A mezzogiorno di un mercoledì di luglio, Milano sembrava già esausta.
La luce cadeva verticale sui cortili del Politecnico, sui motorini parcheggiati male, sulle magliette incollate addosso agli studenti e ai parenti venuti a celebrare il rito più sopravvalutato della giovinezza italiana: la laurea. Dentro l’Aula Magna, però, il caldo aveva smesso di essere un fenomeno atmosferico e si era trasformato in una condizione morale. L’odore dei vestiti buoni tirati fuori per l’occasione, dei fiori stretti troppo a lungo, della lacca delle madri, del sudore contenuto con dignità da padri che avrebbero preferito stare altrove ma che, per quel giorno, avevano deciso di sembrare commossi.
Sul palco, Emanuele Satri aveva appena ricevuto il titolo.
Il presidente della commissione si schiarì la voce, alzò appena la mano per ottenere silenzio e pronunciò la formula con la gravità un po’ teatrale di chi sa che, in quel momento, sta consacrando una versione ufficiale del futuro.
— Con i poteri conferitimi dal Politecnico di Milano, la dichiaro dottore in Ingegneria Gestionale con voti centodieci su centodieci e lode.
Gli applausi partirono subito, fragorosi, scomposti, come se qualcuno avesse acceso un interruttore invisibile in tutta la sala.
Il professore fece una smorfia paziente, aspettò un secondo, poi tornò verso il microfono.
— Signori, calma. Non ho finito la proclamazione.
Le mani si fermarono a metà, le voci si spensero in ritardo, qualche zio tossì.
— Volevo aggiungere un’altra cosa. Il dottor Satri, in questi tre anni, si è dimostrato non soltanto uno studente modello, ma anche un eccellente rappresentante degli studenti. Ci dovrebbero essere più persone come lui… e meno come altri che, oltre a fare rappresentanza, pascolano nei corridoi per conoscere ragazze.
La pausa che seguì non durò più di un secondo, ma fu sufficiente a far sì che mezza aula si voltasse.
In fondo alla sala, appoggiati male al muro come tre ragazzi capitati lì quasi per sbaglio, Andrea, Roberto e Fabio non ebbero neanche il tempo di fingere indifferenza.
— Andrè, sta parlando di te — disse Roberto, trattenendo una risata.
Andrea, che in quel preciso istante stava davvero parlando con una bionda due file più in là, si girò verso il palco con l’espressione di chi era stato colto in flagrante ma non aveva nessuna intenzione di pentirsene.
— Quel maledetto Tartaglia — borbottò. — Se magari mi avesse fatto passare macroeconomia, a quest’ora ero pure io lì sopra. Altro che pascolare.
Fabio sbuffò dal naso, aggiustandosi il nodo del cravattino color terra che si era già allentato dopo venti minuti di cerimonia.
— Beh, se non gli avessi tirato un pugno in consiglio di facoltà, forse adesso stavi davvero sul palco con Ema. Poi dite a noi meridionali.
— L’aveva presa sul personale — ribatté Andrea senza scomporsi. — La riforma Gelmini gli ha fatto uscire il barone che aveva dentro. Non è nello spirito del sindacato.
Roberto scosse la testa. Di tutti loro, era quello che sembrava sempre un passo indietro rispetto agli altri — non per lentezza, ma per quella sua abitudine a osservare prima di parlare, a misurare le cose prima di dargli un nome. Magro, occhiali da vista, un pizzetto troppo studiato per essere casuale, indossava un completo nero e una camicia a quadri rossi che in qualunque altro contesto sarebbe stata un errore, ma addosso a lui sembrava quasi una dichiarazione di principio.
— Guarda che sta uscendo Ema — disse. — Facciamo i bravi amici per trenta secondi e andiamo a congratularci. Poi dobbiamo scappare da Giulia in città studi.
Sul palco, intanto, Emanuele stava stringendo mani, ricevendo pacche sulle spalle, sorridendo a professori che fino a una settimana prima gli sembravano quasi divinità amministrative e che, da quel momento in poi, sarebbero diventati solo uomini con la barba curata e un certo gusto per le formule retoriche. Aveva ventidue anni, era alto, magro, con i capelli neri tagliati cortissimi e un completo così impeccabile da far pensare che potesse mettersi a difendere il pianeta da una minaccia aliena. L’unico dettaglio davvero suo, in quell’abbigliamento da figlio modello, era il cravattino con il righino bianco: un richiamo discreto, ma chiarissimo, alla sua fede juventina.
Gli zii lo intercettarono prima ancora che potesse raggiungere l’uscita. Una zia gli schioccò un bacio sulla guancia con l’entusiasmo di chi aveva preso il suo voto quasi sul personale. Uno zio gli strinse la mano come se stesse chiudendo un accordo notarile. Sua madre aveva gli occhi lucidi ma cercava di non mostrarlo. Suo padre, impeccabile come sempre, sembrava soddisfatto nel modo più pericoloso: quello silenzioso.
Emanuele si piegò verso la madre, le sussurrò qualcosa all’orecchio, poi sgusciò via da quell’abbraccio familiare con l’abilità di chi aveva imparato presto a non farsi intrappolare troppo a lungo dalle celebrazioni.
I tre amici gli andarono incontro quasi in formazione.
— Auguri, dottor Ema — disse Fabio, spalancando le braccia.
C’era qualcosa in Fabio di tenero e disordinato, come se anche quando rideva tenesse in tasca un pensiero triste. Ventitré anni, capelli lunghi e ricci, una barba leggera, il completo beige, la camicia bianca e delle Converse nere di pelle che tentavano disperatamente di sabotare l’eleganza dell’insieme.
— L’anno prossimo specialistica, eh? — disse Andrea, dandogli una pacca sulla spalla.
Andrea era il più grande dei quattro — venticinque anni, barba rossa, capelli castani, non molto alto, leggermente robusto, con una di quelle facce che sembrano nate per la confidenza immediata. Piaceva a tutti quasi subito, che fosse per la simpatia o per il modo in cui riusciva a trasformare qualunque situazione in una storia da raccontare. Poi, certo, spesso quella stessa passione lo spingeva a combinare casini memorabili. Il pugno a Tartaglia era ancora materia viva nella memoria collettiva dell’ateneo.
— Auguri dottore — aggiunse Roberto. — Lascia perdere questo pazzo e pensa a divertirti.
Emanuele li guardò uno a uno e, per la prima volta da quando era salito sul palco, il sorriso gli diventò davvero naturale.
— Facciamoci un giro — disse. — Se resto lì altri dieci minuti mi adottano tutti.
Attraversarono i corridoi del Politecnico come se stessero compiendo una piccola evasione. Il brusio dell’Aula Magna si spense alle loro spalle, sostituito dall’eco dei passi, dalle porte che si aprivano e si chiudevano, da quella vita universitaria che d’estate sembrava sempre sul punto di collassare ma non collassava mai davvero.
Tra la laurea di Emanuele e la discussione di Giulia al Campus c’era circa un’ora. Troppo poco per andarsene, troppo per restare immobili.
Fu allora che Emanuele cambiò direzione all’improvviso.
— Venite con me. Devo far vedere una cosa ad Andrea.
Andrea lo guardò con sospetto teatrale.
— Oddio, Ema. Sono etero, eh. Non vorrai mica mostrarmelo. Già sotto la doccia non è un belvedere.
Fabio rise forte. Roberto si portò una mano agli occhiali.
Emanuele, senza scomporsi, lo spinse appena con una spalla.
— No, scemo. E poi, se anche fossi gay, non saresti il mio tipo.
— Mi spezzi il cuore.
Attraversarono una porta laterale e si infilarono nella palestra del C.U.S. universitario. Dentro c’era quell’odore inconfondibile di gomma, parquet e umidità che tutte le palestre sembrano condividere. Il campo era vuoto. Il silenzio rimbalzava sulle gradinate spoglie.
— Fabio, Robi, aspettate qui un attimo — disse Emanuele.
Loro si scambiarono uno sguardo. Andrea alzò le sopracciglia come a dire: se non torno entro cinque minuti chiamate qualcuno. Poi seguì Emanuele verso gli spogliatoi in disuso.
La stanza aveva qualcosa di malinconico e promettente allo stesso tempo. I soffitti erano alti, sproporzionati per uno spazio così dimenticato. Sotto c’erano i bagni, le docce, un angolo che un tempo doveva essere stato destinato al riposo; sopra, una zona soppalcata con piccoli camerini e armadietti. Tutto era fermo, impolverato, abbandonato a metà tra il relitto e l’opportunità.
Andrea si guardò intorno.
— Perché mi hai portato qui?
Emanuele si prese un secondo, gustandosi la scena.
— Per condividere con te una splendida novità. Me l’ha detta il preside in persona.
Andrea incrociò le braccia.
— Vai.
Emanuele allargò le braccia verso lo spogliatoio.
— Questo posto diventerà la nuova auletta del sindacato.
Andrea rimase zitto.
— L’altra continueremo a usarla durante le lezioni — continuò Emanuele — ma questa… questa è nostra. A lezioni finite. Pensa: una console, un divanetto, un televisore gigante…
Gli occhi gli si accesero davvero.
— …il sogno di una vita.
Per un attimo, Andrea non disse niente. Poi il suo sguardo cambiò, si riempì di quella felicità quasi infantile che solo certe notizie perfettamente inutili riescono a provocare.
— Potrò portarmi le ragazze qui senza dover aspettare casa libera.
Emanuele rise.
— Non esagerare.
— Finalmente, dopo tutto sto tempo, abbiamo qualcosa per noi.
Andrea si voltò ancora, come se stesse già vedendo il posto trasformato: lattine vuote, discussioni infinite, poster storti, amplificatori, divani sfondati, baci rubati, notti che sarebbero sembrate più importanti di quanto non fossero.
— E poi — aggiunse Emanuele — col fatto che c’è la palestra, potremmo organizzare pure dei concerti.
Quella frase rimase sospesa nell’aria un secondo più delle altre. Perché non era soltanto una fantasia. Era il tipo di progetto assurdo che, con loro, aveva sempre una probabilità concreta di diventare reale.
Andrea gli diede una pacca sul braccio.
— Ok. Questa è una notizia storica.
— E sì, ma adesso andiamo dagli altri prima che Fabio si innamori di una palla da basket.
Quando tornarono sul campo, Fabio e Roberto avevano già iniziato a passarsi il pallone.
— Ah, siete qui? — disse Fabio. — Iniziavamo ad annoiarci. E come sempre Roberto è la solita schiappa.
— Che aspetti a passarla allora? — ribatté Andrea.
— Sì, dai, divertiamoci un po’ — disse Emanuele, finalmente libero da cravatte morali e aspettative familiari.
— Io e Andrea contro te e terron Fabio — decretò Roberto.
— Guarda che il terrone ti umilia — rispose Fabio, già pronto a tirare.
La partita improvvisata cominciò così, in giacca e cravatta, tra risate, scarpe inadatte e una sensazione di libertà talmente stupida da sembrare perfetta. Per qualche minuto, nessuno di loro pensò alla laurea, al futuro, ai professori, ai genitori, ai voti, ai curriculum, alle specialistiche, agli esami rimasti, ai soldi, alle relazioni, a tutto quello che li aspettava fuori.
Erano solo quattro amici su un campo da basket, vestiti troppo bene per sudare e troppo giovani per capire che quello era già, in qualche modo, un ricordo.
Fabio, invece, era il migliore sul campo. Lo si capiva da come riceveva, da come proteggeva il pallone, da quel modo istintivo di usare il corpo senza farlo sembrare un gesto atletico. Roberto compensava la tecnica con la lingua: parlava, provocava, commentava ogni azione come se ci fosse un pubblico pagante. Emanuele, che in teoria quel giorno avrebbe dovuto comportarsi da neodottore esemplare, si buttò nella mischia con un entusiasmo quasi adolescenziale.
Ridevano troppo, correvano male, si insultavano con affetto.
E proprio per questo non si accorsero di niente. Non del tempo che passava. Non del telefono che vibrava nella tasca di Emanuele. Non delle chiamate perse.
Se ne accorsero solo quando una voce femminile tagliò il campo come un fischio arbitrale.
— Ma che state facendo qui?
I quattro si bloccarono.
Sulla porta della palestra, con le mani sui fianchi e un’espressione a metà tra esasperazione e divertimento, c’era Carlotta, la sorella di Emanuele.
— Ema, gli zii ti stanno aspettando per le foto di rito — disse. — E tu stai giocando?
La palla sfuggì dalle mani di Fabio, rimbalzò sul parquet due volte e andò a morire lenta verso la linea laterale.
Per un secondo nessuno parlò. Poi Andrea si avvicinò a Emanuele e, a bassa voce, disse:
— Se scappi adesso, io ti copro.
Carlotta lo fulminò con lo sguardo.
— Tu taci, Bruni. Sei una pessima influenza da almeno cinque anni.
— Solo cinque? Pensavo di più.
— Muovetevi.
Non c’era molto da discutere. Si ricomposero come poterono, recuperarono giacche, si aggiustarono colletti, tentarono invano di cancellare dal viso quell’aria colpevole di chi era stato sorpreso a divertirsi nel momento sbagliato.
Quando tornarono verso l’Aula Magna, erano quasi le tre. La madre di Emanuele lo intercettò immediatamente, con la precisione chirurgica di tutte le madri che, durante gli eventi familiari, sviluppano un radar militare.
— Dove sei stato?
— In giro.
— In giro dove?
— Mamma…
— Lascia stare. Vieni a fare le foto con noi. Subito.
Emanuele lanciò ai tre amici uno sguardo che era insieme una richiesta d’aiuto e una resa.
— Vi raggiungo dopo al bar di Mauri.
Roberto guardò l’orologio.
— Se ci muoviamo, forse facciamo ancora in tempo da Giulia.
— Andate — disse Emanuele. — E fate finta di non essere arrivati tardi.
— Troppo tardi, lo faremo malissimo — rispose Andrea.
I tre si staccarono dal gruppo familiare e uscirono di nuovo nel caldo di Milano, attraversando il campus con il passo svelto di chi sa di essere in ritardo ma non abbastanza da rinunciare del tutto.
***
Giulia si stava laureando in Chimica.
Quando entrarono nella sala, capirono subito di essere arrivati oltre il limite minimo di decenza ma ancora dentro quello della possibilità di perdono. La madre di Giulia li vide per prima.
— Credevamo non arrivaste più.
Il tono era severo, ma il viso no. Sul suo volto c’era quella felicità stanca e quasi incredula che hanno certi genitori quando vedono i figli tagliare un traguardo che, per anni, è sembrato una corsa a ostacoli.
I tre si avvicinarono al tavolo dove Giulia era ancora seduta e, come se avessero provato la scena davvero, si inginocchiarono tutti insieme. In coro, con solennità volutamente idiota, dissero:
— Congratulazioni, dottoressa Giulia, per il risultato ottenuto.
Giulia li guardò da sopra gli occhiali rossi e lasciò passare un secondo.
— E…?
Andrea alzò la testa appena.
— E perdona il ritardo. Poi basta, ci siamo preparati solo questa frase.
Lei sorrise. Ed era il tipo di sorriso che, in mezzo a tutta quella giornata, sembrava rimettere le cose al posto giusto.
Giulia aveva ventidue anni, capelli neri a caschetto con riflessi che alla luce tiravano al rosso e al viola, una magrezza asciutta, una precisione che lasciava intuire molto più di quanto mostrasse. Aveva una lucidità che nel gruppo spiccava più di quanto tutti fossero disposti ad ammettere. E un difetto pericoloso: osservava troppo.
Fabio si rialzò per primo.
— Ema si scusa, ma è stato sequestrato dai parenti. Quanto hai preso?
Lei sollevò appena il mento.
— Secondo te?
Roberto sbuffò.
— Centodieci e lode.
— Esatto.
— Che noia — disse Andrea. — Siamo circondati da eccellenze.
Fabio fece finta di riflettere, poi schioccò le dita.
— Oh, ragazzi, se riusciamo a fare in tempo, c’è la laurea di quella stratosferica di Madlene Isaksòn.
Giulia girò la testa verso di lui con un misto di tenerezza e incredulità.
— Ma Ema ci aspetta al bar di Mauri, in Via Eustachi, con tutti i parenti ancora furiosi per la storia di prima.
Roberto scoppiò a ridere.
— Isaksòn? Mi fai morire quando esce l’avellinese che è in te. Comunque Madlene è in Duomo adesso. Ci vorrà più di mezz’ora per muoverci da qui.
Fabio rimase in silenzio un attimo, come se avesse appena visto crollare una piccola cattedrale privata. Poi annuì con dignità.
— Le manderò un sms di auguri.
Giulia si sistemò una ciocca dietro l’orecchio.
— Prima che ve ne andiate, una cosa. Mia madre ha prenotato una sala per il diciannove luglio.
Ci fu un secondo di silenzio. Poi i tre reagirono all’unisono, come se qualcuno avesse annunciato una calamità naturale.
— No.
— No, ti prego.
— Ma proprio quel giorno?
Andrea fu il primo a tradurre il disastro in parole.
— Fra tutti i giorni possibili, giusto la sera del concerto?
Giulia aggrottò la fronte.
— Quale concerto?
Roberto e Fabio si voltarono verso Andrea come se toccasse a lui spiegare il lutto. Andrea allargò le braccia.
— I Ministri. Abbiamo preso i biglietti due mesi fa. Ieri ho pure confermato sulla loro bacheca Facebook.
Giulia li fissò, poi sospirò.
— Dai. Vedrò di spostare la festa. Anche io voglio andare al concerto.
Quelle parole scesero su di loro come una grazia laica. Fabio quasi si illuminò. Roberto fece un cenno come se stesse accettando un armistizio. Andrea, invece, le regalò il suo solito sorriso storto.
— Brava, bimba.
Giulia abbassò lo sguardo per nascondere una reazione che, per fortuna, nessuno sembrò cogliere del tutto.
— Ora andate — disse Roberto. — Prima che il padre di Ema faccia partire una denuncia collettiva.
— Ci sentiamo più tardi — aggiunse Fabio, già sull’uscio.
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