma se non ha dove respirare è solo bella. Non canta.»

Intervistatore: «Dischi dell’isola deserta?»

Battisti: «Rubber Soul, Abbey Road; Innervisions; Kind of Blue — lo spazio, il respiro —; Sgt. Pepper’s per l’idea d’album; Jobim “qualsiasi”; Hendrix, per ricordarmi che lo strumento è cielo aperto; Brel, perché una canzone è carne ed emozione.»

Fa un cenno verso lo scaffale. «E poi uno qualsiasi che non conosco. Per riaccendere la Luce.»

Intervistatore: «Un consiglio a chi vuole scrivere oggi?»

Battisti: «Due. Primo: ascoltate tutto, ogni suono può darvi qualcosa. Non fermatevi al genere: il genere è un cartello stradale; utile, ma non è il paesaggio. Secondo: non abbiate paura del silenzio; è l’alambicco dove il pieno diventa linguaggio personale.»

Si ferma, come se gli fosse venuta in mente una terza cosa ma decidesse di tacerla. Poi riprende: «Allenatevi a togliere. Prendete un vostro testo e dimezzatelo senza pietà: se non si regge, non era canzone, era cronaca. E fate una prova di respiro: cantate una strofa mentre fate un gesto semplice — sparecchiare, rifare il letto, lavare un bicchiere. Se vi manca l’aria, non manca fiato: manca Respiro scritto.»

Intervistatore: «E quando la canzone non arriva?»

Battisti: «Non arriva. E non devi offenderla cercandola a forza. Vai a fare un giro. Rassetti la stanza. Metti un disco e ascolti il basso soltanto, o un tamburo soltanto. Il giorno dopo magari hai il primo mattone. Se non c’è, non c’è: non siamo in fabbrica.»

Torna al giradischi. Solleva il vinile con due dita, lo infila nella busta come una fotografia. Ne prende un altro senza guardare la copertina, come se fosse un amico. Appoggia il piatto, pulisce un granello invisibile con il dorso della mano, abbassa la puntina. Il fruscio si apre in un pianissimo. Il contrabbasso entra — un soffio scuro che mette a fuoco la stanza.

Intervistatore: «Bill Evans.»

Battisti (accenna un sorriso): «Quando il pianoforte parla così, le parole devono stare a distanza. Puoi pure spegnere la luce e lasciare che la musica faccia il lavoro. Io ho imparato più da questi respiri che da certe scuole.»

Guarda la finestra, poi noi. «Scrivere canzoni è come respirare: inspiri gli altri, espiri te stesso. Se non respiri abbastanza, non canti davvero.»

Resta un momento in silenzio. Dal pianerottolo arriva un passo, si ferma. La bobina continua a girare, fedele. Battisti appoggia il palmo sul coperchio del giradischi — un gesto di custodia — e chiude gli occhi giusto un secondo, come a dire: adesso ascoltiamo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianpiero Mantovan
Sono laureato in psicologia e lavoro come impiegato. Da sempre coltivo una profonda passione per la musica, in particolare classica, jazz e rock, con un’attenzione speciale al mondo dell’hi-end e all’ascolto come esperienza emotiva e conoscitiva. Suono la chitarra e leggo assiduamente saggi di psicologia della comunicazione, problem solving, storia della musica classica e storia del rock. Alla saggistica affianco la narrativa, con una predilezione per la fantascienza e il giallo.

Con Variazioni sul silenzio ho cercato di intrecciare queste passioni in un romanzo musicale e intimista, dove il suono, l’ascolto e le pause diventano strumenti per raccontare relazioni, scelte e rinascite interiori.
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