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Il cimitero delle anime

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Consegna prevista Marzo 2027
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La ricerca di un nuovo inizio: ciò che spinge il diciannovenne Nox a togliersi la vita.
Dopo un inaspettato ‘risveglio’ in mezzo ad una strada trafficata, incontra l’angelo della morte Mira, una creatura incaricata di accompagnarlo personalmente nel Cimitero delle anime: una struttura ai limiti del tempo e dello spazio dove vengono custodite le anime dei mortali. Su ordine della morte in persona, meglio conosciuta come la Perenne Ombra, coloro che hanno deciso di suicidarsi hanno diritto ad una scelta: reincarnarsi come tutti gli altri mortali, oppure diventare un angelo della morte cedendo la propria anima e le proprie emozioni nelle mani della morte. Seppur con iniziale riluttanza, Nox decide di accettare vedendola come un’opportunità per realizzare il suo obiettivo. Inizia così il suo viaggio alla ricerca un nuovo inizio, contornato da incontri diretti con la morte e con angeli della morte appartenenti ad un passato ormai dimenticato.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea per questo libro è nata durante una delle tante monotone giornate di quarantena durante la pandemia Covid 19, parola per parola la me di sedici anni ha scritto la prima versione di quello che adesso è “Il cimitero delle anime”. Un romanzo che sarebbe rimasto chiuso in un cassetto se la mia migliore amica non mi avesse spronato, tre anni dopo, a riprenderlo in mano e renderlo ciò che è ora: un’ opera che racchiude una parte di me in ogni personaggio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I – Un nuovo inizio

Il vento scompiglia i miei capelli mori e le gocce di pioggia mi punzecchiano le guance come degli spilli. Sento gli occhi bruciare ma per qualche strano motivo non riesco a smettere di sorridere. La luce fioca dei lampioni illumina le strade. È ancora buio nonostante siano le quattro di mattina di una giornata primaverile. Spero che tutto il casino che mi sono lasciatə dietro mentre uscivo di casa non abbia svegliato nessuno. La pioggia ha iniziato ad aumentare, è sicuramente in arrivo un temporale, il rombo dei tuoni mi pervade la testa. Inizio a correre. Non so dove sono direttə, lascio che le gambe decidano dove portarmi. Ho i capogiri e mentre corro inizio a sentire dei forti crampi allo stomaco. Mi stringo la vita con il braccio destro e continuo per la mia strada, non ho alcuna intenzione di fermarmi. Sento la vista appannarsi e per qualche secondo tutto diventa completamente buio, inciampo sul gradino di un marciapiede e finisco per rotolare a terra. Per fortuna, o per mia sfortuna, in strada a quest’ora della mattina non gira nessuno. Mi rialzo un po’ traballante e sento le ginocchia iniziare a bruciare, devo essermele sbucciate. Non avvarrò nemmeno a questo il diritto di farmi fermare e tornare sui miei passi, perciò anche se un po’ affaticatə cerco di tornare a correre.

Non ho la più pallida idea di dove stia finendo, devo essermi persə, non riconosco questo quartiere. Forse i farmaci che ho preso stanno fottendo il mio senso dell’orientamento, non che l’avessi mai avuto. I tuoni hanno iniziato a stracciare le nuvole con le loro striature luminose, chissà come dev’essere morire folgorati da un fulmine; potrei scoprirlo in prima persona, o forse no. Non posso sapere cosa mi stia riservando il destino – anche se vorrei che decidesse in fretta. Ormai sto correndo da non so quanti minuti, ma nessuno degli edifici che mi affiancano mi sembrano essere familiari. Mi fermo per prendere fiato, i crampi allo stomaco sono diventati sempre più insostenibili. Maledizione, avere una morte dolorosa non è decisamente tra le mie ultime volontà, forse affidare le mie ricerche a internet non è stata la mia idea più brillante.

Ora però non posso tornare a casa, anzi non voglio, oggi è il giorno della mia morte, niente e nessuno mi impedirà di raggiungere il mio intento.

Un palazzo in lontananza cattura la mia attenzione: è ricoperto di graffiti colorati che sembrano attorcigliarsi su se stessi, porte e finestre sono rotte o completamente assenti. Sacchi della spazzatura pullulano nelle zone circostanti, l’odore è insopportabile perfino a una ventina di metri di distanza. Ma come ho già detto, niente potrà mettersi tra me e la culla della morte. Raggiungo l’entrata del palazzo, il pavimento è ricoperto di macerie e la puzza di immondizia mi fa bruciare le narici – mi viene da vomitare.

Un tuono mi fa sussultare e per poco non cado a terra, e come se non bastasse sono bagnatə fradiciə. I pantaloni del pigiama si sono appiccicati alle ferite sulle ginocchia, il dolore sta diventando insostenibile. Mi accascio in un angolo per cercare di riprendermi, sento il cuore martellare nel petto, non penso di essere mai statə così male.

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Non molto distante da dove mi trovo al momento noto una rampa di scale di metallo, forse era la scala antincendio di questo palazzo ormai abbandonato a sé stesso. Non ci penso troppo e inizio a salire. Ogni gradino diventa sempre più soddisfacente da fare e il dolore che fino a pochi secondi prima mi rendeva faticoso persino respirare sembra svanire passo dopo passo. Arrivo sul tetto con il fiato corto, appoggio le mani sulle cosce e inizio a fare dei respiri profondi. Alzo lo sguardo al cielo, le gocce di pioggia mi rimbalzano sulle guance e il vento qui sopra è così violento che potrebbe spazzarmi via in un soffio. Improvvisamente non sento più alcun dolore, mi sembra come di essere in capo al mondo. Prendo la rincorsa e mi fermo proprio sul cornicione. È tutto così insignificante visto da qui. Sorrido al sole che sta sorgendo, poi chiudo gli occhi e mi lascio cadere. L’aria gelida della mattina mi avvolge e le gocce d’acqua fanno a gara per chi raggiunga per prima terra. Il silenzio muta in un fischio quasi piacevole che si avvolge attorno ai miei ultimi pensieri poi ritorna la quiete e il buio mi pervade.

Quando riapro gli occhi, sono sdraiatə a terra sull’asfalto, ho dei leggeri giramenti di testa ma non provo alcun dolore, anzi pare essere totalmente svanito. Questa volta però non è solo una sensazione data dall’adrenalina, rimbocco i pantaloni: persino le ferite alle ginocchia sembrano essersi rimarginate. Mi metto sedutə e di fronte a me noto la presenza di una figura alquanto misteriosa. Indossa un mantello con il cappuccio che mi impedisce di vedere il suo viso, l’unica cosa che riesco a intravedere è la sua carnagione bruna quasi tendente al grigio e i suoi lunghi capelli argentei intrecciati tra loro, che poggiano sul suo petto. Attorno a lei ci sono un sacco di persone totalmente spaesate, alcuni corrono via, altri si fermano a guardare la scena inorriditi. Un uomo con l’uniforme arancione passa attraverso alla figura con il cappuccio. Rimango sbalorditə da ciò, ma ancora prima che possa aprire bocca lei è già sparita. Inizio a sentire delle voci sempre più numerose. Poi, ancora il silenzio. È di nuovo tutto buio. Mi strofino gli occhi con le mani e appena li riapro vedo nuovamente quella persona misteriosa alla mia destra, si china e mi sussurra all’orecchio una frase che non mi sarei mai aspettatə di sentire: «Ora anche tu diventerai un angelo della morte».

La mantella, dietro a cui, fino a pochi secondi fa si nascondeva, cade a terra rivelando la persona che vi si celava, con un po’ di riluttanza alzo lo sguardo e vedo con chiarezza il suo viso. Tre paia di occhi cerulei le ricoprono i lati del viso fino alle guance, le sue ciglia sembrano quasi delle piume, ha il naso aquilino e le labbra carnose tendenti ad un colore violaceo, infine i suoi capelli argentei contornano tutto il suo viso come la cornice di un quadro. Sulla testa sembra portare una corona a raggiera che emana un bagliore quasi accecante, tanto da costringermi a socchiudere gli occhi. Indossa una camicia e un paio di pantaloni bianchi, immagino che possa essere una divisa o qualcosa di simile. Per quanto mi sforzi, non riesco a distogliere lo sguardo da lei – la cosa un po’ mi imbarazza perché mi rendo conto di starla fissando da almeno un minuto – ma lei sembra essere completamente impassibile. Dalla sua schiena spiega delle maestose ali candide, alcune piume sono leggermente più scure o forse è solo l’ombra a farle apparire così. Sono talmente ammaliatə da questa splendida creatura che per poco non mi dimentico delle sue parole: “angelo della morte”. Devono essere degli esseri simili a lei, chissà dove risiedono e perché riesco a vederne uno solo ora. Vorrei chiederle delle spiegazioni ma le parole mi si bloccano in gola.

In quell’esatto momento la ragazza si avvicina a me, e senza alcuna esitazione mi prende di peso da sotto le spalle e spicca il volo verso chissà quale luogo. Tutto ciò è totalmente surreale, nemmeno nei miei sogni volare era sembrato così liberatorio. Infrangiamo le nuvole come se fossimo i tuoni della tempesta di poco fa e continuiamo a salire per metri e metri.

Ad un certo punto l’angelo si ferma di colpo, sfila entrambe le braccia da sotto le mie spalle e mi lascia cadere. Per mezzo secondo penso di star per morire una seconda volta ma finisco per rimanere appesə alle sue scarpe. Una risata divertita sfiora le labbra violacee dell’angelo. Al contrario, non oso guardare in basso, anzi preferisco di gran lunga chiudere gli occhi e aspettare che mi riporti con i piedi sulla terra ferma.

Lo sento girare dei fogli con frenesia: «Tu sei Nox, corretto?» la sua voce è dolce e gentile mentre il suo tono resulta freddo e distaccato, ancora una volta ne rimango ammaliatə. «Ehi? Tutto bene laggiù? Sei morto non muto… o almeno sulla tua cartella non c’era scritto nulla a riguardo», ancora il rumore della carta che viene girata e rigirata, «in caso contrario mi scuso per la mia impertinenza…». «Oh… scusa… sì, sono io», rispondo a denti stretti. «Bene, possiamo procedere allora».

La creatura misteriosa chiude la cartelletta che tiene tra le mani e veniamo come teletrasportati all’interno di una stanza. L’angelo mi posa dolcemente a terra, richiude le ali e si posiziona in un angolo della sala. Non batte ciglio, è completamente immobile, assomiglia ad una statua di marmo. Mi accorgo di avere ancora lo sguardo fisso su di lei, scuoto il capo per tornare in me e mi alzo da terra goffamente. Inizio ad ispezionare la stanza con lo sguardo: non c’è nessun altro qui dentro – oltre a me e all’angelo – né alcun tipo di mobilio se non un grosso tavolo di metallo al centro. I muri sono completamente dipinti di bianco, anche se presentano alcuni segni di sbeccatura e delle crepe, inoltre l’unica fonte di luce è data da una lampadina mezza bruciata che pende dal soffitto proprio sopra al tavolo.

Una domanda fissa mi martella per la testa: “Dove diamine sono finitə?”.

Girovago attorno alla stanza per vedere se c’è qualcosa che mi sfugge: una porta, una buca nel pavimento, un passaggio segreto che so io. Eppure deve esserci un modo per accedere in questo posto. Controllo ogni angolo, sopra e sotto al tavolo, esamino perfino la lampadina rischiando di lasciare la stanza totalmente al buio. Nulla, solo io, l’angelo e il tavolo di metallo. Siedo a terra rassegnato con le gambe incrociate e lo sguardo rivolto verso il pavimento.

«Posso farti una domanda?» chiedo mantenendo lo sguardo fisso a terra. Non ricevo nessuna risposta, ma ciò non mi ferma. «È davvero questo l’aldilà?», faccio una pausa in attesa di un qualche segnale da parte dell’angelo dagli occhi cerulei. «Insomma non che mi aspettassi di trovare un cancello dorato ad accogliermi al mio arrivo, o qualcosa di simile; tuttavia non credevo che la possibilità di avere una vita dopo la morte si rivelasse così monotona e misteriosa, soprattutto dopo quel momento surreale mentre nuotavamo in mezzo alle nuvole».

Il silenzio accoglie con grande affetto le mie parole, intanto sul viso della creatura alata non vi sono cambiamenti. Un’espressione impassibile è scolpita con cura su di esso.

Il tempo scorre inesorabilmente intorno a noi, lasciandoci indietro, come congelati in un momento ormai passato. Riuscire a comunicare con lei sembra un’impresa parecchio complessa, ma proprio per questo voglio fare un altro tentativo. Mi schiarisco la voce con un leggero colpo di tosse, sperando di attirare la sua attenzione.

«Gli angeli hanno un nome?» chiedo con tono di voce più alto di prima. Come mi aspettavo, nessuna risposta. «Mutismo selettivo? Capisco anche la lingua dei segni se preferisci non usare la voce», inizio a spazientirmi, ma non ho intenzione di mollare l’osso. Sento di esserci vicinə, quando le sue pupille si spostano su di me.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Nicole Fasano
Mi chiamo Nicole Fasano, sono nata a Dicembre del 2004, sono una studentessa laureanda in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l'Università degli studi di Bergamo. Sono una grande amante dell'arte in tutte le sue forme, difatti ho praticato danza per diciassette anni e ho suonato il clarinetto per dodici anni in diverse orchestre. Ho una grande passione per la lettura, soprattutto di classici e thriller, ma anche fantasy e romanzi storici, una passione che si riflette anche nella mia scrittura.
Nicole Fasano on Instagram
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