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Consegna prevista Febbraio 2027

Nel 2392, a Last York, l’intelligenza artificiale è ormai integrata nella società e il confine tra realtà e apparenza si è fatto instabile.
I “virean”, androidi indistinguibili dalle persone, convivono con l’umanità sotto regole che promettono equilibrio, ma nascondono crepe profonde.
Quando Enry Beckett, direttore della HestroTech Industries, muore in circostanze sospette, la giornalista Iris Latham decide di indagare. Quello che sembra un caso isolato la trascina in una rete di interessi nascosti e segreti che qualcuno è disposto a proteggere a ogni costo.
Sul suo percorso incontra Caleb Stroud, enigmatico e sfuggente, e Draven Kerrion, figura carismatica e ambigua al centro di un sistema pericoloso.
Più Iris si avvicina alla verità, più ogni certezza vacilla. Perché in un mondo in cui la tecnologia non si limita a imitare la vita, ma la ridefinisce, ogni scelta ha un peso. E alcune scelte non cambiano solo il destino di una persona, ma ciò che siamo disposti a diventare.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo nasce dall’osservazione del presente, tra crisi climatica, sviluppo dell’intelligenza artificiale e concentrazione del potere. Mi sono chiesta come potrebbero evolvere questi elementi e quale impatto avrebbero in futuro sull’essere umano. Attraverso la storia e i personaggi, ho voluto esplorare le contraddizioni, le scelte e le zone d’ombra che ci definiscono, senza offrire risposte definitive, ma lasciando al lettore lo spazio per interrogarsi. Dove stiamo andando?

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

III

CERBERUS

Al suo rientro al Cormex News, Iris trovò la redazione vuota. I colleghi avevano già chiuso i loro pezzi per la giornata, ma lei era ancora lì: la cronaca, quella vera, non aveva orari.

L’articolo su Beckett aspettava. E la notte, per lei, era appena cominciata.

Credeva di essere sola, finché non scorse William nel suo studio, chiuso dietro le pareti trasparenti che delimitavano quel piccolo acquario privato, da cui il direttore poteva tenere d’occhio la redazione senza mai confondersi con essa. Era al telefono, agitato, gesticolava con l’altra mano come se stesse lottando per comprimere le troppe urgenze di quella giornata. Iris non si stupì: dopo tutto ciò che era accaduto, con implicazioni che si stavano già propagando ben oltre i confini del semplice resoconto dei fatti, era comprensibile.

Quando la notò, le rivolse un rapido cenno con la testa. Un gesto breve, essenziale, che lei conosceva bene: significava che aveva carta bianca. Che si fidava. Che sapeva.

Sapeva che se non era riuscito a contattarla durante il giorno, era solo perché Iris Latham, la sua reporter più ostinata e preziosa, era esattamente dove doveva essere: sul campo. E che quella distanza era, in fondo, una buona notizia per il giornale.

Iris rispose al saluto con un lieve movimento del capo, poi attraversò l’open space e raggiunse la sua postazione. Sfiorò la superficie del suo pc, che si attivò all’istante, dispiegando un’interfaccia fluida e luminosa. Feed, fonti, canali e notifiche arretrate iniziarono a scorrere.

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Lesse rapidamente i titoli battuti dalle agenzie. Sospirò, sollevata. Nulla che non sapesse già. Nessuno dei colleghi delle altre testate era riuscito ad accedere alle informazioni che aveva lei. Nemmeno un accenno all’esito dell’autopsia, ancora sotto embargo fino al giorno successivo.

La pioggia aveva iniziato a tamburellare sulle vetrate dell’edificio.

William si affacciò alla sua postazione poco prima di uscire. Le rivolse un sorriso stanco, le chiese se fosse a buon punto. Iris gli assicurò che entro un’ora l’articolo sarebbe stato online. Lui, sollevato, annuì e le diede appuntamento per l’indomani.

Appena rimasta sola, si mise all’opera. Prima, però, tentò di accedere ad alcuni file riservati che avrebbero potuto guidarla nella scrittura del pezzo. Cercava tre cose: gli archivi finanziari di Beckett, la cronologia delle connessioni interne della HestroTech, e il registro degli accessi biometrici ai laboratori.

Voleva sapere — anzi, doveva sapere — chi era entrato o uscito da quel palazzo la notte in cui Enry Beckett era morto. E sapeva come fare.

Non era la prima volta che si ritrovava a dover forzare i limiti della legalità per ottenere una fonte. Anni prima — ma già da professionista al Cormex — aveva ingaggiato un giovane hacker talentuoso che frequentava il primo anno di Tecnologie delle Interfacce all’università pubblica. Lui le insegnò il sistema, in cambio di due accrediti stampa per la finale dei Last York Skyhounds, la squadra di punta della lega cittadina di baseball, introvabili per il pubblico comune. Iris glieli procurò senza battere ciglio.

Lei gli aveva fatto giurare di usare quelle tecniche solo per buone cause. Lui, con un sorriso troppo largo e spontaneo per non ispirare fiducia, aveva accettato.

Quando Lisa Woodrick aveva scoperto ciò che Iris sapeva fare con i file criptati della polizia, tra loro ci fu una discussione seria. La giornalista le promise che non lo avrebbe fatto mai più. Mentì.

Quella sera, però, tutto fu inutile.

Ogni archivio risultava vuoto, inesistente. Ogni file, schermato, inaccessibile. Un algoritmo sconosciuto — né governativo, né legato alla HestroTech — bloccava i suoi tentativi di accesso.

Provò a forzarlo. Ancora. E ancora. Ma sullo schermo compariva sempre la stessa frase:

“CERBERUS / Clearance violata. Tentativo registrato.”

Cerberus? Cosa voleva dire? E poi, tentativo registrato da chi? La sua mente cominciava a vorticare. Qualcuno sapeva.

In quel momento, con la pioggia che scandiva i secondi e il battito accelerato che le palpitava nelle tempie, prese una decisione.

Non poteva più aspettare. Non quella sera. Aprì un nuovo file e cominciò a scrivere.

Titolo: “HestroTech decapitata”

Sottotitolo: “Beckett si è ucciso. Lo ha fatto davvero?”

Le dita correvano sulla tastiera come scintille su un filo acceso: ogni frase era una scarica, ogni punto un innesco. L’esito dell’autopsia, le incongruenze attorno al presunto nexport. Accennò – con cautela – alla figura di Caleb Stroud: il consulente ingaggiato dalla famiglia Beckett per far luce sulla vicenda. Non disse troppo, ma bastava una frase per far capire ai lettori che quell’uomo, apparso all’improvviso sulla scena, non era lì per caso.

Non lanciò accuse, né affermazioni edulcorate dall’ambiguità. Ma ogni riga del suo pezzo lasciava comunque affiorare un solo dubbio: e se non si fosse trattato di suicidio?

Rilesse tutto due volte.

Poi, senza più esitare, premette pubblica.

Non passarono nemmeno trenta secondi prima che la schermata del pc cominciasse a pulsare. L’articolo stava già facendo il giro della rete.

Le interazioni aumentavano con la stessa cadenza delle gocce contro i vetri: rapide, fitte, incessanti. Una cascata di reazioni, commenti, condivisioni, rilanci. Era come se il pubblico avesse solo aspettato quella miccia per accendere il proprio fuoco di speculazioni.

Alcuni si schieravano con convinzione sulla tesi del suicidio. Altri la accusavano di fomentare complottismi. Intanto, i social esplodevano: decine di video caricati da sedicenti esperti che proponevano le ipotesi più improbabili.

C’era chi parlava di una cospirazione messa in atto dalle altre corporazioni, chi immaginava una vendetta interna, chi addirittura tirava in ballo Isadora Beckett. Secondo certe teorie — sempre più morbose — la donna aveva scoperto l’infedeltà del marito e, per evitare di restare con le mani vuote in caso di separazione, aveva pagato un sicario per eliminarlo.

Iris sapeva riconoscere le sciocchezze. Erano il lascito tossico di un’abitudine antica, nata quando il web aveva dato voce a tutti e, con essa, l’illusione che ogni opinione valesse quanto un fatto. Da allora, l’ignoranza aveva inspessito le sue radici, imparando a imporsi con la sicurezza di chi mente sapendo di mentire.

Tuttavia, non era il delirio collettivo a preoccuparla.

Era il silenzio delle fonti ufficiali. Il Dipartimento di Sicurezza Civica di Last York, ramo del Tribunale, e l’Ufficio Comunicazione dell’Alto Consorzio delle Corporazioni avevano rilasciato una dichiarazione congiunta: Enry Beckett si era tolto la vita tra le 23:50 del 18 Ottobre e le 00:30 del 19. Nessun segno di manomissione esterna, nessun sospetto aperto. La versione era chiara, lineare.

Troppo lineare. Iris sapeva già che l’indomani il referto autoptico avrebbe confermato quella narrazione, parlando di avvelenamento per ingestione di sostanze sedative. Ma ciò che aveva scritto era bastato a scatenare la tempesta.

Continuava a leggere i commenti, mentre il cuore le batteva più forte. Il telefono vibrava a ondate, colmo di notifiche. Conoscenti, amici, colleghi. Un messaggio laconico da William: “Ben fatto.” Uno da Lisa: “Non cambi mai.”

E poi, l’ultimo. Caleb Stroud. Iris aveva quasi dimenticato di avergli trasmesso i suoi recapiti. Aprì il messaggio.

“Non mi aspettavo che la nostra chiacchierata rimanesse riservata, ma ti ringrazio per non essere andata a fondo.

A presto.

C. S.”

Rimase a fissare quelle parole. Per un attimo ebbe la tentazione di rispondere.

Ma non ne ebbe il tempo.

All’improvviso, il pc si spense. Lo schermo, sottile come uno strato di pelle, si fece prima bianco, poi nero.

Iris si raddrizzò di scatto, incerta se si trattasse di un crash o di qualcosa di più. In quello stesso momento, anche le luci nella redazione sfarfallarono, tremolando per un istante. Poi, il silenzio. Tre secondi di blocco totale. Una finestra si aprì sul display. Nessun mittente. Nessun simbolo identificativo. Solo una scritta:

“Dormiens canis, noli excitare.”

Il carattere era retrò, come quei vecchi font da terminale del ventunesimo secolo. Iris rabbrividì. Conosceva il latino. Da bambina, tradurre i filosofi e gli oratori classici era uno dei passatempi preferiti con sua nonna. “Il cane dorme. Non svegliarlo.”

Non svegliare il can che dorme. Un monito. Una minaccia celata in un proverbio.

Fuori, il temporale non accennava a placarsi e sembrava accompagnare il suo respiro sempre più affannoso. Un attacco informatico? Improbabile. I dispositivi delle altre postazioni funzionavano normalmente, i pannelli informativi sulle pareti trasmettevano le solite breaking news senza alcun disturbo.

No. Non era un blackout generale. Era qualcosa di personale. Qualcuno la stava osservando.

Fu allora che ripensò a quel nome: Cerberus. Lo aveva letto poco prima, nel messaggio di errore mentre tentava di accedere ai file criptati della HestroTech. Ci ragionò su per qualche secondo.

Cerberus, Il cane infernale a tre teste che nella mitologia greca aveva il compito di presidiare l’ingresso degli inferi. Una creatura mostruosa che impediva ai morti di uscire e ai vivi di entrare. Il guardiano al servizio di Ade, simbolo di vigilanza e punizione.

Cerbero era un cane. Il cane dormiente. Come aveva fatto a non arrivarci prima? Stava ancora cercando di mettere ordine nei pensieri, con le spalle contratte dalla tensione e la voglia feroce di capire, quando il pc si riattivò da solo. Sul desktop, apparve un file video ad alta risoluzione, etichettato:

“CUT_REC_2392_1A_OFFICE_BECKETT”

Iris non esitò. Lo fece partire. La ripresa in grandangolo mostrava l’interno dell’ufficio di Beckett, in notturna. Nessun audio. Lui era solo, in piedi accanto alla grande finestra vetrata.

L’avambraccio appoggiato al vetro, la testa reclinata su di esso, lo sguardo perso nel buio della città. Sembrava esausto, inquieto. All’improvviso si irrigidì, come se avesse percepito qualcosa alle sue spalle, come se si fosse messo in ascolto. Poi: schermo nero. Sei secondi.

Quando l’immagine tornò, il corpo di Beckett era riverso sulla scrivania. Immobile. Senza vita.

Iris sgranò gli occhi. Il respiro le si spezzò in gola. Qualcuno aveva appena cercato di intimidirla con una massima invecchiata nei secoli, ancora capace di far tremare. E subito dopo, qualcun altro le aveva consegnato la prova che la morte dell’uomo più potente di Last York non poteva essere liquidata come un semplice suicidio.

Tentò di far ripartire il video. Premette di nuovo su play. Ma il file si eliminò da solo.

Lo schermo lampeggiò con una nuova scritta:

Recupero non autorizzato. Cancellazione automatica.”

Quel documento così prezioso era sparito. Dissolto nel nulla. Iris provò a recuperarlo con ogni mezzo, ma fu inutile. Nessun backup, nessuna traccia video nei log di sistema. Tutto ciò che restava era una briciola digitale: un codice, breve e misterioso — S-009-V — una sigla priva di riferimento, come la scia sbiadita del passaggio di qualcosa che non voleva essere visto.

Alla fine si arrese. Era stanca, mentalmente svuotata. Una giornata che sembrava non finire mai cominciava a pesarle sulle ossa, e persino sui pensieri. Per un istante dubitò di se stessa.

Aveva davvero visto quello che credeva? Le anomalie in redazione, lo schermo che si oscurava, il messaggio in latino, il video? Ogni fotogramma di quel film muto e angosciante le era rimasto impresso. La figura di Beckett immobile alla finestra, poi quel buio improvviso, quei sei secondi di vuoto che lasciavano intuire una presenza — invisibile, silenziosa, letale. Quando l’immagine era tornata, lui era già morto. Ma senza una prova concreta, chi le avrebbe mai creduto?

Si riscosse, spense il terminale e raccolse le sue cose. L’orologio segnava le 2:47. Fuori aveva smesso di piovere. Quello scorcio di Last York dormiva sotto un velo di silenzio irreale, rotto soltanto dal ronzio dei droni in pattuglia, dal vociare confuso di qualche tossico in lontananza e dal sibilo metallico delle capsule magnetiche che solcavano l’aria in un flusso continuo. Iris ne prese una e, con un pensiero stanco, la indirizzò verso casa. Appena si chiuse il portello alle spalle, si lasciò cadere sul sedile, gli occhi chiusi, provando ad abbandonarsi in quei pochi minuti di tregua.

Ma il sollievo durò poco.

Lo stesso sfarfallio di luci che l’aveva colta in redazione si ripeté, stavolta dentro la capsula. Un tremolio elettrico rapido, ma riconoscibile. Iris scattò in avanti. Qualcosa non andava.

La vettura continuava a muoversi, apparentemente senza problemi. Ma l’atmosfera era cambiata. Quel tipo di errore, se di errore si trattava, non succedeva mai. A meno di un attacco hacker. Ma quelli — due negli ultimi tre mesi — erano stati violenti e diffusi, capaci di paralizzare l’intera rete. Questa volta, tutto sembrava procedere normalmente. Tutto, tranne quella sensazione.

Un brivido freddo le percorse la schiena. Era seguita. Ne era certa. Lo divenne ancor di più quando una seconda capsula affiancò la sua, silenziosa, perfettamente allineata. I vetri erano oscurati. Iris non poté vedere chi vi fosse all’interno. Ma sapeva, senza incertezza alcuna, che quel viaggio parallelo non era casuale. Due capsule non si sincronizzavano mai in quel modo, a meno che le destinazioni non coincidessero esattamente — eventualità rarissima, dato che venivano guidate non da coordinate fisiche ma da pensieri individuali e di certo non simultanei.

Il display davanti a lei, quello che indicava il tragitto e il tempo stimato di arrivo, cominciò a lampeggiare. Non comparve alcun avviso. Solo un bagliore intermittente. A Iris sembrava di trovarsi davanti a un occhio vigile che sbatteva le palpebre troppo in fretta. Si sentì scoperta. Vulnerabile.

Nel silenzio ovattato di quella corsa sospesa nel vuoto della notte, comprese che qualcuno stava già giocando con le sue mosse. E lo faceva da dentro il sistema. Non seppe dire quanto tempo fosse passato prima che tutto, fuori e dentro l’abitacolo, tornasse alla normalità. Dovevano essere stati solo pochi secondi. A lei sembrarono eterni. Quando la capsula si fermò e le porte si aprirono, Iris era arrivata.

Abitava al secondo piano di una palazzina compatta e silenziosa, affacciata su Via Halden 12, una delle poche strade residenziali ancora protette dal caos visivo degli ologrammi. Entrò in casa e si ritrovò davanti la tazza di caffè rimasta a metà sul bancone della cucina. Era lì dal mattino, l’ultima cosa che aveva toccato prima che tutto cambiasse. Quando ancora non immaginava di quanto si sarebbero spostati i suoi equilibri. Non poteva saperlo. Ma da quell’istante in poi, proprio come una sfera lasciata cadere su un piano inclinato, ogni cosa nella sua vita avrebbe preso velocità.

E il corso degli eventi l’avrebbe travolta.

Inarrestabile. La piena di un torrente in mezzo alla tempesta.

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Rossella Petragallo
Rossella Petragallo nasce a Bari nel 1989 e divide la sua vita tra la Puglia e la Lombardia. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università di Bari, con indirizzo in Editoria e Giornalismo, consegue un master in Giornalismo e dal 2015 è giornalista professionista.
Nel corso degli anni lavora principalmente in ambito televisivo, collaborando con testate locali e nazionali e sviluppando uno sguardo attento ai cambiamenti sociali e culturali e alle dinamiche che li attraversano.
Accanto all’attività giornalistica, porta avanti la scrittura narrativa, uno spazio in cui esplorare domande e inquietudini. Le sue storie nascono dall’incontro tra tensione e riflessione, e da un interesse per ciò che guida le scelte e mette alla prova l’identità. A questi si affianca l’amore per la musica, soprattutto quella di un tempo, e una nostalgia per epoche non vissute, che alimentano il suo immaginario.
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