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L’eco dei Rasenna

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Consegna prevista Marzo 2027
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Milano, oggi. Lucilla Margheriti ha quarant’anni, lavora nell’export del vino e ha una vita ordinata, costruita con fatica. Tutto cambia quando sviene durante una riunione pronunciando parole in etrusco, una lingua morta da oltre duemila anni.
Da quel momento iniziano visioni, sogni e ricordi che sembrano appartenere a un’altra vita: cieli divisi in quadranti, simboli antichi, uccelli che portano messaggi per chi sa interpretarli. E Lucilla li comprende senza sapere perché.
Spinta da un istinto incontrollabile, compra un vecchio podere vicino a Sovana, nel cuore della Maremma etrusca. Lì scopre un legame inquietante con la gens Cecina, antica stirpe custode di un sapere mai davvero scomparso. Accanto a lei compare Flavio, archeologo affascinante e ambiguo, deciso ad aiutarla… o forse a usarla.
Ma quanto può resistere la tua mente quando il passato torna a reclamarti?

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è un omaggio. Al mondo etrusco — alla sua intelligenza del cielo, al modo in cui leggeva i fulmini e il volo degli uccelli come un testo sacro. Una civiltà che ha guardato il cosmo con una cura che meritava di non andare perduta. Ho scritto per restituirle qualcosa: non la storia, che appartiene agli storici, ma la voce. Il respiro. E per la Maremma — terra sacra, ancora troppo poco vista. Credo che le anime tornino. Forse ero già là. Ma questa è un’altra storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

1- IL CROLLO

 

Lucilla Margheriti non sapeva ancora che quella sarebbe stata la sua ultima settimana da donna normale. Fuori, il cielo di Milano era bianco, compatto, del tutto privo di interesse. Il palazzo di fronte aveva le veneziane abbassate. Un piccione camminava sul cornicione con quella cadenza ridicola e meccanica che hanno i piccioni, come se stessero sempre per cadere e non cadessero mai.

Dietro di lei, Gabry Papetti mangiava il suo porridge, quella poltiglia grigia cosparsa di semi che non si capiva bene cosa fosse… Erano le dieci e tre minuti. La sala riunioni della Red&White International, quinto piano, pareti di vetro su tre lati, vista su Porta Nuova, era piena da sembrare importante e vuota abbastanza da sembrare inutile. Il team svedese era collegato in videochiamata, quattro facce in una finestra sul monitor, con quella luce nordica che faceva sembrare tutti più svegli di quanto fossero realmente. Leila, la sua assistente, ventisette anni, preparata, professionale e affidabile, capelli tenuti su con una matita, aveva disposto le slide sul proiettore. Simona, invece, la sua responsabile, capelli ricci e indomabili, sedeva in fondo e scriveva qualcosa su un foglio che probabilmente non aveva niente a che fare con la riunione. E poi c’era Romanelli. L’ingegner Romanelli, Franco Romanelli, un metro e settanta di pura indisponenza, l’icona vivente dell’incompetenza premiata, sedeva a capotavola. Brizzolato, stempiato, naso aquilino e bitorzoluto come una melanzana nata storta, emanava un bouquet sfortunato di chiuso e pelle stanca e un’inspiegabile eco di mensa scolastica. Aveva sposato la figlia di uno dei soci fondatori vent’anni prima, e da allora considerava Red&White una proprietà personale con dipendenti annessi. Stava guardando Lucilla con quell’espressione specifica, non ostile, non interessata, solo leggermente al di sopra, che riservava alle persone che non aveva scelto lui. «Prego, Margheriti» Lucilla si alzò. Aveva presentato quei dati almeno quattro volte nell’ultimo anno. Export Toscana, primo trimestre 2026: volumi, mercati, trend. Conosceva ogni numero, ogni slide, ogni freccia sul grafico. Era brava in questo; era sempre stata brava in questo. Spiegare il vino, costruire narrazioni intorno a un Barolo, un Chianti Classico o un Fiano di Avellino, trovare le parole giuste per raccontare un territorio, trasformare un vitigno in una storia che le persone volessero portare a casa. Lucilla amava quel lavoro. Lo faceva bene. Aveva un talento naturale per capire cosa dire di un vino prima ancora di berlo, bastava guardarla mentre annusava un bicchiere, gli occhi socchiusi, la concentrazione assoluta. Era il tipo di persona che i clienti chiamavano per nome, che i fornitori rispettavano, che i colleghi consultavano quando una presentazione non funzionava. Lucilla toccò la collana, come faceva sempre prima di parlare in pubblico. Era piccola, un’anatra d’argento su una catenina sottile, consunta dall’uso. Gliel’aveva data la zia Marisa quando aveva sei anni, durante uno dei pochi incontri che ricordava. Tienila stretta, le aveva detto, con quella voce che sembrava venire da molto lontano. Lucilla non aveva mai capito perché un’anatra. Non aveva mai chiesto. «Allora,» disse prendendo fiato, «Se guardiamo il mercato svedese nel Q1…» Fuori dalla finestra, qualcosa si mosse. Una cornacchia. Ferma sul davanzale esterno, a pochi centimetri dal vetro. Non era insolito, gli uccelli esistevano, anche a Milano, anche al quinto piano. Ma questa non guardava il cielo, non guardava il palazzo di fronte. Guardava lei. Con una precisione che non apparteneva a un uccello. Dietro quegli occhi neri sembrava esserci qualcuno. Lucilla sentì la pelle d’oca risalirle lungo le braccia. Si alzò. L’uccello girò la testa, un movimento netto, calcolato. La seguì con lo sguardo. Aspettava. Lucilla perse il filo. Non in modo drammatico, fu solo un secondo, una sospensione, il pensiero che stava portando avanti divenne improvvisamente trasparente e poi sparì. Le slide erano ancora lì. Leila era ancora lì. Il team svedese la fissava dallo schermo. «Margheriti, il grafico» La voce di

Romanelli la raggiunse acuta. Lucilla guardò lo schermo. Devi andare avanti! si disse. «Il mercato svedese ha registrato una flessione del 7%»

Un ronzio. Non esterno, dentro, come una frequenza sbagliata che sale dalla base del cranio. La luce della sala sembrò abbassarsi diventando soffusa. La cornacchia sul davanzale non si era mossa. E allora arrivò.

Non fu graduale. Non fu come addormentarsi. Fu come cadere attraverso il pavimento.

È in un posto aperto, l’aria ha un odore che non conosce, terra secca e qualcosa di bruciato, e il cielo è enorme in un modo che i cieli delle città non sono mai. C’è un fiume. C’è un suono che non capisce subito ma poi capisce: è il suono di uomini che muoiono. Guarda le proprie mani. Non sono le sue mani, o forse lo sono, ma diverse, più scure, più forti, con le nocche segnate da qualcosa. In una mano tiene un bastone ricurvo. Sa cosa fare con esso. Lo sa nel corpo prima che nella testa. Alza il bastone. Traccia nell’aria una linea. Da nord a sud. Poi da est a ovest. Il cielo si divide in quattro sezioni e lei sa il nome di ognuna, sa quali sono favorevoli e quali no, sa cosa significa ogni uccello che le attraversa. I corvi volano da sinistra. Troppi. È il quadrante sbagliato. Qualcuno le tiene la mano, un uomo, non vede il viso, sente solo il calore. Lo tiene come se fosse l’ultima cosa reale. Poi il sangue. Ovunque. I corvi che scendono sul campo. E poi buio.

Quando aprì gli occhi, era sul pavimento. Non sapeva come ci fosse arrivata. Il soffitto della sala riunioni era bianco, con una plafoniera al neon che ronzava leggermente. Leila era inginocchiata accanto a lei. Gabry si era alzata e teneva ancora il cucchiaio del porridge in mano. Il team svedese, nello schermo, era scomparso, qualcuno aveva disattivato la videochiamata. Romanelli era in piedi. La osservava come si osserva un problema logistico. Non sembrava temere per lei. Sembrava infastidito dalla deviazione. Simona era già accanto a lei. Aveva preso il suo viso tra le mani, gesti pratici, senza dramma inutile le stava dicendo qualcosa che Lucilla non riusciva ancora a distinguere. Aprì la bocca. Disse una parola. Non capì cosa avesse detto finché non vide la faccia di Simona cambiare. «Cosa hai detto?» chiese Simona, sottovoce. Lucilla sentì solo l’eco della parola. «Rasna,» ripeté. Poi si fermò. «Cosa ho detto?»

II. L’ufficio di Simona, la sua responsabile, era di dimensioni contenute, ma la ristrettezza dello spazio non produceva alcuna sensazione di disordine. Al contrario, tutto vi appariva disposto secondo una logica severa, quasi monastica: una scrivania libera da oggetti ornamentali, qualche dossier allineato con cura geometrica, una libreria funzionale priva di concessioni all’estetica. Non vi era traccia di quella sovrabbondanza decorativa con cui molti tentano di umanizzare l’ambiente di lavoro; lì l’umanità si esprimeva piuttosto nella disciplina. Simona, del resto, apparteneva a una categoria sempre più rara: quella di chi non usa la promessa come strumento retorico, ma come impegno reale. Quando annunciava un risultato, lo faceva con la sobrietà di chi ha già calcolato tempi, costi e conseguenze. Lucilla lo aveva compreso nei primi mesi, osservando non tanto ciò che Simona diceva, quanto la coerenza con cui agiva. E in seguito non aveva mai registrato discrepanze degne di nota. Seduta sul divano di un beige indefinibile, Lucilla avvertiva sotto di sé la consistenza stanca di un arredo che aveva assorbito troppe riunioni, troppe attese, troppe esitazioni altrui. Quel colore neutro, che forse nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto suggerire equilibrio, ora comunicava piuttosto una forma di rassegnata sopravvivenza. Simona stava in piedi accanto alla scrivania, le braccia conserte in una postura che voleva dichiarare controllo. E in parte lo dichiarava. Tuttavia, nella tensione appena percettibile delle spalle e nella fissità vigile dello sguardo, si poteva cogliere lo sforzo di chi esercita la calma come una pratica, più che come un dono naturale.

«Forse è meglio se chiamiamo un medico», disse. «No.»

«Lucilla, ascoltami, non è normale quello che è appena successo»

«Ho detto no. È stata solo stanchezza. La pressione, forse. È capitato altre volte.»

Non era vero. Non era mai capitato. Lucilla era sempre stata presente a stessa e in grado di reggere qualsiasi pressione mentale e fisica il lavoro le avesse richiesto negli ultimi dieci anni. Simona la guardò a lungo. Aveva quell’abitudine livornese di guardare le persone finché non cedevano, senza dire niente, senza sbattere le palpebre. Era efficace. Lucilla lo sapeva perché l’aveva visto funzionare su tre direttori commerciali e un revisore dei conti.

«Ultimamente,» disse Simona, «non sembri più la stessa.» Lucilla aprì la bocca per rispondere qualcosa di professionale e controllato. Invece disse: «Non lo so cosa mi stia succedendo.» La sentì uscire, quella frase, con tutta la sua mancanza di difese, e non riuscì a riprenderla. «Vedo cose,» disse. «Sento cose. Non so come spiegarlo. È come se ci fosse un’altra… un’altra voce, o un’altra memoria, che non è mia. E non riesco a…. » Si fermò.

«Forse sto impazzendo. Come mia zia.» Aveva detto quella cosa. L’aveva detta ad alta voce, nella stanza di qualcun altro. Simona non cambiò espressione. Si sedette sulla sedia di fronte, posò le mani sulle ginocchia. «Tua zia Marisa,» disse. Non era una domanda. Simona lo sapeva da anni. Un pranzo qualsiasi, una trattoria rumorosa, il vino che abbassa le difese. Lucilla aveva detto poche parole, senza enfasi, quasi con fastidio verso stessa. La sorella di suo padre. Il manicomio. Basta così. Simona non aveva chiesto altro. Non era il tipo. Aveva annuito, aveva cambiato discorso, ma aveva registrato tutto. Le cose davvero importanti non fanno rumore. Restano ferme, come una porta chiusa in fondo al corridoio. Ora quella porta era di nuovo lì. Nessuno aveva bisogno di aprirla.

«Sì.» «Lucilla. Tu non sei tua zia.» «Non lo sai.» «No,» ammise Simona. «Non lo so. Ma so che adesso esci da qui, prendi un taxi, vai a casa e dormi. Domani vediamo.» Lucilla bevve tutto d’un fiato il bicchier d’acqua che Simona le aveva portato. «Il pomeriggio?» «Il pomeriggio lo gestisco io. Vai.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Benedetta Carloni
Benedetta Carloni vive e lavora nel Chianti Classico, dove il paesaggio è memoria stratificata, tempo che continua a parlare. Per Diari Toscani cura la rubrica Prescrivo Vino, in cui il racconto del vino si intreccia con archeologia, letteratura e storia dei luoghi. Collabora con Radici in Chianti, associazione dedicata alla cultura e al paesaggio del Chianti. Lavora in questo settore da anni, e conosce dall'interno quella zona di confine in cui produzione, identità e radici si sovrappongono. L'eco dei Rasenna è il suo primo romanzo: una storia nata dalla convivenza quotidiana con i segni etruschi nel paesaggio toscano, ambientata tra Milano e la Maremma, e da una domanda che torna sempre — cosa resta di chi ha reso sacra questa terra, e come ancora ci trasforma?
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