Eravamo soli, nonostante il brulicare delle persone intorno.
“A me piace la pioggia, Greta” ti dissi guardando i tuoi occhi impavidi, stracolmi di sogni.
Attesi qualche secondo, prima di prendere un lungo sospiro e aggiungere: “ma non tutti i tipi di pioggia, eh, deve accarezzarti la pelle, l’anima, come una mano che delicatamente ti sfiora il viso”.
Beh, ovviamente, essendo nato in una città come Napoli, sono innamorato anche del Sole e di quel profondissimo mare blu che sembra disperdersi nell’infinito all’orizzonte, osservandolo dal lungomare.
Anche la pioggia, però, ha un suo enorme fascino, soprattutto in una città come la nostra, che da sempre è conosciuta come la città del Sole (anche se non so quanto questo stereotipo fosse realmente vero).
Ci incamminammo. Greta aveva messo il suo braccio sotto al mio, come se questo potesse darle un senso di protezione… Da cosa, non lo so.
“Sai, avevo bisogno di camminare tra i vicoli di questa città, non è un periodo facile” mi disse guardandomi con uno sguardo marcato, evidentemente, dalle intemperie della tua anima, che io potevo soltanto immaginare.
Dopo avermi guardato e aver pronunciato quelle parole, silenziosamente tornò a stringersi al mio braccio, senza fiatare, senza cercare alcuna risposta da parte mia, ma soltanto una goccia di empatia nei miei occhi. Empatia che, quando sono con te, cresce inevitabilmente nel mio cuore fino a farmi sentire ogni piccolo accenno del tuo io.
Procedemmo tra le stradine strette, con un passo lento ma attento nell’evitare le numerose pozzanghere causate dalla pioggia e dal manto stradale dissestato (e nella mia testa mi chiedevo il perché una città così perfetta avesse strade così mal ridotte).
La mia goffaggine non aiutava, infatti sono comunque riuscito a finire più volte in varie pozze d’acqua e ho più volte rischiato di scivolare per terra, strappandoti almeno qualche risata. Per quanto attento potessi essere, mi perdevo di tanto in tanto ad osservare i tuoi capelli castani, che si posavano delicatamente sulle tue spalle, ed i tuoi occhi, capaci di scavare dentro me come farebbe un minatore in una grotta.
Dopo aver saltato tutti questi simpatici ostacoli durante il nostro tragitto, giungemmo sulla strada principale. Dopo un po’, ci fermammo ed esclamasti: “Ho fame! Mi andrebbe un cuoppo* fritto, è da tanto che non ne mangio uno”.
Sorrisi e, muovendo il capo, ti feci cenno di sì, anche perché sapevo che quando hai periodi “non facili” tendi a non mangiare molto, se non quasi a digiunare; dunque, in quel momento non avevo dubbi sul fatto che stessi bene.
Camminammo ancora per un po’ di minuti, riparati sotto quel piccolo ombrello che tenevo saldo nella mia mano destra e che continuava a tenerci stretti l’uno all’altro.
Non ho mai amato reggere l’ombrello sotto la pioggia, spesso preferisco letteralmente lasciare che la mia testa e il mio corpo si bagnino piuttosto che reggerlo, ma in quel preciso istante mi rendevo conto che quell’oggetto era diventato indispensabile, a tratti bellissimo… un luogo sicuro dove poterci sentire più vicini.
Arrivammo di fronte ad uno dei negozi della via principale e attendemmo alcuni minuti (c’era una discreta fila e bisognava aspettare) per ricevere il cibo che avevamo ordinato, e intanto cercavo di capire dove poggiare quel fastidiosissimo ma utilissimo ombrello che ci aveva tenuto stretti durante la nostra lunga passeggiata.
“Sai, è davvero irritante trovare un posto dove posare un ombrello quando sei costretto a portartene uno con te” ti dissi mentre goffamente mi muovevo tra la fila di persone per trovare un appoggio.
Ridevi… non so se perché sembrassi veramente molto imbranato o se perché semplicemente quell’atmosfera ti rendesse spensierata; comunque, la cosa importante era che tu stessi bene.
Dopo un po’ di tempo arrivò il nostro ordine: due cuoppi, pagati dodici euro entrambi. Avevano un sapore diverso, speciale… Con te diventa tutto più bello.
Uscendo dal negozio, presi velocemente l’ombrello che avevo poggiato e ci riparammo sotto un porticato dall’incessante pioggia, continuando a mangiare.
Dopo aver gustato le nostre poco salutari (ma buonissime) fritture miste, dal tuo cuoppo vidi che ne era avanzata qualcuna.
“Non ne vuoi più?” ti chiesi.
“Sono piena. Ma posso conservarle, no? Le mangerò dopo” rispondesti.
“Hai intenzione di camminare con questo cuoppo in mano tutto il tempo? Sta anche piovendo” ti dissi.
“No, no. Guarda!” esclamasti divertita, per poi proseguire inserendoti questo contenitore di carta in tasca, in modo tanto geniale quanto buffo.
Era divertente vedere che le tue “stranezze del momento” erano molto simili a quelle che farei io. Ti scattai una foto.
Dopo un po’, la pioggia iniziò il suo declino fino a sparire definitivamente e lasciare spazio a qualche barlume di luce.
“È ora di tornare” dicesti.
“Lo so.” fu l’unica risposta che riuscii a darti.
Tornammo verso la mia auto, che era parcheggiata in una piazza abbastanza centrale della città, lamentandoci della lunga tratta che stavamo percorrendo per tornare al veicolo e ridendo del fatto che nella città dove non piove mai aveva piovuto perché noi eravamo lì, come se avessimo il potere (negativo o positivo che sia, chi lo sa) di cambiare il clima attorno a noi.
“Sai, mi sarebbe piaciuto suonare un po’ la chitarra vicino al mare e sentirti cantare” ti dissi dopo diversi minuti di camminata.
“Lo so, la pioggia non ci ha aiutato e sono anche senza voce, in realtà, quindi va bene così, no?” mi dicesti sogghignando ironicamente, riferendoti alla nostra “sfortuna”.
Nel mentre, senza neanche accorgercene, ci eravamo avvicinati all’auto e, prima di salire a bordo, mi venne da dirti soltanto:
“Non ti sento cantare da un po’, ne ho bisogno”.
Ma tu non dicesti nulla, accennasti appena appena un sorriso. Tanto, tu eri già a conoscenza di quanto amassi sentire quel tuo dolce ma anche sofferente modo di cantare. Tanto dolce come te e tanto sofferente quanto il tuo cuore.
Rientrammo in macchina, pronti a ritornare alle nostre rispettive abitazioni.
Parte II. – Clochard
Il giorno seguente doveva ricominciare tutto.
Ogni mattina avevo l’abitudine di alzarmi presto, nonostante le mie serate finissero praticamente quasi al sorgere dell’alba.
Ho sempre dormito poco, qualche ora mi bastava, anche se delle volte mi sarebbe piaciuto restare nel letto a poltrire… ma non potevo.
Al mio risveglio preparai un caffè in modo rapido usando una vecchia moka ritrovata nella dispensa (avevo una macchina del caffè a cialde, ma a quanto pare le cialde erano finite e dovetti arrangiarmi), nella quale inserii del caffè in polvere aspettando che “salisse”.
Il profumo del caffè casalingo ha qualcosa di magico, non saprei spiegarlo.
Dopo aver bevuto il mio caffè, iniziai a prepararmi, mi aspettava una lunga giornata.
Una doccia veloce e mi vestii, dopodiché mi diressi verso la mia chitarra riposta nella custodia e la caricai sulle mie spalle. Varcai poi la soglia della porta di casa.
Oggi, a differenza di ieri, quando ero con te, sembra esserci un Sole deciso, forte.
Avevo l’abitudine di vedermi con un mio amico sassofonista, Mauro.
Era un tipo abbastanza alto e magro, con dei capelli neri un po’ alla Elvis Presley e la carnagione molto chiara.
Ci vedevamo spesso per suonare insieme, per poi trasportare ciò che avevamo studiato lungo le vie di Napoli… quel giorno, così facemmo.
“Che ne dici di andare a suonare a Via Toledo?” gli chiesi.
“Assolutamente sì” rispose.
Giungemmo nel luogo prescelto utilizzando la metropolitana.
Estrassi la mia chitarra, una Ovation Celebrity di colore blu. Dall’altra parte, Mauro calò la zip della sua custodia, tirando fuori quel sassofono dorato che, illuminato dalla luce del Sole, luccicava come il più prezioso dei gioielli. Mauro era molto bravo a suonare, riusciva a riprodurre e creare melodie con una facilità pazzesca, tale che mi impressionava ogni volta.
Quel giorno suonammo svariati brani e fummo anche rincorsi da una signora che non voleva suonassimo in un preciso punto della via. Ho sempre “odiato” le persone che “scacciano” gli artisti solo perché magari non riescono a comprenderne le esigenze. L’arte è ovunque ed esiste da prima dell’uomo, ma noi umani abbiamo l’abitudine di essere egoisti.
Al di là di questo piccolo episodio, ciò che mi aveva fortemente colpito non fu la sintonia con la quale suonammo o la signora poco gentile che ci aveva costretto a cambiare postazione, ma un clochard che si era posizionato circa a 5-6 metri da noi.
Le nostre performance in strada duravano circa due o tre ore, con qualche pausa per fumare una sigaretta nel mezzo. In una di queste pause, questa persona si avvicinò a noi pronunciando una frase: “Volete mangiare? È appena arrivato del cibo, non fatevi problemi”.
Questa frase mi aveva squarciato l’anima. Mi chiedevo come fosse possibile che in una strada così ampia, nel centro di una metropoli dove si vede girare gente con vestiti da migliaia di euro addosso, solo alcuni si fermassero a lanciare qualche monetina, mentre questo senzatetto, logorato dalla fame, con nulla nelle tasche, dei vestiti stracciati ed una barba incolta, voleva condividere con noi quello che con molta probabilità sarebbe stato il suo unico pasto della giornata. Questa è la magia di Napoli.
Ovviamente rifiutammo. Non eravamo sicuramente ricchi, ma un tetto sulla testa e la possibilità di mettere un piatto caldo a tavola l’avevamo.
Fattosi un certo orario, decidemmo di mangiare qualcosa.
“Mi andrebbe una pizza fritta*” dissi dopo aver spento la sigaretta vicino ad un muro e averla gettata via.
Mauro annuì.
Riponemmo gli strumenti nelle rispettive custodie e proseguimmo sulla strada cercando chi potesse farcene due.
D’un tratto il cielo iniziò a farsi più grigio, pare che a breve avrebbe ricominciato a piovere proprio come il giorno precedente, al che pensai che forse dovevo essere io il problema o che qualcuno dall’alto volesse prendermi per i fondelli.
Durante la nostra avventura alla ricerca di una pizza fritta, infatti, iniziò a diluviare.
Riuscimmo a fermarci in un bar vicino Piazza Carità.
Ma non aveva pizze fritte.
Ci accontentammo di una parigina, con un gusto alquanto opinabile.
“Oggi è stata una giornata molto piena” dissi.
“Già, io penso sia proprio l’ora di correre” Mauro ribatté.
Ci incamminammo a passo rapido verso la metropolitana, con l’obiettivo di tornare a casa il prima possibile, eravamo stanchi.
Giunti nella nostra zona, ci salutammo e ci demmo appuntamento per la sera, dopo aver cenato.
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