Non so esattamente quando una storia smette di essere semplicemente qualcosa che ti è successo e diventa qualcosa che senti il bisogno di raccontare.
Non credo esista un momento preciso, un segno chiaro e manifesto dopo il quale dici “ok, adesso questa cosa che mi è successa merita diventare una narrazione”.
Più spesso è un accumulo, una stratificazione lenta di dettagli, coincidenze, piccole ossessioni che continuano a tornare finché a un certo punto capisci che non stanno più solo succedendo: stanno chiedendo una forma.
Questo libro nasce così.
Non da un’idea lineare, non da un progetto definito, ma da una sensazione persistente che quello che stavo vivendo, o forse il modo in cui lo stavo vivendo, avesse già insita in sè una struttura narrativa, anche se non era ancora esplicita.
Come se ci fosse una storia che esisteva indipendentemente dalla mia volontà di raccontarla, e il mio unico compito fosse quello di mettermi abbastanza in ascolto da riuscire a riconoscerla.
Se dovessi definirlo, e in qualche modo bisogna farlo perché le etichette servono anche solo per orientarsi, direi che questo è un “romanzo autobiografico”, anche se è una definizione che mi fa sorridere perché dentro c’è più realtà di quanto sembri e più finzione di quanto ammetterei.
Ciononostante è un’espressione che mi diverte usare non tanto per precisione teorica quanto per affetto, perché mi ricorda quella maniera un po’ elegante e leggermente ambigua con cui Alessandro Manzoni teneva insieme realtà e finzione nei Promessi Sposi, come se fosse perfettamente legittimo raccontare una storia vera attraverso strumenti che veri non sono fino in fondo.
Autobiografico perché parte da me, dalla mia vita, dai luoghi che ho attraversato e da quelli che mi hanno attraversata a loro volta, dalle persone reali, dalle abitudini, dai pensieri che si sono sedimentati nel tempo senza chiedere il permesso.
Romanzo perché, inevitabilmente, nel momento in cui inizi a raccontare, scegli, tagli, colleghi, aggiungi, e sì, ogni tanto spargi anche un po’ di glitter, non nel senso superficiale del termine ma in quello più onesto: rendi la realtà leggermente più appealing, più coerente, forse anche un po’ più bella di come è stata mentre la vivevi.
Non è una manipolazione. È estetica.
E forse è l’unico modo che abbiamo per dare senso a quello che altrimenti resterebbe frammentato.
CAPITOLO 2: L’IDEA
Questo “romanzo autobiografico” non è sempre esistito da qualche parte nella mia testa, e no, non stava aspettando il momento giusto per uscire.
L’idea nasce durante il lockdown, periodo collettivamente assurdo, ma anche, almeno per me, uno di quei momenti in cui la vita rallenta senza chiederti il permesso e quindi ti costringe a guardare cose che normalmente eviti con grande abilità.
Non dovevo più fare lunghe tratte per lavoro, non c’erano spostamenti continui, non c’era quell’organizzazione serrata delle giornate che ti pone sempre un passo avanti rispetto a te stessa. Morale, ho iniziato a usare di più la bici.
Non per andare da qualche parte. Per stare. Per muovermi senza una destinazione precisa, “gironzolando”, che è una cosa che avevo completamente perso.
E insieme a questo, è arrivato anche il tempo.
Tempo per scrivere.
Tempo per stare dentro ai pensieri senza doverli subito trasformare in qualcosa di utile.
Tempo per dedicarmi a quelle cose che di solito tieni in fondo alla lista, sotto tutto il resto, e che invece sono spesso quelle più tue.
È lì che ha iniziato a prendere forma questa storia.
Non come libro.
Come abitudine.
Scrivere un pezzo.
Osservare una scena.
Fissare una sensazione prima che scivolasse via.
E poi, come succede sempre, la vita è ripartita.
Con una velocità anche leggermente eccessiva.
Il lavoro. Gli impegni. Le giornate piene.
Quella sensazione costante di essere sempre un po’ in ritardo su qualcosa, anche quando non è vero.
Eppure, proprio in quel momento, nel momento più frenetico, più pieno, più complicato, ho sentito il bisogno di tornare lì.
Di riprendere questa cosa.
Non perché avessi più tempo.
Ma perché ne avevo meno.
E quindi ne avevo più bisogno.
Perché scrivere, alla fine, non è mai stato un esercizio estetico.
È sempre stato un modo per fare ordine.
O almeno per capire che ordine non c’è, ma che puoi comunque starci dentro senza perderti.
E allora questo libro è diventato esattamente questo: un modo per fare un giro dentro me stessa.
Questo giro dentro me stessa l’ho casualmente iniziato davvero all’alba dei miei quarant’anni, che compirò a giugno.
Esattamente quattro anni dopo il lockdown, il momento in cui avevo iniziato a pensarci.
E questa cosa, se la racconti male, sembra destino.
Se la racconti bene, è solo una coincidenza molto precisa.
Io non credo alle narrazioni e alle vite troppo ordinate, ma non credo nemmeno che sia tutto completamente casuale.
Credo piuttosto che alcune cose restino lì, in sospeso, per il tempo necessario a diventare leggibili, ad acquisire un significato.
Nel 2020 avevo iniziato a scrivere senza sapere davvero cosa stessi facendo.
Era più un gesto.
Un’abitudine.
Un modo per stare dentro a qualcosa mentre tutto fuori era fermo.
Adesso, quattro anni dopo, quella stessa cosa è tornata.
Ma con un altro peso.
Un’altra consapevolezza.
E soprattutto con una domanda diversa.
Non più “cosa sto vivendo”.
Ma “cosa sto diventando”.
Guardare. Rimettere insieme le cose. Non per capire tutto.
Ma per riconoscere abbastanza.
E forse è per questo che ho sentito il bisogno di scrivere adesso.
Non quando avevo più tempo.
Non quando era più facile.
Ma quando era più necessario.
Perché a un certo punto non ti basta più vivere le cose.
Hai bisogno di vederle da ogni prospettiva, soprattutto da quelle che non sono tue.
E per vederle, almeno io, ho bisogno di raccontarle.
Anche solo per capire che non erano scollegate come sembravano.
Che c’era un filo.
Magari storto.
Magari poco lineare.
Ma abbastanza forte da tenere insieme tutto.
Il lockdown.
La bici.
La maternità di mia sorella e la mia prima nipote Diletta.
La me che non voleva figli.
La me che li ha voluti.
Orlando.
La me che si muoveva sempre.
E quella che adesso sa anche stare.
E allora sì, forse questo libro nasce davvero lì.
Quattro anni fa.
Ma esiste solo adesso.
Perché certe cose non le puoi scrivere mentre le stai vivendo.
Devi prima diventarle.
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