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Il tempo che resta

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Marco attraversa i giorni come se il tempo non avesse mai fine. Rimanda scelte e desideri, lascia che la vita gli scivoli addosso tra respiri sospesi e stanze piene di silenzi, mentre la fine resta un pensiero sfocato, trattato con la stessa colpevole noncuranza che si riserva al fumo: ne conosciamo il veleno ma continuiamo a inspirarlo finché l’aria non si fa pesante e l’irreparabile bussa alla porta.

Quando l’Uomo dell’Ultima Soglia arriva davvero, il tempo si restringe in un conto alla rovescia di pochi giorni, un frammento che lo costringe a guardare dove non ha mai voluto vedere.

In quel poco tempo che resta, la felicità, da sempre nascosta nei gesti di casa, smette di essere un’ospite ignorata e prende finalmente parola.

Il Tempo che Resta è un’allegoria sul nostro restare al mondo, un viaggio che trasforma la malinconia in luce.

Un romanzo che ci insegna a non temere la soglia, perché un cuore che ha finalmente imparato ad amare è l’unica cosa che la morte non può spegnere.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare voce a un’urgenza che spesso soffochiamo. Come Marco, siamo convinti di avere tempo infinito, accumulando silenzi. Ho creato l’Uomo dell’Ultima Soglia per guardarci allo specchio. Volevo esplorare il peso delle parole non dette e la bellezza nei gesti quotidiani. Non ho cercato eroi, ma persone che imparano, in ritardo, ad esserci davvero. Il mio è un invito sussurrato: se sapessi che i tuoi giorni hanno un’ultima luce come li attraverseresti?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione

Ci sono cose che sappiamo da sempre, ma che impariamo a capire soltanto quando non abbiamo più tempo per rimandare.

Lo sappiamo che il tempo finisce. Che le persone che amiamo non resteranno per sempre, e nemmeno noi. Ma lo sappiamo nel modo in cui si sanno le cose che non si vogliono davvero sapere: con la testa, non con il corpo. Tenendole a distanza sufficiente da non dover cambiare nulla.

E così le giornate si assomigliano, e gli anni passano, e le parole importanti restano dentro perché c’è sempre un momento migliore per dirle, un giorno meno stanco, una sera in cui saremo più pronti. E intanto la vita accade lo stesso, con o senza la nostra attenzione, e le persone che abbiamo accanto cambiano – cambiano lentamente, come cambiano tutte le cose vere – e noi a volte non ce ne accorgiamo fino a quando non è già troppo tardi per accorgersene nel modo giusto.

Questo libro nasce da quella distanza. Non ha risposte. Ha solo la compagnia delle domande.

Il peso dei giorni

Non è la fatica a consumarci.

È l’abitudine a portarla.

A trentotto anni, Marco Roversi aveva imparato a misurare il tempo in scadenze.

La scadenza della rata del mutuo, quella della relazione trimestrale, quella della revisione dell’auto, la scadenza della promessa fatta a Elena di portarla al mare un fine settimana qualsiasi – una promessa che rimandava da tre estati, sempre con una ragione valida, sempre con l’intenzione sincera di non rimandare ancora.

Era una vita che assomigliava a molte altre vite, e questo Marco lo sapeva. Non gli dispiaceva, o almeno era quello che si diceva. Non aveva mai avuto aspirazioni particolarmente stravaganti. Da ragazzo aveva pensato vagamente di fare l’architetto – gli piaceva disegnare, aveva un’inclinazione per le proporzioni, per il modo in cui gli spazi si organizzano – ma poi aveva trovato lavoro in un ufficio pubblico, e lì era rimasto. Non era pentito, o almeno non abbastanza da cambiare qualcosa.

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Il capo lo stimava abbastanza da non rompergli le scatole. Aveva due amici con cui andava a mangiare la pizza una volta al mese, e le cene finivano puntualmente alle dieci e mezza: c’era sempre qualcuno che doveva alzarsi presto. Un’amicizia che aveva smesso di crescere, e che tutti e tre avevano tacitamente accettato, come si accettano le cose che fanno meno male se non le guardi troppo.

Il problema di Marco non era l’infelicità. Era la presenza. O meglio: l’assenza di essa.

Marco era fisicamente lì, ma mentalmente altrove, sempre impegnato a pensare a qualcosa nel futuro o nel passato o di ipotetico, raramente a ciò che stava succedendo adesso.

Elena gliel’aveva detto una volta: «Sai qual è il problema? Non è che non ci sei. È che sei lì con il novantadue per cento. E quell’otto per cento che manca, lo senti sempre.»

Lui aveva risposto: «Cosa vuol dire novantadue per cento?» E lei: «Vedi?»

Non aveva capito subito. L’aveva capito dopo, in macchina, sulla strada per l’ufficio, e si era detto che avrebbe risposto meglio quella sera. Poi la sera era arrivata e c’era una cosa dell’ufficio da finire, e poi il ragazzo aveva la febbre, e poi era tardi, e quella risposta migliore era rimasta dov’era.

Erano passati tre anni da quella conversazione.

Era un uomo di media altezza, ma anni di lavoro sedentario gli avevano incurvato leggermente le spalle. I capelli castani, un tempo folti, cominciavano a diradarsi sulla fronte.

La sua giornata tipo cominciava alle sette e un quarto.

Non perché avesse la sveglia a quell’ora – ce l’aveva, ma si svegliava sempre cinque minuti prima, con quella puntualità corporea che trovava insieme rassicurante e vagamente inquietante. Si alzava senza far rumore perché Elena di solito dormiva ancora, o fingeva di dormire, o magari era sveglia anche lei ma preferiva restare con gli occhi chiusi ancora un po’.

Non lo sapeva.

Non glielo aveva mai chiesto.

Caffè. Doccia. Camicia – quasi sempre bianca o azzurra chiaro, perché aveva smesso di pensare al vestiario verso i trentadue anni, dopo aver realizzato che nessuno in ufficio ci faceva davvero caso. La borsa di pelle che Elena gli aveva regalato per il loro decimo anniversario, quella con la cerniera che cigolava e un angolo consumato che assomigliava a un morso. L’aveva portata dal calzolaio una volta, ma gli aveva detto che l’angolo era troppo usurato per ripararlo, e lui l’aveva tenuta così. Elena aveva smesso di farci commenti da almeno un anno.

Il palazzo in cui abitavano era uno di quei condomini anni Settanta con la facciata color pastello sbiadito – terzo piano, senza ascensore, centoventitré gradini che Marco aveva contato una volta durante un periodo in cui stava pensando seriamente di mettersi a fare jogging anche se, alla fine, non  aveva mai cominciato. Conosceva ogni odore che saliva dal cortile nei diversi momenti del giorno: caffè e pane la mattina, pasta che cuoceva a mezzogiorno, umidità e silenzio la sera. In quella casa, insieme a Elena e a Luca, aveva messo su una vita.

La sua vita.

L’ufficio era a venti minuti a piedi, il che era una fortuna che Marco non apprezzava abbastanza. La città era di medie dimensioni, affacciata sul mare, con quel carattere tipico dei posti che non sanno bene se sono grandi o piccoli: abbastanza grandi da avere tutti i servizi, abbastanza piccoli da incontrare sempre qualcuno che si conosce al supermercato. Marco conosceva tre percorsi per andare al lavoro e ne usava sempre uno solo. Non perché gli altri fossero peggiori. Semplicemente non ci pensava.

Lavorava in un ufficio dell’Agenzia delle Entrate – sezione sistemi informativi, il che significava che il suo lavoro consisteva nel far funzionare i computer degli altri. Era un lavoro oscuro nel senso più letterale: quando funzionava tutto, nessuno sapeva che esisteva. Quando non funzionava, erano tutti arrabbiati. Marco aveva imparato ad accettare questa asimmetria con una rassegnazione che sembrava quasi pace.

I colleghi erano persone che aveva imparato a conoscere quanto bastava. Ferretti, che aveva tre figlie e parlava solo di quello. La Schiavone, che stava cercando casa da quattro anni con una metodicità che sembrava più una vocazione che una necessità pratica. Morelli, il capo, che aveva l’abitudine di mandare email urgenti il venerdì pomeriggio alle cinque e che Marco aveva imparato a ignorare con coscienza.

Con nessuno di loro parlava di cose vere. Nessuno aveva deciso così. Era solo quello che era rimasto, dopo anni.

* * *

Elena, sua moglie, aveva trentasei anni e il viso di chi ha smesso da tempo di fingere che la stanchezza non esista.

Non era una stanchezza di superficie, quella che si porta via con una notte di sonno. Era qualcosa di più sedimentato, che si leggeva nel modo in cui teneva le spalle quando pensava di non essere guardata, in certi silenzi che duravano un secondo di troppo, in quella piccola piega tra le sopracciglia che compariva anche quando sorrideva, come se una parte di lei stesse sempre pensando a qualcos’altro.

Eppure era bella – non nel modo che si nota subito, ma nel modo che si nota dopo, quello che rimane. Gli occhi castani avevano quella qualità strana di sembrare sempre leggermente altrove anche quando ti guardavano direttamente, come se stessero tenendo qualcosa in riserva.

I capelli erano mossi, ribelli, con ciocche che sfuggivano sempre alla forcina e si arricciavano alle punte in modo imprevedibile. Aveva provato tutti i tagli, tutti i colori, ma alla fine si era arresa. «Sono come me» diceva. «Impossibili da domare.» E Marco, quando la sentiva dire quella cosa, pensava che forse era proprio quello che lo aveva fatto innamorare: quell’incapacità di adattarsi alle regole, quella testardaggine dolce.

Lavorava in una libreria nel centro storico chiamata “La Meridiana”, un posto piccolo e dotato di scaffali che arrivavano fino al soffitto, una scala a pioli su rotelle che nessuno usava più perché aveva un perno allentato, un registratore di cassa che aveva visto tempi migliori e che si inceppava se battevi il tasto del totale due volte di fila. Il proprietario era un uomo di settant’anni, Giancarlo Castellani, che aveva comprato la libreria pensando di tenerla aperta due anni al massimo per poi rivenderla, e invece ci aveva passato tutta la vita e adesso non sapeva e non voleva fare altro. Elena era l’unica dipendente fissa. C’era anche una ragazza part-time, Giulia, che studiava all’università e veniva tre pomeriggi a settimana e che Elena aveva quasi adottato senza accorgersene.

Entrare lì era come entrare in un’altra epoca. Elena amava quel posto – lo amava in un modo che Marco non riusciva del tutto a comprendere, perché non era solo attaccamento al lavoro, era qualcosa di più necessario, come se lì dentro trovasse una versione di sé stessa che altrove faticava a tenere insieme.

Lo stipendio era basso, anche per gli standard di una città di provincia. Milleduecento euro al mese, tredicesima inclusa. Non era mai aumentato in sei anni. Marco ogni tanto le diceva, con quella delicatezza un po’ goffa che aveva quando non voleva sembrare critico, che forse poteva cercare qualcos’altro, qualcosa con più prospettive, qualcosa con un salario migliore. Ma lei lo guardava con un’espressione che era difficile da decifrare – non offesa, non difensiva, ma come se stesse considerando se valeva davvero la pena rispondergli – e poi diceva: «Ci penso.»

Non ci pensava mai.

La verità – che Marco non conosceva del tutto, non perché Elena gliela nascondesse ma perché non gliela aveva mai raccontata e lui non aveva mai chiesto – era che quella libreria era il posto in cui Elena era davvero se stessa. Non nel senso romantico che in genere le persone immaginano. Era più concreto di così. Dentro quella libreria, tra quegli scaffali che conosceva a memoria, con quei clienti che tornavano sempre e che lei aveva imparato a capire prima che aprissero bocca – lì Elena aveva una competenza, un’autorità gentile, una voce. Fuori, a volte, le sembrava di fare fatica anche ad occupare lo spazio. Non sempre. Solo alcune volte.

C’era una cosa che Elena non aveva detto a nessuno, nemmeno alla sua amica Chiara con cui parlava di tutto: tre anni prima aveva quasi lasciato Marco.

Non c’era stato un motivo solo, grosso e identificabile. Era stata l’accumulo. L’otto per cento che mancava, giorno dopo giorno, mese dopo mese, fino a quando un pomeriggio di novembre lei si era seduta al tavolo della cucina con una tazzina di caffè fredda davanti e aveva pensato: e se me ne andassi? Non con rabbia, non con dolore acuto. Con una stanchezza pulita, quasi serena. Come quando sei in piedi da troppe ore e capisci che è ora di sederti.

Era rimasta perché c’era Luca. E perché Marco, nel profondo, non era cattivo – era solo assente, che è una cosa diversa e in qualche modo più difficile da affrontare, perché contro l’assenza non si può litigare. E perché una parte di lei continuava a credere che potesse cambiare, non perché fosse ingenua, ma perché lo aveva visto cambiare, in piccolo, ogni tanto, quando succedeva qualcosa che lo costringeva ad alzare la testa dal binario.

* * *

Luca, il loro unico figlio, aveva quindici anni e la consapevolezza scomoda di essere più intelligente di quanto i suoi professori si aspettassero.

Non nel senso accademico – i voti erano nella media, qualcosa sotto in matematica, qualcosa sopra in italiano e storia. Era dotato di un’intelligenza diversa, meno misurabile: aveva un’acutezza nell’osservare le persone, una capacità di capire le dinamiche prima che diventassero esplicite. Vedeva le cose che gli adulti pensavano di nascondere. Vedeva, per esempio, che sua madre ogni tanto guardava suo padre con un’espressione che non era amore e non era odio, ma qualcosa di più neutro e più triste, qualcosa che assomigliava alla rassegnazione. E vedeva che suo padre non se ne accorgeva. O non voleva accorgersene.

La chitarra l’aveva presa in mano a tredici anni, dopo che il suo migliore amico di allora – un ragazzo di nome Davide e che era andato a vivere a Milano con i genitori – gli aveva fatto sentire un pezzo di fingerpicking che aveva imparato da YouTube. Luca aveva passato un pomeriggio intero ad ascoltarlo, poi era andato da sua madre dicendole: «Ho deciso! Voglio imparare.» Elena aveva trovato allora una chitarra usata su un sito di annunci – ottanta euro, condizioni discrete – e così Luca aveva cominciato.

Non era bravo, tecnicamente. Ne era cosciente. Il suo insegnante – un ragazzo di venticinque anni che faceva lezioni private e suonava nei locali il fine settimana – glielo diceva con la diplomazia di chi non vuole scoraggiare ma spronare: «La tecnica viene col tempo. Tu hai l’orecchio, che è la cosa che non si insegna.» Era vero, ma per Luca non era abbastanza. Luca voleva suonare bene adesso, non tra anni. Aveva questa impazienza che gli veniva da qualcosa di profondo, da un bisogno che non sapeva bene come nominare – qualcosa che le parole non riuscivano a contenere senza rovinarlo.

Con suo padre aveva un rapporto che faticava a descrivere, anche solo a se stesso. Non era distanza nel senso drammatico. Era più come una bassa frequenza di malinteso costante – la sensazione che ogni volta che provavano a dirsi qualcosa di vero ci fosse sempre qualcosa interposto che distorceva le intenzioni prima che arrivassero. Suo padre lo guardava e vedeva un figlio. Lui guardava suo padre e vedeva un uomo che stava cercando di fare la cosa giusta senza avere chiaro quale fosse.

* * *

Quel venerdì era un venerdì di marzo come tanti altri, di quelli che ancora non hanno deciso se essere inverno o primavera. Marco, Elena e Luca avevano una routine che si ripeteva da anni, e quel venerdì la scena era sempre la stessa.

Marco comprava una bottiglia di Chianti classico tornando a casa, e Elena preparava qualcosa di speciale – non necessariamente elaborato, ma sempre pensato con cura. A volte una lasagna, a volte un arrosto, a volte solo una pasta con le vongole. Mangiavano in cucina, perché il tavolo del salotto era troppo grande per loro tre e lo usavano solo a Natale o al massimo per qualche evento particolare. Dopo cena si spostavano sul divano e si perdevano tra zapping e programmi televisivi che non avrebbero ricordato il giorno dopo, solo per stare insieme senza doversi parlare. Era una forma di intimità, pensava Marco, anche se non ne era del tutto convinto.

Non c’era niente di speciale, in quella giornata. Marco era andato in ufficio come sempre. Aveva sistemato un problema al server delle pratiche catastali che bloccava gli accessi da tre giorni – una cosa che sembrava complicata e che poi si era rivelato essere  un certificato scaduto, il tipo di problema che ti fa venire voglia di cambiare lavoro. Aveva mangiato un panino preso da una macchinetta automatica perché Ferretti aveva fatto saltare la pausa pranzo collettiva per una riunione che era durata cinquanta minuti invece dei venti previsti. Aveva risposto a diciassette mail. Era quella che si poteva definire una giornata tipo.

Sul tardo pomeriggio, mentre stava finendo di compilare una relazione che andava consegnata entro fine mese, il telefono aveva vibrato con un messaggio di Elena: «Pasta con un condimento particolare o pollo alla griglia? Decidi tu, sono indecisa.» Lui aveva risposto: «Pasta». Poi aveva rimesso il telefono a faccia in giù sul tavolo, era un modo per ritrovare la concentrazione, e aveva proseguito spedito per finire al più presto la relazione.

Alle sei e mezza aveva salutato Ferretti, che stava ancora al computer con quell’aria di chi vuole che qualcuno gli dica “bravo, sei rimasto fino a tardi”. Marco non glielo aveva detto. Era uscito nell’aria fresca di marzo, si era alzato il bavero del giubbino, e aveva fatto a piedi il percorso per ritornare a casa.

Per la strada non aveva pensato a niente in particolare. Aveva pensato al fatto che bisognava portare la macchina a fare il tagliando. Aveva pensato vagamente a una serie televisiva che aveva iniziato la settimana prima e di cui ricordava solo vagamente la trama. Aveva guardato la vetrina di un negozio di scarpe – saldi di fine stagione diceva un cartello affisso – senza fermarsi.

Davanti all’ingresso del palazzo, sotto la luce al neon del portone, c’era il vicino del secondo piano, Greco, che stava cercando la chiave in una borsa enorme. Era un uomo sulla cinquantina dall’aspetto un po’ trasandato e con una giacca sempre leggermente sgualcita, che aveva comprato l’appartamento l’anno prima e di cui Marco sapeva solo il cognome dal citofono.

«Buonasera» aveva detto Marco.

«Ah, buonasera» aveva risposto il signor Greco, con quella cortesia automatica di chi risponde per abitudine più che per riconoscimento – e dal modo in cui aveva guardato Marco si capiva chiaramente che non aveva idea di chi fosse. Poi aveva trovato la chiave e si era affrettato dentro prima che Marco arrivasse al portone, lasciandolo tenere il battente aperto per sé stesso.

Mentre saliva le scale, Marco sentiva l’odore di cibo già dal secondo piano.

Quella sera aveva cenato con Elena e Luca, e avevano guardato qualcosa in televisione. Elena era andata a letto alle dieci perché stanca, aveva detto. Luca si era chiuso in camera sua subito dopo. Marco era rimasto sul divano con il telecomando in mano, a guardare un documentario sulle migrazioni degli gnu che non lo interessava particolarmente ma che non richiedeva alcuno sforzo cognitivo per essere seguito.

E poi era arrivato quel suono.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Badiglio
Alessandro Badiglio, nato nel 1977, vive a Termini Imerese (PA) con sua moglie e il loro figlio di 6 anni.
Programmatore di professione, scrittore per passione, affianca alla logica del codice una naturale inclinazione alla riflessione e alla scrittura.
Ha trascorso diversi anni nel Regno Unito, un'esperienza che ha arricchito il suo percorso umano e professionale, permettendogli di confrontarsi con culture, abitudini e modi di pensare diversi dal proprio.
Questo viaggio, dentro e fuori di sé, ha contribuito a maturare uno sguardo più consapevole sulla vita e sul valore del tempo.
La scrittura nasce proprio da questa esigenza: fermarsi, osservare e dare significato alle esperienze vissute, andando oltre la superficie delle cose.
Per Alessandro, scrivere è trasformare emozioni e pensieri in parole che arrivano dritte al cuore dei lettori, capaci di accendere uno sguardo nuovo su ciò che ogni giorno diamo per scontato.
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